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lunedì 3 giugno 2013

Sofocle, Edipo re, teatro greco di Siracusa e la regia di Daniele Salvo


Immagini da Edipo re, per la regia di Daniele Salvo

Alternandosi con la tragedia di Sofocle, Antigone diretta da Cristina Pezzoli, e con la commedia di Aristofane Donne al parlamento, diretta da Vincenzo Pirrotta, dall'11 maggio al 23 giugno, presso il Teatro Greco di Siracusa, si rappresenta Edipo re, per la traduzione di Guido Paduano e per la regia di Daniele Salvo, con Daniele Pecci (Edipo re), Laura Marinoni (Giocasta), Maurizio Donadoni (Creonte, fratello di Giocasta), Ugo Pagliai (l'indovino Tiresia), Mauro Avogadro (Servo di Laio e Sacerdote) e Francesco Biscione (primo Nunzio). Per il Coro, l'Accademia d'Arte del Dramma Antico della Fondazione Inda ha reso disponibili i suoi allievi del primo corso.

Il noto attore televisivo e cinematografico Daniele Pecci è un giovanile, bruno e vigoroso, Edipo re; ha confessato l'attore: «Per un attore teatrale Edipo è uno dei pilastri su cui poggiare la propria  carriera, un'occasione che capita una volta nella vita. […] Ho cominciato questo mestiere con il teatro classico. Debuttai, venticinque anni fa, proprio in un Edipo dove ero l'ultimo dei personaggi. Credo che l'Edipo re sia la più bella tragedia, il più grande personaggio. Sofocle è l'autore più potente, per me è un sogno che si realizza. […] Al cinema basta un primo piano per arrivare allo spettatore, puoi, in  un certo senso, permetterti di essere più passivo. Invece il teatro è una forma  attiva di recitazione. L'attore deve penetrare lo spazio e il tempo e imporsi  con una forza diversa. Con Daniele Salvo, il regista, non ci siamo posti l'obiettivo di essere originali a tutti i costi. Dopo la lettura del testo  abbiamo deciso di puntare sull'aspetto dispotico del personaggio, piuttosto che sul lato vittimistico, quasi precristiano. Quella di Edipo è una tirannide arcaica, violenta, ruvida. […] Ha una presenza fisica imponente, lo abbiamo dotato di atleticità e forza fisica. […] Come da copione il nostro Edipo è zoppo. […] Salvo ha molta esperienza, mi sono completamente affidato alla sua visione registica, l'ho seguito in tutto. […] Spero che sia un trionfo, che al pubblico piaccia il mio Edipo e che la produzione e il regista restino contenti"» (a cura di Livianna Bubbico,
http://www.repubblica.it/spettacoli/teatro-danza/2013/05/09/news/daniele_pecci_basta_soap_ora_faccio_edipo_a_siracusa-58416275/).

Il regista è l'emiliano Daniele Salvo (grande attore e in passato aiuto regista di Luca Ronconi), esperto di Sofocle, avendo già presentato nel 2009 Edipo a Colono (2009) con Giorgio Albertazzi e Aiace (2010) con Maurizio Donadoni (spettacolo per il quale è stato premiato con un Premio Golden Graal per la sezione dramma). Salvo ha sottolineato che «si tratta di una tragedia complessa basata molto sull’inconscio e dalla matrice prettamente  freudiana» e ha precisato di aver voluto lavorare molto «sulla credibilità, sulla verità profonda del testo».

