domenica 20 gennaio 2013

Danny Kaye e il leggendario Favoloso Andersen


Danny Kaye                               Il favoloso Andersen


In questi giorni, e precisamente il 18 gennaio di cento anni addietro, nasceva l'attore comico–fantasista statunitense Danny Kaye che raggiunse il culmine della sua carriera tra gli anni Quaranta e Cinquanta. Nel 1855 l'indimenticabile scrittore di favole danese Hans Christian Andersen Andersen aveva scritto una vera autobiografia intitolata “La fiaba della mia vita”, nella quale raccontava la sua esistenza proprio come si può narrare un bel sogno in bilico tra la miseria più nera e la grandezza più luminosa. Da quel romanzo, il regista King Vidor trasse nel 1952 il bel film musicale Il favoloso Andersen, interpretato dal grande Danny Kaye che cantava la deliziosa canzone di Frank Loesser “Wonderful Copenhagen”; e film, attore e canzone furono amati alla follia da tutti gli ingenui bambini della mia generazione.

David Daniel Kaminsky – nome d'arte Danny Kaye – nacque nel Brownsville (un'area di Brooklyn a New York) il 18 gennaio del 1913 e morì a Los Angeles il 3 marzo del 1987 all'età di 74 anni per un attacco di cuore seguito da un'epatite in seguito a un intervento di by–pass che aveva necessitato do una trasfusione.

Originario di una famiglia di ebrei ucraini immigrati negli Stati Uniti – il padre era un sarto e Danny fu il solo dei quattro figli a nascere negli Stati Uniti – , studiò in una scuola pubblica di Brooklyn che ora ha preso il suo nome; andò poi alla  Thomas Jefferson High School ma senza completare gli studi. Perse la madre giovanissimo, quella madre che apprezzava il suo humour e i suoi scherzi, e che era convinta del grande versatile talento del figlio e che lo incoraggiava sempre a coltivare le sue innate e comiche capacità d'improvvisatore (per Danny fu una perdita irreparabile!). Dopo l'abbandono della scuola, iniziò un'avventurosa esistenza: fu prima cantante di strada e animatore nei campi estivi, esercitò poi tutta una serie di svariati lavori finiti infelicemente.

Definito «a King of Comedy«», Danny Kaye s'impose per una sua comicità unica e irripetibile, surreale e divertente, basata su una timida e buffonesca svagatezza, accompagnata da un'imprevedibile mimica, da un humour contagioso e da capacità imitative eccezionali. I suoi personaggi eccentrici e quasi isterici, dagli arruffati capelli rossi e dal forte accento russo, la sua acrobatica parlantina, i suoi tic caricaturali, le sue pantomime travolgenti, le sue smorfie facciali esilaranti e, le sue canzoni scoppiettanti e nonsense (aveva uno squisito gusto musicale e in ogni film interpretava delle splendide canzoni rimaste indimenticabili) ne hanno fatto un'amatissima e indimenticata icona, una vera leggenda di Hollywood.

Fece una lunga gavetta nel vaudeville a partire dal 1933 (anno in cui assunse per la prima volta il nome d'arte di Danny Kaye) e nel cinema a partire dal 1935. Nel 1938 si fece notare nella parte di un russo maniaco, vestito di nero e dalla parlantina veloce (Nikolai Nikolaevich) in alcuni piccoli film. Scrive Gianni Canova (in Cinema, le garzantine, Garzanti, 2009): «Una giovinezza passata tra i mestieri più diversi e improbabili non gli impedisce di tentare con successo la carta del mondo dello spettacolo, esordendo come cantante e ballerino e mettendo in luce le sue doti migliori – una certa svagatezza dello sguardo che sa farsi poetica distanza dalla concretezza della vita, una parlantina rapidissima che non teme filastrocche e scioglilingua – prima in alcune produzioni teatrali di prestigio a Broadway, poi al cinema».

