sabato 24 agosto 2013

Lilla Brignone, una vera “Regina” del teatro, avrebbe compiuto cento anni


Lilla Brignone

La grande attrice romana Lilla Brignone (vero nome Adelaide), forse la più celebre attrice del dopoguerra in Italia, nacque il 23 agosto del 1913. Figlia d'arte, appartenente a una vera dinastia di artisti, sin da bambina respirò la polvere del palcoscenico e calcò i set cinematografici. 

Era, infatti, la figlia del regista milanese Guido Brignone  (1886–1959), a sua volta figlio dell'attore teatrale e caratterista cinematografico Giuseppe Brignone (1854–1937) – noto «per il garbo e la cura della recitazione» (N. Leonelli, Enciclopedia biografica e bibliografica Italiana, Attori tragici, attori comici, 2° vol., Roma 1944) –, fratello dell'attrice brillante Mercedes Brignone (1885–1967) – che ho conosciuto perché qualche anno prima di morire nel 1964 fu chiamata dalla TV per partecipare allo spettacolo musicale Biblioteca di Studio Uno – e cognato dell'attore Uberto Palmieri (coniuge di Mercedes dal 1903). Guido Brignone aveva sposato l'attrice cinematografica Lola Visconti e fu molto noto nel periodo del cinema muto per il film Odette (1915); fu, inoltre, il primo regista italiano a vincere la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica (1934) con il film storico Teresa Confalonieri, al quale Lilla aveva partecipato nel ruolo della marchesina al ballo; col padre girò ancora Passaporto rosso (1935) e Vivere (1937).

Appena quindicenne, Lilla Brignone debuttò nella compagnia teatrale di Kiki Palmer (pseudonimo di Giulia Fogliata, 1907–1949, madre adottiva di Renzo Palmer), che con la sua recitazione moderna e spontanea, seppe insegnarle i rudimenti della perfetta dizione, dell'intensità drammatica e dell'asciuttezza interpretativa.

Da allora fu tutto un trionfo e arrivò sino a divenire una delle attrici più significative del 900. Recitò accanto a “miti” del teatro italiano e nelle compagnie del “Gotha” teatrale italiano, quali  quelle di Gandusio-Carli (creatori del teatro “brillante” e della pochade), Ruggero Ruggeri (fu un breve sodalizio, segnato dal successo Sesso debole di E. Bourdet, che secondo G. Prosperi ebbe una grande importanza in quanto «qualcosa di lui le restò addosso come una preziosa marca di fabbrica: un modo essenziale di concentrarsi, tutto interiore, la forza della battuta vibrata a bassa voce, tesa e scandita»), Memo Benassi (fu notata da R. Simoni in Novità di Parigi, atto unico di S. Lopez presentato al teatro Odeon di Milano nel 1937), e Renzo Ricci (col quale fu in Festa di S. Benelli al teatro Nuovo di Milano nel 1940 e in Oro puro di G. Gherardi al teatro Alfieri nel 1941, ove fu nuovamente notata dal critico Simoni), Giorgio Strehler, Salvo Randone (esperienza nel 1954-55 con la Compagnia Italiana di prosa Brignone-Randone-Santuccio: mitica La parigina H. Becque, cui partecipò anche Antonio Battistella) e Luchino Visconti.

La sua vicenda artistica teatrale è stata così enorme e ricca, maturata attraverso le più svariate e impegnative esperienze, che le sue performance sono state grandi e numerose. Mi limito a ricordare soltanto l'essenziale.

Decisivo l'incontro con il Piccolo Teatro di Milano e con Giorgio Strehler, durante il quale, come scrive Canova: «raggiunge la pienezza della sua espressività di attrice intelligente e versatile nelle interpretazioni di Shakespeare, Pirandello, Sofocle e Anouilh.» (Cinema, le garzantine, a cura di Gianni Canova, Garzanti, Milano 2009). Tra il 1947 e il 1953 recitò in numerosi capolavori teatrali: L'albergo dei poveri di M. Gorkij, Le notti dell'ira di A. Salacrou e I giganti della montagna di L. Pirandello (1947); Delitto e castigo, La tempesta e Romeo e Giulietta di Shakespeare, Assassinio nella cattedrale di Th. Stearns Eliot e Il gabbiano di A. Cechov (1948); La bisbetica domata di Shakespeare e Il piccolo Eyolf di H. Ibsen (1949); La parigina di Becque, Estate e fumo di Tennessee Williams e Il misantropo di Molière (1950); Casa di bambola di H. Ibsen e La dodicesima notte di Shakespeare (1951); Macbeth di Shakespeare ed Elisabetta d'Inghilterra di F. Bruckner (1952); Sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello e Lulù di Carlo Bertolazzi (1953); e Questa sera si recita a soggetto di Pirandello (1956).

