martedì 21 maggio 2013

Dante e la Vita Nuova, l’amor gentile per una donna che è un angelo



Dante di Gustavo Doré                                        Sceneggiato TV


La Vita nuova – intesa sia nel significato di vita giovanile sia nel senso di vita completamente rinnovata dall’amore – è una sorta di diario intimo, o meglio di “operetta autobiografica”, costituita dalla raccolta in ordine cronologico dei commenti in prosa e delle rime dedicate a Beatrice Portinari.

In toni quasi mistici, Beatrice è cantata come un prodigio del Paradiso davanti al quale non si può che restare in muta e trepidante adorazione. Dante parla d’amore secondo i canoni del “dolce Stil Novo” ma, poiché è già il gran poeta che conosciamo (in modo auto–referenziale diceva di se stesso: «Sono colui che sono, non per grazia di ricchezza, sì per grazia di Dio»), la sua esperienza amorosa prende il sopravvento sul manierismo culturale e Beatrice – la donna amatissima – ci appare non un arido e freddo simbolo ma una donna viva, anche se trasfigurata in “donna–angelo” dal vagheggiamento amoroso del poeta che è completamente rapito da quello che considera «un amore perfetto». E Beatrice diverrà il suo costante punto di riferimento, la sua luce nel buio, il suo faro nella tempesta.

In questa giovanile composizione poetica a carattere autobiografico – costituita da alcuni brani in prosa, da venticinque sonetti, da quattro canzoni, da una stanza e da una ballata – viene descritto il primo incontro di Dante e Beatrice, entrambi coetanei, avvenuto per la prima volta quando il poeta aveva appena nove anni (e il nove, per Dante, è certamente un numero simbolico e miracoloso). Il secondo incontro – durante il quale i due si scambiarono soltanto un fugace saluto – avvenne nove anni dopo, quando entrambi avevano 18 anni. L’amore per Beatrice possiede Dante in una maniera così totalizzante che, per evitare pettegolezzi, è costretto a fingere amore per due diverse “donne–schermo”, amareggiando così Beatrice che gli toglie il saluto. In una orrida visione, Dante vede Beatrice nuda, portata da Dio in un «drappo sanguigno» e costretta a nutrirsi del cuore del poeta; subito dopo, Amore piangente sparisce in cielo con la donna amata. Questa spaventosa visione di morte ha però il significato dell’accettazione dell’amore per Dante da parte di Beatrice, la cui morte trasforma l’amore umano del Poeta in Amore assoluto, fonte di elevazione e ispirazione. E nella trasfigurazione del poeta l’amata diventa una forte guida morale.

Ed ecco i tre sonetti più belli e più noti della “Vita Nuova” (1292–1293).

Capitolo XXI.
Sonetto: Ne li occhi porta la mia donna Amore.
Ne li occhi porta la mia donna Amore,
per che si fa gentil ciò ch’ella mira;
ov’ella passa, ogn’om ver lei si gira,
e cui saluta fa tremar lo core,

sì che, bassando il viso, tutto smore,
e d’ogni suo difetto allor sospira:
fugge dinanzi a lei superbia ed ira.
Aiutatemi, donne farle onore.

Ogne dolcezza, ogne pensero umìle
nasce nel core a chi parlar la sente,
ond’è laudato chi prima la vide.

Quel ch’ella par quando un poco sorride,
non si pò dicer né tenere a mente,
sì è novo miracolo e gentile.

Capitolo XXVI.
Sonetto: Tanto gentile e tanto onesta pare.
Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogni lingua devèn tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Móstrasi sì piacente a chi la mira
che dà per gli occhi una dolcezza al core
che ’ntender no la può chi no la prova:

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.

Sonetto: Vede perfettamente onne salute.
Vede perfettamente onne salute
chi la mia donna tra le donne vede;
quelle che vanno con lei son tenute
di bella grazia a Dio render merzede.

E sua bieltate è di tanta vertute,
che nulla invidia a l’altre ne procede,
anzi le face andar seco vestute
di gentilezza, d’amore e di fede.

La vista sua fa onne cosa umìle;
e non fa sola sé parer piacente,
ma ciascuna per lei riceve onore.

Ed è ne li atti suoi tanto gentile,
che nessuno la si può recare a mente,
che non sospiri in dolcezza d’amore.

