Visualizzazione post con etichetta C. Brown. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta C. Brown. Mostra tutti i post

lunedì 12 dicembre 2011

Lev Nikolaevič Tolstoj nel cinema e nella televisione



Lev Nikolaevič Tolstoj


Il sette novembre di cento anni addietro moriva Lev Nikolaevič Tolstoj, grandissimo scrittore russo, nato il 28 agosto del 1828 alla periferia di Mosca, nella tenuta agricola di Jasnaja Poljana, da un'antica e nobile famiglia.

Rimasto orfano, fu cresciuto insieme ai quattro fratellini tra Mosca e Pietroburgo da alcune zie. Da giovane seguì studi di filosofia e giurisprudenza, conducendo una vita inquieta e scioperata (giocando e perdendo molto denaro al tappeto verde); seguì la carriera burocratica e si arruolò poi tra i granatieri. Nel 1862 sposò Sòfja, una nobile ragazza diciassettenne che amò per quasi cinquant'anni (dandole tredici figli): la moglie lo aiutò nella stesura del suo lungo capolavoro Guerra e pace (copiò e ricopiò con dedizione le migliaia di pagine del manoscritto).

In età avanzata lo scrittore si ritirò nella tenuta natale, ove lavorò moltissimo dal punto di vista letterario e ove assunse il ruolo di opinionista molto apprezzato e di guida morale molto ascoltata dai contemporanei (era chiamato «il profeta di Jasnaja Poljana»).

Il suo grande romanzo Guerra e pace (1869) ha ispirato film, sceneggiati televisivi e adattamenti radiofonici. Nel firmamento del cinema, indimenticabile resta il classico film War and Peace (1956), diretto da King Vidor, alla cui complicata sceneggiatura parteciparono anche gli italiani Mario Camerini, Ennio De Concini, Ivo Perilli, Gian Gaspare Napolitano e Mario Soldati,  con le musiche di Nino Rota, e con la partecipazione di Audrey Hepburn (interpretò Nataša Rostova), Henry Fonda (era Pierre Bezukhov), Mel Ferrer (prestò il suo volto al Principe Andrej Bolkonskij) e Vittorio Gassman (interpretò Anatole Kuragin). Nel 1957 il film si aggiudicò il Golden Globe (come migliore film straniero), due Nastri d'argento (per la scenografia e la musica), e ricevette tre nomination ai Premi Oscar.

Com'è noto il ponderoso romanzo corale è dedicato agli avvenimenti storici che partono dalla invasione napoleonica del 1812, e le vicende di guerra si mescolano ai sentimenti dei protagonisti, l'ufficiale vedovo Bolkonskij e la fidanzata, la giovane Nataša, che lascia libera quando s'innamora di un altro. La guerra li disperderà ma si ritroveranno poi a Mosca, mentre la città brucia.  

Anche l'altro grande romanzo Anna Karenina, ispirato a un fatto realmente accaduto e scritto durante un periodo di forte crisi spirituale, è stato cannibalizzato da cinema, teatro e televisione. Narra l'intensa storia d'amore di Anna, sorella del principe Oblonskij, sposo infedele di Dolly che vorrebbe lasciarlo dopo aver scoperto il suo ultimo tradimento. Andata a trovarli da Pietroburgo a Mosca, Anna riesce a ricomporre con abile semplicità il dissidio tra i due sposi ma involontariamente ruba alla sorella di Dolly, Kitty, il corteggiatore Vronskij, ufficiale bello e prestante.

Per lui, Anna abbandona il marito (un alto burocrate rigido e perbenista) e il figlio; si amano, viaggiano, hanno una bimba, e Anna impara a vivere soltanto per Vronskij, che è la sua felicità ma anche la sua infelicità. Il marito la punisce con l'allontanamento dal figlio e il fermo rifiuto del divorzio, costringendola a vivere nel disprezzo sociale. Dimessosi dalla carriera militare, annoiato dalla vita presente, Vronskij inizia a provare del rancore per Anna e pensa forse di abbandonarla. In preda a un folle furore amoroso, timorosa per la fine della loro passione e disperata, Anna si abbandona a un fatale suicidio.