Scoperto da Samuel Goldwyn, Danny Kaye ebbe un grande successo nel 1944 con «lo scatenato musical propagandistico» Così vinsi la guerra (Up in Arms) di Elliott Nugent con Dana Andrews: «Prodotto da Samuel Goldwyn, fu uno dei trampolini di lancio più costosi, più stravaganti e più fantasmagorici che un comico avesse mai avuto. […] Il personaggio di Kaye era quello di un ipocondriaco dai nervi tesi (una figura destinata a diventare un classico del suo repertorio) e la sua interpretazione è memorabile per moltissimi numeri d'alto virtuosismo , tra cui il celebre Melody in four F, un caotico insieme di doppi sensi.» (ne “Le nevrosi esilaranti di Kaye, Capitolo 31: La commedia brillante degli anni di guerra”, Vol. 3, Il Cinema – Grande storia illustrata, Ist. Geografico De Agostini, Novara 1981). Goldwyn girò con Kaye – al quale avrebbe voluto far praticare una rinoplastica per diminuire le dimensioni del suo lungo naso ebraico e al quale fece tingere di biondo i rossi capelli – sei film, prevalentemente musicali: «I musical di Goldwyn rappresentarono la carta vincente della sua produzione perché erano i film che meglio rispondevano alla sua concezione del cinema come spettacolo d'evasione destinato al vasto pubblico.» (“Samuel Goldwyn”, Vol. 4, Il Cinema – Grande storia illustrata, Ist. Geografico De Agostini, Novara 1981).

Questo film fu seguito da altri film rimasti nella memoria degli spettatori del tempo, nei quali diede ottime prove d'attore a tutto tondo, muovendosi dal tono decisamente comico a quello ironico–sentimentale (ne girò più di venti). Sono da ricordare: L'uomo meraviglia (Wonder Man) (1945) di H. Bruce Humberstone con Virginia Mayo (Danny interpretava un mite professore posseduto dalla spirito del fratello gemello assassinato, uno sfrontato comico di night–club) ; Preferisco la vacca (The Kid from Brooklyn) (1946) di Norman Z. McLeod con Virginia Mayo (Kaye era un timido e gentile lattaio che diventa un involontario pericolosissimo pugile); Sogni proibiti (The Secret Life of Walter Mitty) (1947) di Norman Z. McLeod con Virginia Mayo e Boris Karloff (era un pubblicitario afflitto da una madre prepotente e sognatore); Venere e il professore (A Song Is Born) (1948) di Howard Hawks con Virginia Mayo e Benny Goodman (Danny era un timidissimo professore appassionato di jazz); L'ispettore generale (The Inspector General) (1949) di Henry Koster con Elsa Lanchester; L'amore non può attendere (It's a Great Feeling) (1949) di David Butler con Doris Day: Divertiamoci stanotte (On the Riviera) (1951) di Walter Lang con Gene Tierney e Corinne Calvet; e Il favoloso Andersen (Hans Christian Andersen) (1952) di Charles Vidor con Farley Granger e Zizi Jeanmaire.

Dopo aver lasciato Samuel Goldwyn, «un grande sopravvissuto della commedia dell'ante– guerra», Danny Kaye «riuscì a sfruttare il suo frenetico stile comico» in altri film: Un pizzico di follia (Knock on Wood) (1954) di Melvin Frank e Norman Panama con Mai Zetterling (primo film prodotto da Danny); Bianco Natale (White Christmas) (1954) di Michael Curtiz, in un ruolo pensato originariamente per Fred Astaire, con Bing Crosby e Rosemary Clooney; Il giullare del re (The Court Jester) (1956) di Melvin Frank e Norman Panama con Glynis Johns, Basil Rathbone e Angela Lansbury – forse la sua migliore interpretazione – ; Io e il colonnello (Me and the Colonel) (1958) di Peter Glenville con Curt Jürgens e Akim Tamiroff (in questo film «poté persino realizzare quella che è notoriamente la massima aspirazione di un comico, cioè interpretare la parte di Amleto»); Il principe del circo (Merry Andrew) (1958) di Michael Kidd con Anna Maria Pierangeli (storia di un austero professore che scopre la sua nascosta vocazione per il circo); I cinque penny (The Five Pennies) (1959) sul pioniere del jazz Red Nichols di Melville Shavelson con Louis Armstrong; Un generale e mezzo (On the Double) (1961) dello stesso Melville Shavelson con Dana Wynter e Margaret Rutherford (divertentissima la sua interpretazione del Fuhrer); Il piede più lungo (The Man From the Diner's Club) (1963) di Frank Tashlin con Cara Williams e Martha Hyer; e La pazza di Chaillot (The Madwoman of Chaillot) (1969) di Bryan Forbes con Katharine Hepburn e Charles Boyer. Danny Kaye non conobbe il declino del cinema comico degli anni Cinquanta perché «faceva categoria a sé, ed era meno soggetto di altri al variare delle mode […] trovò anche modo di coesistere pacificamente con i due più importanti nuovi comici degli schermi, Dean Martin e Jerry Lewis.» (“Hollywood torna al cinema d'evasione”, Vol. 4, Il Cinema – Grande storia illustrata, Ist. Geografico De Agostini, Novara 1981).

