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mercoledì 13 giugno 2012

Eschilo e Prometeo incatenato, il mito e la tragedia


Eschilo                                                 Prometeo incatenato (Massimo Popolizio)


è in corso per il 2012 il xlviii ciclo di rappresentazioni classiche a Siracusa presso quel meraviglioso palcoscenico all'aria aperta che è il Teatro Greco, con inizio l'11 maggio e conclusione il 30 giugno. Si rappresentano oltre alle Baccanti di Euripide e agli Uccelli di Aristofane, il Prometeo Incatenato di Eschilo per la regia di Claudio Longhi, nella traduzione di Guido Paduano, con le affascinanti coreografie della Martha Graham Dance Company.

Il Prometeo incatenato (in greco antico Προμηθεύς δεσμώτης) è una tragedia di Eschilo datata nel 470 a.C. circa e facente parte di una probabile trilogia dedicata a Prometeo, che includeva anche il “Prometeo liberato” e il “Prometeo portatore del fuoco” (tragedie delle quali ci sono rimasti soltanto alcuni frammenti). La Prima assoluta risalirebbe al 460 a.C. presso il Teatro di Dionìso ad Atene.

I personaggi sono: Prometeo (un immenso Massimo Popolizio), Efesto (Gaetano Bruno), Oceano (Mauro Avogadro), Ermes (Jacopo Venturiero), il Potere (Massimo Nicolini), la Violenza (Michele Dell’Utri, che è anche assistente alla regia), Io (Gaia Aprea), la Corifea (Daniela Giovanetti) e il Coro delle ninfe Oceanine

Ambientata in un luogo indeterminato fra gli aspri monti inaccessibili e le lande desolate della Scizia (vietati agli uomini), la tragedia narra una vicenda che seguì la rivolta di Giove (Zeus) contro il padre Crono e la successiva guerra sanguinosa che portò Giove alla conquista del potere dopo l'annientamento dei suoi antagonisti. Quando Promèteo («questo misero Nume vedete, / il nemico di Giove, che in odio / venne a quanti Celesti s'addensano / nella reggia di Zeus, perché gli uomini / troppo amavo»), ribellandosi al volere di Giove, donò il fuoco e altri doni agli umani, scatenò la collera spaventosa di Giove e fu incatenato a una rupe nella regione della Scizia (ai confini della Terra) da Efèsto, Potere e Forza che erano riusciti a catturarlo.

Nel Prologo, si avanzano appunto Potere e Forza, tenendo stretto Promèteo, seguiti da Efèsto, e tutti si fermano dinanzi a una rupe alta e scoscesa. Parla per primo Potere: «Agli estremi confini eccoci giunti / già della terra, in un deserto impervio / tramite de la Scizia. Ed ora, Efèsto, / compier tu devi gli ordini che il padre / a te commise: a queste rupi eccelse / entro catene adamantine stringere / quest'empio, in ceppi che non mai si frangano: / ch'esso il tuo fiore, il folgorio del fuoco / padre d'ogni arte, t'involò, lo diede / ai mortali. Ai Celesti ora la pena / paghi di questa frodolenza, e apprenda / a rispettar la signoria di Giove, / a desister dal troppo amor degli uomini.». Efèsto a lui replica: «Forza, Potere, gli ordini di Giove / già compiuti per voi furono; e nulla / più vi trattiene. Ma legare a forza / su questo abisso procelloso un Nume / ch'è del mio sangue, non mi regge il cuore. / E forza è pure che mi regga. Gli ordini / trasandare del padre, è dura prova.». Nonostante tutto, Efèsto sa che dovrà stringere Promèteo in «bronzei ceppi, che niuno a scioglier valga… dove né voce udrai, né forma d'uomo vedrai», esposto alla calura del sole e alla tenebra della notte, senza il soccorso di nessuno, per quell'indebito favore fatto agli umani; egli aggiunge: «Ora, in compenso, / vegliar dovrai questa dogliosa rupe, / senza mai sonno, in pie', senza mai flettere / le tue ginocchia, e cento ululi e gemiti / invano leverai: ché il cuor di Giove / nessuna prece lo commuove; ed aspro / è ciascun che di fresco ebbe il potere.». Potere invita Efèsto a non indugiare e a inchiodare Promèteo alla rupe per non irritare Giove. Efèsto salda le braccia, i fianchi e le gambe di Promèteo, in modo che nessuno possa sciogliere le catene, piangendo e gemendo per i mali del Titano. Finita l'operazione, Efèsto, Potere e Forza si allontanano mentre Promèteo manifesta tutta la sua afflizione: «O divo ètere, o snelle ali dei venti, / fonti dei fiumi, e dei marini flutti / infinito sorriso, e te, che madre / sei d'ogni cosa, o Terra, invoco, e te, / che tutto miri, orbe del Sol! Vedete / ciò ch'io, Celeste, dai Celesti soffro! / Or vedete da quali travagli / laniato, per mille e mille anni / patirò. / […] / Ahimè, ahi!, dell'affanno presente, / del venturo io mi lagno. Deh!, quando / sarà l'ora che il termine segni / di questi tormenti?». Si lamenta di subire quel destino, avvinto nei lacci, per avere predato e donato la fonte del fuoco che «maestra fu d'ogni arte, ed util sommo».

La tragedia si svolge in modo apparentemente statico nell'incontro tra il titano e i diversi personaggi divini o le varie creature del cosmo, fantastiche e mostruose, che tentano di portargli conforto e consiglio, ma senza alcun confronto diretto tra Giove e Prometeo. S'inizia con il Canto d'ingresso del Coro delle ninfe Ocèanine (progenie di Teti feconda e figliuole del padre Oceàno), dodici bellissime fanciulle che si avvicinano su di un cocchio alato e che tranquillizzano Promèteo con il loro canto, dicendogli: «Non temer: questa schiera è a te benevola.», e aggiungendo con le lacrime agli occhi di temere per la sua sorte: «Ma novello signor l'Olimpo regge; / ma con novella legge / or Giove a suo talento / lo scettro impugna, e tutto / che prima ebbe potere or vuol distrutto.». E Promèteo risponde, rimpiangendo di non essere morto e di non giacere nel Tartaro: «Ora invece, ludibrio dell'aria, / debbo, ahi tristo!, coi miei patimenti / dar gioia ai nemici.». Furente, accenna a un segreto in suo possesso che Giove vorrebbe svelato ma che egli non riferirà mai non lasciandosi sgomentare né dalle lusinghe, né dagli scongiuri né dalle minacce, a meno che Giove non lo liberi dai «lacci selvaggi», non paghi «la pena di questa ignominia» e non gli chieda un giorno «amicizia e concordia».

Nel Primo episodio, Promèteo racconta al Coro com'era scoppiato l'odio tra i Numi e come la contesa li aveva divisi in due: coloro che volevano abbattere Crono «perché regnasse appunto Giove» e coloro che si adoperavano «perché mai Giove non avesse il regno». Egli si era schierato dalla parte di Giove ma il Nume non gli aveva mostrato gratitudine: «è mal della tirannide / questo di non prestar fede agli amici». Vinto il potere, Giove: «E dei mortali / non fe' parola alcuna: anzi distruggere / tutta quanta volea la stirpe loro, / ed una nuova seminarne. E niuno, / se togli me, si oppose al suo disegno. / Io n'ebbi ardire. E gli uomini salvai / dal piombare nell'Ade, allo sterminio.». Promèteo aveva salvato gli uomini, dando ai loro cuori cieche speranze e donando il fuoco e le molte arti ottenute dal fuoco, e Giove lo aveva punito con quella pena senza termine: «Perché pietà degli uomini sentii, / indegno io stesso parvi di pietà». E al Coro che tenta di dargli consigli per sciogliersi dal suo male, Promèteo risponde: «A chi tien fuori dai cordogli il piede, / dare consigli a chi patisce è facile. / […] / Ma non piangete il mio presente male: / scendete al suolo, e le sciagure udite / che incombono su me, sì che sappiate / compiutamente il tutto.». Il cocchio delle Ocèanine sparisce e su un cavallo marino alato giunge Ocèano che si dice sinceramente addolorato per «la stirpe comune» e che gli consiglia di ritornare in sé adottando «nuovi costumi», placando la sua furia e tentando di cercare un «qualche riscatto» alle sue pene. Così parla Ocèano: «A te forse parranno / triti vecchiumi le parole mie; / ma della lingua tua troppo superba / è questa, Prometèo, la triste mancia. / Ma tu non sai farti umile, non sai / cedere ai mali; ed altri procacciartene, / oltre ai presenti, vuoi.». Infastidito, Promèteo gli risponde di non curarsi delle sue pene, perché non c'è modo di convincerlo, e di ritornarsene là da dove è venuto. E alle insistenze di Ocèano, che vuole aiutarlo a farsi perdonare da Giove, Promèteo risponde: «Ma pur, non affannarti: affanno vano / il tuo sarebbe, e senza utile mio.», ricordando la sorte amara del fratello Atlante costretto a reggere sulle spalle nelle contrade dell'Espero la colonna del cielo e della terra, e dicendosi pronto a sopportare la sua sciagura sino allo sbollir dell'ira di Giove. Ocèano si giustifica dicendogli: «O Prometèo, non sai che le parole / son medicina all'animo che soffre. / […] / È gran vantaggio / sembrar privi di senno, ed esser saggi.». Ocèano se ne va.

