Visualizzazione post con etichetta Emily Dickinson. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Emily Dickinson. Mostra tutti i post

domenica 14 ottobre 2012

Amore tra professore e alunna


Charlotte Brontë                                      Emily Dickinson


Di recente, abbiamo letto di un professore di matematica inglese (trentenne e sposato), Jeremy, fuggito con la sua alunna adolescente di 15 anni, Megan, fuga che aveva i giorni contati perché era stato spiccato un mandato d'arresto europeo contro di lui con l'accusa di rapimento di minore (l'incauto professore era destinato a finire in manette). Diverse polizie, quella francese e spagnola, erano sulle tracce della coppia ed esistevano fondati timori sulla sanità mentale di Jeremy, avanzati dallo stesso padre del professore. I due innamorati sono stati poi ritrovati a Bordeaux e il professore è stato preso in custodia dalla polizia

Questa particolare storia d'amore mi ha fatto pensare a quante passioni (più sognate, per fortuna, che realizzate) sono nate – e nascono – sui banchi di scuola o di università, da parte di fanciulle sentimentali, per i loro professori, spesso uomini stagionati e non particolarmente attraenti, mariti fedeli nonché padri responsabili. Credo che si tratti di un amore femminile nutrito di grande romanticismo, perché raramente passioni simili nascono da parte di giovani uomini per le loro attempate insegnanti.

Ricordo due esempi in letteratura di questa forma particolare d'amore. Il primo è costituito dall'infelice passione non corrisposta della grande scrittrice inglese Charlotte Brontë (1816-1855), scoppiata per il professor Héger nel 1842 a Bruxelles, ove la scrittrice si era recata insieme alla sorella Emily per studiare lingue presso la sua scuola. I suoi sentimenti furono espressi con tale veemenza da suscitare la gelosia e l'avversione della moglie e l'imbarazzo del professore (uomo serio e anziano), così da costringerla ad abbandonare la scuola nel 1844. Al professor Héger Charlotte dedicò il suo primo romanzo Il professore (The Professor), che non riuscì a trovare un editore, e Jane Eyre (1847), nel quale esaltava il tema della seduzione e del tormento creato da un amore impossibile e inaccettabile da un punto di vista etico e sociale, che doveva essere necessariamente represso, ma al quale non si poteva che rimanere fedeli.

Il secondo esempio ci viene fornito dalla poetessa americana Emily Dickinson (1830-1886), vera e propria icona dell'amore infelice e disatteso, la quale nel 1846 – aveva appena 16 anni – s'innamorò di Leonard Humphrey, il giovane e colto preside dell'“Amherst Academy” (frequentata per ben sei anni dall'adolescente Emily), morto prematuramente nel 1850. Emily ha sempre citato il grande talento di lui e l'impronta che la sua cultura e il suo spirito avevano lasciato nel suo animo, chiamandolo con l'appellativo di «Maestro». In una sua lettera scriveva: «Sono sempre innamorata dei miei insegnanti».

In effetti, è molto difficile non cedere all'irresistibile seduzione esercitata da quegli insegnanti carismatici, veri maestri di vita, che oltre al sapere riescono a comunicare una diversa e ben più grande o magica conoscenza (al fascino dell'uomo di cultura si unisce l'appeal della trasmissione del sapere). Confesso che anch'io fatalmente nella vita ho dovuto soggiacere a questo incanto, avendo sposato quello che ho sempre considerato il mio Maestro di scienza e il caro Compagno di vita (un docente nella facoltà di Medicina e Chirurgia da me frequentata, cui dedico questo articolo nel giorno del suo compleanno).

Diceva Blaise Pascal (Pascal, Pensieri, a cura di Diego Fusaro) che il cuore ha delle sue motivazioni che la ragione non conosce: «Il cuore ha il suo ordine, la ragione il suo, che consiste nei principi e nelle dimostrazioni. Quello del cuore è diverso. Non c'è prova del fatto che dobbiamo essere amati mediante un elenco delle cause dell'amore. Sarebbe ridicolo.». Questo è soprattutto vero per il cuore femminile.