In una sua intervista rilasciata durante le prove dello spettacolo, con riferimento a Sofocle, Daniele Salvo ha detto: «È un autore molto interessante, molto complesso e che si presta a interpretazioni molto estreme e differenziate.»; ha precisando inoltre di aver voluto fare di “Edipo re” una «versione molto poco ortodossa», simile alle «visioni anamorfiche» dei quadri di Salvador Dalì o di Holbein, allineando dentro il testo «due o tre interpretazioni diverse» e lasciando agli spettatori la possibilità di sceglierne una. Salvo ha accennato a una «Tebe omertosa» e a un'«ambiguità del testo» (tutti fingono di non sapere nulla ma in realtà tutti, inclusi Edipo e Giocasta, seppure inconsciamente, sanno), e al suo desiderio di condurre lo spettatore al centro di un incubo, al centro di un sogno che ha la dimensione freudiana di un'auto-analisi. Spinto dagli oracoli, Edipo va alla ricerca di sé, nel tentativo di scoprire il mistero dell'uomo ma il mistero dell’uomo in realtà non viene risolto (in modo onirico Salvo usa lo spettro della sfinge per dimostrare che non è stata sconfitta) ed Edipo soltanto alla fine, nel dolore e nella sofferenza, conquisterà la consapevolezza. Parlando di Pecci, il suo protagonista, ha detto Daniele Salvo: «con Daniele io intendevo fare un Edipo molto giovane, un Edipo molto dinamico», che ha con la madre - ancora molto femminile - un rapporto sensuale. Ha anche focalizzato nello spettacolo teatrale al Teatro Greco «la ricerca recitativa», l'importante «rapporto con la musica» e la sua collaborazione con Marco Podda, «uno scienziato che studia gli effetti del suono sulla psiche umana», ponendo la musica al servizio del linguaggio in un coinvolgimento emotivo di tutto il pubblico, che a Siracusa è quanto mai eterogeneo. Ha concluso Salvo: «Tutti gli artisti impegnati qui stanno portando la loro forza, la loro dedizione, la loro fatica, perché appunto si prova tantissime ore, di notte, al Teatro Greco, con il massimo impegno»
(http://www.teatro.org/rubriche/interviste/daniele_salvo_dirige_l_edipo_re_di_sofocle_per_la_stagione_2013_dell_inda_36791).

Gerardo Marrone, nel suo articolo “Edipo Re torna a far vibrare il teatro greco di Siracusa”, così scrive: «L'inesorabile onnipotenza del Fato, la forza devastante della verità, la precarietà della condizione umana. La Tragedia greca, insomma. O quella “summa” scritta da Sofocle, l'Edipo Re, che ieri è tornata a far vibrare la platea del teatro antico di Siracusa. […] Allestimento coinvolgente, dai ritmi sempre elevati e dall'imponente scenografia, questo Edipo Re per la regia di Daniele Salvo. […] Potente la prova di Ugo Pagliai che è il vecchio Tiresia, efficace il protagonista Daniele Pecci, suggestiva Melania Giglio nello Spettro della Sfinge» (http://www.gds.it/gds/multimedia/home/gdsid/260537/.

L'Edipo re, ritenuta il capolavoro di Sofocle, ebbe la sua prima assoluta nel 430-420 a.C. circa, presso il Teatro di Dioniso in Atene. La tragedia è inserita nel “ciclo tebano” (la storia mitologica della città di Tebe) e la ben nota è la drammatica vicenda, come ben noto è l'amaro destino di Edipo, figlio del sovrano di Tebe, Laio, e di Giocasta, destinato dal fato a uccidere il padre e a sposare la madre. Allertato da un oracolo, Laio decide la morte del figlio neonato ma un servo lo salva, abbandonandolo sul monte Citerone, ove sarà nutrito da un pastore e adottato dal re di Corinto. Dopo molte prove il destino si realizza e, senza saperlo, Edipo uccide il padre sconosciuto per via e sposa Giocasta, rendendola madre di quattro figli. Con orrore Edipo scoprirà, in un sol giorno, di avere ucciso inconsapevolmente il padre e di averne sposata la vedova (che, sconvolta, si uccide per il dolore, il rimorso e la vergogna). Tramortito dalla rivelazione, Edipo si acceca e, accettando l'esilio, si muove verso Colono lungo un tragico percorso di espiazione (i brani della tragedia da me citati sono tratti dalla versione di Ettore Romagnoli, ved.  http://www.filosofico.net/edipresofocle42.htm).