Ed è la volta del Primo canto intorno all'ara, con le Ocèanine che intorno all'altare di Diòniso danzano e cantano, gemendo e piangendo per Promèteo, «pel tuo destino acerbo». Lo confortano, dicendogli: «Tutta la terra un ululo / alza per te di duolo. / […] / E quante il sacro suolo / abitano de l'Asia umane genti, / delle torture tue senton, Promèteo, / pietà, dei tuoi lamenti.». Compiute le loro danze, le Ocèanine si volgono verso Promèteo.

Inizia il Secondo episodio, nel quale Promèteo dice loro: «Non per disdegno o per superbia io taccio, / non lo crediate; ma l'obbrobrio inflittomi / veggo, e di conscia doglia il cuor mi struggo. / Pure, i lor pregi a questi nuovi Numi, / chi compartiva, se non io? Niun altri!». Egli era stato mosso a pietà dagli uomini che, avendo perso la saggezza e la ragione, vivevano come formiche sottoterra e senza sole: «Ché prima, essi, vedendo / non vedevano, udendo non udivano; / e simili alle vane ombre dei sogni, / quanto era lunga la lor vita, a caso / confondevano tutto.». E aveva regalato ai mortali i suoi presagi e le sue giuste premonizioni: «E prima / nei sogni sceverai quello che debba / nella veglia avverarsi, e chiari feci / i prognostici oscuri ed i presagi / che s'incontran per via.». E aveva dato il fuoco e «quante utili cose in grembo al suolo / giacean nascoste all'uomo, il rame, il ferro, / l'argento, l'oro, […]», oltre a tutte le altri arti. Spera comunque di sfuggire al suo destino: «Fato non è che tutto ciò si compia. / Ben io da mille triboli, da mille / pene prostrato, ai lacci sfuggirò. / […] / E col segreto / io sfuggirò le pene e i lacci turpi.». [Il mito racconta che Prometeo aveva rimediato alla dimenticanza di fornire le buone qualità agli umani, rubando dalla casa di Atena uno scrigno in cui erano riposte l'intelligenza e la memoria, e donandole alla specie umana. Ma Giove, per nulla bendisposto verso il genere umano, non aveva approvato i doni di Prometeo, ritenendoli troppo pericolosi perché avrebbero reso gli uomini più potenti e più capaci.]

E il Coro amareggiato, nel Secondo canto attorno all'ara, si rivolgono a Prometèo: «Dolce cullare l'animo di letizie serene: / dolce nutrir, sin che la vita dura, / ardue speranze. Ma se te, Promèteo, / d'infinita sciagura / io veggo oppresso, un brivido / corre per le mie vene. / Ma tu, fiero, non trepidi / del Signor dei Celesti, / ed ai mortali troppo onore presti.». E poi aggiunge: «Dove or trovi negli uomini / alcun sostegno, alcun soccorso? Vedi / la fiacca inettitudine, / simile ai sogni vani, / che, in ceppi, degli umani / stringe le cieche torme?».

E siamo al Terzo episodio che vede l'arrivo di una fanciulla dal viso bellissimo ma deturpato da due corna di giovenca, che si lancia tra le rupi con folli balzi e che si ferma davanti a Promèteo: è Io, amata da Zeus, trasformata in vacca per la gelosia di Era e costretta a vagare come folle in un viaggio eterno e senza soste. Gemendo e come in delirio, Io chiede a Prometèo: «Dove son? fra che genti? Costui / che legato ai dirupi vegg'io, / esposto ai rigori del cielo, / chi sarà? Questa pena ferale / per quale misfatto patisce?». E rivolgendosi a Giove, al figlio di Crono, così lo implora: «Col fuoco bruciami, fa ch'io di terra / sia ricoperta, del mare ai mostri / dammi in pastura, sordo non essere, / questi miei voti, signore, adempi. / […] / Oh!, morire una volta /  meglio mi val che tutti i dì soffrire.». Chiede poi a Prometèo: «Fra i miseri / chi v'è che soffra quello ch'io soffro? / Deh!, chiaro insegnami, tu, adesso, mostrami / che cosa debbo patire ancora.». Prometèo le racconta tutti i suoi guai e lei gli racconta dell'amore di Giove e delle sue lusinghe attraverso delle visioni notturne, della sua metamorfosi e del suo pazzo vagare di terra in terra. Io gli chiede poi le sue premonizioni e Prometèo prevede per lei, dopo molte vicissitudini («Di guai funesti un tempestoso pelago.»), la conquista della libertà e la fortuna della sua discendenza non appena giunta alla foce del Nilo: «Di quella terra all'ultimo confine, / alla foce del Nilo, ov'esso addensa / le sabbie, sorge la città di Cànobo. / Quivi col tocco e la carezza sola / della sua man, Giove ti rende il senno. / Ed a luce il negro Èpafo darai, / che nome avrà dal gioviale tocco. / E signore sarà di quanta terra / l'ampie fluenti irrigano del Nilo.». Le dice anche che il frutto della relazione fra Giove e Teti, un suo discendente, stirpe della sua stirpe, sarà «un figlio più forte del padre» in grado di annientare Giove, il padre degli dei: «Tale oracolo a me l'antica madre / die', la titania Temi.». Risponde Io: «Che dici? Un figlio mio ti farà libero?» e, colta da un nuovo accesso di delirio, se ne fugge a grandi balzi.

Nel Terzo canto attorno all'ara, il Coro così si esprime, pensando all'infelice destino d'Io: «Solo nozze tra simili / scevre son di terrore, / né le temo io. Ma l'occhio irresistibile / dei più possenti Numi / non si fissi su me pieno d'ardore. / Guerra non sostenibile / questa sarebbe, e origine / di mali senza uscita. / Qual sarebbe mia vita / ignoro: ignoro dove / alla brama sfuggir potrei di Giove.».

Nell'Ultimo episodio, parlando con la Corifea, Prometèo continua a insistere che il segreto che lui conosce porterà Giove a una rovina senza onore e che, soltanto grazie a lui, il Nume dei Numi potrebbe scamparla. Egli è convinto che ciò che brama avrà esito certo ed è disposto a tutto: «E tu leva preghiere, adora, adula. / Men che di nulla a me di Giove importa. / Faccia, comandi in questo scorcio breve / a suo talento. Poco tempo ancora / su gli Dei regnerà.».
Intimorito, Giove manda il dio Ermète, quale suo araldo e ministro dei Numi, per estorcere quel segreto a Prometeo. Così parla Ermète: «A te, gran saggio, a te che acerbo sei / più che ogni acerbo, che in oltraggio ai Numi / i loro onori compartisti agli uomini, / a te favello, involator del fuoco. / Ordina il padre che tu dica quali / nozze son queste ond'ei cadrà dal soglio.». L'indomito Titano resiste alle intimidazioni: «Ben presto quei che terzo ora comanda, / piombar vedrò, ben turpemente. / […] / E tu / riaffretta la strada onde sei giunto: / ché non saprai di quanto chiedi, nulla. / […] / Tramutar non vorrei le mie sciagure / con la tua servitù, sappilo bene. / […] / Oltraggiare così convien chi oltraggia. / […] / A dirla in breve, tutti i Numi aborro. / Da me beneficati, or mi maltrattano. / […] / Non v'ha tormento, / artificio non v'ha, con cui m'induca / Giove a parlar, se non allenti prima / questi ceppi d'obbrobrio. / […] / Tutto ho già visto, ponderato ho tutto.». Ed Ermète passa alle minacce: «E pure, inferma / è la saggezza onde t'esalti: audacia / per chi non ha saggezza, è men che nulla / di per se stessa. Or vedi, se convincerti / rifiuti ai detti miei, quale procella, / qual maroso di mali ineluttabili / piomberà sopra te. / […] / Ché mentire non sa di Giove il labbro, / ma ciò ch'ei dice, ei compie. Or tu considera, / pensa bene; e una volta almen convinciti / che più val dell'audacia il buon consiglio.». Dopo altre ulteriori intimidazioni di Ermète ( gli minaccia l'invio di un'aquila, che gli avrebbe squarciato il petto e dilaniato il fegato) e altri arroganti insulti di Prometèo, il ministro dei Numi chiede alle fanciulle del Coro di fuggire da quei luoghi: «ché il mugghio / spaventoso del tuono, non debba / per l'orrore distruggervi il cuore!», ma le fanciulle non vogliono tradir l'amico, abbandonandolo. E la punizione arriva implacabile. Prometèo viene scagliato insieme alla rupe alla quale è incatenato in un abisso infinito e senza fondo, mentre così urla: «Ecco i fatti, e non più le parole. / La terra sussulta, / mugghia l'eco del tuono profonda, / tutte fiamma le spire lampeggiano / delle folgori, a vortici va / roteando la polvere, danzano, / l'un con l'altro azzuffandosi i soffi, / tutti i venti: confusi con l'ètere / si sconvolgono i flutti del mare. / Tanta furia scoscende da Giove / contro me, perché tremi il mio cuore. / Di mia madre o tu fregio, o tu ètere, / tu che a tutti comparti la luce, / l'ingiustizia ch'io soffro mirate! (In mezzo a fulmini e orribili tuoni la montagna scoscende e seppellisce Promèteo)» (traduzione di Ettore Romagnoli, http://www.filosofico.net/promincateneschilo42.htm).

