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venerdì 24 maggio 2013

Dante e le parole d’amore eterno nella Divina Commedia


     Paolo e Francesca                                      Dante e Beatrice



                                                                                                                                                                                                                                                      
                                                                                                                           


Paradiso di Eimuntas Nekrošius



Dante Alighieri ha scritto altre indimenticabili parole d’amore eterno nell’Inferno, nel brano dedicato a Paolo e Francesca. Con i suoi versi, Dante nobilitò un fosco fatto di cronaca nera svoltosi nel 1285: Francesca, figlia del signore di Ravenna Guido da Polenta il Vecchio, era stata data in sposa a Gian Giotto Malatesta (un uomo brutto e repellente), avendone anche una figlia. Francesca s’innamorò però del fratello del marito (elegante e bello ma sposato e padre di due figli) e venne colta in flagrante adulterio dal marito che la uccise. La mitologia romantica ha poi trasformato Francesca nell’emblema della donna che si perde, travolta dall’amore fatale:  forza indomita cui non si può resistere.

Nel Canto V Paolo e Francesca, inclusi nella schiera dei “peccatori carnali”, sono costretti a essere trascinati da un furioso vento di tempesta nell’oscurità dell’Inferno: «[…] Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende / prese costui de la bella persona / che mi fu tolta; e ’l modo ancor m’offende. / Amor, ch’a nullo amato amar perdona, / mi prese del costui piacer sì forte, / che, come vedi, ancor non m’abbandona. / Amor condusse noi ad una morte. / Caina (luogo in cui erano confinati i traditori dei parenti) attende chi a vita ci spense.”. / Queste parole da lor ci fuor  porte. / […] / Ma dimmi: al tempo de’ dolci sospiri, / a che e come concedette amore / che conosceste i dubbiosi disiri? ”. / E quella a me: “Nessun maggior dolore / che ricordarsi del tempo felice / ne la miseria; e ciò sa ’l tuo dottore. / Ma s’a conoscer la prima radice / del nostro amor tu hai cotanto affetto, / dirò come colui che piange e dice. / Noi leggiavamo un giorno per diletto / di Lancialotto come amor lo strinse; / soli eravamo e sanza alcun sospetto. / Per più fiate li occhi ci sospinse / quella lettura, e scolorocci il viso; / ma solo un punto fu quel che ci vinse. / Quando leggemmo il disiato riso / esser basciato da cotanto amante, / questi, che mai da me non fia diviso, / la bocca mi basciò tutto tremante. / Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse: / quel giorno più non vi leggemmo avante” / Mentre che l’uno spirto questo disse, / l’altro piangea; sì che di pietade / io venni men così com’io morisse. / E caddi come corpo morto cade.».

Nel Canto II dell’Inferno, così scrive Dante con riferimento a Beatrice: «“[…] / I’ son Beatrice che ti faccio andare; / vegno del loco ove tornar disio; / amor mi mosse, che mi fa parlare. / Quando sarò dinanzi al segnor mio, / di te mi loderò sovente a lui”. / Tacette allora, e poi comincia’ io: / “O donna di virtù, sola per cui / l’umana spezie eccede ogne contento / di quel ciel c’ha minor li cerchi sui, / tanto m’aggrada il tuo comandamento, / che l’ubidir, se già fosse, m’è tardi; / più non t’è uo’ ch’aprirmi il tuo talento. / […]”.».

Nel canto XXXI del Paradiso, Dante trova Santo Bernardo e per lui rivede Beatrice in tutta la  sua gloria, e così scrive: «“O donna in cui la mia speranza vige, / e che soffristi per la mia salute / in inferno lasciar le tue vestige, / di tante cose quant’i’ ho vedute, / dal tuo podere e da la tua bontate / riconosco la grazia e la virtute. / Tu m’hai di servo tratto a libertate / per tutte quelle vie, per tutt’i modi / che di ciò fare avei la potestate. / La tua magnificenza in me custodi, / sì che l’anima mia, che fatt’ hai sana, / piacente a te dal corpo si disnodi”.».

