giovedì 10 gennaio 2013

Se devi amarmi… amami per amore – Biografia d'amore di Elizabeth Barrett e Robert Browning


Prima di copertina dell libro


Riporto il contenuto di una mia intervista rilasciata al prof. Iain Halliday che insegna Lingua e traduzione nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Catania, in occasione della presentazione del libro Se devi amarmi… amami per amore – Biografia d'amore di Elizabeth Barrett e Robert Browning (Aracne, Roma 2012), tenutasi a Catania presso il Katane Palace Hotel il 7 gennaio del 2013, alla quale hanno partecipato la prof.ssa Dorotea Amato Pistone, il prof. Giuseppe Pappalardo e lo stesso prof. Iain Halliday (moderatore il prof. Francesco Belfiore).

A. Com'è nato il progetto del saggio?
(1) Quand'ero ragazzina, quasi bambina, attingendo alla ben fornita libreria della mia cara mamma (naturalmente zeppa, oltre che di grandi classici, di libri per signorine) sono incappata in un libro rosa del 1932 di Andrea Dessì (autore semisconosciuto), dal titolo La famiglia Barrett, che in forma romanzata raccontava la storia d'amore di Elizabeth Barrett e Robert Browning. Confesso che questo libro mi aveva così affascinata che ogni tanto lo riprendevo in mano per rileggerlo con piacere.

(2) Qualche anno più tardi ho scritto un'antologia dedicata al cane nella letteratura antica e moderna, e stavolta mi sono scontrata con un delizioso piccolo libro di Virginia Woolf, grande scrittrice e critica inglese, Flush – una biografia, che uscì nel 1932 (lo stesso anno dell'uscita del libro di Dessì). Nel 1934 uscì, inoltre, il film di Sidney Franklin The Barretts of Wimpole Street (con Charles Laughton, Norma Shearer e Frederic March), ciò fa pensare a una riscoperta dei due poeti in questi primi anni Trenta (lo stesso Franklin preparò il riuscito remake conosciuto come Alleanza vietata - Forbidden Alliance con John Gielgud, Jennifer Jones e Bill Travers,  meritandosi due candidature all’Oscar. Dd'altra parte, all'idealismo filosofico e alla poesia metafisica di Browning, negli anni trenta guardarono con  interesse i poeti Ezra Pound (1874–1963) e Thomas Stearns Eliot (1888–1965), che – dopo un lungo periodo di oblio – posero in evidenza la drammatica ricchezza del “flusso di coscienza” ante–litteram di alcuni dei monologhi di Robert Browning.

Flush raccontava la stessa storia d'amore vista attraverso i candidi occhi di Flush, il cocker spaniel di Elizabeth Barrett, che, divenendo il testimone oculare del nascere di quel nuovo amore di Elizabeth per Robert che gli sottraeva parte dell'amore esclusivo che fino a quel momento Elizabeth aveva nutrito per lui, veniva via via diventando sempre più geloso. Le pagine su Flush della Woolf sono veramente deliziose e Flush ci appare come un cane giovane e gagliardo, giocoso ed entusiasta, ma in grado di capire e condividere le emozioni degli umani e di mutare la vita e il carattere della triste Elizabeth (donna complicata: tossico–dipendente dal laudano usato largamente dalle isteriche donne dell'Ottocento – ma non era innocuo essendo un derivato alcolico della morfina – e, col senno di poi, certamente anoressica). Per Elizabeth inferma, il dolce cocker spaniel aveva rinunciato al sole e alla vita all'aperto per condividere il buio e la solitudine della sua stanza ma poi era arrivato Robert e il piccolo Flush si era sentito ignorato e infelice. Aveva finito poi per decidere di amare sia Elizabeth sia Robert dello stesso amore. La Woolf ebbe a dire: «Scrivo ogni mattina, e mi diverto a scrivere ogni parola di Flush».

