lunedì 22 agosto 2011

García Lorca, arte e impegno civile – Il poeta dell’amore e della morte

Federico García Lorca

Federico García Lorca (1899–1936) fu un poeta appassionato e violento; i suoi testi, ricchi di musicalità e di magia gitana, trasmettono una romantica idea di “Amore e morte”: l’amore sfrenato per la vita e l’odio cupo per la morte, che erano l’essenza più profonda del suo universo spirituale.

L’amore per Federico non era però un sentimento facile; giovanissimo, scriveva: «Ah che fatica mi costa / amarti come t’amo!»; in un’altra poesia, angosciato osservava: «... Solo per i tuoi occhi / soffro questo male; / tristezze del passato / tristezze che verranno / ... / E va la vita.».

Nacque in provincia di Granada da un agiato agricoltore e da una maestra (che fu la sua prima guida culturale) e cantò la centenaria cultura e il folclore della sua terra, l’Andalusia. Fece studi irregolari per una malattia giovanile; andato a Madrid nel 1919, vi rimase sino al 1928 laureandosi in Lettere e Filosofia. Con identico entusiasmo e talento, si dedicò a poesia, teatro, regia, musica, canto, disegno e pittura.

Era un uomo così affascinante e un conferenziere così attraente che negli ambienti intellettuali divenne celeberrimo prima ancora che fossero pubblicate le sue opere. Ebbe tra i suoi amici il pittore Salvador Dalí, che nel 1969 pubblicò a Parigi il libro Les passions selon Dalí, nel quale raccontava molti particolari di una sua presunta “love story” con García Lorca, confermando così le già esistenti voci di omosessualità del poeta (da lui sempre negate).

Lorca scrisse delle raccolte poetiche che gli diedero immediata fama e popolarità. In seguito a un esaurimento nervoso, abbandonò la Spagna e si recò negli Stati Uniti ove rimase per circa un anno: è di questo periodo la composizione del Poeta a New York, che contiene una poesia dedicata al poeta americano Walt Witman, gay dichiarato, nella quale scriveva di comprendere «gli uomini dallo sguardo verde / che amano l’uomo e bruciano le loro labbra in silenzio...».

Al ritorno, si diede alla sua attività letteraria più matura, dedicata alla stesura di cupe e sensuali tragedie; iniziò anche a dirigere il teatro universitario “La Baracca”, una sorta di carrozzone ambulante che ebbe il merito di far conoscere nei più sperduti villaggi della Spagna molti testi d’autore: si trattò per lui di un impegno sociale che mirava all’evoluzione culturale delle fasce più povere del suo popolo. García Lorca considerava i suoi testi teatrali (nei quali si confrontava con il dolore e con i problemi eterni dell’umanità) come «poesia che si solleva dal libro e diviene umana; e divenendo umana, parla e grida, piange e si dispera»: i suoi personaggi sono uomini veri ma vestiti di poesia.

Nel 1934 scrisse il notissimo Lamento per Ignacio Sànchez Mejías, dedicato a un amico torero–letterato, morto durante una corrida nell’arena di Manzanares: la prima parte inizia col notissimo leitmotiv «Alle cinque della sera. / Eran le cinque in punto della sera...».

Lorca, pur non occupandosi attivamente di politica, scelse di stare «dalla parte dei poveri... dalla parte di coloro che non hanno nulla e ai quali si nega persino la tranquillità del nulla». Nel febbraio del 1936 ebbe però la colpa di firmare con altri trecento intellettuali spagnoli un manifesto in sostegno del “Fronte popolare”, che favorì la vittoria elettorale della sinistra e che innescò l’insurrezione militare del luglio successivo e l’inizio della guerra civile spagnola. Nascosto in casa di amici, il 19 Agosto fu ritrovato e fucilato dalla polizia franchista senza una precisa accusa e senza alcun processo. È probabile che, nella Spagna omofoba del tempo, anche le voci della sua omosessualità possano aver pesato sulla sentenza di morte. Si racconta che, trasportato nelle campagne intorno a Granada per essere giustiziato, lungo tutto il tragitto abbia pianto come un bambino. (“La Sicilia” 23/8/2006)

P.S. Bellissime e di grande forza espressiva (e ancora molto rappresentate) sono le cupe e sensuali tragedie di Federico García Lorca, tra le quali ri­cordiamo: Mariana Pineda (1927), Nozze di sangue (Bodas de sangre) (1933), Yerma (1934), Donna Rosita nubile (Donna Rosita la soltera) (1935) e La casa di Bernarda Alba (La casa de Bernarda Alba), scritta nel 1936, un mese prima della sua morte, piena di sangue e di presagi di morte.

In Italia alla fine del 1938 venne fatto un primo tentativo, andato a vuoto, di rappresentare per la prima volta Nozze di sangue presso il teatro Valle di Roma, per la regia di Anton Giulio Bragaglia con Bella Starace Sainati (la madre), Carlo Tamberlani (Leonardo), Elena Zareschi (la fidanzata), Achille Majeroni (il padre), Gualtiero de Angelis (il fidanzato) e Edda Soligo (la moglie); il giorno della prima arrivò, però, il divieto del regime. Il dramma fu poi rappresentato nel novembre del 1944 presso il Teatro Eliseo di Roma da un giovanissimo Mario Landi (allora allievo della Regia Accademia D'Arte Drammatica) con Elsa Polverosi (la madre), Silverio Blasi (Leonardo), Edda Albertini (la fidanzata) e Antonio Pierfederici (il fidanzato). Da allora si sono fatte sempre più numerose le messe in opera di questo e degli altri drammi del grande autore spagnolo.

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