martedì 1 novembre 2011

Gunnar Björnstrand, uno degli alter–ego di Ingmar Bergman


Gunnar Björnstrand

Cento anni addietro (il 13 novembre del 1909) nasceva a Stoccolma Gunnar Björnstrand, pseu­donimo di Knut Gunnar Johnson, grande attore svedese che a buon titolo si può considerare tra i più significativi interpreti della filmografia mondiale (morì a Stoccolma il 26 maggio 1986).


Il suo notevole talento d’attore è stato esaltato dalla lunga collaborazione con il grandissimo re­gista svedese Ingmar Bergman, con il quale tra il 1946 (Piove sul nostro amore) e il 1982 (Fanny e Alexander, vincitore di Oscar) girò 22 dei suoi 180 film. Appartenente a una famiglia di attori, Björnstrand tentò diverse carriere prima di completare gli studi alla Royal Dramatic Theatre School e di ricalcare la professione del padre (anche la figlia Veronica è un’ottima attrice). Sebbene conosciuto a livello internazionale, i suoi film sono stati prevalentemente girati in Svezia.

Incisivo e versatile, Björnstrand fu spettacolare sia nelle commedie sia nei drammi e prestò il suo volto rigido e intenso ai personaggi del difficile cinema di Bergman, un cinema con forte carica letteraria che sapeva interpretare la società e i suoi mutamenti anche meglio della letteratura, un cinema che oltre a riportare i fatti li analizzava impietosamente proiettando gli incubi del­l’uomo moderno e usando un vero “bisturi dell’anima”.

Björnstrand diede verità psicologica ai protagonisti dei «frammenti romanzati» della contorta vita privata del regista di cui divenne un alter–ego, a individui tormentati da dubbi e tentazioni, a mariti intrappolati nella gabbia del matrimonio che inutilmente rincorrono l’amore nell’a­dulterio («un diversivo prima della morte... una giungla d’impulsi impenetrabile»), a esseri u­mani attanagliati dal vuoto e dall’ipocrisia, a complicati intellettuali afflitti da grandi o piccole miserie (capaci di enormi infamie ma anche di infiniti dolori), a tutta una serie cioè di «anime invalide, mutilate nei sentimenti».

Fu il film Spasimo (1944) di Alf Sjoberg (con sceneggiatura di Bergman) a dargli la prima notorietà ma la fama vera e propria arrivò con le raffinate e ironiche interpretazioni nelle due com­medie di Bergman Donne in attesa (1952) e Una lezione d’amore (1954): quest’ultima fu definita da François Truffaut «una strepitosa commedia alla Lubitsch».

Indimenticabile la sua interpretazione di Jöns, il cinico scudiero del cavaliere Antonius Block–Max von Sydow (grande immagine di lottatore contro un nemico invincibile) ne Il settimo sigillo (1956); questo film religioso di Bergman è ambientato in Svezia nel 1349 durante una tremenda epidemia di peste ed è stato girato quando il regista (figlio di un pastore protestante, segnato dal severo puritanesimo del padre) conservava ancora un barlume di fede. La Morte – l’indesiderata visitatrice – mostra al Cavaliere il suo tremendo biglietto da visita: la falce che recide la vita dell’Uomo. Antonius e il suo scudiero Jöns–Björnstrand (il primo – allo stesso modo di Bergman – dubbioso di Dio a causa del Suo silenzio; il secondo ironico, indifferente e privo del conforto della Fede) sono ritornati entrambi in Svezia dopo dieci anni di Crociate, angosciati per le morti provocate e per le brutture compiute nel nome di Dio.

Un Bergman depresso e preoccupato dal pericolo del conflitto nucleare, in Lanterna magica (Garzanti), ha confessato che filmare la Morte che giocava a scacchi con Antonius gli era servito per esorcizzare la sua «monumentale paura della morte».

Ma ancor più straordinaria è l’interpretazione di Björnstrand in Luci d’inverno (1962): è Tomas Erikson, un povero prete di campagna che ha perso la fede, e la sua recitazione asciutta e rigorosa, il suo viso magro e tormentato, erano perfetti a rappresentare il dubbio interiore e l’angoscia esistenziale di un uomo in crisi, e assolutamente adatti allo stile algido e austero del film di Bergman.

Notevole anche la sua interpretazione di David, scrittore di successo che viaggia molto e che trascura i figli in Come in uno specchio (ha avuto l’Oscar quale miglior film straniero nel 1961), il cui titolo è stato tratto dalla prima lettera di San Paolo ai Corinti: «Adesso noi vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, allora vedremo faccia a faccia». Ha scritto Aldo Garzia: «Il personaggio di David racchiude due menzogne: quella di Bergman, che cercava di difendersi da tutto quello che minacciava la propria vita artistica, e quella dell’attore Gunnar Björnstrand che si era convertito al Cattolicesimo con inaudita, profonda sincerità e passione.».

Gunnar – attore di riferimento di Bergman – nel suo percorso esistenziale conquistò quella fede che il regista aveva perduto, e questo fatto in qualche modo forse li allontanò riducendo la frequenza della loro collaborazione (a Sebastian, uno dei protagonisti del film Il rito, Bergman fa dire: «Non ho mai avuto bisogno di nessun Dio o di salvazione o di vita eterna. Io sono il mio proprio Dio, mi fornisco i miei angeli e demoni.»).


Gunnar Björnstrand diede grandi interpretazioni anche negli altri film bergmaniani Il posto delle fragole (1957), Il volto (1958), L’occhio del diavolo (1960), La vergogna (1968) e Sinfonia d’autunno (1978). (www.zam.it, News, 13/11/2009)

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