Alcuni di questi film ruotavano attorno al “tema del doppio”, due identiche persone interpretate da Danny Kaye, il che gli consentiva effetti comicissimi ed equivoci esilaranti; in altri film il grande comico interpretava il personaggio di ragazzo timido e sensibile, decisamente “svanitello”, tipo caratteriale riproposto più volte: «in costante fuga dalla vita reale verso una dimensione tutta sua, nella quale dare sfogo alla proprio ingenuità e stravaganza… che sogna costantemente a occhi aperti per sfuggire a una vita non appagante con effetti esilaranti» (in Cinema, le garzantine, a cura di Gianni Canova, Garzanti, 2009).

Ma vorrei spendere due parole sul film Il favoloso Andersen (1952), costato quattro milioni di dollari, che ha segnato sin dall'età infantile il nascere del mio entusiasmo per il cinema americano. Raccontava la vita del favolista Hans Christian Andersen, anch'essa una sorta di fiaba triste. Andersen era nato a Odense il 2 aprile del 1805; il padre era uomo ignorante e poverissimo ma un gran sognatore, e lo aveva lasciato orfano prestissimo; la madre era una rozza lavandaia alcolizzata che finì la sua vita in un ospizio per dementi. Per preparare un suo futuro migliore, a quattordici anni, Hans scappò via dal paese natale Odense (nell’isola danese di Fionia) per andare a Copenaghen, portando nel cuore sia i suoi sogni sia le fiabe tradizionali e le magiche superstizioni nordiche ascoltate dagli anziani ospiti dell’ospizio o conosciute attraverso le appassionanti rappresentazioni nel teatro locale (il secondo in Danimarca). A Copenaghen studiò arte teatrale e danza, e – grazie a un benefattore – completò gli studi sino all’Università. La trama del film tenta di ricalcare la vita di Andersen: il ciabattino Hans Christian incanta i ragazzi di Odense con i suoi magici racconti di fiabe in mezzo alla totale incomprensione degli adulti che lo vedono soltanto come un elemento di distrazione; si trasferisce a Copenaghen e trova lavoro al Teatro Reale, ove confeziona un paio di scarpette per la prima ballerina Dora, della quale s'innamora. Per lei scrive la più bella e la più triste delle sue favole, La sirenetta, che costituirà la trama di un balletto ma non può assistere al trionfo (il marito di Dora, geloso, lo chiude in uno sgabuzzino). La scena grandiosa del balletto La sirenetta, che dura ben 15 minuti, è danzata da Zizi Jeanmaire e Roland Petit, che ne firmò la splendida coreografia (Lucia Mannucci del Quartetto Cetra doppiava le canzoni di Zizi Jeanmaire). L'indomani Hans manifesta il suo amore a Dora ma viene respinto; amareggiato, ritorna al borgo natio dai ragazzi che amano lui e le sue fiabe. La voce di Danny Kaye era quella bellissima e pastosa di Stefano Sibaldi mentre, nelle deliziose parti cantate, Virgilio Savona (del Quartetto Cetra) prestava la sua voce a Kaye: come dimenticare Wonderful Copenhagen, The Ugly Duckling e Thumbelina cantata a una piccola figurina disegnata sul suo pollice. Hanno commentato Laura, Luisa e Morando Morandini (ne il Morandini – Zanichelli editore): «Allontanato dal villaggio natio perché distrae i bambini con le sue favole, il ciabattino Hans Christian Andersen giunge a Copenaghen dove s'innamora di una ballerina. Prodotto da Sam Goldwin che fece scrivere 16 sceneggiature prima di accettare quella di Moss Hart, definita “la rappresentazione di un demente in un mondo di idioti” (P. Kael). Favolosamente inattendibile come biografia. Storia e personaggi soccombono al peso del fasto spettacolare. Pur non avendo nulla da spartire col vero Andersen, Kaye è bravo. Canzoni di F. Loesser e R. Day. 3 candidature agli Oscar (per la fotografia, la scenografia, la musica)».