La scena si svolge sulla piazza dinanzi alla reggia d'Edipo mentre una grande moltitudine di gente, bambini, giovani e vecchi, si aduna dinanzi alla reggia, portando rami avvolti da bende di lana e lamentandosi. Sulla soglia della reggia appare Edipo, che è divenuto l'amato re Tebe perché ha saputo rispondere correttamente all’enigma della Sfinge, liberando la città dal terribile mostro saggio ma devastante. Nel Prologo Edipo si trova a dover combattere una tremenda pestilenza che affligge Tebe: «[…] / perché veniste? Per pregare? O quale / terror vi spinse? Ad ogni modo io voglio / darvi soccorso: se di tante preci / non sentissi pietà, non avrei cuore!». Il Sacerdote così lo informa: «[…] La città, / come tu stesso ben lo vedi, troppo / è già sbattuta dai marosi, e il capo / più non riesce a sollevar dal baratro / del sanguinoso turbine: distrutti / i frutti della terra ancor nei calici: / distrutti i bovi delle mandrie, e i parti / delle donne, che a luce più non giungono: / e il dio che fuoco vibra, l'infestissima / peste, su Tebe incombe, e la tormenta, / e dei Cadmèi vuote le case rende: / sì ch'Ade negro, d'ululi e di pianti / opulento diviene. […] / […] Or, tutti vòlti, / Èdipo, a te, che sommo sei nell'animo / di tutti, or ti preghiamo: per noi trova / qualche soccorso: […] / […] Or via, sommo fra gli uomini, / rimetti in piedi Tebe! A lei provvedi!». Edipo, che soffre al pari del suo popolo  e che ha versato molte lacrime, ha mandato Creonte, il fratello della regina Giocasta, a interrogare l’oracolo di Delfi sulle cause di quell'orrenda epidemia: «[…] mio cognato, il figlio / di Menecèo, Creonte all'are pitiche / mandai d'Apollo, a chiedere che debba / io fare o dire a salvazion di Tebe. / […]». Al suo ritorno, Creonte informa che la città è stata contaminata per l'uccisione di Laio, il precedente re di Tebe, rimasta invendicata ed Edipo si scaglia minaccioso contro l'ignoto responsabile: «Il bando; o riscattar sangue con sangue: / ché sangue sparso la città travaglia. / […] / Apollo chiaramente ora c'impone / gli assassini punir, quali che siano.». Nel tempo in cui Tebe era sotto l'incubo della Sfinge, Laio era voluto andare a Delfi ma lungo la strada era stato assalito da briganti; il suo assassino vive però ancora nella città, la cui prosperità non è più possibile se non identificando ed esiliando il colpevole. Edipo si dice pronto a tutto per ritrovare l'assassino di Laio.

Ventiquattro vegliardi entrano con lenti passi ritmici e misurati nel canto, e si collocano intorno all'altare di Diòniso. Il Coro degli anziani tebani, canta una preghiera agli dei perché intervengano per proteggere la città. Durante le ultime parole del Coro, Edipo esce dalla reggia, esigendo che chi sa parli: «Fra i cittadin di Tebe ultimo io giunto, / a voi tutti, o Cadmèi, questo proclamo. / Chi di voi sa da quale man fu spento / Laio, il figlio di Làbdaco, gl'impongo, / che tutto a me disveli. E se l'accusa / contro se stesso alcun per tema asconde, /   sappia che nessun male ei patirà, / e illeso andrà da questo suolo in bando.». Proclama un per chi ha ucciso Laio e per chi protegga o nasconda l'assassino un bando d'esilio: «Questo a voi tutti che facciate impongo, / per me stesso, pel Dio, per questa terra / senza più frutti, senza Iddii perduta. / […] / […] Ed or, poi che le redini / ch'ei già reggeva, io reggo, ed il suo letto / posseggo, e la sua donna; e i figli miei / comuni avrei coi figli suoi, concetti / da un medesimo grembo, ove il suo talamo / fosse stato fecondo - ma su lui / balzò la mala sorte: - ora per lui / come pel padre mio combatterò, / ogni via correrò, tentando cogliere / chi le man tinse nel sangue di Laio.».