Ciò che più appassiona la donna è proprio il tema dell'“amore impossibile” che domina in molti autori della letteratura. Giovanni Verga ha spesso rappresentato questo connubio. Nella novella dal titolo X, scriveva mirabilmente: «[…] quella fatale tendenza verso l'ignoto che c'è nel cuore umano […] è uno dei principali caratteri dell'amore, direi la principale attrattiva […] Cotesto amore dunque che ha ispirato tanti capolavori, e che riempie per metà gli ergastoli e gli ospedali». Nel suo Invito alla lettura di Verga (Mursia, Milano 1990), a proposito di Verga e dell'amore impossibile e tragico (quello de La Lupa, per intenderci), Sarah Zappulla Muscarà scrive: «Ancora l'amore è al centro di molte di queste novelle, ma esso non è più una passione languidamente sentimentale e romantica ma una passione divoratrice, irresistibile che fatalmente precipita nella tragedia, e della tragedia greca molte di esse hanno la classica misura.». Oscar Wilde osservava: «Ognuno di noi ha in sé il cielo e l'inferno… in taluni momenti l'uomo e la donna perdono la libertà del volere, muovono come automi verso la loro conclusione fatale».

Il sociologo e scrittore Francesco Alberoni (1929-) nel suo best–seller Innamoramento e amore (Garzanti, Milano 1979) – frutto di un'approfondita ricerca durata 15 anni – passa in rassegna quella che chiama «Nascita e sviluppo di una dirompente, lacerante, creativa forza rivoluzionaria» e porta avanti una «teoria completa» sull'innamoramento come «figura riconosciuta di movimento», come qualcosa che ha la natura profonda dei movimenti: l'innamoramento è per Alberoni «un grande processo con cui nella storia emergono nuove entità, nuove identità sociali». In base a questa ardita teoria, l'innamoramento è un movimento profondo, «uno stato nascente» che fa incontrare gli individui realizzando una nuova nascita, che fa separare quel che era unito e che fa unire quel che era separato («Cambia di posto, trascina altrove, fa morire e rinascere»), che rivoluziona l'assetto strutturale quotidiano e «come ogni trasformazione radicale, può comparire solo qualche volta o addirittura mai». Alberoni così scrive: «Le nostre due prospettive guardano la stessa realtà, la stessa verità che ci è in gran parte sconosciuta, ma che però sta davanti a noi, inafferrabile, conoscibile. (...) L'innamoramento è un cercare il senso del proprio destino... combattere fianco fianco per un progetto comune»; e la forza della coppia sorge dal loro amore, dal loro stare insieme contro tutto e tutti, dal fare nuove esperienze insieme, dal realizzare autenticamente nuove alternative di esistenza, dal ricostruire un nuovo assetto quotidiano, dalla continua ricostruzione del mondo e del passato. Ed è anche possibile che si resti innamorati per anni o anche per tutta la vita, che l'amore conservi «la freschezza dell'innamoramento», purché l'amore sia uno struggimento persistente e continui a vivere sul piano dello straordinario o a costruire sulla dimensione dell'immaginario: « è un continuo ri–vedere, ri–scoprire, rin–novare, rin–novarsi cercando le sfide e le occasioni. Allora si ha un re–innamorarsi della stessa persona.». A differenza di quel che dice Eric Fromm che tenta di offrire una ricetta per essere felici e per sviluppare l'«arte di amare», Alberoni non crede che dall'analisi dell'innamoramento sia possibile derivare il suggerimento per qualche «regola pratica... un'arte del restare innamorati»; è anzi convinto che le regole possano diventare strumenti di autoinganno e di falsificazione.

Con rustica semplicità, un bel proverbio siciliano ammonisce sulle inevitabili delusioni insite nell'amore romantico: «L'amuri è come u citrolu, comincia duci e finisci amaru (l'amore è come il cetriolo, comincia dolce e finisce amaro)». Questo è stato ciò che avvenuto per l'innamoramento di Jeremy e Megan in fuga.