Questa storia struggente ha ispirato una serie interminabile di film, tra i quali ricordo soltanto la versione di Clarence Brown (1935) con la grande Greta Garbo (che era Anna per la seconda volta: la prima volta l'aveva interpretata nel film Love di Edmund Goulding del 1927) e con Fredric March. Desidero inoltre ricordare il nostro grandioso sceneggiato televisivo del 1974 per la sapiente regia di Sandro Bolchi (quella vecchia televisione che fu e che non esiste più!), prodotto in concomitanza del centenario della pubblicazione dell'opera tolstojana, con la sensibilissima Lea Massari (ha regalato misura e modernità ad Anna, solitamente, un'eroina smisuratamente romantica e appassionata), con Pino Colizzi e con Giancarlo Sbragia (il critico Maurizio Porro ha ritenuto Bolchi «capace di una sottigliezza e di una ferocia espressiva rare... di vitalità nuova... di un'aderenza che non rinuncia ad alcuna delle ricchezze politiche, religiose, sociali dell'autore»; mentre Aldo Grasso ha sottolineato come esso «venendo incontro alle richieste di un pubblico che sembrava reclamare gli sceneggiati della televisione delle origini, si sforzasse di mantenere in vita un genere in cui la RAI incominciava a non credere più»).

Gli ultimi anni della vita di Tolstoj non furono purtroppo felici, poiché si guastarono in modo irrimediabile i rapporti con la moglie, che non comprendeva più le sue idee e che non approvava più suoi comportamenti (la rinunzia dei diritti d’autore in favore di una setta religiosa aveva ridotto la famiglia sul lastrico).

Alla fine dell’ottobre del 1910, a ottantadue anni, stanco e amareggiato, lo scrittore riuscì a trovare il coraggio per una fuga da casa ma, dopo appena dieci giorni, moriva nella piccola isolata stazione di periferia Astapovo, stroncato dal freddo e dalla malattia. 

Quest'ultima triste fase della sua vita è stata il soggetto dell'ottimo film di Michael Hoffman (2010), dal titolo The Last Station: la fine di Tolstoj (basato sul romanzo omonimo di Jay Parini), con Helen Mirren (la moglie Sofja) – rappresentata in modo forse duro: più interessata a rivendicare per lei e per i figli i diritti sul patrimonio letterario che alle sofferenze del marito morente (che avrebbe voluto lasciare i suoi diritti d'autore al popolo russo) – e Christopher Plummer (il vecchio e stanco Tolstoj).


Negli ultimi istanti di vita di Lev, però i due sposi finalmente si ritroveranno. ("Persinsala.it", 8 novembre 2010)

mercoledì 21 settembre 2011

William Saroyan, autore armeno–americano quasi neorealista



William Saroyan (foto di Dickran Kouymjian)


Cento anni addietro, il 31 agosto del 1908, nasceva a Fresno (California) William Saroyan, scrittore statunitense di origini armene.


Rimasto orfano piccolissimo, fu ospitato con i fratellini in un orfanotrofio californiano e ben presto conobbe la strada e i suoi derelitti, dei quali divenne voce e cantore. Abbandonata la scuola all’età di 15 anni, fu strillone e fattorino telegrafico ma intanto iniziava a scrivere e studiava da autodidatta.

Le difficoltà esistenziali nell’ambito della comunità armeno–americana di Fresno, negli anni della Grande Depressione, hanno riempito d’impudente ottimismo e di gioia di vivere le sue prime opere; per William, la vita era degna di essere vissuta nonostante la fame e la povertà (scrisse: «Cerca per quanto sia possibile di essere sfrenatamente vivo, con tutte le tue forze... Cerca di essere vivo, sarai morto abbastanza presto»); i falliti e i derelitti erano per lui gente di valore (scrisse: «Le brave persone sono buone perché sono arrivate alla saggezza attraverso l’insuccesso»); ma soprattutto metteva l’uomo al centro di tutto (scrisse: «Io credo solo che vi è l’uomo. Il resto è trucco, artifizio»).