Ma la biografia di Flush è, naturalmente, la biografia di Elizabeth (e anche una fedele e attenta ricostruzione della Londra vittoriana): infatti, Virginia fece delle ricerche accurate attraverso diversi epistolari della Barrett sugli altri importanti protagonisti della vita della Barrett, tra i quali la cameriera Lily Wilson che le fu devotissima: insieme con lei e con Flush, Elizabeth e Robert fuggirono in Italia (non prima però di essersi sposati, data la severità dei costumi vittoriani).

(3) Soltanto qualche anno dopo, mi è poi capitato tra le mani un piccolo libro che conteneva alcuni sonetti di Elizabeth, tratti dai i Sonetti dal portoghese (Sonnets from the Portuguese), che in sequenza cronologica seguivano tutte le fasi dell’innamoramento e del fidanzamento, tradotti da Daniela Marcheschi (che ho avuto il piacere di conoscere su facebook), che mi sono sembrati così belli che è nato in me il desiderio di condividere questa bellezza con gli altri.

E, inoltre, per motivi familiari amo l'Inghilterra come una seconda patria e ho sempre adorato la letteratura inglese dell'Ottocento: Jean Austen con i suoi libri, Charlotte Bronte con Jane Eyre ed Emily Bronte con Cime tempestose. stao, quindi, per me estremamente interessante studiare questo periodo letterario.

B. Quanto tempo hai preso per scrivere questo saggio?
Non so precisare il tempo esatto perché la gestazione è stata piuttosto lunga. Infatti, scrivere questo saggio non è stato facile, perché i due poeti in Italia sono poco conosciuti e quindi il materiale reperibile in italiano era scarsissimo; per fortuna, invece, i due poeti sono conosciuti e amatissimi nel mondo anglosassone e il materiale che ho trovato sul web (nei siti specialistici dedicati alla letteratura vittoriana e ai due poeti) era enorme e ciò mi ha aiutato a trovare molte informazioni.

Per conoscere a fondo Elizabeth Barrett, molto importante è stato per me il testo integrale in italiano di Aurora Leigh, un lungo poema in versi liberi (blank verses) che in modo autobiografico racconta una complessa e melodrammatica storia d’amore tra una giovane ragazza con aspirazioni artistiche (voleva essere una poetessa) e il cugino, un uomo buono e saggio ma vero rappresentante del maschilismo vittoriano. Il testo è di una modernità eccezionale: Elizabeth vi confuta il concetto che una donna non possa scrivere vera grande poesia (un pregiudizio del tempo) e vi rivela la convinzione dell'eguaglianza tra uomo e donna, assolutamente inedite per quel periodo. Elizabeth – anche se molto innamorata – ci teneva a riaffermare la propria individualità; come riportato da George Barnett Smith (Elizabeth Barrett Browning. The Cornhill Magazine, 29:471–90, 1874), scrisse: «Io non scrivo per piacere ad alcuno, neanche per piacere al mio stesso marito».

Vi ricordo che al tempo dell Barrett e della stessa Virginia Woolf le donne non avevano né spazi né indipendenza economica: la Austen scriveva in cucina ed Emily Dickinson appuntava le sue poesie ai margini delle ricette da cucina, e le donne non potevano nemmeno ereditare (vi ricordo Orgoglio e pregiudizio e Dowton Abbey, visto di recente in televisione, nei quali in assenza di eredi maschi la casa di famiglia andava al cugino maschio). La Woolf ha scritto benissimo tutto questo in due saggi superbi: Le tre ghinee e Una stanza tutta per sé. Riconosciamolo: anche oggi la camera da studio è di assoluta pertinenza maschile!