Eschilo (in greco antico (Αἰσχύλος) nacque da nobile famiglia il 525 a.C a Eleusi, un demo – piccola comunità abitata – di Atene. è il più antico dei drammaturghi greci, dei quali ci sono pervenute delle opere complete, e colui che aprì la strada alla grande tragedia greca di Sofocle ed Euripide. Visse un periodo politico intensissimo, combattendo contri i persiani a Maratona e a Salamina: queste ultime vicende costituirono il background per la composizione de I Persiani (472 a.C.) e dei Sette contro Tebe (467 a.C.) e per la sua visione del ruolo fondamentale di Atene nella storia del tempo. Fu testimone anche della fine della tirannia ateniese dei Pisistratidi e del primo evolversi della democrazia in Atene: Le supplici (463 a.C.) e le Eumenidi (458 a.C.) che insieme con Agamennone e Coefore faceva parte dell'“Orestea” (unica trilogia del teatro greco pervenutaci) e che contiene chiari riferimenti a quel rivoluzionario potere del popolo e ad Atene democratica quale estremo baluardo della Grecia libera contro lo strapotere dei persiani. Si recò a Siracusa, chiamato da Ierone, tiranno illuminato, ove venne in contatto con i circoli pitagorici e ove scrisse le Etnee, celebrando la fondazione della città di Aitna. Dopo aver subito un processo per empietà per avere violato in modo inconsapevole i segreti dei Misteri eleusini di cui era un adepto, fu costretto all'esilio a Gela (ritornando per la seconda volta in Sicilia), ove rappresentò l'Orestea (458 a.C.) e ove nel 456 a.C. morì. Valerio Massimo ha riportato la leggenda che racconta che Eschilo sarebbe morto per colpa di un'aquila, che gli avrebbe lasciato cadere una tartaruga sulla testa mentre sedeva su di un sasso fuori dalle mura della città.

Non soltanto autore poetico, Eschilo fu anche regista e innovatore: a lui si deve l'introduzione delle maschere e fu lui l'ideatore della “trilogia legata” (tre tragedie legate insieme in ordine cronologico dai contenuti). Trasformò il soliloquio del monologo di un solo attore nella drammatizzazione del dialogo di due attori togliendo importanza al coro; arricchì, inoltre, il testo di contrasti drammatici e di effetti teatrali sorprendenti realizzando, malgrado l'impianto arcaico delle sue tragedie, una più sofisticata concezione della scena. A queste innovazioni Eschilo fu spinto anche perché attratto dall'emergente Sofocle, che introdusse il terzo attore, creò dialoghi più complessi, elaborò trame più interessanti e mise in scena personaggi più approfonditi dal punto di vista psicologico.

Artista rigoroso e molto religioso, Eschilo si distinse nell'antichità per lo stile potente, per le immagini ricche di lirica suggestione, per la sublimazione della realtà, e per la forte tensione etica: allontanandosi dall'idea arcaica delle oscure forze del destino che travolgono l'uomo impotente e dell'“invidia degli dei”, affrontò il problema della colpa consapevole che dall'individuo si propaga all'intera stirpe, della punizione divina volta a far giustizia e ripristinare l'ordine, e della conoscenza dell'uomo maturata attraverso il dolore esistenziale. Rese la tragedia più adatta alla rappresentazione grazie a una retorica solenne e alle affascinanti metafore. Molto prolifico, avrebbe scritto circa novanta tragedie – delle quali si conosce l'esistenza per i riferimenti fatti da altri autori o per mezzo di antichi documenti – ma ci sono giunte soltanto le sette opere già citate.

Per i suoi particolari rapporti con il genere umano, Prometeo è stato quasi paragonato al Redentore, qual è rappresentato nella tradizione cristiana (l'eroe si sacrifica e muore per l'umanità che ha beneficato). Come Cristo è un uomo e Dio, Prometeo è un Titano, sia uomo che Nume ma si comporta come un dio, non volendo mai apparire come un uomo (egli appartiene, infatti, alla Mitologia). Nella trilogia di Prometeo è possibile che si conciliassero vecchie forze del passato (Giove appare come un tiranno ingiusto e un dio supremo) e giovani forze umane (Prometeo appare come l'eroe nuovo che arriva sino alla blasfemia). Furono questi gli aspetti che tanto piacquero al Romanticismo europeo.

Ricordo la nota poesia di Goethe (1749–1832) dedicata a Prometeo, di cui riporto la parte iniziale: «Copri pure, Giove, il tuo cielo con vapore di nubi / ed esercitati, come un fanciullo che decapiti cardi, / su querce e cime! Ma tu devi lasciar stare la mia terra, / la mia capanna che tu non hai costruito, / il mio focolare di cui m'invidi il calore. / Non conosco nulla di più misero sotto il sole di voi, dei! / […]».

Ricordo ancora, del 1833, la Traduzione dal greco del Prometeo incatenato di Eschilo (Prometheus Bound. Translated from the Greek of Aeschylus), da parte della grande poetessa vittoriana Elizabeth Barrett Browning (18061861), ricca di un variegato vocabolario e piena di effetti poetici rispettosi dello spirito del poeta greco (nel 1850 Elizabeth ripropose alquanto modificata la traduzione del Prometeo incatenato, correggendone alcuni difetti di traduzione, modificandone alcuni passaggi ed eliminando una certa monotonia di base).

domenica 10 giugno 2012

Aristofane, gli Uccelli e il sarcasmo di un genio teatrale


Aristofane                                gli Uccelli


è in corso per il 2012 il xlviii ciclo di rappresentazioni classiche a Siracusa con inizio l'11 maggio e conclusione il 30 giugno. Si rappresenta, oltre al Prometeo di Eschilo e alle Baccanti di Euripide, gli Uccelli di Aristofane. Nel 1947, l'Istituto Nazionale del Dramma Antico curò la messa in scena di questa commedia al Teatro Romano di Ostia Antica nella traduzione del grande ellenista Ettore Romagnoli (Bietti, Milano 1933), scomparso nel 1938, dopo il periodo d'interruzione dovuto alla seconda guerra mondiale. La commedia andrà in scena per la prima volta al Teatro Greco di Siracusa nel suo superbo palcoscenico all'aria aperta, per la regia di Roberta Torre e nella traduzione di Alessandro Grilli (BUR, 2008).

Gli Uccelli (titolo originale in greco antico Ὄρνιθες), è una delle più grandi commedie dell'autore greco Aristofane. Fu composta nel 414 a.C. e fu data in prima assoluta nello stesso anno presso il Teatro di Diòniso in Atene per le Grandi Dionisie ove si classificò al secondo posto.

I personaggi sono numerosi: Evelpide (Sergio Mancinelli), Pisetero (Mauro Avogadro), il servo di Upupa (Massimo Tuccitto), l'Upupa (Rocco Castrocielo), la corifea e il sacerdote (Simonetta Cartia), un sedicente poeta (Giacinto Palmarini), l'indovino (Enzo Campailla), l'ispettore (Doriana La Fauci), il venditore di decreti (Alessandro Aiello), il primo Messaggero (Rocco Castrocielo), il secondo Messaggero (Andrea Spatola), Iride (Valentina Rubino), l'araldo (Davide Geluardi), Prometeo (Giacinto Palmarini), Poseidone (Francesco Scaringi), Eracle (Giuseppe Orto), il dio barbaro Triballo (Sebastiano Fazzina), Regina (Giulia Zuppardo) e tutto l'intero Coro degli Uccelli (ben 24 uccelli quanto mai variopinti), costituito da usignoli, civette, tortore, monachelle, allodole, colombe, alcioni, etc..