Danny Kaye era un uomo spiritosissimo; vorrei ricordare alcune delle sue battute più fulminanti: «Alimenti sono quell'istituzione per cui uno deve pagare per il fatto che due hanno commesso un errore… Bisognerebbe sposare soltanto una donna bellissima, altrimenti non c'è speranza di disfarsene… Le donne spendono più soldi di quanti il marito ne guadagni, affinché la gente creda che lui guadagni più di quanto loro spendono…».

Nel 1940 Danny Kaye aveva sposato Sylvia Fine, sua collaboratrice musicale in molti film (Danny amava la musica e fu un discreto direttore d'orchestra sinfonica durante diversi eventi musicali di natura umanitaria per la raccolta di fondi). Sylvia era pianista e compositrice di musica e parole, e l'aveva conosciuta nel 1939; insieme con lei lavorò a “La Martinique”, un nightclub di New York City, ove il commediografo Moss Hart –rimasto incantato dalle performance di Danny – lo coinvolse a Broadway nella commedia Lady in the Dark, che vide nel 1941 un suo grandissimo successo personale (ritornò a Broadway poù tardi, nel 1970, come protagonista nel musical di Richard Rodgers Two by Two; si fece male a una gamba ma recitò nonostante la stampella. Sylvia e Danny rimasero insieme fino al 1987 (anno della morte di Kaye) anche se negli ultimi anni piuttosto separati: ebbero una figlia Dena Kaye, nata nel 1946 (in una intervista del 1954, Kaye disse: «Qualsiasi cosa voglia essere, lei lo sarà senza interferenze da parte della madre o da parte mia»). Sylvia Fine Kaye morì a 78 anni nel 1991. Danny Kaye amava molto la cucina: era bravo quasi quanto uno chef e amava soprattutto la cucina cinese e italiana; era un entusiasta dell'aviazione e del volo e amava il baseball. Voci insistenti hanno parlato di una bisessualità di Kaye e di una relazione durata dieci anni negli anni Cinquanta tra Danny e Laurence Olivier (relazione negata dai due attori, dai familiari e dai biografi).

Nel 1945 Kaye fu il primo attore americano a fare un tour nella Tokyo del dopoguerra. Nei tardi anni Quaranta, contro la famigerata vicenda delle liste nere e contro la paranoia politica che sconvolse Hollywood (sulla scia di una grave crisi economica che aveva colpito l'industria cinematografica), Danny Kaye, insieme a Humphrey Bogart, Lauren Bacall, June Havoc, Paul Henreid e Richard Conte, sfilò guidando una marcia di protesta contro le indagini sulle attività anti–americane a Hollywood ((ne “Problemi sindacali e politici, Capitolo 44: Tempesta su Hollywood”, Vol. 4, Il Cinema – Grande storia illustrata, Ist. Geografico De Agostini, Novara 1981).

Gli ultimi suoi film furono televisivi: un musical televisivo dedicato a Pinocchio (1976) di Ron Field e Sid Smith nel ruolo di Geppetto, l'ottima versione musicale di Peter Pan (1976) di Dwight Hemion con Mia Farrow (Danny era un divertentissimo Captain Hook), e Diritto di offesa (Skokie) (1981) di Herbert Wise in un memorabile ruolo drammatico (Danny era un sopravvissuto dell'Olocausto).

Dal 1956 aveva collaborato con la CBS per lo spettacolo The Secret Life of Danny Kaye, che combinava i suoi immensi tour mondiali per 50.000 miglia e dieci nazioni come ambasciatore dell'UNICEF con musica e scenette umoristiche; sempre con la CBS fu il protagonista acclamato del The Danny Kaye Show vincitore di diversi Emmy awards (64 episodi tra il 1963 e il 1967) che avevano replicato l'omonimo spettacolo radiofonico della CBS del 1945–1946, che aveva reso Danny popolarissimo.

Artista poliedrico, nel 1953, Kaye creò una propria casa di produzione, la “Dena Pictures” (dal nome della figlia) che poi si allargò alla televisione nel 1960 con il nome di “Belmont Television”.

