giovedì 5 gennaio 2012

Carlo Dapporto, irresistibile maliardo del varietà



Carlo Dapporto


Cento anni addietro, in questi giorni, nasceva Carlo Dapporto, una colonna del teatro leggero in Italia. Nacque a Sanremo il 26 giugno del 1911 da un'umile famiglia: il padre era calzolaio e con molta autoironia Carlo si definiva «di famiglia malestante».

Spiritoso e versatile, esordì nel 1927 come artista di circo ma sapeva anche cantare e ballare (soprattutto il tango), sicché agli inizi degli anni Trenta debuttò nel teatro di varietà; insieme al simpatico Carlo Campanini, facevano ridere a crepapelle il poco smaliziato pubblico dell'avanspettacolo interpretando Stanlio e Ollio. Grazie alla sua bravura d'attor comico, accanto a Wanda Osiris, raggiunse una tale notorietà da divenire la vera star degli spettacoli: era gradevolissimo per le sue barzellette piene di humor e doppi sensi, mai volgari, raccontate in un francese parodistico. Ben presto poté fare il grande salto come sagace capo–comico, in grado di riempire "poltrone" e "poltronissime"; dal 1947 diresse, infatti, una sua compagnia e portò in scena riviste e commedie musicali deliziose, che contribuirono a creare il mito della "rivista" degli anni d'oro (i Cinquanta e i primi anni Sessanta).

Sono da ricordare: Chicchirichì di Gelich, Bracchi e D'Anzi (1948–9) con Delia Lodi e Marisa Merlini, in cui Dapporto parodiava un gangster; Baracca e burattini (1953–4) con Lauretta Masiero; e la cosiddetta «trilogia del maliardo» costituita da tre commedie musicali di Garinei e Giovannini (musiche e canzoni di Gorni Kramer): Giove in doppiopetto (1954), primo vero musical italiano ispirato a un testo di Plauto, con Delia Scala e Franca Gandolfi (in cui Dapporto era un impunito Giove donnaiolo), Carlo, non farlo! (1955) con Lauretta Masiero, Lisetta Nava, Elio Pandolfi e il Quartetto Cetra, ispirato alle nozze di Ranieri di Monaco e Grace Kelly, e L'adorabile Giulio (1957) con Delia Scala, Paolo Panelli e Teddy Reno, in cui interpretava un maturo attore galante che deve cimentarsi con le critiche di una giovane figlia. Suoi compagni di strada furono quindi tutti i "grandi del varietà", inclusi anche Totò, Isa Barzizza, Walter Chiari, Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, Renato Rascel, Mario Riva, e Bice Valori. Il suo ultimo spettacolo musicale, nostalgico e malinconico, con Aldo Fabrizi, fu Yo Yo Ye Ye (1966–67).  

Nel teatro di prosa dialettale genovese, negli anni Sessanta, si cimentò in Pigna­secca e Pignaverde, un successo di Gilberto Govi, senza far rimpiangere l'immensa comicità del grande maestro ligure. Nel "Dizionario dello spettacolo del 900", si parla una ricerca delle radici linguistiche senza tradire quella «maniera che piaceva a B. Hope e M. Chevalier, segno della sua internazionalità» (m.po.).

Con la sua abilità e simpatia, Dapporto seppe conferire il ruolo di carattere a due apparenti macchiette: quella del "Maliardo" in frac e cilindro con i capelli tirati dalla brillantina, impenitente seduttore, che con grottesca ironia faceva a pezzi il vuoto ed elegante gagà di gusto dannunziano – a questo personaggio Marcello Marchesi e Gustavo Palazio hanno dedicato il libro "Carlo Dapporto, Il maliardo: mito, personaggio, vita" (1977) – e quella del mite e baffuto "Agostino" (Agustino), che parlava in un improbabile dialetto piemontese (la madre di Carlo era in effetti un'astigiana) e che vestiva spesso i panni del giardiniere o del ciclista. Con quest'ultima caratterizzazione, Carlo partecipò a diversi film e raggiunse la sterminata platea televisiva, attraverso l'amato Carosello, divenendo l'idolo dei bambini.