A proposito dell’amore nell’era medievale (e quindi nel Paradiso), nel suo articolo giornalistico L’amor sacro e profano, Piero Citati (La Repubblica del 28/1/2006) così scrive: «Forse, nel cristianesimo di oggi, “eros” ha perduto la forza, che possedeva nel Medioevo. Platone ci ha abbandonato. Come potremmo immaginare, oggi, un libro come il “Paradiso”, con quella immensa forza erotica, quella gioia, quella paurosa e lucidissima ubriachezza, quella luce nella luce, che si rispecchia, si riflette, trova sempre nuovi echi, variazioni, modulazioni e riverberi? Al Cristianesimo di oggi è rimasto il territorio di “agàpe”, la virtù di San Paolo.».

Dante Aligieri (1265–1321) non è stato un uomo felice: ha vissuto una sfilza interminabile di lutti, amarezze e lunghi periodi di esilio e solitudine. Quando nacque nel 1265 a Firenze, comune florido ma turbolento, l’Europa e l’Italia godevano un grande benessere ma si preparavano notevoli cambiamenti per la società e la cultura. Il padre Alighiero degli Alighieri, appartenente a una famiglia guelfa della piccola nobiltà in declino, aveva sposato Bella che morì nel 1275. Alighiero si risposò con Lapa, che crebbe Dante insieme con gli altri suoi due figli Francesco e Gaetana. Nel 1283 morì, purtroppo, anche Alighiero lasciando Dante orfano di entrambi i genitori. Secondo l’usanza del tempo, a 12 anni, era stato promesso a Gemma Donati (appartenente a un ramo cadetto di una potente famiglia di antica nobiltà) che effettivamente sposò nel 1285 e dalla quale ebbe i tre figli Pietro, Jacopo e Antonia. Fece buoni studi primari e superiori ma fu fondamentalmente un autodidatta: come maestro di arte retorica ebbe Brunetto Latini (1220–1294), notaio e uomo politico, che tentò di allargare la sua cultura attraverso l’uso del volgare; come amico ebbe Guido Cavalcanti (1250–1300), creatore di un vivace cenacolo di poeti chiamati «fedeli d’amore». Ben presto Dante fu noto per il suo «dir parole d’amore in rima», ma l’amore al quale s’ispirava non era più quello della poesia provenzale in lingua d’Oc né quello della poesia siciliana degli autori vicini alla corte di Federico II, bensì l’amore–devozione (espresso nella poesia del “dolce stil nuovo”) per la donna–angelo, mezzo di comunicazione tra lo spirito dell’uomo e il mondo sovrannaturale, oltre che strumento per aumentare la perfezione dell’anima dell’amato. Dopo la morte di Beatrice, Dante si dedicò alla poesia “comico–realistica” (di cui fu un grande interprete Cecco Angiolieri), che era tutto l’opposto della poesia del “dolce stil nuovo”. Trasse in seguito conforto dallo studio della Filosofia, ma amava anche il disegno, la pittura e la musica. Si pensa che abbia vissuto altri amori oltre a quello per Beatrice; si conoscono almeno due nomi di donne amate: la “Pargoletta” e “Pietra”, donna crudele e insensibile per la quale compose le cosiddette «rime petrose».

Il grande poeta visse una forte esperienza politica partecipando alle lotte comunali, schierato con la fazione dei Bianchi in contrapposizione ai Neri, e nel 1301 fu condannato all’esilio perpetuo. «Legno sanza vela e sanza governo… peregrino, quasi mendicando», fu costretto a «lo scendere e il salir per l’altrui scale» e a mangiare «lo pane altrui». Fu a Forlì, Verona, Arezzo, Treviso, Padova e Lucca, forse a Parigi, ancora a Verona, ove chiamò presso di sé i tre figli (mentre la moglie Gemma non lo raggiunse, e i motivi non ci sono noti), e infine a Ravenna, che fu il rifugio sereno nel quale visse in gran tranquillità l’ultimo periodo della sua vita, dedicandosi alla composizione della Divina commedia, circondato da estimatori e discepoli. In esilio, Dante non si comportò da vinto ma consapevole della decadenza del suo tempo - nel rimpianto della moralità della Firenze antica - e spinto da un vivo senso di verità e giustizia, tentò di proporre un ordine etico superiore che rispondesse strettamente ai suoi ideali delusi. Pensava di aver trovato la via da mostrare agli uomini per la loro redenzione collettiva con la Divina commedia, un poema allegorico di notevole altezza morale, di straordinaria ricchezza dottrinaria e d’immensa poesia. L’opera fu scritta dopo il suo esilio, tra il 1307 e gli ultimi anni di vita del poeta, e prese origine proprio da questa aspirazione di un ordine superiore e da questo desiderio di perfezione e felicità, per i quali lottò, polemizzò, esaltò i personaggi virtuosi che aderirono alla sua etica mentre al contrario disprezzò con alterigia e trattò con rigore i viziosi che ne erano lontani. Usò l’aldilà come un duro mezzo per far giustizia di tutte le offese e le iniquità del mondo; nell’aldilà vi era però Beatrice, simbolo ideale della Teologia, della sapienza delle cose di Dio.