Il Coro suggerisce al re d'interrogare Tiresia: «So che Tiresia ciò che vede Apollo / anch'egli vede: oh sire, chi l'interroghi, / ben chiaro può saper tutto ch'ei brami.». Ed entra Tiresia, vecchissimo e cieco, guidato per mano da un bimbo; a lui il re vuol chiedere di svelare l'identità dell’assassino. Egli però si rifiuta di rispondere, perché ritiene più saggio tacere per non provocare altre terribili sventure: «Ahi, ahi! Sapere quanto è duro, quando / a chi sa nulla giova! Io ben sapevo, / ed obliai. Venir qui non dovevo. / […] / Lasciami andare! Ci sarà più facile / compier così tu ed io la nostra sorte. / […] / E tutti siete dissennati! I mali / miei non dirò: ché i tuoi svelar dovrei! / […] / Né te né me crucciare voglio. A che / dimandi invano? Io nulla ti dirò. / […] / Oltre non parlerò! Sappilo, e accenditi, / […] / sin che tu vuoi, dell'ira più selvaggia.». . Edipo si adira e ordina a Tiresia di parlare. ma il vecchio si rifiuta, facendo aumentare la collera del re. A questo punto Tiresia accusa Edipo di essere l’assassino di Laio:  «Davvero? Io d'obbedir t'intimo al bando / ch'hai promulgato, e che da questo giorno / non rivolga parola a me né a questi: / ché tu di Tebe sei l'empia sozzura.». Il re è indignato oltremisura e gli dice che non potrà salvarsi da quell'accusa ma Tiresia gli risponde: « Salvo già sono! È la mia forza il vero. / […] / Dico che tu sei l'uccisor che cerchi. / […] / Coi tuoi più cari in turpe intimità / vivi, e nol sai: né il male ove sei scorgi.».

Indignato Edipo accusa Tiresia: «cieco di mente sei, d'occhi e d'orecchi / […] / Tutta una notte è la tua vita: e me / danneggiare non puoi, né alcun veggente.». Egli comincia a sospettare che Creonte e Tiresia abbiano ordito una trama diabolica per buttarlo via dal trono e che Creonte occultamente manovri Tiresia: «questo stregone, cucitor d'insidie, / ciurmador frodolento, che ben vede / solo nel lucro, e che nell'arte è cieco!». Tiresia se ne va, profetizzando che alla fine di quello stesso  giorno il colpevole verrà scoperto e che come un mendicante cieco si allontanerà in esilio verso una terra straniera: «E poi che tu vituperi la mia / cecità, parlerò. Tu aperti hai gli occhi, / eppur non vedi in che sciagure sei, / né dove abiti, né chi sono quelli / che vivono con te. Dimmi: sai forse / da chi sei nato? Dei tuoi cari, o vivi / sopra la terra, o già sotterra, tu / sei l'inimico, e non lo sai. / […] / […] Ora parto, e ti dico: / l'uom che cercando vai, spacciando bandi / per la morte di Laio, e minacciando, / quell'uom è qui: metèco e forestiero, / ora si crede; e invece si vedrà / ch'egli è tebano: né di tal ventura / s'allegrerà: ché, da veggente fatto / cieco, da ricco povero, tentando / il suolo col bordone, andrà fuggiasco / sovra terra straniera; e si vedrà / che vive insiem coi figli suoi, fratello / e padre, insieme con la donna ond'egli / nacque, figliuolo e sposo; e ch'è del padre / suo l'assassino, e nel suo solco semina.».

