martedì 29 novembre 2011

Harold Pinter: le nevrosi e i tabù del mondo contemporaneo



Harold Pinter



Il 10 ottobre di ottant'anni addietro (nel 1930) nasceva a Londra Harold Pinter, grande e innovativo, ma anche controverso e provocatorio, drammaturgo teatrale (ha scritto, però, anche in prosa e poesia, e ha sceneggiato e diretto testi per la radio, il cinema e la televisione).

Un "fil rouge", attraversando il mondo, lega Harold Pinter all'americano Edward Albee – vincitore di tre premi Pulitzer e autore del tormentato e dissacrante “Chi ha paura di Virginia Woolf?” (1962) – e al francese Eugene Ionesco. Pinter fu attratto in modo particolare dall'irlandese Samuel Beckett, altro maestro dell'assurdo, di cui divenne amico.

Studiò alla Royal Academy of Dramatic Art e rappresentò il suo primo testo teatrale The Room (La stanza) nel 1957 con l'aiuto degli studenti dell'università di Bristol. All'inizio della carriera fu stroncato dai critici, che consideravano i suoi lavori incomprensibili e insensati; in modo particolare fu massacrato The Birthday Party (Il compleanno) (1958), che fu un solenne fiasco.

L'autore (oggi osannato), i cui testi sono divenuti ormai dei veri e propri classici della drammaturgia, aveva scritto: «Adesso sono diventato comprensibile e accettabile, eppure le mie commedie sono quelle di allora. Non ho cambiato una sola battuta!». Quella che è cambiata è la sensibilità del pubblico e della critica, che egli aveva saputo anticipare!

Lo spettacolo successivo The Caretaker (Il guardiano) (1960) – sceneggiato per il cinema dal regista Clive Donner nel 1963 – vide però un'inversione d'interesse; seguirono: The Homecoming (Il ritorno a casa) (1964), The Basement (Il seminterrato) (1966), Landscape (Paesaggio) (1967) e Silence (Silenzio) (1968), testi per i quali si parlò di «commedia della minaccia» (una situazione apparentemente tranquilla diviene ansiogena e inspiegabile sia per gli altri protagonisti sia per il pubblico) e s'inventò il termine di stile «pinteresco». Della logora istituzione matrimoniale, fu svelato ciò che si nasconde sotto la crosta della borghese normalità, sotto l'apparenza degli ipocriti rapporti sociali: cioè le tensioni interpersonali dirompenti, le umiliazioni insopportabili, la crudele ostilità, l'odio e la frustrazione, la rabbia e lo smarrimento, in ultima analisi l'estrema solitudine esistenziale.

Dagli anni settanta, Pinter (schierato a sinistra e contro la violazione dei diritti umani e l'oppressione comunque esercitata) si è rivolto soprattutto alla regia e alla produzione di brevi testi a impronta politica. In Mountain Language (Il linguaggio della montagna) (1988) si scagliò contro la mancanza di libertà dei curdi in Turchia e contro la soppressione della loro lingua. Di questo periodo sono da ricordare: Betrayal (Tradimenti) (1978), Family Voices (Voci di famiglia) (1982), One for the Road (Il bicchiere della staffa) (1984), Party Time (1991), Moonlight (Chiaro di luna) (1993), Ashes to Ashes (Ceneri alle ceneri) (1996), e Celebration (Anniversario) (1999).

Contrario all'invasione dell'Afghanistan e dell'Iraq, assunse posizioni critiche – quasi sferzanti – nei confronti di Bush e Blair, e dal 2005 (dopo il conferimento del Nobel con la motivazione: «nelle sue commedie ha scoperto il baratro che sta sotto le chiacchiere di tutti i giorni ed è entrato nelle chiuse stanze dell'oppressione») si è dedicato molto attivamente alla politica, trascurando la letteratura.

Nel gennaio del 2007, a conferma di una grandezza ormai riconosciuta, gli è stata assegnata dalla Francia la Legion d'Onore.

Morì a Londra il 24 dicembre del 2008, la notte della vigilia di Natale (una pregressa chemioterapia per un tumore esofageo compromise per anni la sua salute): aveva 78 anni.

Il teatro dell’assurdo dei primi lavori di Harold Pinter non è quel gioco senza senso che sembra ma una critica corrosiva delle banalità che uccidono l’individualità dell’uomo e un tentativo di svelare la spiritualità dell'uomo nascosta sotto i pregiudizi e il vieto perbenismo. E i suoi «eroi» – soli e incapaci a comunicare – non sono più quelli del teatro tradizionale ma "uomini vuoti" che ripetitivamente esprimono la loro lucida sofferenza.

Non si può negare che tutti gli autori teatrali citati, sul solco del teatro dell'assurdo, hanno proposto il rapporto di coppia che si decompone, assumendo un ruolo coraggioso e determinante nello squarciare il velo dell’ipocrisia piccolo–borghese e nel portare in scena le nevrosi e i tabù del mondo contemporaneo, mostrando il malessere e le degenerazioni della società moderna ove falsi valori hanno sostituito quelli reali, creando confusione tra realtà e illusioni, e provocando l’irreversibile disfacimento del sogno occidentale e l’agonia di un’umanità alla deriva.

Certamente, da loro è stato portato in superficie un insieme di forze dolorose e oscure. (www.zam.it, News, 15/10/2010)

P.S. Ashes to Ashes (Ceneri alle ceneri) fu rappresentata in Inghilterra nel 1996; nel 1998, fu messa in scena in Italia dallo stesso Pinter, con debutto a Palermo e protagonisti Adriana Asti e Jerzy Stuhr. Adriana Asti mise il suo indiscusso talento al servizio di Rebecca, una donna sposata, usa a stare seduta in posa plastica su una imponente poltrona bianca, in un camera da letto con camino, quasi immobile, con gli occhi spalancati e con la voce tagliente. Rebecca dialoga in continuazione col marito Devlin (l'attore polacco Jerzy Stuhr), che con fare duro e inquisitorio la tortura psicologicamente interrogandola su un possibile suo amante misterioso. Sotto quello stringente interrogatorio, si ha poi, però, una lenta deviazione verso una diversa e tragica vicenda di oppressione: Rebecca sembra ricordare il terribile scenario di una fabbrica, che ha l'aspetto di un lager, dei treni, un campo di concentramento, dei bambini strappati alle loro madri. E tutto sembra prospettare che dietro queste persone mondane e di buona educazione si possano nascondere una vittima e il suo carnefice. Dal dramma, nel 1998, è stata tratta una versione televisiva per la Rai di Torino (sempre allestita da Harold Pinter). Come ha scritto Rodolfo Di Giammarco (in "Con Adriana Asti e Jerzy Stuhr arriva in tv un inedito Pinter", Repubblica – 18 dicembre 2005, pagina 65, sezione: Spettacoli): «...gli inediti 55 minuti di queste bellissime immagini costituenti un piccolo capolavoro autonomo vanno in onda oggi su RaiSat Premium alle ore 15,00, con conclusiva intervista alla Asti, all' interno del programma "Playtime" di Roberta Carlotto e Ariella Beddini. E' un' occasione preziosa, questa, per (ri)conoscere attraverso il piccolo schermo gli strumenti tematici avvincenti e misteriosi, il tipico linguaggio intimo e insieme metaforico, l'uso raccolto ma anche universale di una "stanza", e la presenza costante di una suggestione e di un monito nel teatro quasi cinquantenario di un drammaturgo che è il massimo genio mondiale in materia di conversation–pièce tesa a sondare l'animo umano e le aberrazioni politico–sociali. Qui, in "Ashes to Ashes (Ceneri alle ceneri)", si ritrova appunto questo concentrato d'identità. Da non perdere: gli insistiti primi piani televisivi, l'imponente e incombente spazio, la gestione delle voci e dei silenzi.».


Alessandra Serra, la traduttrice italiana storica di Harold Pinter, in una sua intervista ha detto: «Sono più di venticinque anni che lavoro per, e con Pinter. Quando, nel 1998, ha diretto Ceneri alle ceneri in Italia con Adriana Asti e Jerzy Sthur, oltre ad essere la traduttrice della commedia e l'interprete (Adriana e Jerzy non parlano l'inglese), sono stata anche sua aiuto–regista. E per quanto riguarda una traduzione quella è stata una verifica con V maiuscola. Gli attori si sono trovati benissimo, Pinter non conosce l'italiano ma capisce tutto e si trovava a suo agio...». ("Intervista ad Alessandra Serra, traduttrice del teatro di Harold Pinter", di Dori Agrosì in "Focus Personaggio", N.d.T. – La nota del Traduttore – http://www.lanotadeltraduttore.it/index.php).


lunedì 28 novembre 2011

Antonio Corsaro e la sua poesia mistica



padre Antonio Corsaro



Il 18 agosto del 1995, quindici anni addietro, moriva padre Antonio Corsaro, saggista e poeta di livello internazionale.