Vorrei ricordare un bel film del 2008, Lezioni d'amore (Elegy), della regista catalana Isabel Coixet trapiantata a Hollywood – in concorso al 58° Festival di Berlino – con Penelope Cruz, Ben Kingsley, Dennis Hopper, Patricia Clarkson e Peter Sarsgaard (dal racconto breve di Philip Roth L'animale morente, sceneggiato da Nicholas Meyer), storia dell'amore di un anziano e cinico professore universitario, David  Kepesh, più interessato al sesso che all'amore – arriva a dire: «Chi è che trova incantevole una persona al di là del sesso? Nessuno.» – (interpretato da un Ben Kingsley ricco di fascino maturo), per la sua giovane allieva Consuela Castillo (una Penelope Cruz affascinante e convincente). David oltre che insegnante universitario, è anche critico teatrale e conduttore di un programma radiofonico dedicato alla letteratura, già sposato e con un figlio che non gli perdona di aver lasciato lui e la madre. Ha spesso relazioni con le sue studentesse ma riesce sempre a mantenersi lucido e indipendente. Quando conosce Consuela, tutto cambia e David è così coinvolto da diventare geloso ma il rapporto s'interrompe improvvisamente. Soltanto più tardi i due scopriranno di esser fatti l'una per l'altro: la vigilia di Capodanno di due anni dopo, infatti, Consuela telefona a David per incontrarlo: presto deve operarsi per un tumore al seno, e David – finalmente consapevole della profondità del suo sentimento – rimarrà in ospedale accanto alla ragazza, condividendone ansie e difficoltà.

In un primitivo progetto del 2005, la storia doveva essere diretta – per incarico della Lakeshore Entertainement – da Gabriele Muccino, con Al Pacino e Rosario Dawson, ma tutto fallì poco prima delle riprese nel 2006.

Scrive Luciana Morelli (http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=55361): «David non è affatto simpatico, anzi. È un arzillo ultracinquantenne con una cattedra universitaria e il vizietto delle avventure facili. Cresciuto nella libertà sessuale dei campus americani degli anni '60, da più di trent'anni sfrutta appieno le opportunità offertegli dalla sua posizione sociale e non intrattiene nessuna relazione stabile con l'altro sesso. Sono tante le belle ragazze che frequentano il suo corso di critica letteraria, ma un giorno entra in aula Consuela Castillo, una splendida studentessa cubana poco più che ventenne, e tutto nella sua vita cambia radicalmente. Capelli scuri, sguardo conturbante e corpo che sfiora la perfezione, Consuela attira le sue attenzioni come un'opera d'arte e la voglia di possederla diviene per David quasi un'ossessione.». La ragazza ricambia il turbamento e scoppia una passione irrefrenabile e profonda: «Il cinico professore si troverà, per la prima volta nella vita, faccia a faccia con ansie, gelosie e insicurezze, emozioni che, insieme al destino, non gli permetteranno di vivere con serenità la prima vera storia d'amore della sua vita… […] Nel racconto di Philip Roth i protagonisti sono un uomo e una donna con oltre trent'anni di differenza d'età che si amano ma che comprendono di voler stare insieme per sempre solo quando è troppo tardi. Ossessionata dal romanzo, la Coixet prende troppo alla lettera la riflessione suggeritale durante la lavorazione del film da Roth (che non ha mai voluto leggere lo script), sul fatto che “il corpo ha più memoria della mente”, e confeziona sì un intenso dramma sentimentale incentrato sulla fisicità e sull'attrazione tra i due protagonisti, ma allo stesso tempo altera senza cognizione di causa l'essenza dei due personaggi principali creati dallo scrittore, limitandosi, forse per timore reverenziale, ad abbozzare appena la loro personalità senza permettere allo spettatore e a se stessa di farli propri.».

venerdì 27 luglio 2012

Il cantico dei cantici: la Bibbia come grande letteratura d’amore


La Bibbia                                                 La coppia del cantico dei cantici



La Bibbia è la raccolta delle Sacre Scritture dell’Ebraismo e del Cristianesimo ed è certamente il grande libro dell’umanità (dalle sue origini al suo destino soprannaturale). Pur non essendo un testo squisitamente letterario, è un racconto ricco di fascino, stracolmo di parole d’amore eterno e pregno di universalità, in quanto esprime i sentimenti e le intuizioni dell’uomo in tutta la sua profondità. È quasi una piccola biblioteca. I greci la chiamavano, infatti, “tà biblìa”, vale a dire “i libri”. La sua struttura è complessa perché comprende una pluralità di contenuti e di lingue, e include diverse letterature.