Dante chiamò “Commedia” il suo poema, a causa del lieto fine e della stesura in volgare; furono i posteri che – incantati dalla potenza dell’opera – vi aggiunsero l’aggettivo “Divina”. Le altre sue opere più importanti furono Le Rime (chiamate in seguito Canzoniere), che contenevano numerose poesie dedicate a Beatrice; il De vulgari eloquentia, scritto in latino e dedicato alla funzione dello scrittore nella formazione del linguaggio di un popolo; e il Monarchia, che sosteneva l’autonomia dell’Impero sulla Chiesa quale fattore indispensabile per la felicità dell’uomo. Andato a Venezia nel 1321 per una missione diplomatica, durante il viaggio di ritorno per terre malsane si buscò delle febbri violente che lo portarono a morte ad appena 56 anni. Venne sepolto a Ravenna con grandi onori: sulla sua tomba fu posta una iscrizione che faceva riferimento a «Firenze, madre di poco amore».
Con le sue moderne intuizioni e con la sua visione etica del mondo, Dante Alighieri ebbe il merito di chiudere il Medioevo e di preparare le basi per il Rinascimento.

Vorrei scrivere qualcosa sul Paradiso rivisto da Eimuntas Nekrošius, che è una vera e propria trasfigurazione dell’esperienza di quel viaggio che come ha detto lo stesso Dante è «a pochissimi destinato e a pochissimi concesso». Il regista lituano ha precisato di voler portare il paradiso sulla Terra, come a dire che il viaggio nella trascendenza porta, in effetti, sulla terra. Lo spettacolo scritto e diretto da Eimuntas Nekrosius viene considerato «un capolavoro assoluto, una bellezza non solo rara ma anche rarefatta, che toglie il fiato» ed è stato prodotto dalla Compagnia Teatrale Meno Fortas (coproduzione Comune di Vicenza e Fondazione Teatro Comunale di Vicenza, in collaborazione con il Ministero della Cultura Lituano e Aldo Miguel Grompone) ed è stato presentato al Teatro Olimpico di Vicenza in prima mondiale il 21 settembre del 2012 (ved. http://www.nottola.it/tag/dante-alighieri/). Ha scritto Nicola Arrigoni: «Cos’è il Paradiso di Eimuntas Nekrošius? Non è una condizione, ma piuttosto un percorso, non è né spazio né tempo, ma un itinerario, un viaggio terrestre che fa dire a Beatrice come ultima battuta: “Il paradiso c’è” ed infatti poco prima – nella drammaturgia poetica e visiva del regista lituano – la stessa Beatrice dice al suo Dante: “Volgiti e ascolta; Ché non pur ne’ miei occhi è paradiso”. Non solo negli occhi di Beatrice, ma tutto intorno, in terra è paradiso.». Arrigoni parla di «teatro ’primitivo’ di Eimuntas Nekrošius», riporta come il regista Nekrošius abbia scritto: «Il Paradiso è dono non necessario nel presente, è aspirazione», e osserva che, nell’affrontare il terzo capitolo della Commedia,  Nekrošius «vola, vola con i suoi attori che entrano leggeri, sono angeli terrestri di un’aspirazione alla perfezione che solo può dare l’amore, l’amore che unisce Dante (Rolandas Kazlas) e Beatrice (Ieva Triskauskaité). Per aspirare al Paradiso bisogna essere leggeri e lasciare le cose terrene…». E questo volo sembra «incoraggiato dai gesti di un coro di giovani attori e attrici che a tratti sembra voler spiccare il volo» nella «pienezza d’amore». Arrigoni passa in rassegna «i simboli, ovvero i segni destinati a raccontarci il senso inafferrabile dell’amore» e accenna a «una programmatica e poetica anticipazione nel canto popolare lituano che apre lo spettacolo, canto dell’amante che lontano dalla sua ragazza affida a una colomba cerulea lo struggimento del suo cuore», a «una danza che attira e respinge Dante e Beatrice» e a un «amore che di due corpi ne fa uno solo», e alla  «carnalissima e paradisiaca poesia». Conclude Arrigoni: «Eimuntas Nekrošius fa dire alla sua Beatrice: “Il Paradiso c’è” e non si può che convenire con lei e con il regista: il paradiso c’è, è in terra e al Teatro Olimpico s’è mostrato e palesato in tutta la sua poetica bellezza.» (“Teatro all’Olimpico Il Paradiso c’è secondo Nekrosius” di Nicola Arrigoni,