Quello che mi ha entusiasmato di più è stato scoprire come Elizabeth, nell'amore, avesse saputo superare moltissimi problemi: la sua infermità, gli ostacoli posti da un padre geloso e psicopatico, la certezza di essere diseredata e la penuria di denaro di Robert, la differenza di età che allora non era affatto trascurabile (Elizabeth aveva sei anni più di Robert), la necessità di dover vivere all’estero, i pettegolezzi creati dalla grave trasgressione dell’amore clandestino (e del matrimonio segreto e della fuga) – Robert, dopo aver sposato Elizabeth in Inghilterra si era trovato al centro di un vero e proprio “gossip”: molti sospettavano che avesse sposato Elizabeth perché più famosa e ricca di lui, e a Londra era segnato a dito come il «marito della signora Browning» – , e infine l’implacabile e cieca vendetta del temuto padre tradito che non volle mai più vederla.

Elizabeth, che era una donna problematica (tossicodipendente e probabilmente anoressica), per amore, seppe puntare sul futuro (anche se nebuloso) perché aveva una grande fiducia nella Vita e in Robert che l'aveva fatta innamorare perché aveva saputo guardare, oltre la facciata, nella profondità della sua anima (e in realtà soltanto questo è l'amore, costruito sulla roccia, che resiste alle delusioni esistenziali, al declino per l'invecchiamento e le malattie, l'amore che non ha bisogno di silicone o di chirurgia estetica).

C. Elizabeth Barrette e Robert in che modo sostennero il Risorgimento?
Nella metà dell’Ottocento, Firenze ospitava una vivace e colta comunità anglo–americana, costituita da artisti e letterati che in Italia preferivano Firenze a Roma, al tempo infestata dalla malaria e quindi malsana, e che solidarizzavano con il Risorgimento. Molti di essi gravitarono nella cerchia formatasi attorno ai due poeti di successo.

E Elizabeth Barrett svolse un'attività politica vera e propria. Dopo il ritorno degli austriaci, nell’aprile del 1848, invece di abbandonare l’Italia come gli altri inglesi, i Browning rimasero a Firenze e (dopo la proibizione della esposizione del tricolore) provocatoriamente Elizabeth – ormai completamente votata alla causa dell’indipendenza italiana – volle nel suo salone il bianco delle tende, vicino al verde delle pareti e al rosso del velluto delle cortine.

Ispirata dal Risorgimento e dai fatti toscani del 1848 – «una italiana nel cuore (an Italian at heart)» – , si avvicinò al movimento del Romanticismo italiano scrivendo il poema Le finestre di casa Guidi (Casa Guidi Windows) (1850), costituito da una prima parte nella quale mostrava entusiasmo per le istanze di libertà del popolo fiorentino e da una seconda parte (scritta dopo l’armistizio che aveva ridotto Venezia sotto il controllo austriaco) nella quale manifestava un profondo senso di disillusione. Dieci anni dopo, nel 1860, la Barrett pubblicò la nuova raccolta poetica di carattere politico Poesie davanti al Congresso (Poems before Congress): convinta delle ragioni dei Fiorentini, Elizabeth aveva concentrato cos' tante attenzioni ed energie nella politica italiana da preoccupare sia Robert, sia gli amici più intimi. Con toni d’indignazione e d’invettiva, nella prefazione del libro, sollecitava i suoi connazionali a prendersi a cuore i gravi problemi dell’Italia: questi atteggiamenti furono considerati inopportuni e indecorosi per una donna, alienandole la simpatia degli Inglesi che le attribuirono erroneamente dei sentimenti anti–britannici. In effetti, le due opere non ebbero molto successo, contribuendo a diminuire la sua popolarità in Inghilterra. E il 1861 vide coincidere la morte della Barrett e l'unità d'Italia –avrei voluto che il libro uscisse nel 2011 che vedeva i 150 anni dell'Unità d'Italia ma l'editore non ha fatto in tempo – e, purtroppo, Elizabeth non ebbe il piacere di sapere che il 19 novembre del 1865 la Camera avrebbe approvato la legge che spostava la capitale d’Italia da Torino alla sua amatissima Firenze, in mezzo allo sconcerto e alle vibrate proteste dei torinesi.

Nessun commento:

Posta un commento