Nacque nel 1909 in provincia di Catania, a Camporotondo Etneo, e sempre amò il suo paese immerso nella nera lava (scriveva: «Sciara assolata Sahara ardente / nasce il mio male nasce il mio bene / Lontano chiama un mare ruggente / Sciara bruciata rocciose sirene // Dov'è l'amore l'eterno giardino // Notte di pietra nel cuore assetato / Fuoco dell'anima sangue fiorito / Son nudo in attesa l'occhio ammaliato / Notte di lava cielo stupito // Perché son nato in questo deserto //...»).

Rimasto orfano di padre, all'età di 12 anni entrò nel Seminario di Catania e fu ordinato sacerdote nel 1933. Dopo aver conseguito la maturità classica, si laureò in Lettere e Filosofia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, iniziando ben presto a interessarsi di poesia ermetica.

Antimilitarista convinto, lottò il fascismo rifiutando di partire per l'Etiopia come cappellano mi­litare e parteggiò per la guerra civile spagnola.

Ritornato a Catania nel 1938 per insegnare lettere in Seminario, nel 1941 pubblicò la raccolta di poesie Castello marino, accompagnata da una lettera di Carlo Bo che riporta tra l'altro: «Ca­ro Corsaro, tu mi chiedi per il tuo primo libro di poesie una nota che lo accompagni davanti al lettore... il tuo libro non ha bisogno di argini, vive immediatamente per le condizioni e la sincerità della forma... La conquista della tua parola non sarà, dunque, una cosa facile, non avrà nessuna idea di successo ma significherà un lavoro intero dell’anima, la soluzione di tutta una vita d’attesa, di volontà, di fiducia...».

Iniziò quindi a insegnare presso diversi Licei di Catania e provincia, divenendo un "Maestro" e una "Guida" per moltissimi giovani etnei (io lo ebbi impareggiabile professore d'Italiano presso l'Istituto San Benedetto nei tardi anni '60).

Fondò il periodico "Art Club" (1943–4), che su posizioni moderne si opponeva alle ormai superate forme artistiche tradizionali (un sacerdote che difendeva l'arte d’avanguardia – considerata allora deteriore – fu considerato un anarchico e suscitò polemiche a non finire, ma gli artisti nati dall'Art Club si fecero notare alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma).

Nel 1948 uscì la raccolta poetica Responsori, che gli meritò il "Premio Roma" (consegnatogli in Campidoglio nel 1949). Seguirono Plurabella (1950) e il Il Figlio dell’Uomo (1951), che tra­diva un'ansia pressante d'illuminazione religiosa (nella sua prefazione, il poeta Carlo Betocchi parlò di «un incontro di spiritualità terrestre e d'infocata saggezza religiosa»).

Alcune sue poesie furono inserite nell'Antologia della poesia religiosa contemporanea (1952) da Valerio Volpini che fece riferimento a un «verso che tende a farsi parola–canto... nell'espressione ingigantita da una necessità di aderire direttamente alla Verità... ...»). Fu poi la volta dei «balletti liturgici» Aaron (1953) – che arieggiva "Amphion" di Valéry (nel quale, tra gli alberi e le rocce, al suono della lira e del canto del poeta sono le stesse pietre a muoversi per costruire un altare) – e L'ombra del primo giorno..., fino al settimo (1953–4); cui seguirono il Responsorio dell’Avvento e il Responsorio della Passione (1954), la Pietra di solitudine e l'Antifone per una fanciulla santa (1955).

Negli anni '50 diresse la rivista letteraria "Cammino", curò il periodico "Tutta Sicilia", collaborò col quotidiano cattolico parigino "La Croix" (la sua attività letteraria assunse allora rilevanza europea), e creò la rivista "Incidenza" che – proponendosi di tentare un dialogo tra cattolici e marxisti – gli procurò contrasti con l'establishment cattolico istituzionale e la sospensione dal­l'insegnamento in Seminario.

Intellettuale vulcanico, col regista Gianni Salvo fondò il "Piccolo Teatro di Catania", ancora oggi attivissimo nel dare spazio e parola ai difficili autori di avanguardia (per il Piccolo, alla fine degli anni '70, Corsaro mise in scena alcune sue piéces teatrali).

Fu anche il teorico delle due correnti artistiche "Verticalismo" e "Universalismo".

Negli anni '60 fu tradotto in francese da Geneviève Burckhardt, che lo incluse nell’antologia Italie poétique contemporaine, e pubblicò Ritratto come quartina e L'isola dell’amore lunare. Nella stupenda Ballata della Mezzanotte e di Natale, così il poeta Corsaro si struggeva sull'eterno significato della nascita e della vita: «Nell'arco di un anno, / di un secolo o di molti secoli / severamente occupato / a distruggere / ricostruire e distruggere / un uomo ignaro o cosciente / dimentica il giorno della nascita / trascurando a suo danno / di chiedersi / col freddo che incombe / perché mai venne alla luce. /...».

Nel 1967 divenne assistente di Letteratura italiana presso il Magistero di Perugia e tra il 1968 e il 1982 assunse l'incarico d'insegnamento di Lingua e Letteratura francese presso l’Università di Palermo; in questo periodo pubblicò la traduzione di tutte le poesie di Mallarmé e numerosi saggi di critica letteraria; è sua una splendida traduzione di Mouchette di Georges Bernanos del 1980.

Nel 1982 scrisse la dolente autobiografia Diario d'un prete sciolto.

Padre Corsaro è stato un versatore quasi mistico e un sacerdote integro e disobbediente (in modo accorato così scriveva in una poesia: «Inebriato d'abisso / ho vagato / sempre solo / anche se molti avevo attorno. / Ho fatto mia dimora / il morbido bagno / dell'errore. / Ho bevuto / a goccia a goccia / il nulla / come medicina.»); privo di vanità e di ambizioni, è divenuto un rilevante punto di riferimento culturale (alla sua "poesia religiosa" ha dedicato un saggio P. Azzaro nel 1963).

Un plauso speciale deve essere fatto agli organizzatori della prima edizione del "Premio Antonio Corsaro", un concorso nazionale di poesia a tema libero, intitolato nel marzo del 2010 a questo indimenticabile poeta. (www.zam.it, News, 21/7/2010)

P.S. Per il teatro, Antonio Corsaro scrisse il saggio su Beckett e su Il nuovo teatro francese (1973) e i testi teatrali Pluto (pasticciaccio aristofanesco) (1978) messo in scena dal Piccolo Teatro di Catania , Le uova fatali della gallina volante e Operetta solubile nel fuoco pubblicati nelle Edizioni del Verticalismo , Commissario, ho fame, mi arresti! (1980) pubblicato su "Sicilia oggi" , e infine la sceneggiatura de I fiori del male di Baudelaire per il Teatro Gamma di Catania (regia di Gianni Scuto).

venerdì 25 novembre 2011

Jean–Louis Barrault, il mimo dolente di "Amanti perduti"



Jean–Louis Barrault



L'8 settembre del 1910 nasceva a Le Vésinet, Yvelines (nell'Île–de–France), il grande e celebrato attore–regista francese Jean–Louis Barrault.

Portato per il disegno, frequentò la scuola di Belle Arti esercitando diversi umili mestieri per vivere.

Tra il 1933 e il 1935 recitò nella compagnia di Charles Dullin, grande maestro che – con il "Cartel des Quatre" (insieme ad André Barsacq, Jean–Louis Barrault e Jean Vilar) – fu a capo di quel rinnovamento del teatro francese che sfociò nel «teatro popolare decentralizzato», fondato sulla improvvisazione e sulla pantomima (ebbe tra i suoi allievi anche Étienne Decroux, col quale Jean–Louis studiò mimo, Marcel Marceau e Roland Petit).

Barrault aveva appena 25 anni, quando ebbe modo di manifestare il suo eccezionale talento con la messa in opera dello spettacolo Autour d'une mère (Intorno ad una madre), tratto dal racconto "As I Lay Dying" (1935) di William Faulkner. Seguirono altri lavori sperimentali che fecero di lui uno degli interpreti più originali e noti del teatro francese e che lo portarono alla Comédie–Française: tutti celebrarono la sua splendida regia di Phèdre (Fedra) di Jean Racine.

Contemporaneamente lavorò per il cinema: notevoli furono le sue interpretazioni in Mademoiselle Docteur (1936) di Georg Wilhelm Pabst, Jenny, regina della notte (Jenny) (1936) e Lo strano caso del dottor Molineaux (Drôle de drame ou L'étrange aventure du Docteur Molyneux) (1937) di Marcel Carné (1937), e Delirio (Orage) (1938) di Marc Allégret.