http://www.sipario.it/component/content/article/391-articoli-homepage/6054-paradiso-di-eimuntas-nekrosius-allolimpico-di-vicenza.html).

venerdì 27 luglio 2012

Il cantico dei cantici: la Bibbia come grande letteratura d’amore


La Bibbia                                                 La coppia del cantico dei cantici



La Bibbia è la raccolta delle Sacre Scritture dell’Ebraismo e del Cristianesimo ed è certamente il grande libro dell’umanità (dalle sue origini al suo destino soprannaturale). Pur non essendo un testo squisitamente letterario, è un racconto ricco di fascino, stracolmo di parole d’amore eterno e pregno di universalità, in quanto esprime i sentimenti e le intuizioni dell’uomo in tutta la sua profondità. È quasi una piccola biblioteca. I greci la chiamavano, infatti, “tà biblìa”, vale a dire “i libri”. La sua struttura è complessa perché comprende una pluralità di contenuti e di lingue, e include diverse letterature.

La Bibbia è suddivisa nell’Antico e nel Nuovo Testamento, ove testamento sta per patto o alleanza. Il “Canone” (cioè la Regola) costituisce l’elenco dei libri contenuti nella raccolta della Bibbia e comprende i 47 libri dell’Antico Testamento: a 39 di loro è riconosciuta autorità dagli Israeliti, componendo la Bibbia ebraica ed essendo costituita dai testi ebraici e aramaici (il vero e proprio monumento della letteratura ebraica antica); gli altri 8 sono i libri Deuterocanonici in lingua greca, inseriti più tardivamente e non riconosciuti da ebrei e protestanti. La Bibbia comprende anche i 27 libri del Nuovo Testamento, che raccolgono la vita e i pronunciamenti di Gesù e che non vanno al di là del 100 d.C., chiudendosi con il Vangelo di Giovanni. I libri al di fuori del Canone, pur avendo caratteristiche e temi simili a quelli della Bibbia, non sono stati mai riconosciuti come canonici. Ciascuno dei libri del Vecchio Testamento è suddiviso in capitoli, e ciascun capitolo in versetti. Il testo ebraico fu scritto inizialmente con caratteri fenici su pelli cucite insieme a formare una lunga striscia da arrotolare (diversi di questi antichi rotoli sono stati scoperti intorno agli anni Cinquanta nel deserto di Giudea, nei pressi del mar Morto). In seguito, si usò la lingua aramaica ma a noi sono pervenute le trascrizioni medievali unificate ed eseguite dagli scribi giudaici.

La Bibbia, il libro religioso degli Ebrei (con riferimento però al solo Antico Testamento) e dei Cristiani (cattolici, ortodossi e protestanti), è ispirato da Dio che interviene nella storia dell’Uomo con un intento di salvezza e per la necessità di dettare le norme della fede, parlando in situazioni diverse e attraverso uomini diversi. In quanto ispirata da Dio, essa è un testo “divino”, ma è anche un testo profondamente “umano” perché contiene parole che narrano storie di uomini e di donne. Al centro della Bibbia, troneggia Dio (Jahvé), che si presenta a Mosè dicendo: «Io sono colui che sono (Eheye asher eheye)», e che a tutto s’interessa e tutto dirige. L’Antico Testamento è l’alleanza di Dio con Abramo e Israele, mentre il Nuovo Testamento è la nuova alleanza di Dio con Israele e con tutto il mondo attraverso il suo figlio Gesù Cristo.