Ambientata in un paese roccioso e deserto, nella casa di Upupa (Bubbola, nella traduzione di Romagnoli) circondata da alberi e mascherata dalla verzura, narra di due ateniesi, Pisetero (Gabbacompagno in Romagnoli) ed Evelpide (Sperabene in Romagnoli) che – disgustati dai comportamenti dei loro concittadini che con le loro delazioni e i loro processi hanno reso la loro città invivibile – prendono la decisione di abbandonare la città e di cercare un posto dove vivere in pace. Seguiti dai servi che portano i bagagli e guidati da una specie di corvo, il graccio, e da una cornacchia, cercano la loro nuova patria e decidono d'insediarsi nel mondo degli uccelli che appare loro come l'unico veramente libero. I due si lamentano. Gabbacompagno così dice: «E io, misero me, per dare ascolto / a una cornacchia, me ne vado a zonzo / per più di mille miglia!» e Sperabene gli risponde: «E io, per dare / ascolto a un graccio, ho già ridotte in polvere / l'unghie dei piedi, poveretto me!». E Sperabene rivolto agli spettatori spiega il motivo di quell'andare a zonzo: «O spettatori, è buffa o non è buffa? / Noi due dobbiamo andare a quel paese, / ci andiam di nostra buona voglia, e intanto / non troviamo la via. Giacché soffriamo, / o spettatori, un male opposto a quello / di Saca, noi. Lui, che non è d'Atene, / ci si vuole ficcare. Invece noi, / onorati per nascita e tribù, / noi, cittadini in mezzo a cittadini, / spicchiamo il volo dalla patria, a gambe / levate, senza che nessun ci scacci. / Né l'odiamo, no, perché non sia / grande per sua natura, e fortunata, / e aperta a tutti… per buttar quattrini. / Ma le cicale sopra i rami cantano / un mese o due: gli Ateniesi cantano / sui piati vita natural durante. / Perciò, dunque, facciam questo viaggio, / con un canestro, un pentolo, e dei rami / di mortella; ed erriamo alla ventura, / cercando un luogo senza grattacapi. / E siam diretti al Bubbola, Terèo, / per chiedergli se mai, girando a volo, / ha visto una città di questo genere.».

Raggiungono il nido di Bubbola, che altri non è che Terèo, il re di Tracia trasformato dagli dei invidiosi in un uccello, il cui servo si chiama Trottolino perché «trotta» per il suo padrone. I due uomini decidono di chiamare Bubbola con il loro «Ehi di casa!», anzi meglio «Ehi di nido!» (quale sublime comicità!). E si affaccia proprio Trottolino, «un uccello schiavo» con un becco enorme che tiene sempre spalancato, che – quando il padrone era stato trasformato in bubbola – era divenuto uccello «per stargli sempre a fianco, e servirgli da domestico». Si affaccia Bubbola che è un attore camuffato da upupa, mezzo spennacchiato sulle ali con un ciuffo appariscente, il quale geme per essere beffato a causa delle sue penne e dice loro: «O forestieri, un tempo uomo già fui!». Discorrendo con lui, i due propongono a Terèo di fondare una nuova città felice; così gli parla Sperabene: «Ecco. / Tu eri, al par di noi, mortale, un dì: / chiodi, al pari di noi, piantavi, un dì: / saldarli, al par di noi, t'uggiva, un dì. / Assunta quindi immagine d'uccello, / su la terra e sul mar volasti in giro; / sicché ne sai per uomo e per uccello. / Per questo, dunque, a te siamo venuti / peregrinando, perché tu c'insegni / una città di buona lana, morbida / come una materassa, da sdraiarcisi!». Bubbola suggerisce loro diverse città dove poter andare ad abitare ma Gabbacompagno, dopo lunga meditazione, così esplode: «Evviva, evviva! / Che gran progetto mi balena per / la razza degli uccelli! Oh, che potere / sarebbe il vostro, se mi deste retta! / […] / Fondate una città! / […] / L'aria sta / fra terra e cielo. Or, come quando noi / vogliamo andare a Pito, dobbiam chieder / il passaggio ai Beoti; così, quando / gli uomini fanno sacrifizio ai Numi, / se i Numi non vi pagano un tributo, / intercettate i fumi delle vittime.». Con entusiasmo Bubbola si dice pronto a fondare con lui quella città se pure gli altri uccelli sono d'accordo. Si mette in moto per radunarli, facendoli volare al richiamo della sua voce, e pian piano gli uccelli si raccolgono (i ventiquattro coreuti, camuffati da uccelli, entrano tumultuosamente facendo i loro vari versi e agitando le ali mentre i quattro uccelli musicisti accompagnano col suono dei flauti il loro stridìo); la confusione è tale che Gabbacompagno commenta: «Per Nettuno, quanti uccelli! Guarda che maledizione / se ne sta mettendo insieme!». Non fidandosi degli uomini, inizialmente, gli Uccelli si sentono traditi e sono ostili sia ai due uomini sia all'idea ma Bubbola tenta di convincerli: «Se nemici son per nascita, han d'amici il sentimento, / e son qui per dirvi cose che v'arrechin giovamento. / […] / Ma se al savio apprendon molte cose giusto gli avversari! / Ben ti guardi, ben ti salvi. Ma a guardarti non l'impari / finché sei fra gente amica: ti ci astringe l'inimica! / Le città, dagl'inimici l'impararono, e non mica / dagli amici, a costruire l'alte mura e i gran navigli; / e con ciò pur si tutelano e le case, e i beni, e i figli. / […] / D'una felicità / ei favella indicibile, / grande, incredibile. / Che tutto al mondo è tuo, qui, là, costà, / parlando ei proverà.». Gli Uccelli si convincono a creare nel cielo quella nuova «città dei nuvoli» situata a metà tra i Numi e gli uomini e cinta intorno con un gran muraglione come a Babilonia, perché Gabbacompagno li seduce dicendo che sono loro i più antichi abitanti del mondo e superiori agli stessi dei: «Voi, sì, di quanto esiste! Di me, di questo qui, / (Accenna Sperabene) / e di Giove in persona! E che siete più anziani, / e al giorno pria venuti che non Crono, e i Titani, / e la terra… / […] / Orsù, / quelli che pria dei Numi, pria della terra fûro, / non han, come più anziani, dritto al regno? / […] / Che uccelli, e non già Numi fûr negli antichi tempi / padroni e re degli uomini, lo provan molti esempi. / […] /Adesso viene il buono. / Com'è scolpito Giove, quello che adesso regna? / Ha sopra il capo un'aquila, quasi regale insegna; / sua figlia ha una civetta, e Apollo uno sparviero: / degno emblema d'un servo! […] / Tutti così da prima / v'ebber per grandi e santi; ed or v'hanno in istima / di schiavi, di grulli, / di servi citrulli.».

Sperabene e Gabbacompagno si camuffano in modo ridicolo, uno da oca disegnata alla carlona e uno da tordo col capo spennacchiato, e riescono a trasformare quel nuovo mondo, chiamato Nubicuculía, abbandonandolo alle umane logiche del potere e rendendolo molto simile alla triste città dalla quale erano fuggiti. Gli Uccelli arrivano addirittura a fare guerra ai Numi e a ridurre gli dei alla fame, intercettando i fumi delle vittime sacrificali offerte loro dagli uomini e creando un alto muro di cinta che impedisce agli dei di comunicare con gli umani senza il volere degli uccelli («Opera grandiosissima e bellissima» costruita da «Uccelli, e nessun altro. Non ci fu / egizio manoval, né muratore, / né scalpellino: uccelli, di lor mano, / sì ch'io restai di stucco.»). Pisetero, quanto mai prepotente e aggressivo, arriva a scacciare in malo modo dalla città sia alcuni individui che considera intrusi (un sacerdote che vuole presiedere a un sacrificio, un poeta che vuole cantare alla nuova città, un indovino detto Spacciaoracoli che vuole presentare il suo responso, il geometra Metone che vuole misurare l'aria e spartirla in iugeri, un ispettore che patrocina gli affari di un tale, un decretivendolo che spaccia delle nuove leggi nel caso che un nubicuculiese faccia un torto a un ateniese), sia la prima messaggera degli dei, Iride, che è arrivata di corsa agitando le sue due ali smisurate con un gran peplo svolazzante gonfiato dall'aria e chiedendo: «E per che strade han da volare, i Numi?». Gabbacompagno, minacciandola in modo osceno, le urla che gli uccelli adesso sono i Numi degli uomini e che a essi bisogna offrire i sacrifici, e non a Giove. Un araldo, mandato tra gli uomini, ritorna dicendo che gli umani sono diventati pazzi per gli Uccelli e li pigliano per modello, allegramente, e la loro uccellomania è arrivata a tal segno che si appiccicano nomignoli da uccelli, e così conclude: «E ti dico una cosa. Più di dodicimila, / verranno fra le nubi, a chiederti / ali ed artigli ben aguzzi. Dunque, / scova, donde che sia, penne per gli ospiti!». Arriva, infatti, un figlio snaturato che dice a Gabbacompagno: «Evviva! / Non c'è cosa più dolce che volare! / Io vado pazzo per gli uccelli, e voglio / volare, voglio dimorar con voi, / sotto le vostre leggi! / […] / Tutte! E massime quella che considera / prodezza grande dar di becco al padre, / e strangolarlo! / […] / Ecco perché / io voglio appunto stabilirmi qui, / strozzare il babbo, e aver tutta la roba.». Arriva poi il poeta ditirambico Cinesia che vuol spiccare il volo, trasformarsi in «un arguto rosignolo» e vagare fra i soffi dei venti sui flutti del mare ma Gabboacompagno lo prende a bastonate.