Tiresia si allontana ed Edipo rientra nella reggia. Il Coro prima immagina la fuga dell'«ignoto assassino», inseguito sia dagli uomini sia da Giove e dalle Parche, ma poi decide di non ascoltare le parole di Tiresia, poiché non è infallibile nemmeno il grande indovino. Si presenta Creonte, che ha saputo che Edipo lo crede responsabile di una cospirazione, e appare Edipo che lo accusa apertamente e con toni sempre più violenti: Creonte si trovava a Tebe con Tiresia, quando Laio era stato ucciso: «Immaginavi tu ch'io non vedessi / strisciar la frode, o, vistala, indugiassi / a rintuzzarla? Ah! Ma fu pazza impresa / la tua, senza partito e senza amici / dar la caccia al poter, che si conquista / sol con molte dovizie e molta gente.». Con pacatezza Creonte gli risponde di non aver avuto mai interesse al trono: «Questo prima considera. Chi v'è / che comandare fra i terrori elegga, / piuttosto che dormir sonni tranquilli, / se uguale impero aver potrà? Non io, / né alcuno ch'abbia senno, eleggerà / esser sovrano, invece che potere / ciò che un sovrano può. Tutto or da te, / senza terrore, io ciò che bramo ottengo: / qualora io fossi re, contro mia voglia / dovrei pur fare molte cose. E come / chiamarmi re, più dolce mi sarebbe / che poter senza crucci? Oh tanto folle / non sono ancor, ch'io cerchi altro che il bene / con l'utile congiunto. Ora da tutti / son prediletto; ognuno a me s'inchina; / chi bisogno ha di te, blandisce me: / ché per essi impetrar tutto posso io. / Il mio stato col tuo perché mutare? / […] / […] Ma prima / ch'io mi difenda, non lanciar l'accusa / in causa ambigua; ché non è giustizia / reputar buoni i tristi, e tristi i buoni. / E gittar via l'amico fido, è come / gittar la propria, la diletta vita. / Col tempo d'ogni cosa avrai certezza: / ché solo il tempo saggia l'onestà: / a conoscere il tristo un giorno basta.».

A quel punto giunge dalla casa Giocasta, sorella di Creonte e vedova di Laio, ora moglie di Edipo, per mezzo della quale forse è possibile comporre lite: «O sciagurati, a che questa contesa / di parole, demente? E non v'è scorno, / mentre su Tebe tal malore incombe, / guai privati eccitare? Or tu, rientra: / e tu, Creonte, alla tua casa torna: / non rendete gigante un mal da nulla!». Giocasta invita il marito a non dare ascolto né a oracoli né a indovini: anche Laio aveva ricevuto una profezia che gli preconizzava l'uccisione da parte del figlio mentre era stato assassinato da alcuni banditi sulla strada per Delfi, là dove si incontravano tre strade: «[…] Un giorno, / giunse a Laio un oracolo, non dico / d'Apollo stesso, ma dei suoi ministri, / ch'era destino a lui spento morire / per man del figlio che da me nascesse. / E invece, lui, come ognun sa, l'uccisero / in un trivio i ladroni; ed il fanciullo, / non corsero tre dì dalla sua nascita, / e, avvinghiatigli i piedi alle giunture, / per mano d'altri, il padre lo gittò / su monte impervio. Ed Apollo non fece / né che quello uccisor del padre fosse, / né che dal figlio suo ciò che temeva / Laio patisse: e ciò pur decretavano / le profetiche voci. […]».

Nel sentir le parole di Giocasta, Edipo si sgomenta e chiede di poter sentire il testimone dell’omicidio di Laio, un servo che era riuscito a mettersi in salvo che adesso vive lontano da Tebe, pascendo le greggi nei campi. Alla regina, che chiede al marito la causa di quel turbamento, Edipo risponde raccontando che, quando era il principe ereditario di Corinto (figlio del re Polibo), l’oracolo di Delfi gli aveva predetto «miseri, atroci, orridi eventi»: «ch'io giacerei con mia madre, e darei / la vita ad una stirpe intollerabile / ad ogni gente; e diverrei del padre / ond'io m'ebbi la vita, l'assassino». Per evitare che la profezia potesse avverarsi con l'uccisione di Polibo, sconvolto, Edipo era fuggito lontano dalla terra corinzia ed era giunto a un trivio, sulla strada tra Delfi e Tebe: «Così, peregrinando, alla contrada / giunsi, ove dici che fu spento il re.». Lì aveva litigato con un uomo che lo aveva preso a randellate, uccidendolo. Temeva che quell'uomo fosse Laio: «[…] Or, se Laio / e lo straniero son tutt'uno, chi / più misero di me, più inviso ai Numi? / Niuno dei cittadini e niun degli ospiti / può ricevermi in casa o favellarmi, / ma mi deve scacciare. E lo scongiuro, / io, non già altri, contro me lanciai: /  io, con le mani mie che gli diêr morte, / il letto dell'ucciso ora contamino. / Ah, ch'io non vegga, oh reverenza somma / dei Numi, ah, ch'io non vegga un giorno simile! / Via sparisca dal mondo, anzi ch'io scopra / di sciagura su me macchia sì turpe!».