I racconti del suo esordio, raccolti nel 1934 in L’ardimentoso giovane sul trapezio volante (titolo ispirato da una nota canzone dell’Ottocento), sono irriverenti e particolari, realistici ma sognanti, animati da candidi personaggi vulnerabili («Un trapezio verso Dio o verso il nulla, un trapezio volante verso una qualche forma d’eternità»). Considerati i migliori, sono entrati nella storia della letteratura americana.

Saroyan era conscio del suo ruolo artistico; scrisse: «Lo scrittore è un anarchico spirituale, come lo è ogni uomo nel profondo del suo animo. Egli è insoddisfatto di ognuno e d’ogni cosa... è il migliore amico di ciascuno ma anche il suo solo buon e gran nemico... in nessun caso cam­mina con la moltitudine. Lo scrittore, che è uno scrittore, è un ribelle che mai si ferma... L’arte consiste nel guardare le cose in modo diverso da come hanno l’abitudine di guardarle gli altri». Questi racconti suscitarono entusiasmo sia in America sia in Europa; fu amatissimo in Italia – ove era considerato un autore di gusto quasi neorealista (che mescolava toni poetici e realismo) – e il suo stile fu imitato da molti: tra gli altri, da un giovane Elio Vittorini che lo tradusse facendolo conoscere ai lettori italiani.

Scrittore molto prolifico (scriveva rapidamente e pubblicava rapidamente, ma altrettanto rapidamente spendeva nell’alcol e nel gioco d’azzardo i suoi guadagni), diede alle stampe molte cose ottime ma anche tanto materiale scadente. Al primo volume, seguì la raccolta di novelle Il mio nome è Aram (1940), divenuto ben presto un best–seller internazionale.

Per la commedia I giorni della vita gli fu conferito il Pulitzer che rifiutò, sia perché convinto che il lavoro non fosse «né più grande né migliore» delle altre cose che aveva scritto, sia perché riteneva il premio una valutazione commerciale dell’arte.

Dal testo teatrale Il mio cuore è sugli altipiani (1939), A. Brissoni nel 1957 trasse il film con Albertazzi; mentre da La commedia umana (1942) fu ricavato il film di C. Brown con Mickey Rooney che vinse l’Oscar per la migliore sceneggiatura originale.

Seguirono i romanzi autobiografici In bicicletta a Beverly Hills (1952) e Ti voglio bene mam­ma (1957).

Col tempo la sua vena si appannò sfumando nel sentimentalismo e nel bozzetto, sparirono i conflitti e diminuì la forza coinvolgente della sua condanna sociale e dei suoi personaggi vibranti di vita. I lettori, tuttavia, continuarono ad amare questo autore che incarnava il tipo medio americano, pur essendo così originale e sempre ispirato dalla sua infanzia complicata, dalla famiglia armena, dal difficile matrimonio, dalla paternità e dal sofferto divorzio (nei suoi testi, sono fortissimi gli elementi autobiografici).

Dal 1958 per motivi fiscali andò a vivere a Parigi; in questo periodo scrisse: «Sono un uomo alienato... alienato da me stesso, dalla mia famiglia, dai miei amici, dalla mia patria, dal mio mondo, dal mio tempo, dalla mia cultura».

Morì di cancro a 72 anni il 18 maggio del 1981 nell’amata Fresno; amante della vita, lasciò scritto: «Tutti devono morire, ma ho sempre pensato che nel mio caso si sarebbe fatta un’ec­cezione. E ora che succede?».