Nell'ultima parte della commedia entra Prometeo, avvolto in un mantellone e con un grande ombrello sotto il braccio, che si guarda attorno con sospetto, timoroso che Giove lo scopra. Dice a Gabbacompagno che gli vuole spifferare tutte le faccende di lassù e che Giove è spacciato: «Da quando avete fabbricato in aria. / Nessuno più degli uomini sacrifica / ai Numi; da quel dì non è più giunto / in ciel fumo di vittime; e noialtri, / privi d'offerte, digiuniamo come / alle feste di Dèmetra. Ed i Numi / barbari, strepitando per la fame perché non gli arrivano più / come Illirî, minaccian di piombare / dall'alto sopra Giove, ov'ei non faccia / riaprire i mercati, per pigliarci / i budelli al minuto.». Gli preannuncia che, infuriati, gli dei vogliono inviare una loro delegazione (formata da Posídone, Ercole e un Nume Triballo) per convincere gli Uccelli a desistere e per far la pace. Gli consiglia però di non fare tregue con Giove, a meno che non consegni agli Uccelli lo scettro del potere e non dia a lui in moglie Regina: «Una bellezza / di ragazza; e amministra le saette / di Giove, e tutto il resto: il buon consiglio / la saggezza, il diritto, l'arsenale, / il cassiere, il tribolo, le ingiurie…». Gabbacompagno accoglie la delegazione offrendo loro un piatto colmo di uccelli, a cui ha tirato il collo, arrostiti a puntino (oppositori del regime puniti in modo esemplare) e chiede agli ambasciatori dei Numi lo scettro di Giove. Blandendoli e minacciandoli, aggiunge: «Lascio Giunone a Giove; ma Regina, / la ragazza, la voglio io per consorte!». Ercole gli risponde: «Tutto quel che chiedi / ti s'accorda. Ora in ciel vieni con noi, / per pigliarti Regina ed ogni cosa!». La commedia si chiude con la celebrazione delle nozze tra Gabbacompagno, che indossa come abito da sposo un mantello di lusso, e Regina; si avanzano seguiti dal corteo nuziale mentre Gabbacompagno si rallegra: «Seguite ora il corteo, / tutti, o compagni aligeri, / fino all'olimpia stanza / e al letto nuziale. / E tu la mano porgimi, / cara, e mi stringi all'ale; / saldo il mio braccio a danza / agil ti rapirà.» e il Coro con giubilo conclude: «Viva, viva, tralleralà! / Cantiamo l'inno della vittoria! / Al più possente dei Numi, gloria!» (traduzione di Ettore Romagnoli, http://www.filosofico.net/aristofuccelli42.htm).

L'opera fu rappresentata nel 414 a.C., quando era appena iniziata la spedizione ateniese in Sicilia che si risolse con la resa completa di Atene dieci anni dopo, nel 404 a.C., e con la perdita del suo primato nel mondo greco. Per questo, i critici hanno dato una lettura in senso allegorico e simbolico: Nubicuculìa rappresentava l'infelice spedizione in Sicilia, gli uccelli erano gli ateniesi mentre gli dei simbolizzavano i nemici di Atene (Siracusa, Selinunte e Sparta) e sotto le spoglie di Pisetero–Gabbacompagno si nascondeva la figura dello stratega Alcibiade, aggressivo ed espansionista. è probabile che questa rigida interpretazione non sia del tutto veritiera e che si tratti piuttosto di un'opera di grande fantasia e di forte impianto lirico e favolistico.

Aristofane (in greco Ἀριστοφάνης) è nato ad Atene, nel distretto di Citadene (450 a.C. circa – 385 a.C. circa). Fu un poeta della commedia antica (l'Archaia) di stile comico–parodistico e di lui sappiamo ben poco. Nella sua vita fu coinvolto in eventi storicopolitici importantissimi: la guerra del Peloponneso voluta da Pericle, la spedizione in Sicilia, la fine dell'impero ateniese e del suo splendore, e la grave crisi democratica dopo la sconfitta. E in Aristofane, la storia impronta con i suoi eventi tutte le sue commedie ma con lui la storia viene raccontata in modo allegorico dalla letteratura. Fu molto prolifico: scrisse 44 commedie delle quali soltanto 11 ci sono arrivate integre. Oltre a Gli uccelli già citata, ci rimangono: gli Acarnesi (425 a.C.), commedia dedicata alle sofferenze della guerra che vengono denunciate dal protagonista comico Diceopoli (un povero contadino che per l'assurdità della guerra non può più vivere e decide di concludere una sua pace separata con gli Spartani); i Cavalieri (424 a.C.), che vedono Paflagone (che personifica l'odiato demagogo Cleone) spadroneggiare con inganni e calunnie adulando e derubando il padrone Demos (il popolo), combattuto invano dal ceto dei Cavalieri; le Nuvole (423 a.C.), che mette in scena il filosofo Socrate e il disastroso effetto della Sofistica sulla democrazia ateniese (il vecchio Strepsiade manda il figlio Fidippide, causa dei suoi tanti debiti, da Socrate perché impari a non pagare i debiti ma il filosofo gli insegna anche a picchiare i genitori); le Vespe (422 a.C.), in cui Aristofane irride i giudici popolari che in Atene costituivano il nerbo del sistema giudiziario e che erano per lo più persone di disponibilità economica non brillante e di età molto avanzata, mentre i tribunali spesso erano molto parziali e a discreto tasso di corruzione (il coro è formato da vecchi giudici mascherati da vespe); La pace (421 a.C.), che narra del contadino Trigeo che va a disseppellire la Pace volando poi eroicamente su uno scarabeo con le ali; Tesmoforiazuse (411 a.C.), commedia critica nei confronti di Euripide e dei suoi testi, che si svolge intorno alla celebrazione di una festa riservata alle donne; Lisistrata (414 a.C.), commedia molto nota, che narra di una donna che per interrompere la spirale di una guerra senza fine propone a tutte le mogli greche lo “sciopero sessuale” affinché gli uomini la smettano di uccidersi in battaglia; le Rane (405 a.C.), che racconta del dio Dioniso che scende all'Ade per riportare in vita il suo amato Euripide e invece risuscita Eschilo; Ecclesiazuse (392 a.C.), in cui Aristofane vagheggia le donne in parlamento (vestita da uomo, Prassagora s'infiltra nell'assemblea e riesce a far approvare il passaggio del potere nelle mani delle donne come l'unica possibilità di sopravvivenza per Atene martoriata); e Pluto (388 a.C.), imperniata sul tema della ricchezza che è distribuita ingiustamente tra gli uomini (Cremilo accoglie nella sua casa un cieco, che si rivelerà essere il dio Pluto, e gli restituisce la vista chiedendogli che la ricchezza venga distribuita secondo i meriti).