Ma folgorante fu soprattutto la sua interpretazione del mimo Baptiste nel superbo film Les enfants du paradis (1945), il capolavoro di Marcel Carné. Lo stesso Barrault aveva suggerito a Carné e a Jacques Prévert (lo straordinario sceneggiatore del film) il tema ispirato alla vita del mimo–attore Jean–Gaspard Deburau, processato per l'uccisione di un uomo che aveva insultato la sua amante. Fu una impresa grandiosa: richiese due anni di intensa lavorazione con ben tre ore di pellicola che costarono l'enorme cifra di 60 milioni di franchi. L'interpretazione di Barrault fece di lui un mito intramontabile, una fulgida stella nel firmamento del cinema.

In Italia fu proiettata purtroppo una copia rivista, privata di tutte le pantomime e presentata con un titolo diverso: la traduzione letterale sarebbe stata quella de "I bambini del paradiso" (cioè "I ragazzi del loggione") ma si scelse il titolo molto criticato – ma a mio parere non meno suggestivo – di Amanti perduti. Il film racconta una storia d'amore, l'epopea dell’amore impossibile (con esito tragico) di Baptiste, bianco mimo «asessuato e dolente» (come ha scritto Marcello Clemente) che soleva dire: «La luna? È lassù, la luna: è il mio paese.».

Un rivale in amore, l'attore Lemaitre (interpretato dal grande Pierre Brasseur), parlando con Baptiste, così definisce quel che è il destino dell'attore: «...tu parli con le gambe, rispondi con le mani... Uno sguardo, un'alzata di spalle, due passi in avanti, un passo indietro, e op... perfetto, hanno compreso il Paradiso... Sì, comprendono tutto, perché sono povera gente, ed io sono come loro. Li amo, li conosco: la loro vita è assai piccina, ma fanno sogni splendidi, e non vorrei soltanto farli ridere, vorrei farli sognare, fremere d'emozione e di piacere...».

Baptiste è malinconicamente perduto d’amore per l’enigmatica e irraggiungibile cortigiana Garance, innamorata di molti, interpretata dalla magica Arletty (1898–1992), e Baptiste e Garance – complice Prévert – si scambiano le più belle parole del cinema (lui dice a lei: «Sognare e vivere è lo stesso: se non fosse così, a che varrebbe vivere? E cosa volete che m'interessi la vita? Non è la vita che amo, ma voi... È talmente semplice, l'amore...»; e lei risponde a lui: «Siete sempre stato in me, vi ho pensato ad ogni istante: voi m'avete impedito di invecchiare, di discendere, di rovinarmi. Trovavo la mia vita talmente misera, mi sentivo così sola. Ma dicevo: non dovrai mai essere triste, dovrai essere sempre lieta, perché qualcuno ti ha amato.»). E la giovane collega d'arte Nathalie, interpretata da Maria Casarès, che ama Baptiste senza speranza (perduta Garance, egli l'ha sposata senza amore dandole un figlio), con occhi innamorati gli dice: «È così, Baptiste... Chi ne ha colpa se è così? Ma intanto è una pena, una beffa... Giriamo in tondo come i fantocci di Francone: io t'amo, tu non m'ami affatto, e ami Garance, e Garance ama Federico...» (battute raccolte da Roberto Casalini).

E tutti – primari e comprimari – si muovono disperati sulla scena nell'impotente ricerca di una felicità impossibile! E la didascalia iniziale del film recita una morale eterna: «Il mondo è un palcoscenico in cui uomini e donne sono gli attori. Essi vi fanno i loro ingressi e le loro uscite.», e – scrive Roberto Nepoti – «L'assunto che muove l'operazione registica è quello di mostrare la vita come una rappresentazione che gli uomini inscenano nell'illusione di vivere.».

Seguirono altri film importanti, tra i quali: Il piacere e l'amore (La ronde) (1950) di Max Ophuls, Versailles (Si Versailles m'était conté) (1954) di Sacha Guitry e Il testamento del mostro (Le Testament du Docteur Cordelier) (1959) di Jean Renoir (una filmografia dal punto di vista qualitativo veramente immensa).

Barrault aveva intanto sposato nel 1940 Madeleine Renaud, una delle più ammirate primedonne della Comédie française (di 10 anni più grande), con la quale fondò nel 1946 la compagnia Renaud–Barrault che recitò come spettacolo inaugurale l'Amleto nella superba traduzione di André Gide. I due artisti lavorarono insieme prima presso il teatro Marigny, in seguito presso il Palais Royal, e s'imposero con i loro numerosi successi in Francia, in Europa e in Sud America (recitarono anche a Broadway riportando un vero trionfo, e a Jean Louis fu attribuito un Tony Award "speciale").

Fu un sodalizio durato tutta una vita e morirono quasi contemporaneamente a Parigi: lui spirò per un attacco cardiaco il 22 gennaio del 1994 (aveva 83 anni), lei lo seguì il 23 gennaio (aveva 94 anni).

E insieme furono seppelliti nel Cimitero Passy a Parigi (Jean–Louis colse nella vita quel sentimento imperituro che gli era stato negato nella finzione scenica!).

Dal 1959 Barrault fu chiamato da André Malraux (allora Ministro francese alla Cultura) a dirigere il mitico Teatro dell'Odeon di Parigi (e lo fece fino ai disordini del 1968, durante i quali gli studenti ribelli quasi distrussero il teatro: si disse che Barrault avesse tollerato quella intrusione violenta e avesse simpatizzato col movimento studentesco). Negli ultimi anni divenne il direttore del Theatre des Nations e nel 1974 fondò il Theatre d'Orsay, che diresse sino al 1981.

Già anziano, ritornò al cinema partecipando ai film di due registi italiani: Il mondo nuovo (La nuit de Varennes) (1982) di Ettore Scola, con Michel Piccoli e Marcello Mastroianni, e La luce del lago (La lumière du lac) (1988) di Francesca Comencini.

La nipote Marie–Christine Barrault ha seguito le orme del celebre zio, segnalandosi nel mondo della celluloide.

Mimo–poeta e attore tragico, Barrault fu l'artefice di un «teatro totale», in cui il testo, la scenografia, le luci, la musica e l'espressione corporea avevano pari dignità (aveva scritto: «Il corpo umano è uno degli strumenti più ricchi. La poesia del corpo umano non conosce limiti... Desidero soltanto che la poesia del corpo umano non scompaia...»).

Contribuì a far rivivere il teatro francese dopo la Seconda Guerra mondiale e si mosse con abilità tra gli autori classici, come Eschilo e Shakespeare, e gli autori contemporanei e d'avanguardia che fece conoscere al grande pubblico (come Albert Camus, Jean Anouilh, Jean Genet, Eugène Ionesco, Jean–Paul Sartre e Samuel Beckett).

Nel 1972 pubblicò l'appassionata autobiografia Memorie per domani (Souvenirs pour demain).


Aveva scritto: «In effetti sono le cose più semplici le più difficili da compiere. Leggere, per esempio. Avere l'abilità di leggere ciò che è scritto senza omettere nulla e allo stesso tempo senza aggiungere nulla di personale. Avere l'abilità di catturare l'esatto contesto delle parole che si sta leggendo. Essere insomma capaci di leggere!»; aggiunse, inoltre, alla maniera di Pirandello: «In ogni momento dell'esistenza, viviamo almeno su tre livelli: – essere – credere d'essere – volere apparire. Quello che siamo – lo ignoriamo. Per quello che crediamo d'essere – c'illudiamo. Per quello che vorremmo apparire – ci sbagliamo. E con questo, non siamo uno ma tre, e persino molti di più...» (in Jean–Louis Barrault, Réflexions sur le théâtre, 1949). ("Persinsala.it", 7 settembre 2010)

mercoledì 23 novembre 2011

Jacques Cousteau, il primo dei divulgatori scientifici



Jacques Cousteau



Cento anni addietro, l'11 giugno del 1910, a Saint–André–de–Cubzac, nei pressi di Bordeaux – non per caso sul fiume Garonna, sulla costa dell'Atlantico e sul vasto estuario della Gironda – nasceva Jacques Cousteau.


Grande oceanografo francese e non solo: fu esploratore degli abissi marini e navigatore ma anche celebre ecologista, documentarista, fotografo esperto in riprese sottomarine, e vivace comunicatore scientifico.

Figlio di un avvocato che viaggiava tanto per lavoro, iniziò a girare il mondo sin da bambino; era uno studente vivace e curioso (disse: «La felicità è conoscere e meravigliarsi»); convinto della fragilità dell'uomo e della natura, aveva anche detto: «Se non morissimo, non saremmo in grado di apprezzare la vita così come facciamo». Dopo aver studiato presso il prestigioso Collège Stanislas di Parigi, divenne allievo della École Navale di Brest e ufficiale cannoniere della Marina Militare, prendendo confidenza con l'acqua e con gli sport subacquei, e sperimentando il primo modello di occhialini per il nuoto subacqueo. Ideò anche l'aqua–lung (il primo autorespiratore ad aria per immersione subacquea, che rese possibile l'esplorazione sottomarina) e altri interessanti e preziosi presidi subacquei come la moderna macchina fotografica e la rivoluzionaria cinepresa, resistenti alla pressione dell’acqua. Un grave incidente d’auto a 26 anni mutò la sua vita: gli fu infatti consigliato per la riabilitazione il nuoto e fu così che imparò a gustare le «meraviglie del mondo del silenzio».