Uomo buono e amante dei bambini, soprattutto i più svantaggiati, nel 1954 (mentre era al culmine della sua carriera) Danny Kaye divenne il primo ambasciatore dell'UNICEF, prodigando forze, energie, passione e spirito di solidarietà. Con il suo entusiasmo seppe toccare il cuore di molte altre celebrità coinvolgendole nel suo progetto umanitario. Da quel momento, persone che avevano raggiunto grandi traguardi esistenziali misero il loro nome al servizio dell'infanzia come ambasciatori dell'UNICEF; con Danny nacque quella meravigliosa “tradizione degli ambasciatori di buona volontà” che collaborano allo sviluppo e agli aiuti d'emergenza dell'importante istituzione. Kaye era stato tanto identificato con l'UNICEF che – quando nel 1965 l'istituzione ricevette il premio Nobel – Danny fu selezionato per riceverlo. Aveva detto: «Credo profondamente che i bambini siano molto più potenti del petrolio, più belli di qualsiasi fiume, più preziosi di qualsiasi altra risorsa naturale che un paese possa avere. Credo che la cosa più gratificante che io abbia mai fatto nella mia vita sia essere entrato in contatto con l'UNICEF»; e nel 1983 aveva dichiarato: «Il traguardo rivoluzionario della salute per tutti i bambini può essere raggiunto. In certi momenti può sembrare scoraggiante, ma tutto questo può essere fatto quando persone di buona volontà si uniscono e s'impegnano per fare la cosa migliore. Il lavoro dell'UNICEF è un tributo all'umanità e alla superiore volontà dell'uomo». Si stima che durante il suo mandato di Ambasciatore UNICEF Danny Kaye abbia raggiunto oltre 100 milioni di persone. Fu anche il promotore della fortunatissima campagna di raccolta fondi per l'UNICEF legata alla festa di Halloween “Trick–or–Treat” (Dolcetto o Scherzetto) (riportato in “Omaggio a Danny Kaye, primo Ambasciatore UNICEF”, 18 gennaio 2013,
http://unicef.it/doc/4524/omaggio-alla-memoria-di-danny-kaye-primo-ambasciatore-unicef.htm).

Danny Kaye avrebbe voluto diventare medico ma le condizioni economiche della famiglia non glielo consentirono: non ci riuscì ma, grazie ai suoi meriti umanitari, fu nominato membro onorario dell'American College of Surgeons e dell'American Academy of Pediatrics.

Kaye ricevette due Academy Awards: un Academy Honorary Award nel 1955 e il Jean Hersholt Humanitarian Award nel 1982. Nel 1981 ricevette il Peabody Award, in parte anche  per il “Live from Lincoln Center: An Evening with Danny Kaye and the New York Philharmonic” della PBS. Nel 1986 ricevette la Legion d'Honneur per la sua meritoria attività in favore dei bambini di tutto il mondo e nel 1987 il Presidente Ronald Reagan gli ha concesso la Medaglia presidenziale della libertà.

Per concludere, ha scritto Gianni Canova: «Tra Buster Keaton e Jerry Lewis, ma senza essere l'uno o l'altro, attraversò con brio surreale la commedia americana, finché sul finire degli anni '50 dirada l'attività cinematografica per dedicarsi agli impegni di beneficenza per l'UNICEF.» (in Cinema, le garzantine, Garzanti, 2009). è stato scritto (ma non sono assolutamente d'accordo): «I film di Kaye, che all'epoca furono considerati straordinariamente divertenti, non hanno retto molto alla prova del tempo, così come molte altre opere e attori degli Anni Quaranta.» (ne “Le nevrosi esilaranti di Kaye, Capitolo 31: La commedia brillante degli anni di guerra”, Vol. 3, Il Cinema – Grande storia illustrata, Ist. Geografico De Agostini, Novara 1981).

Questi film di Danny Kaye, io li ho visti tutti e li ho adorati, come per anni ho adorato Danny Kaye, e mi duole molto che i nostri bambini non abbiano alcuna occasione di vederlo e di ridere con lui e per lui.

6 commenti:

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    L'autore rievocava la sera in cui, insieme al fratello, aveva assistito ad uno dei suoi spettacoli, conclusosi immancabilmente con una performance sempre più vorticosa e indiavolata di Minnie the Moocher, durante la quale tutto il pubblico, poco alla volta, si sottrasse all'insostenibile gara. Tutto il pubblico, tranne i due fratelli, che alla fine Danny Kaye fece salire sul palco.
    Quell'articolo terminava ricordando che Kaye avrebbe voluto diventare un medico e che, pur non essendolo mai stato, curò molte persone, con il suo sorriso e il dono della sua umanità. Grazie per questo stupendo ricordo di uno dei miei attori preferiti.

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