Molti libri biblici parlano d’Amore con parole di alto lirismo, come il Cantico dei Canti (Il Canto sublime), attribuito a re Salomone, ma forse di un poeta anonimo (scritto tra il VI e IV secolo a.C.), di natura più propriamente poetica che sacra. Vi s’inneggia all’amore umano e profano di due giovani sposi che, in un ambiente pastorale, si cercano e si amano appassionatamente con i corpi e con le anime. Quest’amore è, però, pur sempre sacro perché proviene da Dio e dalla creazione dell’uomo. Anche in questo caso esiste forse un intento simbolico: lo sposo è Dio mentre la sposa è Israele; ed esiste forse anche la metafora dell’amore dell’anima umana per Cristo. In tale allegoria, l’“agàpe” (l’elevato, incondizionato e compassionevole amore di Dio) si sovrappone all’“eros”, il più basso amore sensuale e sessuale della sua creatura che è soprattutto desiderio di esclusività. I brani lirici sono uno più bello dell’altro, sempre arditi e ricchi di stupende e surreali espressioni d’amore.

Il poema inizia così: «Cantico dei cantici, che è di Salomone. / Mi baci con i baci della sua bocca! / Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.». E continua: «Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra, / riposa sul mio petto. / Il mio diletto è per me un grappolo di cipro / nelle vigne di Engaddi. / Come sei bella, amica mia, come sei bella! / I tuoi occhi sono colombe. / Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso! / Anche il nostro letto è verdeggiante. / Le travi della nostra casa sono i cedri, / nostro soffitto sono i cipressi.» (1. Amabilità dello sposo.). Nel secondo capitolo la sposa invoca: «Sostenetemi con focacce d’uva passa, / rinfrancatemi con pomi, / perché sono malata d’amore. / La sua sinistra è sotto il mio capo / e la sua destra mi abbraccia.». E così continua: «Somiglia il mio diletto a un capriolo o a un cerbiatto. / […] / Il mio diletto è per me e io per lui. / Egli pascola il gregge tra i gigli. / Prima che spiri la brezza del giorno / e si allunghino le ombre / ritorna, o mio diletto, / somigliante alla gazzella / o al cerbiatto, / sopra i monti degli aromi.» (2. Lo sposo cerca la sposa.)». In un successivo capitolo lo sposo esclama: «Come sei bella, amica mia, come sei bella! / Gli occhi tuoi come colombe, / dietro il tuo velo. / Le tue chiome come un gregge di capre, / […] / I tuoi denti come un gregge di pecore tosate, / […] / Come un nastro di porpora le tue labbra / e la tua bocca è soffusa di grazia; / come uno spicchio di melagrana la tua gota / attraverso il tuo velo. / Come la torre di Davide il tuo collo, / […] / I tuoi seni sono come due cerbiatti, / gemelli di una gazzella, / che pascolano tra i gigli. / […] / Tutta bella tu sei, amica mia, / in te nessuna macchia.» (4. Lodi alla bellezza della sposa.). E continua la celebrazione della sposa: «Quanto soavi le tue carezze, / sorella mia, sposa, / quanto più deliziose del vino le tue carezze. / L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi. / Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa, / c’è miele e latte sotto la tua lingua / e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano. / Giardino chiuso tu sei, / sorella mia, sposa, / […]» (4. Invito alla sposa.).

A sua volta, la sposa amante celebra le innumerevoli virtù dello sposo: «Il mio diletto è bianco e vermiglio, / riconoscibile tra mille e mille. / Il suo capo è oro, oro puro, / i suoi riccioli grappoli di palma, / neri come il corvo. / I suoi occhi come colombe / su ruscelli di acqua; / i suoi denti bagnati nel latte, posti in un castone. / Le sue guance come aiuole di balsamo, / aiuole di erbe profumate; / le sue labbra sono gigli, / che stillano fluida mirra. / Le sue mani sono anelli d’oro, / incastonati di gemme di Tarsis. / Il suo petto è tutto d’avorio, tempestato di zaffiri. / Le sue gambe, colonne di alabastro / posate su basi d’oro puro. / Il suo aspetto è quello del Libano, / magnifico come i cedri. / Dolcezza è il suo palato; / egli è tutto delizie! / Questo è il mio diletto, questo è il mio amico, / o figlie di Gerusalemme» (5. Descrizione dello sposo.).