Nel 1937 sposò Simone Melchior, dalla quale ebbe i due figli Jean–Michel e Philippe (che presero parte a molte delle sue avventure scientifiche). Dopo la morte della moglie, sposò in seconde nozze Francine Triplet (con la quale aveva già avuto i figli Diane e Pierre–Yves) che lo aiutò nel suo lavoro scientifico.

Cousteau partecipò alla seconda guerra mondiale, sviluppando moderne tecniche di sminamento dei porti e di esplorazione dei relitti (egli stesso si definì un «tecnico oceanografico») e aprendo la via all'archeologia subacquea (fu sua la spedizione di scavo su un antico relitto nel Mediterraneo al largo di Marsiglia). Lavorò con la Marina Navale francese e nel 1950 fondò le Campagne Oceanografiche Francesi: gli fu affidato allora dal milionario irlandese Thomas L. Guinness un dragamine della Royal Navy inglese, che Cousteau chiamò Calypso, trasformandolo in un laboratorio mobile di ricerca per missioni oceanografiche (si meritò così gli epiteti di "Le Commandant", "Captain Cousteau" e "Moschettiere del mare").

Con la "Calypso" esplorò i mari e i fiumi di mezzo mondo (di quello che chiamava il «continente blu»), divenendo un esperto di tutte le forme di vita nell'acqua e producendo ben 50 libri di biologia subacquea e 120 film–documentari. Il mondo del silenzio (Le monde du silence), diretto da Louis Malle nel 1959 – certamente il documentario subacqueo più importante mai realizzato – e incentrato su un magico viaggio per l’Oceano Indiano e il Mar Rosso, vinse l'Oscar e la Palma d'oro al 9° Festival di Cannes (ne fu tratto un libro, tradotto in 20 lingue e venduto in 5 milioni di copie).

Nominato nel 1957 direttore del Museo Oceanografico di Monaco, diede vita a Tolone ad un gruppo di ricerca sottomarina, sperimentando l'immersione di lunga durata e le prime "case subacquee" ancorate al fondo, e creando sommergibili biposto da esplorazione che potevano raggiungere profondità di 350–500 m. sotto la superficie dell'oceano. Fu ammesso alla United States National Academy of Sciences e ideò con un gruppo di compagnie televisive americane (ABC, Métromédia, NBC) la serie di film The Underwater Odyssey of Commander Cousteau.

Uomo di grande libertà interiore, spesso in polemica con l'establishment politico, si spese per la diffusione della biologia subacquea, organizzando importanti campagne pubbliche a sostegno della natura e contro i programmi nucleari e lo scarico in mare di scorie radioattive, e a difesa dell'ecosistema marino, del pacifismo e dell'animalismo (soleva dire: «Ognuno ama ciò che gli piace, e ognuno ama quello che ci incanta... Eravamo giovani quando ci siamo dedicati alla scoperta, all'esplorazione... Eravamo giovani e pensavamo a noi stessi, alla realizzazione dei nostri sogni. Poi siamo diventati adulti... Allora l'interesse maggiore è diventato quello di raccontare le nostre esperienze, di coinvolgere gli altri nella nostra avventura... Solo attraverso la divulgazione, la crescita dei singoli poteva diventare la crescita dell'intera umanità.»).

Per questi scopi, insieme ai due figli, nel 1973 fondò la Cousteau Society, organizzazione non–profit che oggi conta più di 300.000 membri e che si occupa del benessere della vita oceanica (disse: «Oggi abbiamo percorso il mondo in lungo e largo, ne abbiamo svelato e raccontato i segreti. Ora bisogna impegnarsi per conservare tutto questo... Bisogna lottare perché tutti abbiano diritto a una vita felice in un pianeta ancora integro.»).

L’Alcyone – un veliero dotato di un nuovo sistema propulsivo denominato turbosail che prevede una fase di energia eolica – divenne il vascello ufficiale della "Cousteau Society".

Il 28 giugno del 1979 visse una tremenda tragedia umana: mentre la "Calypso" era in Portogallo per una spedizione, il secondo figlio Philippe (suo successore in pectore e co–produttore dal 1969) morì in un incidente nel fiume Tagus, nei pressi di Lisbona; da quel momento gli fu vicino il figlio maggiore Jean–Michel che collaborò con lui per circa 14 anni.

Divenuto un ricercatore scientifico molto stimato a livello internazionale, ricevette numerosi riconoscimenti, tra i quali il premio internazionale dell'ONU per l'ambiente, l'American Liberty Medal, il National Geographic Society's Centennial Award, e la nomina all'Académie Française (1989).

Con gran dolore del Comandante, l'11 gennaio del 1996 la "Calypso" fu urtata e affondata da una chiatta nel porto di Singapore; disincagliata, fu ricondotta in Francia e dovrebbe essere trasformata in museo. Nell'ultimo periodo di vita, lacerato dai conflitti familiari tra il primogenito e la seconda moglie per la successione e dai dissidi interni al suo team, Cousteau – che era divenuto molto pessimista – soleva dire che un pianeta ideale avrebbe dovuto avere un'umanità di non più di 100.000 persone, educate a rispettare la natura e il mare. Moriva il 25 giugno del 1997 a Parigi all'età di 87 anni; riportato e seppellito nella città di origine Saint–André–de–Cubzac, gli fu dedicata la strada su cui sorgeva la casa natale (che divenne "rue du Commandant Cousteau").


Nel 1991 Cousteau aveva proposto una Carta dei diritti delle generazioni future (che fu approvata dall’Unesco e che raccolse l'adesione di circa 100 Paesi nel mondo); essa tra l'altro recita: «Ogni generazione, nel condividere in parte l'eredità della Terra, ha il dovere di amministrarla per le generazioni future, di impedire danni irreversibili alla vita sulla Terra nonché alla libertà ed alla dignità umana.». ("Persinsala.it", 9 giugno 2010)

martedì 22 novembre 2011

Paulette Goddard, la tenera amante di Charlie il Vagabondo



Paulette Goddard



Cento anni addietro (il 3 giugno del 1910) nasceva a New York l'indimenticabile attrice cinematografica Pauline Marion Levy, meglio conosciuta come Paulette Goddard.

Nata da genitori divorziati, abbandonata dal padre (non si riconcilieranno mai, e lui dopo la sua morte in sfregio le lasciò soltanto un dollaro di eredità), visse un'infanzia di stenti con la madre.

Il prozio Charles Goddard (fratello del nonno) la sostenne economicamente e l'aiutò all'età di 13 anni a divenire un'attrice delle Ziegfeld Follies, scegliendo come pseudonimo il cognome della madre (Paulette era allora di una bellezza travolgente e faceva impazzire tutti gli uomini!).

Nel 1926 – ad appena sedici anni – sposò un magnate del legno col quale visse nel lusso per quattro anni, sino al divorzio che la rese una donna ricca. Andata a Hollywood con la madre, intraprese i primi passi della sua carriera: recitò con S. Laurel e O. Hardy, con B. Grable, L. Ball, A. Sothern e J. Wyman (costituendo le "Goldwyn Girls"), e con il comico E. Cantor col quale girò The Kid from Spain (1932). Ma fece un vero salto di qualità nel 1932 quando incontrò Charlie Chaplin, con il quale lavorò per circa otto anni.

Col primo film Tempi moderni (Modern Times) (1936), iniziò anche un sodalizio sentimentale: andarono a convivere nella casa di Chaplin a Beverly Hills ma Charlie la presentava come moglie (esistono però forti dubbi sul segreto matrimonio, avvenuto a Canton in Cina durante un giro del mondo). E il finale di questo film splenderà per forza poetica nella storia del cinema: due piccole figurine scure, due teneri e complici vagabondi, che insieme e felici percorrono – tenendosi per mano – il centro di una strada luminosa, lontano dagli stress del moderno mondo tecnologico e dinanzi a un sole che mai tramonta.

In tempi d'ipocrisia e di bigotto moralismo, la relazione more–uxorio della Goddard fece sì che la sua carriera subisse uno stop: non ottenne tra l'altro l'ambito ruolo di Rossella O' Hara in Via col vento (Gone with the Wind) (1939), in quanto non fu in grado di dimostrare d'esser veramente sposata. Nonostante ciò recitò in altri successi, tra i quali Il fantasma di mezzanotte (The Cat and the Canary) (1939) con Bob Hope, che le guadagnò un contratto di dieci anni con i Paramount Studios, e Donne (The Women) (1939) di George Cukor.