La Bibbia è suddivisa nell’Antico e nel Nuovo Testamento, ove testamento sta per patto o alleanza. Il “Canone” (cioè la Regola) costituisce l’elenco dei libri contenuti nella raccolta della Bibbia e comprende i 47 libri dell’Antico Testamento: a 39 di loro è riconosciuta autorità dagli Israeliti, componendo la Bibbia ebraica ed essendo costituita dai testi ebraici e aramaici (il vero e proprio monumento della letteratura ebraica antica); gli altri 8 sono i libri Deuterocanonici in lingua greca, inseriti più tardivamente e non riconosciuti da ebrei e protestanti. La Bibbia comprende anche i 27 libri del Nuovo Testamento, che raccolgono la vita e i pronunciamenti di Gesù e che non vanno al di là del 100 d.C., chiudendosi con il Vangelo di Giovanni. I libri al di fuori del Canone, pur avendo caratteristiche e temi simili a quelli della Bibbia, non sono stati mai riconosciuti come canonici. Ciascuno dei libri del Vecchio Testamento è suddiviso in capitoli, e ciascun capitolo in versetti. Il testo ebraico fu scritto inizialmente con caratteri fenici su pelli cucite insieme a formare una lunga striscia da arrotolare (diversi di questi antichi rotoli sono stati scoperti intorno agli anni Cinquanta nel deserto di Giudea, nei pressi del mar Morto). In seguito, si usò la lingua aramaica ma a noi sono pervenute le trascrizioni medievali unificate ed eseguite dagli scribi giudaici.

La Bibbia, il libro religioso degli Ebrei (con riferimento però al solo Antico Testamento) e dei Cristiani (cattolici, ortodossi e protestanti), è ispirato da Dio che interviene nella storia dell’Uomo con un intento di salvezza e per la necessità di dettare le norme della fede, parlando in situazioni diverse e attraverso uomini diversi. In quanto ispirata da Dio, essa è un testo “divino”, ma è anche un testo profondamente “umano” perché contiene parole che narrano storie di uomini e di donne. Al centro della Bibbia, troneggia Dio (Jahvé), che si presenta a Mosè dicendo: «Io sono colui che sono (Eheye asher eheye)», e che a tutto s’interessa e tutto dirige. L’Antico Testamento è l’alleanza di Dio con Abramo e Israele, mentre il Nuovo Testamento è la nuova alleanza di Dio con Israele e con tutto il mondo attraverso il suo figlio Gesù Cristo.

Molti libri biblici parlano d’Amore con parole di alto lirismo, come il Cantico dei Canti (Il Canto sublime), attribuito a re Salomone, ma forse di un poeta anonimo (scritto tra il VI e IV secolo a.C.), di natura più propriamente poetica che sacra. Vi s’inneggia all’amore umano e profano di due giovani sposi che, in un ambiente pastorale, si cercano e si amano appassionatamente con i corpi e con le anime. Quest’amore è, però, pur sempre sacro perché proviene da Dio e dalla creazione dell’uomo. Anche in questo caso esiste forse un intento simbolico: lo sposo è Dio mentre la sposa è Israele; ed esiste forse anche la metafora dell’amore dell’anima umana per Cristo. In tale allegoria, l’“agàpe” (l’elevato, incondizionato e compassionevole amore di Dio) si sovrappone all’“eros”, il più basso amore sensuale e sessuale della sua creatura che è soprattutto desiderio di esclusività. I brani lirici sono uno più bello dell’altro, sempre arditi e ricchi di stupende e surreali espressioni d’amore.