Il Corifeo invita Edipo a non arrivare a conclusioni affrettate, sentendo prima il pastore, testimone dell’omicidio: s'egli parla di molti ladroni e non di un solo uomo, Edipo sarà salvo! Edipo e Giocasta rientrano nella reggia e il Coro appare turbato dall'incredulità di Giocasta dinanzi agli oracoli e si lancia in un ammonimento contro coloro che non venerano gli dei e che pretendono di violare le leggi eterne degli dei: là ove gli uomini non riconoscono più la giustizia divina e cedono alla tracotanza, là si nasconde la tirannide del despota. Dalla reggia esce Giocasta, seguita dalle sue ancelle che recano fiori e cassette d'aromi da ardere sull'ara per Apollo: «Tu a noi matura qualche esito lieto, / ché noi, vedendo sbigottito l'uomo / che la nave reggea, tutti tremiamo.».

Giunge, intanto il messo da Corinto, un vecchio pastore, che si rivolge ai vecchioni del Coro, informandoli che Edipo diverrà re, perché Polibo è morto consunto dalla malattia («ché lo serra entro la tomba morte»). Giocasta manda l'ancella ad avvertire Edipo della notizia: «Ancella, e non t'affretti? Entra, e la nuova / reca al signore! - Oracoli del Nume, / dove siete? Da lungo tempo Edipo / quell'uom fuggiva trepidando sempre / che ucciderlo dovesse; e quegli or muore / naturalmente, e non per mano sua!». L'ancella etra in casa ed esce Edipo che si consola, apprendendo che il padre non è morto per mano sua: «Veh, veh, Giocasta! A che più la fatidica / fiamma di Pito consultare, e i gridi / degli uccelli, onde a me venne il presagio / che ucciderei mio padre! E questi or, morto / giace sotterra; ed io son qui; né arma / ho toccata - se pur non l'avrà spento / brama di me: ché per ciò solo, spento / da me dirlo potresti. Ed ora Pòlibo /  giace vicino all'Ade, ed i responsi / scemi d'ogni valore ha seco addotti.». Per quel che riguarda la profezia su sua madre («le nozze materne» con Mèrope, la consorte di Pòlibo), il messo rassicura Edipo, dicendogli che trema a torto perché i sovrani di Corinto non erano i suoi genitori naturali; infatti, erano senza figli ed Edipo è stato adottato, e il messo può testimoniarlo con certezza perché - pastore sul monte Citerone - proprio lui aveva ricevuto Edipo neonato da un servo di Laio e lo aveva portato a Corinto. A questo punto Edipo sente vicina la scoperta delle sue origini e convoca il servo di Laio, un mandriano che è lo stesso che avrebbe potuto testimoniare sull'assassinio di Laio. Giocasta, che ha ormai compreso tutta la verità, supplica Edipo di lasciar stare le sue ricerche ma non viene ascoltata: «Non cercar più, no, per gli Dei, se cara / t'è la tua vita! Il mal ch'io soffro basti! / […] / Dammi ascolto, ti prego! Non far ciò! / […] / So quel che dico! Il meglio io ti consiglio. / […] / Ah! chi tu sei, mai tu non sappia, o misero! / […] / Ah, sciagurato, sciagurato! Posso / dirti questo soltanto, e nulla più.». La donna esce disperata. Edipo desidera invece conoscere le sue origini: «Sarà quel che sarà! Ma ben voglio io / conoscere il mio sangue: e sia pur vile. / Essa, che, vera donna, è tutto orgoglio, / arrossirà della mia bassa nascita: / io non m'adonterò: figlio mi reputo / della Fortuna, che mi fu propizia.». Rientra nella reggia.