Del 1940 è la partecipazione al capolavoro di Chaplin Il grande dittatore (The Great Dictator), primo film sonoro del regista e ultimo del vagabondo, che con toni di feroce parodia narra di un barbiere ebreo che sul finire della prima guerra mondiale perde la memoria e resta confinato per venti anni in un ospedale psichiatrico militare; ritornato a Tomania e alla sua bottega nel ghetto, mostra il suo animo ingenuo ma tenace reagendo ai soprusi della polizia del malvagio dittatore Hynkel che perseguita gli Ebrei e provocando l'amore della bella Hanna.

Molto somigliante al barbiere ebreo, il dittatore viene scambiato per lui e arrestato; e il piccolo omino dagli occhi tristi – tenendo il suo primo discorso da dittatore – lancerà a tutto il mondo (e all'amata Hanna) un coraggioso messaggio di libertà e amore, che in tutti riaccende la speranza perduta (tra l'altro, Hitler era coetaneo di Chaplin e i due si somigliavano veramente).

Vietata in quasi tutta l'Europa dal 1940 al 1945, la pellicola uscì in Italia nel 1945 dopo la caduta del fascismo in versione integrale e sottotitolata. Il film, che fece il giro del mondo, trasformò la Goddard in una diva incontrastata ma purtroppo il rapporto col regista era ormai arrivato al capolinea (sembra che Paulette fosse anche indignata per il suo nome inserito nella parte bassa della locandina); si lasciarono nel 1942.

Seguirono ancora l'acclamato musical Follie di jazz (Second Chorus) (1941) con F. Astaire che le fece incontrare l'attore Burgess Meredith che divenne il suo terzo marito (si sa di un aborto patito da Paulette nel 1944); Sorelle in armi (So Proudly We Hail!) (1943), per il quale ricevette la sua unica nomination agli Oscar; Kitty (1945) di M. Leisen; Il diario di una cameriera (The Diary of a Chambermaid) (1946) di J. Renoir, girato insieme a Meredith; Gli invincibili (Unconquered) (1947) di C. B. DeMille; e La strada della felicità (On Our Merry Way) (1948) di K. Vidor.

In Italia la Goddard fu doppiata dalla grande Lydia Simoneschi (1908–1981), che negli anni '30 prestava la sua calda stupenda voce a tutte le più grandi dive di Hollywood.

La carriera di Paulette cominciò a declinare nei tardi anni '40 e, dopo aver partecipato a dei "B movies", lasciò il cinema e abbandonò l'America per andare a vivere in Europa.

Nel 1958 conobbe il grande scrittore tedesco E.M. Remarque (autore dell'immortale Niente di nuovo sul fronte occidentale): fu subito grande amore e si sposarono stabilendosi a Ronco nei pressi di Ascona, nel Canton Ticino.

Soltanto nel 1964 la Goddard si decise a recitare nel bel film italiano di F. Maselli Gli indifferenti, tratto dal famoso romanzo di A. Moravia che, con spietatezza, agli albori del fascismo guardava a un mondo piccolo borghese pieno di cinismo e indifferenza morale (la pellicola nel 1965 vinse il Nastro d'Argento per la migliore scenografia).

Paulette v'interpreta in modo superbo Mariagrazia, una madre stolta e cieca, «perduta nell’o­scu­rità» e risoluta a non voltarsi verso la verità, che – minacciata dalla rovina economica e dalla paura di diventare povera – lascia che il suo amante Leo (R. Steiger), uomo sensuale e corrotto, spadroneggi nella sua casa e sui suoi figli infelici, Michele (T. Milian) e Carla (C. Cardinale), ragazzi indifferenti e sfiduciati, che vivono attanagliati dalla noia in una soffocante vita abitudinaria.

Durante le riprese G. Di Venanzo, responsabile dell'ottima fotografia, lavorava per creare una im­magine «tragica, cadaverica, degenerata» con così poca luce che Paulette esplose: «Accendete la luce per favore, non ci si vede qui!».

Nel 1970 si spense Remarque, ma la Goddard non abbandonò Ronco (paese tra l'altro molto vicino a quello in cui vivevano Chaplin e la moglie Oona); ammalatasi di cancro al seno, morì il 23 aprile del 1990 per complicanze tardive (e a Ronco è stata sepolta, insieme alla madre e all'amato Erich).

Non ebbe figli, anche se quelli di Chaplin la ricordavano con affetto e Charles Jr, nel suo libro di memorie My Father Charlie Chaplin (1960), la citava come «una donna intelligente, deliziosa e amorevole».

Nel suo testamento, l'attrice lasciò più di 20 milioni di dollari alla New York University, che in suo onore le dedicò la Paulette Goddard Hall al 79 della Washington Square East in New York City. ("Persinsala.it", 3 giugno 2010)

lunedì 21 novembre 2011

Boris Pasternak, premio Nobel grazie a un editore italiano



Boris Pasternak



Boris L. Pasternak – poeta e narratore oltre che dissidente russo – moriva il 30 maggio di cinquant'anni addietro nel sobborgo moscovita di Peredelkino, nel 1960, controllato dal regime sovietico, incompreso dal mondo letterario russo e abbandonato dai suoi stessi concittadini.

Era nato a Mosca il 10 febbraio del 1890 da una colta famiglia di origini ebraiche: il padre era un pittore famoso (illustratore dei libri di Lev Tolstoj, che Boris frequentò) e la madre, una concertista. Si alimentò di vivaci esperienze intellettuali: scriveva «Vivere significa sempre lanciarsi in avanti... verso la perfezione, lanciarsi e cercare di arrivare...». Studiò composizione musicale e Filosofia presso l'università di Mosca ma poi abbandonò tutto per dedicarsi alla poe­sia.

Scritte sotto l'influsso dei futuristi (dai quali si allontanò poi, per privilegiare la scarnificazione del verso e l'intimismo), le sue liriche furono riunite in diverse raccolte, tra le quali Mia sorella vita che lo impose all'attenzione della critica. Negli anni '20 con i poemi L'anno 1905 e Il luogotenente Schmidt si volse alla storia, dando una sua lettura della rivoluzione del 1905 alla quale aveva aderito con entusiasmo.

Visse lo stalinismo, assistette impotente al carcere e al suicidio di molti amici (come quello del poeta Majakovskij, avvenuto nell'aprile del 1930, e al quale non aveva creduto; dinanzi alla maschera funebre di Majakovskij scrisse: «…la sua era un’espressione con cui si dà inizio, e non si pone fine alla vita. Era imbronciato e indignato»), e fu coinvolto negli orrori della guerra, ma nonostante tutte queste atrocità rimase sempre fedele al regime sovietico.

Sentimentalmente inquieto, nel 1922 sposò Evgenija – ragazza povera ma piena di slanci che nel suo diario aveva scritto di essere «alla ricerca del cerbiatto d'oro» – ed ebbe un figlio; divorziò nel 1931 e sposò nel 1934 l'amata Zinaida con la quale si trasferì in una dacia a Peredelkino. In Dichiarazione scriveva: «... / E io dinanzi al miracolo di mani, / schiena, spalle e di un collo di donna / con devozione di servo / la vita tutta riverisco /...». In Poesia d'amore con nostalgia declamava: «... / E di nuovo ricamerà la brina, / e di nuovo mi prenderanno / la tristezza di un anno trascorso / e gli affanni di un altro inverno, /... / Ma... / Il silenzio coi passi misurando / tu entrerai, come il futuro. / Apparirai presso la porta, / vestita senza fronzoli...».

Agli inizi degli anni '40 diede inizio alla composizione del romanzo autobiografico Il dottor Živago (rimasto unico e immortale) che, in modo grandioso e combinando stile lirico con spunti epici, ricostruiva gli aspetti bui della rivoluzione d'ottobre e si snodava per mezzo secolo mostrando la fragilità e la solitudine dell'intellettuale dinanzi alla Storia (aveva scritto: «Non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti, non hanno inciampato. A loro non si è svelata la bellezza della vita.»).

 Il testo fu aspramente criticato dagli intellettuali e bandito come "libello antisovietico" dal regime, e Pasternak fu considerato "un borghese deviazionista". Isolato e mortificato da gravi problemi economici, riuscì a far uscire dalla Russia il suo manoscritto, che fu pubblicato in Italia nel 1957 (nella traduzione di Pietro Zveteremich) grazie al fiuto e all'audacia della casa editrice Feltrinelli (valutato da Italo Calvino, il testo era stato respinto in precedenza da Einaudi). Il 20 maggio del 1956, consegnando il suo manoscritto a Sergio d'Angelo (collaboratore di Radio Mosca e incaricato di Giangiacomo Feltrinelli), Pasternak diede inizio a uno strepitoso caso culturale (disse: «Questo è il Dottor Živago. Che faccia il giro del mondo»).