Il poema inizia così: «Cantico dei cantici, che è di Salomone. / Mi baci con i baci della sua bocca! / Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.». E continua: «Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra, / riposa sul mio petto. / Il mio diletto è per me un grappolo di cipro / nelle vigne di Engaddi. / Come sei bella, amica mia, come sei bella! / I tuoi occhi sono colombe. / Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso! / Anche il nostro letto è verdeggiante. / Le travi della nostra casa sono i cedri, / nostro soffitto sono i cipressi.» (1. Amabilità dello sposo.). Nel secondo capitolo la sposa invoca: «Sostenetemi con focacce d’uva passa, / rinfrancatemi con pomi, / perché sono malata d’amore. / La sua sinistra è sotto il mio capo / e la sua destra mi abbraccia.». E così continua: «Somiglia il mio diletto a un capriolo o a un cerbiatto. / […] / Il mio diletto è per me e io per lui. / Egli pascola il gregge tra i gigli. / Prima che spiri la brezza del giorno / e si allunghino le ombre / ritorna, o mio diletto, / somigliante alla gazzella / o al cerbiatto, / sopra i monti degli aromi.» (2. Lo sposo cerca la sposa.)». In un successivo capitolo lo sposo esclama: «Come sei bella, amica mia, come sei bella! / Gli occhi tuoi come colombe, / dietro il tuo velo. / Le tue chiome come un gregge di capre, / […] / I tuoi denti come un gregge di pecore tosate, / […] / Come un nastro di porpora le tue labbra / e la tua bocca è soffusa di grazia; / come uno spicchio di melagrana la tua gota / attraverso il tuo velo. / Come la torre di Davide il tuo collo, / […] / I tuoi seni sono come due cerbiatti, / gemelli di una gazzella, / che pascolano tra i gigli. / […] / Tutta bella tu sei, amica mia, / in te nessuna macchia.» (4. Lodi alla bellezza della sposa.). E continua la celebrazione della sposa: «Quanto soavi le tue carezze, / sorella mia, sposa, / quanto più deliziose del vino le tue carezze. / L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi. / Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa, / c’è miele e latte sotto la tua lingua / e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano. / Giardino chiuso tu sei, / sorella mia, sposa, / […]» (4. Invito alla sposa.).

A sua volta, la sposa amante celebra le innumerevoli virtù dello sposo: «Il mio diletto è bianco e vermiglio, / riconoscibile tra mille e mille. / Il suo capo è oro, oro puro, / i suoi riccioli grappoli di palma, / neri come il corvo. / I suoi occhi come colombe / su ruscelli di acqua; / i suoi denti bagnati nel latte, posti in un castone. / Le sue guance come aiuole di balsamo, / aiuole di erbe profumate; / le sue labbra sono gigli, / che stillano fluida mirra. / Le sue mani sono anelli d’oro, / incastonati di gemme di Tarsis. / Il suo petto è tutto d’avorio, tempestato di zaffiri. / Le sue gambe, colonne di alabastro / posate su basi d’oro puro. / Il suo aspetto è quello del Libano, / magnifico come i cedri. / Dolcezza è il suo palato; / egli è tutto delizie! / Questo è il mio diletto, questo è il mio amico, / o figlie di Gerusalemme» (5. Descrizione dello sposo.).

Lo sposo adorante osserva invece: «Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, / opera di mani d’artista. / Il tuo ombelico è una coppa rotonda / che non manca mai di vino drogato. / Il tuo ventre è un mucchio di grano, / circondato da gigli. / I tuoi seni come due cerbiatti, / gemelli di gazzella. / Il tuo collo come una torre d’avorio; / i tuoi occhi sono come i laghetti di Chesbon / presso la porta di Bat-Rabbim; / il tuo naso come la torre del Libano / […] / Quanto sei bella e quanto sei graziosa, / o amore, figlia di delizie! / La tua statura somiglia a una palma / e i tuoi seni a grappoli. / Ho detto: “Salirò sulla palma, / coglierò i grappoli di datteri; / mi siano i tuoi seni come grappoli d’uva / e il profumo del tuo respiro come di pomi” / Il tuo palato è come vino squisito, / che scorre dritto verso il mio diletto / e fluisce sulle labbra e sui denti!» (7. Contemplazione della sposa.).