I testi straordinari di Aristofane, che mettono in scena in modo antropomorfico vizi e vicende umane, sono ancora molto rappresentati. Le commedie sono semplici e ricche di fantasia, di comicità e spirito genuinamente sarcastico e caustico, rappresentando quel mondo rurale che Aristofane amava moltissimo, quel mondo di piccoli proprietari terrieri ai quali si sentiva vicino e che costituiva il vero cardine della polis ateniese. Il suo tipico eroe comico è spesso un individuo anziano legato alla sua terra, non molto colto ma acuto e intelligente, candido ma ardito e intraprendente. Il suo modo di considerare le cose e il mondo è ben esemplificato dai seguenti suoi aforismi: «La patria è sempre dove si prospera.», «Ingiuriare i mascalzoni con la satira è cosa nobile: a ben vedere, significa onorare gli onesti.», «Chiunque è un uomo libero non può starsene a dormire.», e «La gioventù invecchia, l'immaturità si perde via via, l'ignoranza può diventare istruzione e l'ubriachezza sobrietà, ma la stupidità dura per sempre.». E a proposito delle donne, così scriveva in “Lisistrata”: «Non esistono al mondo creature più sfrontate delle donne.», «Non si può vivere con questo accidente, né senza!», e «Se cediamo, se diamo loro il minimo appiglio, non ci sarà più un mestiere che queste, con la loro ostinazione, non riusciranno a fare. Costruiranno navi, vorranno combattere per mare […]. Se poi si mettono a cavalcare, è la fine dei cavalieri.». Il filosofo, critico e traduttore tedesco Friedrich Schlege (1772–1829) ha scritto: «Lo spirito comico è una mescolanza dell'epico e del giambico. Aristofane è Omero e Archiloco insieme. […] Ma spirito entusiastico e forma classica restano sempre l'essenza dell'arte comica.».

domenica 27 maggio 2012

Euripide, Le Baccanti e il fascino del Mito greco


Euripide                                       Le Baccanti


è in corso per il 2012 il xlviii ciclo di rappresentazioni classiche a Siracusa – in quel meraviglioso palcoscenico all'aria aperta che è il Teatro Greco della città aretusea – con inizio l'11 maggio e conclusione il 30 giugno. Si rappresentano Prometeo di Eschilo, Baccanti di Euripide e Uccelli di Aristofane. Focalizzerò la mia attenzione sulle Baccanti e su Euripide, ricordando che la regia della tragedia è di Antonio Calenda, con le stupende coreografie della Martha Graham Dance Company.

Le Baccanti (titolo originale in greco antico Βάκχαι), è considerata a tutt'oggi una delle più grandi opere teatrali di tutti i tempi e costituisce una delle tragedie più antiche, scritta da Euripide (uno dei maggiori poeti tragici greci), e una di quelle rimaste più integre (e questo potrebbe forse far intuire quanto fosse amata e prediletta dal pubblico). Fu composta nel 407–406 a.C. e fu data in prima assoluta nel 403 a.C. presso il Teatro di Diòniso in Atene (sotto la direzione del figlio o nipote dell'autore ormai deceduto, chiamato anch'egli Euripide). Fu premiata alle Grandi Dionisie del 403 a.C.

I personaggi della tragedia sono: Diòniso, figlio di Zeus e di Semèle (Maurizio Donadoni); Pènteo, re di Tebe e figlio di Echiòne e Agave (Massimo Nicolini); Cadmo, padre di Semèle e Agave, nonno di Pènteo (Daniele Griggio); Agave, madre di Pènteo (Daniela Giovanetti), Tìresia, indovino cieco (Francesco Benedetto), la Corifea (Gaia Aprea) e naturalmente il coro delle Baccanti.

Ambientata a Tebe (davanti alla reggia di Pènteo, con vicino ancora fumanti le rovine della casa di Semèle), la trama ruota attorno a Diòniso – dio che celebra il vino, il teatro e il piacere, nato appunto dall'amore di Zeus per la donna mortale Semèle. Nel prologo, Diòniso racconta di essere venuto sulla terra, a Tebe, in forma umana per riaffermare la sua natura divina; così inizia la tragedia: «Suol di Tebe, a te giungo. Io son Diòniso, / generato da Giove, e da Semèle / figlia di Cadmo, a cui disciolse il grembo / del folgore la fiamma. Ora, mutate / le sembianze celesti in forma umana, / di Dirce all'acqua, ai flutti ismeni vengo. / Dell'arsa madre a questa reggia presso / veggo la tomba: le rovine veggo / della sua casa, ove il celeste fuoco / fumiga, vivo ancor, della vendetta / d'Era contro mia madre eterno segno.» – testo nella traduzione di Ettore Romagnoli (Roma, 1871–1938). Infatti, le sorelle di Semèle e il nipote Pènteo, che è il re di Tebe, invidiosi di lei, avevano sparso la diceria che Diòniso non fosse un dio, essendo nato dalla relazione di Semèle con un mortale: «[…] perché le suore di mia madre, quelle / che meno lo dovean, disser che mai / figlio non fu Diòniso di Giove, / e che Semèle, da un mortale incinta, / a Giove attribuita avea la colpa, / per consiglio di Cadmo: onde l'Iddio / per le nozze mentite a lei die' morte.».

Per vendicarsi, Diòniso ha travolto le menti e ha rese folli tutte le donne tebane (comprese le figlie di Cadmo e sorelle di Semèle), riparate sul monte Citerone – lo stesso dove Atteone, trasformato in cervo fu sbranato dalle sue cagne – per celebrare i riti in onore di Diòniso e divenute delle Baccanti (Bacco è un altro nome di Diòniso): «Però fuor dalle case io le cacciai / in preda alla follia. Prive di senno / han per dimora il monte; e le costrinsi / ad indossar dell'orge mie le spoglie. / E quante donne ha la città di Cadmo, / fuor dalle case, a delirare, io spinsi; / e donne insieme e giovinette corrono / a ciel sereno sotto i verdi abeti. / Voglia o non voglia, deve Tebe intendere / che priva è ancor dei riti miei, che deve / me per mia madre celebrar, ch'io sono / figlio di Giove, e Nume apparvi agli uomini. / […] / Dunque, a lui mostrerò che Nume io sono, / ed a tutti i Tebani. […] Venni perciò, mortal parvenza assunsi, / e mutai la mia forma in forma umana.».

Tirannico, irascibile e irragionevole, Pènteo (che ha ricevuto il potere da Cadmio) si rifiuta di riconoscere Diòniso come dio e lotta contro il suo potere, nonostante il nonno Cadmo e l'indovino cieco Tìresia cerchino di convincerlo del contrario; dice Cadmo parlando con Tìresia vestito da baccante: «Io sono pronto, e meco / ho gli arredi del Dio. Tu sai ch'è figlio / della mia figlia: è giusto ch'io lo esalti / per quanto è in me. Dove convien danzare, / muovere il pie', scuotere il crine bianco? / Guida me vecchio, tu, vecchio Tìresia: / ché tu sei savio: ed io mai sarò stanco / di picchiar notte e giorno a terra il tirso: / ché d'esser vecchio io volentier dimentico. / […] / Io vecchio un vecchio guiderò qual pargolo?».

Infuriato, Pènteo si lamenta che le donne, «simulando un estro bacchico», avevano abbandonato le loro case, correndo tra i boschi, onorando con i balli Diòniso e giocando a rimpiattino con gli uomini; egli le aveva incarcerate e quelle disperse per i monti le avrebbe «strette in ferree reti», ponendo fine al loro «pernicioso impeto d'orge». Ha saputo che è giunto un forestiere: «un fattucchiere ciurmator di Lidia, / di bionde chiome ricciole fragranti, / vermiglio in viso, e voluttà spirante / da le pupille, che dí e notte celebra / fra donne giovanette i riti bacchici.». Inutilmente Tìresia gli dice: «Questo novello iddio che tu schernisci, / non ti so dire quanta sia per l'Ellade / la sua grandezza. […] / che all'uom donò l'umor dolce dei grappoli, / l'umido succo che solleva i miseri / d'ogni cordoglio, allor che si riempiono / dell'umor della vite, e dà nel sonno / l'oblio dei mali cotidiani; e farmaco / altro non v'è delle fatiche. / […] / Ed è profeta questo Dio: ché molto / profetico estro è nel furore bacchico. / E quando in abbondanza alcun l'ingurgiti, / fa' sí che gli ebbri dicano il futuro. […] / Pènteo, m'odi. / Non illuderti ch'essere sovrano / per i mortali sia vera potenza; / né reputarti, sol perché lo credi, / saggio, quando non saggia è la tua mente. / Il Nume accogli in questa terra, e liba, / celebra l'orge, al crin ghirlanda cingi.». E anche Cadmo così cerca di convincere Pènteo: «Se pur, come tu dici, / Nume non è, lascia che qui lo chiamino / Nume: e parrà, per questa pia menzogna, / ch'abbia Semèle generato un Dio, / e onore avrem la nostra casa e noi.».