In un contagio globale, il testo fu tradotto in ventinove lingue e venduto in milioni di copie, trasformando Pasternak nel testimone scomodo della realtà russa e nel simbolo della dissidenza. L'assegnazione del Premio Nobel nel 1958 – con la seguente motivazione: «Per le sue importanti conquiste nella poesia lirica contemporanea e nel campo della tradizione epica della grande Russia» – fu accolta in Russia come un pretestuoso insulto alla rivoluzione e scatenò un putiferio.

Poiché il premio Nobel prevedeva che l'opera premiata fosse scritta nella lingua dell'autore, la CIA intercettò un manoscritto in lingua originale e lo fece stampare con intestazione e caratteri tipografici russi. Minacciato dal KGB di espulsione e confisca dei beni (il premio era ormai divenuto un fatto politico di guerra fredda!), Pasternak rinunciò di ritirare il premio, dando un tributo d'amore alla patria oppressa e rimanendo a Mosca in una sorta di esilio volontario (nel novembre 1958 aveva scritto sulla Pravda «l'abbandono della Russia sarebbe la mia morte»).

Si ritirò nel silenzio di Peredelkino, lottando contro le censure del realismo socialista, sognando una Russia diversa, e difendendo gli esuli e gli internati. Scelse la miseria e le persecuzioni del regime – aveva scritto: «L'arte non è pensabile senza rischio e sacrificio spirituale di sé» – ma contribuì a dare inizio in Unione Sovietica al disgelo culturale.

La fama del libro trovò nuovo impulso grazie allo stupendo film tratto dal romanzo, diretto nel 1965 da David Lean, con Omar Sharif e Julie Christie (uno dei maggiori successi di Carlo Ponti). Il romanzo fu pubblicato ufficialmente in Russia soltanto nel 1988, grazie a Gorbačëv. Nel 1989, finalmente, il figlio dell'autore poté andare in Svezia per ritirare quel prestigioso premio che il padre era stato costretto a rifiutare.

Tra le altre migliori opere di Pasternak sono da ricordare Autobiografia e nuovi versi, an­ch'essa pubblicata per la prima volta in Italia nel 1958 (nella quale lo scrittore definiva la Mosca di fine secolo «angolo remoto, tanto pittoresco da sembrare favoloso... terza Roma... capitale dell'epoca eroica...»), e Il salvacondotto (testo autobiografico che racconta sia vicende di vita quotidiana sia il costruirsi di una vocazione intellettuale).

Mirabili sono anche le traduzioni in russo di diverse opere di Shakespeare, Goethe, Schiller, Verlaine, Shelley e altri. (www.zam.it, News, 26/5/2010)

venerdì 18 novembre 2011

Mario Pisu: attore e capofila d'una famiglia d'arte



Mario Pisu



Mario Pisu: attore e capofila d'una famiglia d'arte

Cento anni addietro, il 21 maggio del 1910, nasceva a Montecchio Emilia il celebre attore e doppiatore Mario Pisu, morto prematuramente a Velletri il 17 luglio del 1976.

Uomo affascinante e dotato d'innata signorilità, fu un attore incisivo e misurato e si fece notare anche nelle parti di secondo piano. S'impose in palcoscenico nei primi anni '30 recitando con immensi monumenti del teatro, quali Gino Cervi, Paolo Stoppa e Andreina Pagnani.

Ceduto al cinema, esordì nel 1935 con Passaporto rosso di Guido Brignone e a questo periodo appartengono anche i due vecchi film girati col grande attore comico catanese Angelo Musco L'aria del continente (1935) di Gennaro Righelli e Re di denari (1936) di Enrico Guazzoni.

Da allora con la sua elegante prestanza si divise tra teatro, cinema, doppiaggio, radio e televisione.

La sua filmografia – che si estende senza pause per un lungo periodo dal 1935 al 1976 – comprende circa 90 film: sono da ricordare le interpretazioni nei film Addio, Kira! (1942) di Goffredo Alessandrini, Mio figlio professore (1946) di Renato Castellani, Il vedovo allegro (1949) di Mario Mattoli, Io sono il Capataz (1950) di Giorgio Simonelli, Totò all'inferno (1955) di Camillo Mastrocinque, Anni ruggenti (1962) di Luigi Zampa e I compagni (1963) di Mario Monicelli. Degni di nota sono, però, soprattutto i ruoli in Otto e mezzo (1963) e Giulietta degli spiriti (1965) di Federico Fellini, che lo fecero conoscere anche al pubblico internazionale.

Fu a lungo un doppiatore della CDC di Roma: è sua la profonda voce pastosa degli immortali divi Walter Pidgeon, John Wayne, Fred MacMurray, Karl Malden, Gregory Peck, Robert Mit­chum, Victor Mature e Anthony Quinn; prestò pure la sua voce a Saro Urzì (in diversi film della serie di Don Camillo) e a Raf Vallone nell'indimenticabile film Il cammino della speranza; ed è sua la nostalgica voce narrante dello stupendo La terra trema di Luchino Visconti.

Coltivò anche la grande prosa radiofonica degli anni '50 insieme con Rina Morelli, Carlo D'Angelo e Sergio Tofano, e negli anni '60 fu il sensibile interprete di importanti sceneggiati televisivi, tra i quali I grandi camaleonti (1965), tratto da un testo di Federico Zardi e diretto dal grande Franco Enriquez, e Il Circolo Pickwick (1968) diretto da Ugo Gregoretti (in cui interpretava il ruolo del protagonista Samuel Pickwick).  

Mario Pisu non fu però soltanto attore e doppiatore: nel 1954 girò da regista La grande avventura (di cui fu anche uno degli sceneggiatori) con gli attori Ave e Carlo Ninchi, Luigi e Nino Pavese, Mara Lane, Gino Cervi e Gualtiero De Angelis.

Il film è citato da R. Chiti e R. Poppi nel 2° volume del loro Dizionario del cinema italiano (Gremese, 1991) come opera degna anche se non perfettamente riuscita (e rimasta unica a causa della cattiva riuscita commerciale).

La trama non è banale, anzi è oggi di stringente attualità (ricorrendo i 150 anni della fondazione della Repubblica Italiana): essa ruota attorno a un gruppo di patrioti che, dopo Novara, accorrono a Roma per contribuire alla difesa della Repubblica (anche un gruppo di ragazzini bolognesi fugge da casa per militare nelle file dei garibaldini). A un patriota milanese viene affidato il difficile incarico di consegnare al governo della Repubblica una grossa somma di sterline, raccolta tra gli emigrati italiani in Inghilterra, ma un'avventuriera – presentatasi come la sorella di un garibaldino – cerca di sottrarre all'uomo il denaro.

Sventato questo tentativo, il patriota – ferito da due agenti segreti inviati dal governatore militare di Milano – viene salvato dai ragazzini bolognesi, uno dei quali Mustafà (a costo della vita e ferito a morte) riesce a portare a compimento la missione, consegnando il denaro ai garibaldini. Ed è proprio la recitazione piuttosto inadeguata di questi giovani attori presi dalla strada (secondo il gusto neorealista) che fu soprattutto rimproverata al regista.


Capostipite di una famiglia di attori, Mario Pisu aprì la strada al fratello – attore comico – Raffaele Pisu (nato nel 1925) e al figlio Silverio Pisu (1937–2004), attore, doppiatore, cantante e scrittore (è stato tra l'altro lo sceneggiatore–narratore del Cantafiabe nella celeberrima collana delle Fiabe Sonore della Fabbri Editori, che ha ammaliato diverse generazioni di bambini). Anche il nipote Antonio Pisu (nato nel 1984) – figlio di Raffaele – ha ricalcato le sue orme, distinguendosi ultimamente per il suo ruolo nel film Il papà di Giovanna (2008) di Pupi Avati. ("Persinsala.it", 21 maggio 2010)

giovedì 17 novembre 2011

Peter Pan, l'immortale alter ego di James Matthew Barrie



James Matthew Barrie


Centocinquanta anni addietro (il 9 maggio del 1860) nasceva in Scozia James Matthew Barrie, creatore di Peter Pan, protagonista dei due fantasiosi libri per ragazzi Peter Pan nei giardini di Kensington (1906) e Peter Pan e Wendy (1911).