Lo sposo adorante osserva invece: «Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, / opera di mani d’artista. / Il tuo ombelico è una coppa rotonda / che non manca mai di vino drogato. / Il tuo ventre è un mucchio di grano, / circondato da gigli. / I tuoi seni come due cerbiatti, / gemelli di gazzella. / Il tuo collo come una torre d’avorio; / i tuoi occhi sono come i laghetti di Chesbon / presso la porta di Bat-Rabbim; / il tuo naso come la torre del Libano / […] / Quanto sei bella e quanto sei graziosa, / o amore, figlia di delizie! / La tua statura somiglia a una palma / e i tuoi seni a grappoli. / Ho detto: “Salirò sulla palma, / coglierò i grappoli di datteri; / mi siano i tuoi seni come grappoli d’uva / e il profumo del tuo respiro come di pomi” / Il tuo palato è come vino squisito, / che scorre dritto verso il mio diletto / e fluisce sulle labbra e sui denti!» (7. Contemplazione della sposa.).

Denso di ardore amoroso è l’ultimo brano del Canto: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, / come sigillo sul tuo braccio; / perché forte come la morte è l’amore, / tenace come gli inferi è la gelosia; / le sue vampe son vampe di fuoco / una fiamma del Signore! / Le grandi acque non possono spegnere l’amore / né i fiumi travolgerlo. / Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa / in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio.» (8. Stabilità dell’amore.). Che parole strabilianti! Che combinazione di frasi irresistibili per organizzare una narrazione dal fascino straordinario! Pur occupandosi dei problemi eterni dell’umanità, re Salomone riesce a creare versi di fantasiosa e fresca poesia d’amore. [I brani sono tratti da La Sacra Bibbia – Antico Testamento, Edizione Ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana - CEI S.R.L. per il Testo Sacro, Roma 1974]

Con riferimento al “Cantico dei Cantici”, in Terre promesse – La Bibbia letta dal buco della serratura (La Stampa web del 23/4/2004), la scrittrice ebraica torinese Elena Loewenthal così scrive: «Un poderoso io narrante abita fra le pagine della Bibbia: è il Dio onnipotente […] Più di rado, con maestosa compostezza, si ritira per lasciare fuggevole scena agli uomini e alle donne. è allora che la storia si fa piccola, racchiusa fra le mura di una casa, dentro un’alcova. Anche la Bibbia sa diventare un racconto intimo, al quale ci si avvicina quasi in punta di piedi, come per non disturbare. è il caso certamente del “Cantico dei Cantici”, un dialogo d’amore così intimo che leggerlo è un po’ come spiare dal buco della serratura, e a ogni versetto ci si sente addosso la colpa di un abuso, perché la storia è tutta soltanto loro, di questi due innamorati che un poco si cercano e un poco si sfuggono, per amarsi ogni volta di più […].  Queste poche pagine di poesia entrarono per il rotto della cuffia nel novero dei testi sacri, e a patto di interpretarli come una rigorosa allegoria […]».

Emily Dickinson, nata ad Amherst il 10 dicembre del 1830 nel chiuso mondo puritano della Nuova Inghilterra (Massachusetts), amò la Bibbia che leggeva e rileggeva in continuazione, ma soprattutto il Cantico dei Cantici di Salomone: «Un libro antico è la Bibbia – / fu scritto da morte creature / da sacri fantasmi ispirate – / […]» (1545).

La Bibbia ci offre una vivida rappresentazione della felicità incantata (quando l’amore è ricambiato) e del tormento aspro (quando la passione amorosa è invece infelice). E la scarna ed essenziale narrazione biblica non ha nulla da invidiare alla forza espressiva delle più belle pagine della letteratura antica e moderna. A proposito dell’essenzialità della lingua ebraica, George Steiner (L’espresso, N. 44 del 10/11/2005), critico della letteratura e studioso della lingua ebraica, autore di molti libri straordinari tra i quali Grammatiche della creazione (Garzanti, Milano 2003), in un’intervista, scriveva: «L’ebraico è la lingua di scambio tra Dio e gli uomini. Quindi è una lingua di una meravigliosa economia. Dio ha fretta, ha molto da fare, non ha tempo da perdere in lunghi discorsi. La grandezza dello scambio linguistico in ebraico, sta nell’economia della parola. Le altre lingue sono più ricche di ornamenti, di prodigalità immaginaria. L’ebraico ha invece una laconicità formidabile.».