Pènteo non vuol sentire ragioni e manda le sue guardie a cercare il forestiero per arrestarlo e imprigionarlo all'interno della sua reggia: «E voi correte a Tebe, e rintracciate / il forestiere di donnesco aspetto, / che alle femmine adduce il nuovo morbo, / e contamina i letti. E se potrete / coglierlo, in ceppi avvinto qui portatelo, / sì che sotto le pietre espii le colpe, / e l'orge in Tebe gli sappian d'amaro!». Le guardie gli portano Diòniso con le mani legate: «Pènteo, siam qui. La preda ti rechiamo / sulla cui traccia ne inviasti: vana / non fu l'opera nostra. E questa fiera / fu con noi mite, e a fuga il pie' non volse; / ma le man' porse di buon grado, senza / sbiancare in viso; ma così, vermiglio / e ridente, stie' fermo, e c'invitò / a legarlo e condurlo; […]».

Pènteo minaccia di tenerlo custodito in ceppi ma Diòniso gli risponde che il Nume, che gli sta vicino e che vede come soffre, lo avrebbe sciolto quando egli glielo avrebbe chiesto. Furioso per le sue parole, Pènteo lo fa rinchiudere presso le stalle, nelle segrete dalle tenebre più profonde, mentre Diòniso gli profetizza: «Ma il Dio che tu neghi, Diòniso, / trarrà vendetta dell'ingiurie tue: / ché, me legando, in ceppi il Nume stringi.». Infatti, Diòniso scatena un terremoto, liberandosi facilmente; si sente una scossa tremenda e un rombo, e tutto il Coro si lamenta: «Come la terra scuotono i Numi! / Ahimè, ahimè! / Cadrà di Pènteo / la reggia al suolo presto in frantumi. / Sopra la casa piombò Diòniso!», mentre la reggia comincia a crollare e dalla tomba di Semèle si levano altissime fiamme. E le Baccanti si prostrano dinanzi a Diòniso, che esce trionfante dalla reggia e che volge lo sguardo su loro.

Dal monte Citerone, intanto, un bifolco porta notizie spaventose; le baccanti in pieno furore dionisiaco allattavano i selvaggi cuccioli di lupo, dalla roccia avevano fatto sgorgare polle di acqua fredda e vino, dal suolo avevano grattato latte puro e dagli arbusti avevano fatto scorrere rivoli di miele. I bifolchi e i pastori si erano adunati e si erano salvati dall'esser sbranati, soltanto fuggendo e nascondendosi. Le Baccanti avevano poi squartato viva una mandria di mucche: «Esse piombarono / sopra le greggi che pasceano l'erba, / senz'arme in pugno: e lì, questa vedevi / in due squarciare una mammosa vacca / muggente; l'altra lacerare a brani / a brani le giovenche: e fianchi e bifidi / zoccoli su e giù lanciar vedevansi, / e sanguinanti penzolar dai rami. / E i tori violenti, avvezzi al rabido / cozzo dei corni, al suol giacean fiaccati, / tratti giù dalle mani innumerevoli / delle fanciulle; e in men che tu le palpebre, / o re, non serri, fatti erano in pezzi.». E le donne impazzite avevano messo tutto a sacco, rapendo bambini e mettendo in fuga la popolazione atterrita: «Dalle case rapiano i pargoletti; / e quanto si ponean sopra le spalle, / o bronzo o ferro, senza alcun legame / vi adería, né cadea sul negro suolo./ E portavano fuoco sopra i riccioli, / né le bruciava. […]». E il bifolco spaventato invita Pènteo a ritornare sui suoi passi: «Questo Dèmone dunque accogli, o re, / qual ch'egli sia, nella città: ché sommo / è in tutto; ed ai mortali, a quel che dicono, / donò la vite che sopisce il duolo. / E dove non è vino non è amore;/ né alcun altro diletto hanno i mortali.».

Convinto da Diòniso, dopo molte perplessità, invece di concentrare le sue forze militari contro le Baccanti, Pènteo decide di travestirsi da donna (ricoprendo di pepli di bisso le sue membra, sciogliendo la chioma sugli omeri e mettendo delle bende sul capo), per poter spiare le Baccanti senza essere scoperto. Dalla reggia escono Diòniso che parla e Pènteo che lo segue: «Tu che brami veder quanto vedere / non conviene, e t'affretti a ciò che meglio / saria fuggire, esci, o Pènteo, nei panni / di Mènade baccante a noi ti mostra. / […] / D'una figlia di Cadmo hai la figura!». Pènteo gli assicura che sarebbe stato nascosto fra gli abeti. Aizzate dal dio, però, le Baccanti lo ritrovano e – scambiandolo per un leone – lo fanno a pezzi, guidate da Agave, la madre di Pènteo, divenuta anch'essa una Baccante: «E lui scoprir le Mènadi, più ch'egli / non le scoprì. Ché mentre ancor nascosto / era fra i rami, lo straniero sparve, / e una voce per l'ètere – la voce / di Diòniso, penso – risuonò: / “L'uomo io vi reco, o femmine, che voi, / che me, che l'orge mie mise in ludibrio: / traetene vendetta!” / […] / Con mille e mille mani / quelle abbrancar l'abete, e lo divelsero; / e dall'eccelso suo rifugio, a terra, / con mille e mille strida, Pènteo giù / cadde, che si sentia giunto al suo fine. / Prima su lui piombò, ministra prima / fu del rito di sangue Agave a lui. / Ed ei, perché la madre lo ravvisi, / via dalle chiome le bende scagliò, / e le sfiorò la gota, e disse: “O madre, / io son Pènteo, sono tuo figlio! Nacqui / di te, nei tetti d'Echióne! Ora, abbi / pietà di me; e per gli errori suoi, / non voler, madre, uccidere tuo figlio!”. / Quella, sputando bava, e roteando, / torcendo le pupille, e dissennata, / era invasa dal Nume, e non l'udiva; / ma con la manca un braccio gli afferrò, / e, il pie' puntando sopra il fianco al misero, / l'omero gli strappò: non di sua forza, / ma nelle mani un Dio vigor le infuse. / […] / Ed una un braccio, un pie' l'altra portava: / nude l'ossa apparian dai fianchi rotti; / e con le mani sanguinose tutte / si palleggiavan di Pènteo le carni.».

è un messaggero ritornato a Tebe a narrare questi fatti a Cadmo, che poco dopo vede arrivare la figlia Agave, delirante, che grida in modo dissennato (seguita da uno stuolo di donne
in costume di Baccanti, anch'esse dissennate e deliranti) e che porta un bastone su cui è infilzata la testa di Pènteo (che crede quella del leone). Ella cerca il vecchio padre Cadmo e il figlio Pènteo per mostrar loro la testa della fiera smembrata con le sue stesse mani bianche. Cadmo, che aveva intanto cercato, ricomposto e riportato i poveri resti di Pènteo, riesce a far ritornare in sé la figlia Agave, che misura con orrore quel che ha fatto (ha ucciso il figlio e ne ha infilzato come un trofeo la testa): «O padre, vedi la sciagura mia! / Pènteo miseramente fra le rupi / sbranato giacque. Ed ora, con che lagrime / lo piangerò? Come potrò, me misera, / stringerlo al sen, toccarlo con le mani / che commiser lo scempio? A brani a brani / le membra che ho nutrite io bacerò!»; infine, gettando a terra i paramenti del dio, proclama di non voler vedere mai più il monte Citerone.

Diòniso riappare dinanzi a Cadmo, che sta piangendo la morte di Pènteo, spiegando di avere compiuto la sua vendetta per punire tutti coloro che non credevano alla sua natura divina. Decreta anche che Cadmo e Agave debbono separarsi per essere esiliati in terre lontane. Ad Agave dice: «Tu con le sorelle / Tebe lasciar dovrete, e il fio pagare / del duro scempio a lui che avete ucciso; / né vedrete più mai la patria vostra.». A Cadmo – che pure era stato l’unico della famiglia a riconoscere la sua natura divina – Diòniso dice: «se saggi / stati voi foste allor che non voleste, / vi sarei stato amico, e voi felici» e profetizza che dovrà soffrire finché, trasformato in drago, non troverà la pace con Armonia, datagli in sposa da Marte e trasformata in serpe. Ci si avvicina alla conclusione con il padre e la figlia che si dicono addio e che si abbracciano, piangendo l'uno per l'altra, e con Agave che saluta la terra amata: «Addio, mia casa! Addio / terra ove nacqui. Lungi dalla reggia / ove fui sposa, me spinge sventura.»; si lasciano, quindi, per affrontare il loro destino di esilio e separazione. La tragedia termina con le parole della prima Corifea: «Spesso tramuta quando oprano i Dèmoni, / e inaspettati eventi i Numi compiono. / E a ciò che s'attendea negarono esito, / e all'inatteso aprir tramite agevole. / Della favola triste è questo il termine.».