Straordinaria è soprattutto la versione teatrale Peter Pan (ovvero Il bambino che non voleva crescere), che nel 1904 ha preceduto la comparsa dei romanzi. La magica storia è nota: il giorno in cui è nato, Peter Pan è scappato via nei giardini di Kensington ed è rimasto un eterno bambino che «non vuole andare a scuola e imparare cose serie» e che non vuol crescere perché desidera soltanto spassarsela (nel suo commento alla pièce teatrale Barrie scriveva: «Forse lui pensa così, ma è solo la sua più grande finzione»). Peter Pan è un sognatore «vestito solo di foglie d’autunno e ragnatele» che vive con le fate («quando un bambino ride per la prima volta, la risata si rompe in mille pezzi che si allontanano saltellando e questo è l’inizio delle fate») a un indirizzo veramente fantastico: «seconda stella a destra e poi diritto fino al mattino».

Insieme con la piccolissima fatina luminosa Trilly, Peter giunge in casa Darling – in cerca della sua ombra persa qualche giorno prima – e convince Wendy («Dimenticali Wendy, dimenticali tutti.... vieni con me dove non dovrai mai pensare alle cose dei grandi!») e i fratellini John e Michel a partire con lui per un viaggio straordinario verso l'isola Chenoncè, abbandonando babbo, mamma e la fedele cagna–baby sitter Nana e lasciando tutti nella più nera disperazione.

E Peter insegna ai ragazzi «a saltare sulle spalle del vento» volando via lontano e li coinvolge in meravigliose avventure, inclusa la lotta acerrima contro Capitan Uncino (cui ha tagliato una mano che è stata mangiata da un coccodrillo, alle cui fauci alla fine lo condannerà definitivamente). A proposito del testo teatrale e presentando Nana, scrive Barrie: «L’unica occupante della stanza è attualmente la Tata Nana, coricata, non come puoi aspettarti su una comoda poltrona, ma sul pavimento. Lei è una Terranova… L’orologio a cucù segna le sei e Nana fa un salto nella vita. Questo primo momento della commedia è molto importante perché se l’attore che fa Nana non salta davvero noi siamo rovinati… Tutti i personaggi, grandi o piccoli, devono avere una prospettiva infantile sulla vita come caratteristica più importante. Se non possono fare a meno di essere divertenti. Sono pregati di andare via.».

James Matthew Barrie non ha avuto vita facile. Nacque in una cittadina a nord di Edimburgo ma perse in età infantile un fratello (adorato dalla mamma) mentre pattinava sul ghiaccio e ciò segnò profondamente la vita sua e di sua madre, spingendolo a mantenere e a ricercare in sé per sempre quelle tracce della fanciullezza perduta, quel Peter Pan che noi tutti conserviamo nel nostro io profondo (James era tra l'altro un individuo piccolo e gracile che tentava di attirare l'attenzione su di sé, raccontando storie).

E nel tempo, Peter Pan è divenuto il simbolo – non sempre positivo – dell’adulto in fuga dalla realtà.

Giornalista e scrittore di libri sentimentali e commedie, Barrie amava camminare per i giardini di Kensington a Londra con l'amatissimo cane di San Bernardo Porthos, allegro compagno di passeggiata. Sposò un’attrice e non ebbe figli (forse il matrimonio non fu mai consumato) ma si legò successivamente a Sylvia Llewellyn–Davies e a tre dei suoi cinque figli che aveva incontrato nei giardini di Kensington e per i quali aveva scritto le magiche avventure di Peter Pan e capitan Uncino. Purtroppo questo legame finì tragicamente con la morte prematura di Sylvia e di due dei ragazzi (ai quali James era legato da un affetto quasi morboso), e Barrie si ritrovò nuovamente solo e infelice.

Non perse però il suo humour, a dimostrazione che il serio e il faceto possono coesistere nello stesso individuo. Fatto baronetto dalla regina, divenne Rettore dell’Università di Edimburgo ove si era laureato in Giurisprudenza. Ha ceduto generosamente tutti i diritti del suo libro all'ospedale per bambini "Great Ormond Street Hospital" di Londra.

Diversi i film sono stati tratti dal geniale testo teatrale di Barrie. Il primo è stato il film muto Peter Pan (1924) di Herbert Brenon. Il secondo e forse più importante è il film di animazione prodotto da Walt Disney Le avventure di Peter Pan (1953) per la regia di C. Geronimi, W. Jackson e H. Luske (nel quale Corrado Pani doppiava Peter Pan); questo film ha avuto un sequel in Peter Pan Ritorno all'isola che non c'è (2002) di D. Cook e R. Budd, girato per celebrare il centenario dalla prima comparsa di Peter Pan. Seguirono: Hook Capitan Uncino (1991) di Steven Spielberg con un Peter Pan adulto interpretato da Robin Williams, e l’ultima versione cinematografica Peter Pan (2003) – forse la più fedele trasposizione del romanzo a parte il contestato finale – diretta da P.J. Hogan (nonostante i tanti effetti speciali, non è stata però coronata dal successo). Infine nel 2004 è stato girato il film Neverland Un sogno per la vita di M. Forster (tratto dalla commedia teatrale The who was Peter Pan di Allan Knee), che racconta la vita di Barrie, con Johnny Depp nel ruolo dello scrittore.


Leonard Bernstein ha composto le canzoni e la musica per un Peter Pan teatrale (1950) e in Italia un musical di successo (2007) con Manuel Frattini ha utilizzato l'album di Edoardo Bennato Sono solo canzonette – basato su Peter Pan e sui personaggi delle storie di Barrie – vincendo il "Riccio d'Argento" come Miglior spettacolo dell'anno nella rassegna "Fatti di Musica" diretta da Ruggero Pegna. ("Persinsala.it", 8 maggio 2010)


martedì 15 novembre 2011

Bjørnstjerne Bjørnson, apripista del teatro moderno



Bjørnstjerne Bjørnson



Cento anni addietro, il 26 aprile del 1910, moriva a Parigi il grande drammaturgo norvegese Bjørnstjerne Martinus Bjørnson, Premio Nobel per la Letteratura nel 1903.

Nato a Kvikne nel 1832, contribuì alla nascita della drammaturgia scandinava, grande e moderna nell'affrontare con consapevolezza e serietà morale i conflitti sociali, i dissidi familiari e la condizione dell'uomo nell’Ottocento: per intenderci, quella di Ibsen – che fu un suo giovane compagno di studi (scrisse Bjørnson: «Peer Gynt è magnifico, soltanto un norvegese può capire com'esso è bello») – e di Strindberg, il drammaturgo svedese che con crudezza diceva di scrivere con l’ascia e non con la penna i suoi «capolavori di dura psicologia».

Figlia di questa drammaturgia fu anche l'alta filmografia nordica di Victor Sjöstrom, Carl Theo­dor Dreyer e Ingmar Bergman.

D'altra parte, quella fu certamente l'età d'oro della letteratura scandinava: come dimenticare Selma Lagerlöf (prima donna e primo scrittore svedese a vincere il Nobel nel 1909) o la scrittrice norvegese Sigrid Undset (interprete dei problemi della donna moderna e premio Nobel nel 1928).

Figlio di un umile pastore protestante, portatore di una rigida osservanza religiosa (e questo fu un background comune agli autori scandinavi citati, tutti soffocati da un repressivo e grigio ambiente piccolo–borghese), Bjørnson studiò prima a Molden e poi a Oslo ma non riuscì a concludere gli studi universitari, dedicandosi giovanissimo al giornalismo e alla drammaturgia.

Visse con volitivo entusiasmo e con senso radical–liberale lo spirito rivoluzionario che serpeggiava nell’Europa del tempo. Durante un soggiorno a Copenaghen si diede allo studio approfondito della filosofia esistenzialista di Kierkegaard, dalla cui opera trasse vivo nutrimento.

Coinvolto attivamente nel movimento per la creazione di un Teatro Nazionale Norvegese, fu direttore del teatro di Bergen (dove prima di lui aveva primeggiato Ibsen) e passò poi al teatro di Oslo, prendendo familiarità con la rappresentazione teatrale e con la polvere del palcoscenico.

Tra il 1860 e il 1863 viaggiò in lungo e in largo, lontano dai grigi e piovosi luoghi nativi, andando in America, Francia, Germania e Italia (che amò tanto da ritornarvi tra il 1873 e il 1875, e che lo ricambiò traducendo in italiano nella prima metà del Novecento quasi tutte le sue opere).

Numerosissimi i drammi scritti: i primi di argomento storico (Tra le battaglie), i secondi ispirati alle antiche saghe (Hulda la zoppa, Re Sverre, e Sigurd il Cattivo), i successivi di tematica sociale (Gli sposi novelli e La figlia del pescatore), gli ultimi volti alle inquietudini che dilaniavano la borghesia del tempo, della quale svelò ipocrisie, compromessi e crisi morale (Il redattore, Un fallimento, Il Re – che coincise con una grave crisi religiosa e il rifiuto dei dogmi della Chiesa – , Il nuovo sistema, e Leonarda).

Scrisse anche numerosi racconti: La fattoria del sole, prima opera, fresca e significativa, che gli diede fama in tutta la Scandinavia, cui seguirono Racconti brevi e Poesie e Canzoni (antologia di ballate e canti popolari che conteneva «Si, noi amiamo questo paese», che divenne l'inno nazionale norvegese). 