Compagna nella vita e nell'arte di Gianni Santuccio, formò con il grande attore una fra le coppie più celebrate e indimenticabili del teatro italiano. La compagnia Brignone-Santuccio, cui si aggiunsero M. Benassi, S. Randone, L. Volonghi e C. Pilotto, «ebbe esiti brillanti per i requisiti intrinseci delle opere in repertorio e per le irripetibili “gare di bravura” degli interpreti»
[http://www.treccani.it/enciclopedia/adelaide-brignone_(Dizionario-Biografico)/].
Ricordiamo l'Allodola di J. Anouilh al teatro di via Manzoni di Milano nel 1953 (E. Possenti scrisse che di Giovanna d'Arco la Brignone fece «con la sua bella, dolce, incantata interpretazione» una delle «più felici figure della sua carriera»); Processo di famiglia di D. Fabbri al teatro Carignano di Torino nello stesso anno; e Anche le donne hanno perso la guerra di C. Malaparte al teatro La Fenice di Venezia nel 1954 (Possenti parlò di «una dolorosa e dura fierezza»). Dopo un periodo di separazione artistica, Lilla Brignone e Gianni Santuccio si riunirono per la stagione 1960-61 e furono ancora insieme «con momenti di splendida bravura» nella compagnia Brignone-Santuccio-Millo, interpretando Danza di morte di A. Strindberg presso il teatro Comunale di Ferrara nel 1969 (il dramma fu trasmesso con successo strepitoso in TV nel 1971). Di Lilla Brignone è stato scritto: «Mostrava ormai d'aver maturato uno stile inconfondibile (voce leggermente roca ma morbida, gesto netto, portamento dignitoso, talvolta sostenuto, mai sussiegoso) che, nei momenti più difficili, si distillerà in una sorta di ritmo misurato e distaccato che sarà caratteristico della sua recitazione soprattutto negli ultimi anni della carriera. Sul suo viso le labbra sottili e il taglio a mandorla degli occhi richiamavano i lineamenti di una maschera orientale ingentilita da tratti mediterranei, una preziosità, questa, certamente più adatta al teatro drammatico che ad altri generi di spettacolo: il suo partner “ideale” divenne, a questo punto, G. Santuccio, col quale intese completarsi nel rappresentare le più riposte pieghe psicologiche della coppia (il sodalizio era cominciato al tempo di “Piccoli borghesi” e l'incontro con lo Strehler fu pertanto contemporaneo e determinante ai fini della loro evoluzione artistica).»
(http://www.treccani.it/enciclopedia/adelaide-brignone_(Dizionario-Biografico)/).

Con Luchino Visconti la Brignone portò al successo Come le foglie di G. Giacosa (1954), La signorina Giulia di A. Strindberg (1957), Il crogiuolo A. Miller (1955), Immagini e tempi di Eleonora Duse di G. Guerrieri e Veglia la mia casa, Angelo di Ketti Frings (dal romanzo di Thomas Wolfe, nella versione di Suso Cecchi D'Amico) (1958), e La monaca di Monza di G. Testori (1967).

Fu, quindi, con Anna Proclemer e Giorgio Albertazzi (da ricordare l'affascinante spettacolo Maria Stuarda di F. Schiller, per la regia di L. Squarzina, presentato al teatro E. Duse di Genova nel 1965).

Nel 1968 recitò In memoria di una signora amica (trasmessa in TV nel 1978), scritta per lei da Giuseppe Patroni Griffi che la diresse nella compagnia Lilla Brignone-Pupella Maggio, presentata al teatro La Fenice di Venezia, in occasione del XXII Festival del Teatro (l'interpretazione le meritò la maschera con lauro d'oro IDI 1964, destinata alla migliore interprete di una novità italiana).

Con il teatro Stabile di Genova e Luigi Squarzina fu la protagonista dei seguenti spettacoli di successo: Casa nova di C. Goldoni (1973), Cerchio di gesso del Caucaso di B. Brecht (1974) e Un lungo giorno di viaggio nella notte di E. O'Neill (1974).

Negli ultimi anni di attività, con Giancarlo Sepe (definito «un estroso “rilettore” di alcuni stagionati testi del teatro contemporaneo»), ripropose Come le foglie (1979) e fu protagonista della Casa di Bernarda Alba di F. Garcia Lorca (1980), di Danza macabra di A. Strindberg (1981) e di Così è (se vi pare) di Pirandello (1982), che fu il suo vero e proprio canto del cigno, in cui «il gusto del rischio che mai le era venuto meno la indusse alla interpretazione della parte della signora Frola in chiave di teatro dell'assurdo con un risultato accattivante»
(http://www.treccani.it/enciclopedia/adelaide-brignone_(Dizionario-Biografico)/).