Nel 1945 era nato il figlio Massimo, che – attore impegnato – tanto si è distinto nel teatro e nella televisione.

Dapporto ha anche frequentato il cinema, purtroppo non da protagonista: si capì troppo tardi la sua sensibilità di attore a tutto tondo. Si distinse in Giove in doppio petto (1954) di Daniele D'Anza, con gli stessi attori che avevano brillato nella commedia musicale; Fortunella (1958) di Eduardo De Filippo – alla cui sceneggiatura parteciparono Fellini e Flaiano (musiche di Nino Rota) – con Giulietta Masina e Alberto Sordi; Polvere di stelle (1973) di Alberto Sordi con Sordi, Monica Vitti e Wanda Osiris; Tango blu (1987) di Alberto Bevilacqua con Valentina Cortese, Franco Franchi e Leo Gullotta; e La famiglia (1986) di Ettore Scola, commedia drammatica, con Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli e Fanny Ardant. In quest'ultima pellicola, nella parte di un malinconico scrittore fallito, l'anziano e frustrato zio Giulio, Dapporto si meritò un Nastro d'argento conferendo spessore e pathos al suo personaggio di secondo piano (zio Giulio, da giovane, fu interpretato proprio dal figlio Massimo che tanto gli somigliava).

Molteplici furono le interpretazioni televisive (insieme per esempio a Rita Pavone) ma sono da ricordare soprattutto le puntate di Carlo maestro di chic (1961), per la regia di Berto Manti, che andavano in onda di mercoledì.

Il figlio Massimo, nell'articolo di Renato Venturelli comparso su "La Repubblica" (Genova) del 1° aprile 2011, dal titolo "Dapporto, cent'anni da maliardo – Massimo racconta papà–attore", ha detto: «Mio padre lo ricordo innanzitutto come uno che portava il buonumore dappertutto, anche fuori dalla scena, con chiunque. Per lui avere una persona davanti significava già avere un pubblico. Aveva quello spirito ligure sempre pieno d'ironia, che trovo ad esempio in un Beppe Grillo, anche se lo aveva in modo più soffice, più elegante... Al di fuori del lavoro era quasi sempre con persone semplici. Passava ore a giocare a scopetta col tappezziere sottocasa. Oppure stava al tavolino del bar, con gli amici... Ed era anche una persona molto sensibile. Faceva del bene, ma in maniera nascosta... Ci tengo a ricordare questo suo aspetto, il suo modo di essere molto discreto: un uomo di grande umanità ma anche di grande discrezione... Ma a Sanremo è rimasto sempre legato, soprattutto finché c'era sua madre. Fino agli anni '70 si tornava tutti lì ogni estate, aveva gli amici, parlava sanremasco... I grossi comici hanno difficoltà ad abbandonare il loro personaggio. Ma grazie a un grande regista come Scola, mio padre è riuscito a spogliarsi delle sue convinzioni: è il film che segna la sua maturità come attore.».

Sanremo non ha mai dimenticato il suo figlio illustre: nel 1965 il Comune gli ha concesso l'onorificenza di "Cittadino Benemerito" e gli ha dedicato sia la piazza che ospita il Teatro del Mare, sia una prestigiosa scuola di teatro, sia una seguitissima gara di fondo ciclistico che si svolge nell'anniversario della sua morte (morì a Roma il 1° ottobre del 1989).


Per celebrare il centenario della sua nascita, nel giugno del 2011, le Poste Italiane hanno emesso uno speciale francobollo commemorativo disegnato da Fabio Abbati, in cui il grande attore delineato in bianco e nero appare su uno sfondo simbolico costituito da un sipario vermiglio, quello del teatro che tanto aveva amato. ("Persinsala.it", 28 giugno  2011)

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