Nel 1882 abbandonò la Norvegia e rimase per cinque anni all'estero; in questo periodo i suoi temi ruotarono intorno a una nuova morale fondata sulle verità scientifiche: Un Guanto e Al di là delle nostre forze, una famosissima pièce e un grande classico del teatro nordico in cui combatté l'«esigenza dell'impossibile» propria del Cristianesimo (parabola sullo scacco dell’uomo che, accorgendosi di una religione che ha bisogno dei miracoli, si rivolge alla scienza); assente in Italia da più di cinquant’anni, in occasione del centenario dalla morte dell'autore, il test è stato riportato in libreria da Iperborea con la collaborazione dell’Ambasciata Norvegese in Italia.

Seguirono Laboremus e Paul Lange e Tora Parsberg, opere alquanto appesantite da malcelati intenti educativi (l'apostolo politico prendeva il sopravvento sul poeta). Negli ultimi anni di vita ritornò, però, all'antica semplicità e all'ingenuo lirismo dei primi anni col romanzo Mary e con la commedia Quando fiorisce il vino nuovo, opere d’impianto realista ma in un tenue ammanto lirico.

Nell’ambito delle iniziative per la celebrazione dell’anno di giubileo per la Norvegia in Italia, il 15 aprile si è celebrato a Roma il convegno “Bjørnstjerne Bjørnson e l'Italia: letteratura, arte, politica”, che ha approfondito i soggiorni romani del drammaturgo tra il 1860 (in pieno Risorgimento) e il 1908, e che ha visto il coinvolgimento dell’Istituto di Norvegia e del Circolo scandinavo, antico luogo d’incontro degli artisti del nord che quest’anno celebra i 150 anni dalla sua fondazione: vi sono fermati tra gli altri Bjørnson e il grande compositore norvegese Edvard Grieg, che ha musicato una delle sue opere maggiori (il poema lirico Bergliot) e che nel 1871 ebbe modo di scrivere sul libro degli ospiti del Circolo: «Qui ho trovato la quiete necessaria per approfondire la conoscenza delle grandiosità che mi circondano… sento che quaggiù si sviluppa uno sguardo più libero e versatile sul mondo e sull’arte nel suo insieme...»).


Il 16 aprile si è tenuto a Milano un analogo convegno con il coinvolgimento degli Insegnamenti di Scandinavistica dell’Università di Milano e con la collaborazione della Reale Ambasciata di Norvegia. (www.zam.it, News, 26/4/2010)

lunedì 14 novembre 2011

Mark Twain, il cantore della frontiera americana



Mark Twain



Cento anni addietro (il 21 aprile del 1910) moriva a Redding nel Connecticut Mark Twain – pseudonimo di Samuel Langhorne Clemens (nato in Florida nel Missouri il 30 novembre 1835) – , celeberrimo scrittore e umorista definito da William Faulkner come il «primo vero scrittore nord–americano».

Insieme al poeta quasi contemporaneo Walt Whitman, grazie alla sua lingua original–proletaria densa di slang e di colorite espressioni dialettali e grazie al suo esser autenticamente "yankee" nell'esprimere lo «spirito dorato» del pionerismo dell’America della prima metà del secolo, anticipò forme e temi della moderna narrativa americana e su di lui si modellarono i migliori scrittori del Novecento americano.

Figlio di un magistrato–commerciante in difficoltà economiche, trascorse i primi anni della sua vita in una deliziosa casetta a Hannibal, piccola cittadina di frontiera sulle rive del Mississippi, e secondo lo stereotipo del grande sogno americano si fece da sé: fu apprendista tipografo, pilota di battelli a vapore sul Mississippi (e il suo pseudonimo «segna due braccia» era appunto un grido dei battellieri), cercatore d’argento in Nevada e California, avventuriero, globe–trotter per gli Stati Uniti e il mondo, e infine giornalista satirico (alcuni suoi noti aforismi di sconcertante attualità sul giornalismo così recitano: «Il giornalista è colui che distingue il vero dal falso, e pubblica il falso... Prima raccogli i fatti, così in seguito potrai distorcerli come ti pare... L’am­maestramento fa cose meravigliose... I giornalisti onesti ci sono. Soltanto costano di più... Esistono leggi per proteggere la libertà di stampa, ma nessuna che faccia qualcosa per proteggere le persone dalla stampa»).

Nel 1867 arrivò a New York, ove nel 1870 sposò Olivia Langdon, ragazza della ricca borghesia industriale; si fermò quindi a Hartford nel Connecticut, iniziando una brillante carriera di conferenziere (la sua casa è stata trasformata in un museo a lui dedicato). Dissacratore del conformismo, con i suoi racconti «tall» (stravaganti ed esagerati) celebrò lo spirito d’avventura interpretando i sogni e le sconfitte della "nuova frontiera"; nonostante un’accoglienza talora contraddittoria dei suoi libri, nel ventennio successivo raccolse fama e riconoscimenti per la sua geniale statura letteraria.

Notevole anche il suo impegno sociale: fu difensore della scienza e del metodo scientifico, s’impegnò contro il razzismo e – su posizioni pacifiste – divenne una figura di rilievo della Lega anti–imperialista americana.

I suoi libri più importanti includono: Le avventure di Huckleberry Finn, Le avventure di Tom Sawyer, La tragedia di Wilson lo zuccone e Il principe e il povero (testi sempreverdi, veri capisaldi della letteratura per ragazzi), Un americano alla corte di re Artù e l’autobiografico Vita sul Mississippi. In occasione della censura subita per un suo testo ebbe occasione di scrivere a un amico: «Solo ai morti è permesso dire la verità».

Scrittore anticonformista, nutrito di sentimenti anti–borghesi ma combattuto tra l’istinto a demolire e il rispetto per la cultura, così scriveva: «Non ho mai cercato in alcun caso di rendere colte le classi colte... Ma sono sempre andato alla caccia di una selvaggina più grossa: le masse; raramente mi sono riproposto d’istruirle, ma ho fatto del mio meglio per divertirle.».

Due suoi libri, Lettere dalla Terra e Lo straniero misterioso, considerati blasfemi, furono pubblicati postumi diversi anni dopo la sua morte; negli anni ’60 presso l’Università di Berkeley in California una équipe di studiosi, sotto la direzione di F. Anderson, ha iniziato a curare la raccolta e la pubblicazione di tutti i suoi numerosi testi inediti "scampati al rogo" da parte degli stessi familiari–eredi.

Le difficoltà a essere compreso e accettato (era in effetti uno scomodo testimone) e gli ostacoli a pubblicare provocarono in Twain una forte crisi ideologica accompagnata da senso di alienazione e perdita d’identità, e una profonda depressione favorita sia dai problemi economici (era fallita la sua casa editrice ed erano divenuti esigui i suoi proventi letterari), sia dalla scomparsa dell’adorata Livy – cui rimase fedele tutta la vita nonostante il suo continuo vagabondare – e di tre dei suoi quattro figli. A questo apparente declino, corrispose il trasmutare del suo umorismo gaio e lieve in un pessimismo amaro e sconfortato che lo portava a idealizzare il mitico passato della sua nazione.

Tra il 1891 e il 1900 fu in Europa, spintovi da problemi finanziari e di salute, ma per fortuna negli ultimi anni di vita incontrò il noto petroliere Henry H. Rogers che lo aiutò finanziariamente e moralmente: divennero amici, sodali di gioco e di bisboccia, e compagni di viaggio. Rogers morì improvvisamente a New York nella prima metà del 1909, e meno di un anno dopo Mark Twain lo seguiva nella tomba.

Con vivacità e tono picaresco, nei suoi principali romanzi, Mark Twain narra le avventure straordinarie di due ragazzi che con le loro imprese strampalate tentano di superare i contrasti insiti nella loro età, esorcizzando ansie inconsce che sono quelle di tutti gli individui americani del suo tempo: i problemi razziali e le divisioni di classe (Mark guardò agli schiavi neri con senso di solidarietà e spirito di denuncia), la guerra civile (che lo sconvolse per la tremenda contrapposizione fratricida), i rischi di un eccesso di civiltà che provocava «un illimitato moltiplicarsi d’inutili necessità» (fu deluso dal venir meno dei valori del progresso economico–sociale e dalle sempre crescenti interpretazioni materialistiche della realtà), e infine i guasti provocati dai repressivi puritani metodi educativi del tempo (aveva scritto criticamente: «Non ho mai lasciato che la scuola interferisse con la mia educazione»).

E il fiume Mississippi – agognato luogo della memoria di Mark – è divenuto un sogno mitico di liberazione catartica nell’immaginario dei lettori di ieri e di oggi. (www.zam.it, News, 30/11/2009)