Voglio ricordare, però, che la Bibbia esprime spesso un feroce maschilismo e un’evidente misoginia: alla donna era assegnato un ruolo di bruta sottomissione, se non addirittura di chiara inferiorità, sulla base di una legislazione di famiglia molto discriminante. Nel Deuteronomio, raccolta di tre discorsi di Mosè fatti al popolo d’Israele per ricordare avvenimenti passati e per rinnovare l’amore per Dio, si legge: «Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualcosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via di casa. […]» (24. Divorzio.). Naturalmente, nulla di simile esiste con riferimento all’uomo! Nel Nuovo Testamento, nel Vangelo secondo Matteo (testo in aramaico pubblicato nel 40-50), ai farisei che ironicamente gli facevano notare come le sue parole «Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» cozzassero contro l’“atto di ripudio” di Mosè, Gesù rispose: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra, commette adulterio» (19. Il divorzio.).

In ultimo voglio sottolineare che, a differenza che nel Vecchio Testamento, nei Vangeli non è facile trovare calde pagine d’amore sensuale. In un suo lungo articolo giornalistico dal titolo L’amor sacro e profano, il critico letterario fiorentino Piero Citati (La Repubblica del 28/1/2006) ha scritto: «Nel Vangelo e nelle Lettere di San Paolo, c’è un’immensa omissione che nel terzo secolo colpì l’attenzione di Origene (teologo, 185-253). Mancano il sostantivo “eros” e il verbo “eran”. Ora nella civiltà ellenistica, “eros” ed “eran” esprimevano il desiderio, l’affetto, la tenerezza che sfiorava le persone e le cose “con voluttà e dolore”. […] Con la sua durissima chiarezza intellettuale, San Paolo estirpò queste parole dal vocabolario cristiano. Nel Nuovo Testamento e nelle sue Lettere, non c’è più traccia di “eros”. […] Secondo San Paolo, l’amore cristiano portava un altro nome: “agàpe, caritas”. Esso era superiore a tutte le altre virtù umane, e ne costituiva il cuore e la musica. […] L’amore era superiore perfino alla fede. […] agàpe è l’unica virtù perfetta, piena e assoluta, come sarà perfetta, alla fine dei tempi, la nostra visione della luce di Dio. […] Nell’amore, tutto è già qui: Dio è già dentro di noi. […] lo incontriamo soltanto nell’amore. […] Ma se l’amore è il presente assoluto, è anche l’assoluto futuro. […] Nel vuoto della fine, ci sarà soltanto la “caritas”, che in quel momento si scioglierà nella visione radiosa di Dio.».

In questi ultimi anni, ha cominciato a farsi pressante la richiesta d’inserire nell’insegnamento scolastico la Bibbia, in quanto testo intellettuale che ha offerto e offre contenuti preziosi alla letteratura, all’arte, alla musica e al costume, in quanto preziosa eredità culturale da custodire gelosamente e in quanto vero e proprio libro di letteratura da valorizzare, al di là del semplice recupero del senso delle radici cristiane. Nel 2005, a Milano, si è tenuto un convegno, organizzato dall’associazione laica “Biblia”, che ha discusso ampiamente proprio questo problema, affidandolo a tre esperti: il biblista monsignor Gianfranco Ravasi, il filosofo Salvatore Natoli e il giornalista Gad Lerner. Nello stesso periodo un folto gruppo d’intellettuali italiani (comprendente tra i primi firmatari, oltre ai più importanti biblisti, anche Massimo Cacciari, Umberto Eco, Margherita Hack e Gianni Vattimo), convinti dell’importanza della Bibbia come fondamento letterario per la formazione educativa e culturale degli studenti, hanno sottoscritto un appello rivolto sia al Ministero dell’Istruzione e della Ricerca sia agli altri operatori del mondo della scuola. Naturalmente, non è stato richiesto il tempo di un’ora di religione dedicata alla lettura della Bibbia, bensì l’inserimento integrativo della discussione della Bibbia (quale testo primordiale di grande influenza sullo sviluppo dell’Occidente) nell’ambito dei diversi insegnamenti scolastici: letteratura, storia dell’arte, economia politica, filosofia e musica.