Denso di ardore amoroso è l’ultimo brano del Canto: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, / come sigillo sul tuo braccio; / perché forte come la morte è l’amore, / tenace come gli inferi è la gelosia; / le sue vampe son vampe di fuoco / una fiamma del Signore! / Le grandi acque non possono spegnere l’amore / né i fiumi travolgerlo. / Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa / in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio.» (8. Stabilità dell’amore.). Che parole strabilianti! Che combinazione di frasi irresistibili per organizzare una narrazione dal fascino straordinario! Pur occupandosi dei problemi eterni dell’umanità, re Salomone riesce a creare versi di fantasiosa e fresca poesia d’amore. [I brani sono tratti da La Sacra Bibbia – Antico Testamento, Edizione Ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana - CEI S.R.L. per il Testo Sacro, Roma 1974]

Con riferimento al “Cantico dei Cantici”, in Terre promesse – La Bibbia letta dal buco della serratura (La Stampa web del 23/4/2004), la scrittrice ebraica torinese Elena Loewenthal così scrive: «Un poderoso io narrante abita fra le pagine della Bibbia: è il Dio onnipotente […] Più di rado, con maestosa compostezza, si ritira per lasciare fuggevole scena agli uomini e alle donne. è allora che la storia si fa piccola, racchiusa fra le mura di una casa, dentro un’alcova. Anche la Bibbia sa diventare un racconto intimo, al quale ci si avvicina quasi in punta di piedi, come per non disturbare. è il caso certamente del “Cantico dei Cantici”, un dialogo d’amore così intimo che leggerlo è un po’ come spiare dal buco della serratura, e a ogni versetto ci si sente addosso la colpa di un abuso, perché la storia è tutta soltanto loro, di questi due innamorati che un poco si cercano e un poco si sfuggono, per amarsi ogni volta di più […].  Queste poche pagine di poesia entrarono per il rotto della cuffia nel novero dei testi sacri, e a patto di interpretarli come una rigorosa allegoria […]».

Emily Dickinson, nata ad Amherst il 10 dicembre del 1830 nel chiuso mondo puritano della Nuova Inghilterra (Massachusetts), amò la Bibbia che leggeva e rileggeva in continuazione, ma soprattutto il Cantico dei Cantici di Salomone: «Un libro antico è la Bibbia – / fu scritto da morte creature / da sacri fantasmi ispirate – / […]» (1545).

La Bibbia ci offre una vivida rappresentazione della felicità incantata (quando l’amore è ricambiato) e del tormento aspro (quando la passione amorosa è invece infelice). E la scarna ed essenziale narrazione biblica non ha nulla da invidiare alla forza espressiva delle più belle pagine della letteratura antica e moderna. A proposito dell’essenzialità della lingua ebraica, George Steiner (L’espresso, N. 44 del 10/11/2005), critico della letteratura e studioso della lingua ebraica, autore di molti libri straordinari tra i quali Grammatiche della creazione (Garzanti, Milano 2003), in un’intervista, scriveva: «L’ebraico è la lingua di scambio tra Dio e gli uomini. Quindi è una lingua di una meravigliosa economia. Dio ha fretta, ha molto da fare, non ha tempo da perdere in lunghi discorsi. La grandezza dello scambio linguistico in ebraico, sta nell’economia della parola. Le altre lingue sono più ricche di ornamenti, di prodigalità immaginaria. L’ebraico ha invece una laconicità formidabile.».