Molte delle sue carte e diversi suoi manoscritti sono conservati presso la Stanford University, mentre a Fresno è stata creata la “The William Saroyan Society” per custodire la memoria di questo grande americano. (www.zam.it, News, 31/8/2008)

P.S. Nel 1939 William Saroyan aveva rappresentato con successo, presso il Guild Theatre di New York, la commedia I giorni della vita (The Time of Your Life), che gli meritò il Pulitzer che rifiutò. Nel 1948 ne fu tratto un film di successo, sceneggiato da Nathaniel Curtis, con James Cagney, per la regia di Henry C. Potter. Romanzo e film raccontano di un mondo di varia umanità che si muove intorno al Saloon di Nick, non solo ristorante ma anche luogo di incontro sito in uno dei quartieri più malfamati di San Francisco. E c'è Joe (James Cagney), il quale si siede sempre al solito tavolino bevendo una coppa di champagne in mano, osservando gli altri con simpatia e incoraggiando e aiutando tutti, e c'è Nick (William Bendix), il proprietario, che ha un amore sviscerato per i cavalli, e c'è un cowboy (Wayne Morris), c'è una prostituta (Jeanne Cagney) e c'è un ubriacone sbruffone di nome Murphy vestito da Buffalo Bill (James Barton) che racconta un sacco di balle, ma ci sono anche tanti altri disperati (donne di malffare, artisti di varietà in difficoltà, disoccupati impenitenti, strilloni e poliziotti), e tutti si ritrovano comunicandosi i loro sentimenti e trovando il modo di sognare una soluzione diversa per le loro esistenze tribolate. Fedele al romanzo, il film ha il tocco della verità e della leggerezza pur in un  tono grottesco e demenziale, avvalendosi di attori in forma e perfetti nella parte. Splendido James Cagney, per una volta nel ruolo di un buono e non del solito gangster.

Dal testo teatrale di Saroyan Il mio cuore è sugli altipiani (My Heart's in the Highlands), scritto nel 1939, il regista teatrale e televisivo Alessandro Brissoni ha ricavato nel 1957 l'omonimo film, con Giorgio Albertazzi, Augusto Mastrantoni e Alvaro Piccardi, che racconta la storia della crescita spirituale di un ragazzo che attraversa l'infanzia e giunge all'adolescenza guidato dai racconti di un vecchio vagabondo. E tutti i personaggi, bizzarri e picareschi, sono armeni giunti negli Stati Uniti da una parte remota del mondo: individui perseguitati e delusi, che non hanno perduto però il gusto di sognare e il desiderio di vivere una vita degna di essere vissuta; e per questo sono disposti ad affrontare una diversa cultura, con usi e costumi lontani anni luce da quelli della loro triste vita infantile offuscata dalla guerra e dall'esilio.

Dal romanzo di Saroyan La commedia umana (The Human Comedy) scritto nel 1942, fu tratto nel 1943 il bel film di Clarence Brown con James Craig, Van Johnson, Fay Bainter, Mickey Rooney e Robert Mitchum. Il film ricevette cinque nomination agli Oscar e un premio per il soggetto originale a William Saroyan. Vi si narra la storia di un ragazzo di quindici anni, Homer Macauley (Mickey Rooney), pieno di sogni e di entusiasmo, che vive in una piccola città della California. Il padre è morto e il fratello maggiore è partito per la guerra. Homer si preoccupa di sostenere la famiglia moralmente ed economicamente: di giorno frequenta il liceo, la sera vola in bicicletta verso l'ufficio del telegrafo ove fa il portalettere. Rimanendo forte e serio accanto alla mamma che si coccupa delle galline e suona l'arpa, alla sorella che studia il pianoforte e al piccolo Ulysses aperto a tutte le curiosità del mondo, Homer impara a crescere facendo il suo consapevole ingresso nel mondo degli adulti. Ha scritto Morando Morandini (ne "il Morandini", Zanichelli editore): «Molto garbo, eccesso di miele, ottimismo irriducibile... Bravo Rooney, bene gli altri. Cammeo di R. Mitchum.».