P.S. Il 13 febbraio del 2006, per celebrare la festa di San Valentino, Roberto Benigni ha letto e commentato il Cantico dei cantici nel suo monologo L'amore farà vivere al Teatro Verdi di Terni. Nell'introduzione alla sua lettura, l'attore ha esordito dicendo ai suoi tanti spettatori: «O amici innamorati, sono lieto di inaugurare l’amore valentiniano di questa città che mi ha fatto innamorare. Perché questa città di San Valentino mi ha dato tanto amore, e chi più ne ha più ne metta, e chi meno ne ha meno ne metta. Ho subito accettato quest’invito con erotismo, perché si parla d’amore, ed è una cosa che mi ha avviluppato subito.». Si è detto lieto di affrontare il Cantico dei Cantici «che è un libro eccelso, è la base, il momento più straordinario dei libri della Bibbia». Ha ironizzato col suo solito sarcasmo su Berlusconi e poi si è addentrato sull'argomento. Ha detto tra l'altro: «Il Cantico dei Cantici è antecedente di parecchio a lui [Gesù]. è stato attribuito a Salomone, anche se in realtà non c’entra niente. Però è stato inserito tra i libri Sapienziali, perché è un libro ispirato. Per questo sta nella Bibbia. Perché per stare nella Bibbia ci vuole l’ispirazione: Dio dà l’ispirazione, quello scrive e  Dio lo fa diventare vero. Perché Dio volentieri s’ispira a coloro che ha ispirato. Quindi ha ispirato qualcuno – che non sappiamo chi sia – che ha scritto questo gioiello di bellezza, proprio in mezzo alla Bibbia. Sai, come quando nei quadri religiosi si vedono le cose cupe, poi all’improvviso arriva la Primavera del Botticelli. In questo libro la castità balla insieme alla bellezza e alla sensualità. La Bibbia è un libro straordinario perché è religiosissimo, ed è sensuale, erotico, pieno d’amore. C’è il lusso di spargere il seme della vita ovunque. Perché l’amore ha bisogno di lusso, ha bisogno di spazio, si nutre di se stesso, non gli garba tutto ciò che non è lui. […] Nel Cantico dei Cantici s’invoca l’amore come atto supremo dell’esistenza, un sentimento che abbraccia tutta l’umanità. […] Non c’è forza che può reggere a questo sentimento, e questo Gesù Cristo ce l’ha insegnato, e nel Cantico dei Cantici questo ritroviamo, perché naturalmente ci vogliono le due cose: sensualità e tenerezza. […] Il Cantico dei Cantici, che don Paglia mi ha consegnato di leggere e lo ringrazio perché ci ho ributtato gli occhi dentro e mi sono sommosso dall’emozione, è composto dei dialoghi: il dialogo dell’innamorato della sposa con lo sposo, meravigliosi: parla lei e parla lui, con una forma moderna, straordinaria. Naturalmente sono anche simbolici, perché come tutti i libri sapienziali il saggio sa che bisogna leggere tenendo d’occhio anche agli altri significati, ma poi facendo tutta la strada si ritorna alla semplicità del primo significato, e quindi come dice Dante nella Divina Commedia: “O voi che avete gli intelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde dietro il  velame de li versi strani”. C’è sempre dei significati, allora all’inizio pensavano che fosse il richiamo di Dio con Israele, poi c’è stata l’interpretazione di san Paolo che è naturalmente l’amore di Gesù per la chiesa. Ma quella più bella è quella di Gesù con l’umanità. […] Ora io vi voglio leggere questo Cantico dei Cantici augurandovi un inizio di questi festeggiamenti valentiniani meravigliosi a tutte le coppie, naturalmente della felicità nella goduria più spettacolare nella tenerezza e la sessualità. E vi voglio leggere questo gioiello che è stato donato all’umanità, di cui un rabbino del secondo secolo dopo Cristo ebbe a dire: “L’universo intero non vale il giorno in cui fu dato all’umanità il Cantico dei cantici”. Ora ve lo leggo: io l’ho scritto a lapis, e non a biro, perché don Paglia mi ha detto che non si può copiare la Bibbia con qualcosa di metallico, perché con il metallo si forgiano le armi.» 
(http://www.filmfestivalpopoliereligioni.it/cont/index.php?DY=2&CAT=4&ART=150 
L'AMORE FARA' VIVERE).