Nel brano in prosa della “Vita Nuova” (Capitolo XXVI.) che precede il sonetto Tanto gentile e tanto onesta pare, Dante scriveva: «[…] Diceano molti, poi che passata era: – Questa non è femina, anzi è uno de li bellissimi angeli del cielo. – E altri diceano: – Questa è una meraviglia; che benedetto sia lo Segnore, che sì mirabilmente sae adoperare! - […]». Il libro termina (Capitolo XLII.) col proposito di Dante di scrivere un’opera ancora più eccelsa, ispirata anch’essa a Beatrice, ove egli possa dire tutto quello che non è stato mai detto per nessun altro essere di sesso femminile. Ed egli sogna che, alla fine di ciò, possa riunirsi in cielo alla donna tanto amata; il poemetto finisce con queste ultime parole: «E poi piaccia a colui che è sire de la cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui “qui est per omnia saecula benedictus”.».

Nel Convivio (1304–1307) Dante identificherà Beatrice con la Filosofia, immagine di perfezione e verità, guida alla sicura redenzione di tutti. Ma quale uomo – del passato o del presente – ha mai dato tanta importanza o conferito tale ruolo alla donna amata? Era ancora un fanciulletto, quando il poeta s’innamorò di Bice, la figlia del fiorentino Folco Portinari (andata poi sposa a Simone dei Bardi), ma questo amore lo coltivò e lo conservò per sempre nel suo cuore, anche dopo la morte di lei avvenuta nel 1290. Si discute se tra Dante e Beatrice siano esistiti rapporti reali e se il loro amore abbia raggiunto una certa concretezza; in realtà ciò non ha nessuna importanza, perché questo amore è certamente esistito nell’immaginario del poeta – sempre e con forza immutata – per tutta la vita. Dante, inoltre, è stato tra i primi a considerare la donna non soltanto come oggetto d’amore e desiderio ma anche come soggetto capace di amare, decidere e scegliere con senso morale.

Da anni in provincia di Salerno, presso le grotte dell’Angelo di Pertosa (attraversate da un fiume navigabile) e il complesso monastico della Certosa di San Lorenzo Padula, sono messi in scena i celebri spettacoli de L’Inferno e de Il Purgatorio di Dante. Per celebrare San Valentino, nel febbraio del 2013, dopo più di 700 anni dalla nascita del loro amore, «Dante e Beatrice cederanno alla tentazione e si lasceranno travolgere dalla passione facendo cadere tutti i tabù del dolce stilnovo. Un bacio, vero, per festeggiare tutti gli innamorati e promuovere la cultura». Il regista e ideatore degli spettacoli Domenico Maria Corrado ha dichiarato: «È un omaggio a tutti gli innamorati attraverso una coppia simbolo della letteratura italiana. Un’iniziativa per certi versi provocatoria, ma che in realtà vuole rendere più accattivante la cultura celebrando l’amore. Dai tempi di Dante ad oggi molte cose sono mutate e quindi anche la cultura deve sperimentare nuove strade» (ved.: lacittadisalerno.gelocal.it/cronaca/2013/02/13/news/cosi-dante-e-beatrice-si-baciano-a-teatro-1.6528217).

Ritornando più indietro nel tempo, ai giorni della mia adolescenza, vorrei ricordare Vita di Dante, sceneggiato televisivo diretto da Vittorio Cottafavi (sceneggiatura di Giorgio Prosperi e costumi di Veniero Colasanti), trasmesso dalla RAI in tre puntate nel dicembre del 1965, nell'ambito di una trilogia di Vite celebri curata da Angelo Guglielmi (che comprendeva la Vita di Michelangelo per la regia di Silverio Blasim trasmessa nel 1964, e la Vita di Cavour per la regia di Piero Schivazappa, trasmessa nel 1967). E Dante Alighieri era Giorgio Albertazzi mentre Loretta Goggi era una tenera e adolescente Beatrice. Trasmesso nel settimo centenario della nascita di Dante, lo sceneggiato costituì «un impegnato spesso riuscito tentativo di ricostruire la vita di Dante Alighieri evitando nel contempo le secche del culturale televisivo e anche quelle del teleromanzo facilone» (ved. http://www.cinemedioevo.net/Film2/vita_dante.htm). Ha scritto Aldo Grasso che, lungi dall’essere «una biografia romanzata», lo sceneggiato rappresenta uno «spunto per una rigorosa ricostruzione della vita del poeta» (ved. Televisione, le garzantine, a cura di Aldo Grasso, Garzanti editore, Milano 2008).

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