Voglio ricordare, però, che la Bibbia esprime spesso un feroce maschilismo e un’evidente misoginia: alla donna era assegnato un ruolo di bruta sottomissione, se non addirittura di chiara inferiorità, sulla base di una legislazione di famiglia molto discriminante. Nel Deuteronomio, raccolta di tre discorsi di Mosè fatti al popolo d’Israele per ricordare avvenimenti passati e per rinnovare l’amore per Dio, si legge: «Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualcosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via di casa. […]» (24. Divorzio.). Naturalmente, nulla di simile esiste con riferimento all’uomo! Nel Nuovo Testamento, nel Vangelo secondo Matteo (testo in aramaico pubblicato nel 40-50), ai farisei che ironicamente gli facevano notare come le sue parole «Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» cozzassero contro l’“atto di ripudio” di Mosè, Gesù rispose: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra, commette adulterio» (19. Il divorzio.).

In ultimo voglio sottolineare che, a differenza che nel Vecchio Testamento, nei Vangeli non è facile trovare calde pagine d’amore sensuale. In un suo lungo articolo giornalistico dal titolo L’amor sacro e profano, il critico letterario fiorentino Piero Citati (La Repubblica del 28/1/2006) ha scritto: «Nel Vangelo e nelle Lettere di San Paolo, c’è un’immensa omissione che nel terzo secolo colpì l’attenzione di Origene (teologo, 185-253). Mancano il sostantivo “eros” e il verbo “eran”. Ora nella civiltà ellenistica, “eros” ed “eran” esprimevano il desiderio, l’affetto, la tenerezza che sfiorava le persone e le cose “con voluttà e dolore”. […] Con la sua durissima chiarezza intellettuale, San Paolo estirpò queste parole dal vocabolario cristiano. Nel Nuovo Testamento e nelle sue Lettere, non c’è più traccia di “eros”. […] Secondo San Paolo, l’amore cristiano portava un altro nome: “agàpe, caritas”. Esso era superiore a tutte le altre virtù umane, e ne costituiva il cuore e la musica. […] L’amore era superiore perfino alla fede. […] agàpe è l’unica virtù perfetta, piena e assoluta, come sarà perfetta, alla fine dei tempi, la nostra visione della luce di Dio. […] Nell’amore, tutto è già qui: Dio è già dentro di noi. […] lo incontriamo soltanto nell’amore. […] Ma se l’amore è il presente assoluto, è anche l’assoluto futuro. […] Nel vuoto della fine, ci sarà soltanto la “caritas”, che in quel momento si scioglierà nella visione radiosa di Dio.».

In questi ultimi anni, ha cominciato a farsi pressante la richiesta d’inserire nell’insegnamento scolastico la Bibbia, in quanto testo intellettuale che ha offerto e offre contenuti preziosi alla letteratura, all’arte, alla musica e al costume, in quanto preziosa eredità culturale da custodire gelosamente e in quanto vero e proprio libro di letteratura da valorizzare, al di là del semplice recupero del senso delle radici cristiane. Nel 2005, a Milano, si è tenuto un convegno, organizzato dall’associazione laica “Biblia”, che ha discusso ampiamente proprio questo problema, affidandolo a tre esperti: il biblista monsignor Gianfranco Ravasi, il filosofo Salvatore Natoli e il giornalista Gad Lerner. Nello stesso periodo un folto gruppo d’intellettuali italiani (comprendente tra i primi firmatari, oltre ai più importanti biblisti, anche Massimo Cacciari, Umberto Eco, Margherita Hack e Gianni Vattimo), convinti dell’importanza della Bibbia come fondamento letterario per la formazione educativa e culturale degli studenti, hanno sottoscritto un appello rivolto sia al Ministero dell’Istruzione e della Ricerca sia agli altri operatori del mondo della scuola. Naturalmente, non è stato richiesto il tempo di un’ora di religione dedicata alla lettura della Bibbia, bensì l’inserimento integrativo della discussione della Bibbia (quale testo primordiale di grande influenza sullo sviluppo dell’Occidente) nell’ambito dei diversi insegnamenti scolastici: letteratura, storia dell’arte, economia politica, filosofia e musica.