Naturalmente non poteva ignorarla la TV degli anni d'oro che la fece conoscere agli italiani, i quali non disponevano ancora dei teatri stabili e impararono ad amare il teatro e i suoi protagonisti attraverso la prosa televisiva e gli sceneggiati. Da ricordare: Casa di bambola, (1958) diretta da Vittorio Cottafavi, Una tragedia americana (1962) per la regia di Anton Giulio Majano, La figlia del capitano (1965) diretta da Leonardo Cortese, e I promessi sposi (1967) e I demoni di S. Bolchi e Diego Fabbri da F. Dostoevskij (1972) per la regia di Sandro Bolchi.

Prediletta anche dal cinema, fu diretta da Raffaello Matarazzo (Il serpente a sonagli, 1935, con Nino Besozzi, Andreina Pagnani e Paolo Stoppa, e La risaia, 1956, con Elsa Martinelli e Folco Lulli), Alessandro Blasetti (La cena delle beffe, 1941, con Amedeo Nazzari, Clara Calamai, Osvaldo Valenti ed Elisa Cegani), Renato Castellani (I sogni nel cassetto, 1957, con Lea Massari, Enrico Pagani e Sergio Tofano), Valerio Zurlini (Estate violenta, 1959, con Jean-Louis Trintignant ed Eleonora Rossi Drago – nella parte della madre di Roberta, questo fu «tra i pochi film in cui poté, nello spazio di una scena d'intenso respiro, dimostrare il suo talento» – e Il deserto dei Tartari, 1976, con Vittorio Gassman Giuliano Gemma e Philippe Noiret in una scena breve ma significativa che ne costituiva il prologo), Antonio Pietrangeli (Fantasmi a Roma, 1960, con Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman, Eduardo De Filippo e Tino Buazzelli), Michelangelo Antonioni (L'eclisse, 1962, con Alain Delon e Monica Vitti), Jean Delannoy (Venere imperiale, 1962, con Gina Lollobrigida, Stephen Boyd e Raymond Pellegrin), Bernard Borderie (Rocambole, 1962, con Nadia Gray e Alberto Lupo), Gianni Puccini (L'attico, 1963, con Daniela Rocca, Tomas Milian e Philippe Leroy), Franco Giraldi (La bambolona, 1968, con Ugo Tognazzi,), Pasquale Squitieri (Camorra, 1972, con Fabio Testi, Jean Seberg e Raymond Pellegrin), Salvatore Samperi (Malizia, 1973, e Peccato veniale, 1974, con Laura Antonelli), e infine Alberto Lattuada (Oh, Serafina!, 1976, con Renato Pozzetto, moderna favola ecologista tratta dall'omonimo romanzo di Giuseppe Berto). Si è scritto: «Benché l'attività teatrale abbia avuto, nella sua carriera, la preminenza su quella cinematografica, la Brignone è riuscita a creare, in alcuni film di innegabile valore, personaggi di grande intensità drammatica, come quello della madre di Vittoria (Monica Vitti), la protagonista de “L'eclisse” realizzato nel 1962 da Michelangelo Antonioni), e quello della madre di Ivana, la protagonista de “La bambolona” (1968, regia di Franco Giraldi; protagonista maschile, Ugo Tognazzi), delineati entrambi con estrema bravura e con opposti registri drammatici, perfettamente adeguati ai personaggi, nevrotico e carico di tensione il primo, il secondo in apparenza ottuso, ma in realtà sottilmente calcolatore.» 
(http://www.mymovies.it/biografia/?a=5359).

Lilla Brignone si dedicò anche in modo intenso alla prosa radiofonica e in modo saltuario al doppiaggio.

Morì nella sua amata città di Roma (che nel 1972 l'aveva premiata con l'“Oscar capitolino”) il 24 marzo 1984 (aveva appena 70 anni). Il 30 ottobre 1984 nel foyer del Politeama di Genova è stata aperta una mostra intitolata “Omaggio a Lilla Brignone”, realizzata grazie al materiale che la figlia Maria Teresa (che vive a Genova) ha donato al Museo Biblioteca dell'Attore. Si trattava di «un viaggio in cinquant'anni di storia del teatro curiosando tra i bauli dell'attrice», deceduta nel marzo precedente. All'inaugurazione hanno partecipato Ivo Chiesa e Sandro D'Amico, Vittorio Gassman e Ombretta Colli. In quell'occasione ha detto Vittorio Gassman: «La conoscevo da quarant'anni l'ho apprezzata tantissimo, soprattutto per la duttilità dei ruoli. Ma non ho mai recitato assieme a lei: l'unica volta che fui in scena con la Brignone, facevo la comparsa e basta, non dissi neppure una battuta. Il suo comunque fu un approccio moderno, però sempre legato ai valori della tradizione.».
(http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1984/10/30/in-memoria-della-signora-lilla-brignone.html).

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