Le Baccanti fu la tragedia della maturità, scritta da Euripide mentre si trovava presso la corte di Archelao (re di Macedonia) pochi mesi prima della sua morte. Essa è considerata da taluni come la riscoperta finale della religione da parte di un drammaturgo che per tutta la sua vita aveva voluto essere assolutamente laico, ma alcuni studiosi, invece, vi hanno visto una forte e drammatica invettiva anti–religiosa. Infatti, di fronte la vendetta del dio Diòniso è troppo spietata ed egli è tanto privo di scrupoli e di pietà verso gli uomini che, criticamente, Agave si rivolge a Diòniso alla fine dell'opera dicendogli: «Vero è; ma troppo contro noi t'avventi! / […] / Rancor mortale ai Numi non si addice!».

Si è anche detto che questa tragedia sancisca la fine dell'eroe tragico, dignitoso nonostante tutto; infatti, il protagonista Pènteo sembra perdere invece ogni sua dignità: vestito da donna, è messo in una posizione quasi grottesca, non degna di un eroe classico, e anche il nucleo tragico della vicenda sembra spesso venire quasi ridicolizzato.

è anche interessante il fatto che Euripide si fosse ispirato a qualcosa di reale che – se anche non si praticava più nell'Atene nel V secolo a.C. – era ancora in vita in alcune località più primitive del mondo greco: alcune donne (dette Baccanti o anche Menàdi) si riunivano in gruppi detti tìasi, ad anni alterni, ritirandosi sui monti per celebrare i riti di Diòniso, abbandonandosi senza freni a danze e suoni col sacro flauto e con i frigi timpani, sbranando gli animali a mani nude e mangiandone le carni crude.

Un'altra cosa degna di nota è che, nel Fedro, Platone afferma essere la follia superiore alla sapienza (nel senso di saggezza: sophía), poiché la seconda è di origine umana mentre la prima è di origine divina; e la follia di cui parla Platone è proprio quella iniziatica che è riconducibile ai riti del dio Diòniso (gli altri tipi di follia sono quella profetica riconducibile ad Apollo, quella poetica riconducibile alle Muse e quella erotica riconducibile ad Afrodite). D'altra parte, oltre alla follia, le Baccanti sembrano portare avanti anche il desiderio e la soddisfazione di una società alternativa, vissuta a contatto con la natura e lontana dagli stili cittadini: «O padre, molto gloriarti puoi, / che generasti valorose figlie / come niun dei mortali: io dico tutte, / e più di tutte me, che, abbandonate / presso i telai le spole, a maggior gesta / venni, e cacciai con le mani le belve!». In esse, c'è anche la voglia di un recupero di autonomia esistenziale che meglio consentiva loro una matura consapevolezza di sé; così canta appunto il coro delle Baccanti: «Oh felice, chi, ai Superi / diletto, assiste ai lor sacri misterii, / e il suo viver santifica / inebriando l'anima nel tíaso, / pei monti, in estro bacchico, / e della Madre Rea celebra l'orge / solenni, ed alto in aria / il tirso squassa, e servo di Diòniso / si fa, cinto il crin d'ellera! […] Savio non è chi troppo è savio, e l'occhio / oltre agli umani limiti / volge. Breve è la vita. Or chi, seguendo l'ardue / cose, vorrà le facili / non sopportare? Offeso, a quanto sembrami, / chi così opra, ha il cèrebro / dalla follia, né bene si consiglia.».

Euripide – che insieme a Eschilo (525–456 a.C.) e Sofocle (496–406 a.C.) fu tra i grandi poeti tragici greci – seppe esprimere nelle sue tragedie atteggiamenti filosofici di profonda introspezione psicologica. Era nato a Salamina (stupenda isola nel golfo di Sarònico, sita di fronte ad Atene) il 20 settembre del 480 a.C., proprio il giorno della famosa battaglia che vide i greci vincitori sui persiani (e il suo nome trasse appunto ispirazione dal canale Euripe, nei pressi del luogo ove si svolse il combattimento). Il padre Mnesarco (forse un semplice bottegaio ma ricco di beni e terre) gli fece dare un'ottima istruzione mentre la madre era soltanto un'umile erbivendola. Su questa umiltà delle origini del grande autore tragico, insistette il quasi contemporaneo commediografo ateniese Aristofane (445–388 a.C), un ricco aristocratico dalla cultura raffinata, che odiava Euripide considerandolo un rozzo innovatore di costumi e che, a proposito di alcuni umili protagonisti rappresentati da Euripide, parlò con feroce sarcasmo di «straccioni euripidei».

Da giovane, l'autore greco fu nutrito del culto di Apollo e divenne amico del grande filosofo ateniese Socrate (469–399 a.C.); in seguito crebbe nell'area della filosofia sofistica di Protagora di Abdera (V sec. a.C.), che riteneva l’uomo la misura di tutte le cose e che ne influenzò gli interessi, i  gusti e la cultura. Euripide si dedicò con successo anche alla pittura. Fu un uomo solitario e individualista (la leggenda narra che scrivesse i suoi drammi in una grotta sul mare), probabilmente ateo, e non si occupò mai di politica pur essendo molto aperto alla cultura anti-tradizionale e alle inquietudini del suo tempo. Ebbe il merito di ridurre nella drammaturgia greca la prevalenza del Coro (usato essenzialmente per rallentare l’azione drammatica) e la presenza irrinunciabile degli Dei, ricorrendo spesso al deus ex machina (una soluzione drammatica usata soltanto più tardi) e cercando di mettere al centro delle sue rappresentazioni teatrali l'uomo con la sua essenza umana e psicologica. In un nuovo “realismo umanistico”, l'individuo diviene il vero protagonista con la sua calda umanità, le sue violente passioni e i suoi vivi sentimenti: non è un personaggio fermo e risoluto, ma più modernamente un soggetto problematico e conflittuale, che può godere del lieto fine soltanto eccezionalmente e che nel dolore conquista la sua maggiore dignità tragica.

Euripide usò un linguaggio d'uso quotidiano ma contemporaneamente lirico e sublime, ricco d'immagini fantasiose e di musicalità; le trame e i temi erano squisitamente riferibili alla psiche umana e si rivolgevano al destino e al fato (padroni della sorte dell'uomo), oltre che alle ragioni e ai modi del vivere umano. I suoi personaggi diventano spesso personificazioni universali di sentimenti umani.

Euripide scrisse 92 composizioni drammatiche, delle quali ci restano 17 tragedie e il dramma satirico Il Ciclope. Nelle prime composizioni ha privilegiato le tematiche amorose, rappresentando delle tragedie condizionate dalle passioni umane e dalle forze elementari dell'amore; in seguito, si è ispirato a tematiche politico–patriottiche e al problema del caso che in modo cieco e oscuro confonde i destini degli uomini.

L’ordine cronologico delle sue tragedie è incerto. Le prime furono probabilmente Alcesti (438 a.C.) e Medea (431); seguirono Ippolito (428), Ecuba (420), Troiane (415) ed Elettra (413); tra le ultime vi furono Elena (412) e Oreste (408). Grazie a Euripide il giovane (il figlio o meglio il nipote di Euripide), furono rappresentate postume Ifigenia in Aulide e Baccanti (forse il suo capolavoro, ricco di un fascino ambiguo e misterioso). Al suo tempo, in Grecia, si tenevano delle gare di teatro definite «agoni tragici»: egli fu vincitore di quattro o cinque di questi agoni (il primo lo vinse nel 441 a.C.) ma in realtà in vita ebbe scarsa popolarità. Morì nel 406 a.C. (forse sbranato da una muta di cani famelici) in Macedonia ove viveva alla corte di Archelao, dopo avere abbandonato Atene. Dopo la sua morte, Euripide raggiunse una fama immensa, ispirando con i suoi testi sperimentali la “Commedia Nova” greca e la drammaturgia latina: gli ateniesi gli dedicarono una statua di bronzo nel teatro di Dioniso (330 a.C.). Fu amato dal raffinato poeta francese Jean Racine (1639–1699) e dal grande scrittore tedesco Johann Wolfgang Goethe (1749–1832), che con moderna spiritualità rivisitarono alcune grandi protagoniste di Euripide, come Andromaca o Ifigenia.

Lo scrittore calabrese Corrado Alvaro (18951956), che tra il 1950 e il 1951 scrisse un’Alcesti dando una moderna rilettura del mito di Euripide, era interessato alla rielaborazione della mitologia classica e scriveva: «Abbiamo sempre bisogno di ricorrere ai miti del passato per stabilire i termini del presente… L’antichità aggiunge nobiltà al dramma borghese, la lontananza creata dal mito gli dà risonanza poetica. Il secondo dopoguerra, come il primo, ha cercato di leggere chiaro nel destino contemporaneo rispecchiandolo negli eroi del passato».