P.S. Il 13 febbraio del 2006, per celebrare la festa di San Valentino, Roberto Benigni ha letto e commentato il Cantico dei cantici nel suo monologo L'amore farà vivere al Teatro Verdi di Terni. Nell'introduzione alla sua lettura, l'attore ha esordito dicendo ai suoi tanti spettatori: «O amici innamorati, sono lieto di inaugurare l’amore valentiniano di questa città che mi ha fatto innamorare. Perché questa città di San Valentino mi ha dato tanto amore, e chi più ne ha più ne metta, e chi meno ne ha meno ne metta. Ho subito accettato quest’invito con erotismo, perché si parla d’amore, ed è una cosa che mi ha avviluppato subito.». Si è detto lieto di affrontare il Cantico dei Cantici «che è un libro eccelso, è la base, il momento più straordinario dei libri della Bibbia». Ha ironizzato col suo solito sarcasmo su Berlusconi e poi si è addentrato sull'argomento. Ha detto tra l'altro: «Il Cantico dei Cantici è antecedente di parecchio a lui [Gesù]. è stato attribuito a Salomone, anche se in realtà non c’entra niente. Però è stato inserito tra i libri Sapienziali, perché è un libro ispirato. Per questo sta nella Bibbia. Perché per stare nella Bibbia ci vuole l’ispirazione: Dio dà l’ispirazione, quello scrive e  Dio lo fa diventare vero. Perché Dio volentieri s’ispira a coloro che ha ispirato. Quindi ha ispirato qualcuno – che non sappiamo chi sia – che ha scritto questo gioiello di bellezza, proprio in mezzo alla Bibbia. Sai, come quando nei quadri religiosi si vedono le cose cupe, poi all’improvviso arriva la Primavera del Botticelli. In questo libro la castità balla insieme alla bellezza e alla sensualità. La Bibbia è un libro straordinario perché è religiosissimo, ed è sensuale, erotico, pieno d’amore. C’è il lusso di spargere il seme della vita ovunque. Perché l’amore ha bisogno di lusso, ha bisogno di spazio, si nutre di se stesso, non gli garba tutto ciò che non è lui. […] Nel Cantico dei Cantici s’invoca l’amore come atto supremo dell’esistenza, un sentimento che abbraccia tutta l’umanità. […] Non c’è forza che può reggere a questo sentimento, e questo Gesù Cristo ce l’ha insegnato, e nel Cantico dei Cantici questo ritroviamo, perché naturalmente ci vogliono le due cose: sensualità e tenerezza. […] Il Cantico dei Cantici, che don Paglia mi ha consegnato di leggere e lo ringrazio perché ci ho ributtato gli occhi dentro e mi sono sommosso dall’emozione, è composto dei dialoghi: il dialogo dell’innamorato della sposa con lo sposo, meravigliosi: parla lei e parla lui, con una forma moderna, straordinaria. Naturalmente sono anche simbolici, perché come tutti i libri sapienziali il saggio sa che bisogna leggere tenendo d’occhio anche agli altri significati, ma poi facendo tutta la strada si ritorna alla semplicità del primo significato, e quindi come dice Dante nella Divina Commedia: “O voi che avete gli intelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde dietro il  velame de li versi strani”. C’è sempre dei significati, allora all’inizio pensavano che fosse il richiamo di Dio con Israele, poi c’è stata l’interpretazione di san Paolo che è naturalmente l’amore di Gesù per la chiesa. Ma quella più bella è quella di Gesù con l’umanità. […] Ora io vi voglio leggere questo Cantico dei Cantici augurandovi un inizio di questi festeggiamenti valentiniani meravigliosi a tutte le coppie, naturalmente della felicità nella goduria più spettacolare nella tenerezza e la sessualità. E vi voglio leggere questo gioiello che è stato donato all’umanità, di cui un rabbino del secondo secolo dopo Cristo ebbe a dire: “L’universo intero non vale il giorno in cui fu dato all’umanità il Cantico dei cantici”. Ora ve lo leggo: io l’ho scritto a lapis, e non a biro, perché don Paglia mi ha detto che non si può copiare la Bibbia con qualcosa di metallico, perché con il metallo si forgiano le armi.» 
(http://www.filmfestivalpopoliereligioni.it/cont/index.php?DY=2&CAT=4&ART=150 
L'AMORE FARA' VIVERE).