Il Coro è pieno d'esultanza perché Edipo sembra ormai vicino a conoscere le proprie origini, e celebra il monte Citerone «quale madre d'Edipo, quale nutrice e patria». Intanto arriva il vecchio mandriano, servo che «era, quanto altri mai fedele a Laio», atteso da Edipo con grande impazienza. Il re lo mette a confronto con il messo venuto da Corinto e lo tempesta di domande; il messo rammenta al mandriano che gli aveva dato un bimbo perché l'allevasse come suo e, accennando Edipo, osserva: «Questi è colui che allora era bambino». Il servo tergiversa e intima al messo di stare zitto ma ormai Edipo vuol sapere tutta la verità e lo pressa e lo minaccia. Il servo conferma allora di avere avuto il pargolo, figlio di Laio, dalla madre stessa con l'ordine del padre di ucciderlo, in quanto - in accordo con una profezia - il figlio avrebbe ucciso il padre (la stessa Giocasta avrebbe potuto confermarglielo). Per pietà il servo, però, non l’aveva ucciso e l’aveva invece consegnato al pastore che l’aveva portato a Corinto: «Per la pietà, mio re, ché ti portasse / in altra terra, nella terra sua! / E a più gran male ei ti salvò: ché misero / sei, se colui che questo dice, sei!». A questo punto l’intera vicenda è chiara e, pieno d'orrore, Edipo fugge entro la reggia urlando: «Ahimè, ahimè! Tutto è già chiaro! Luce! / In te m'affisi per l'ultima volta! / Ch'io da chi non dovea nacqui, convivo / con chi non devo, e ucciso ho il padre mio!».

Arriva il Coro degli anziani tebani che compiangono la triste sorte di Edipo, re stimato ma autore involontario di atti tremendi e orribili: «Or, chi di lui più misero? / Chi s'ebbe ugual retaggio, / nel tramutar del vivere, / di cordoglio selvaggio? / Edipo, inclito principe, / a qual porto fatale!, / a un letto nuzïale, / padre e figlio, sei giunto.». Non vorrebbero mai averlo conosciuto, tanto è spaventosa la pietà che suscita in loro la sua tragica vicenda: «Ahimè, figlio di Laio, / mai non t'avessi visto!».

Dalla reggia esce intanto un servo, che mostra i segni del più vivo terrore e che si rivolge al Coro, annunciando che Giocasta si è impiccata: «Giocasta, sangue dei re nostri, è spenta! / […] / Ella si uccise. Ma di ciò che avvenne / manca il più crudo: ché la vista manca. / Pur, quanto la memoria ancor mi vale, / i tormenti saprai di quella misera.». Dopo aver visto ciò, Edipo, schiantato, s'era accecato con la fibbia della sua veste: «[…] Ed ei, come la scòrse, / con un orrendo mugolo, meschino, / calò la salma appesa. E poi che a terra / giacque, vedemmo un orrido spettacolo. / Le fibbie d'oro onde sostegno avevano / le vesti della donna, svelse, ed alte / le sollevò su le pupille, e in queste / le conficcò, perché, disse, mai più / non vedessero i mali ond'ei fu reo, / né quelli che patì, ma d'ora innanzi, / solo nel buio in quelli si affiggessero / che non dovean veder, né conoscessero / chi conoscer bramavano. Così / impreca, ed una volta, e più, solleva / le palpebre, e le fora; e le pupille / sanguinolente bagnano le guance: / […] / Ahi! Fu l'antica / vera felicità; ma ora, gemiti, / morte, sciagura, vituperio, cerca / quanti nomi ha sciagura, e niuno manca.». Compare allora Edipo accecato, condotto per mano da un servo e accompagnato dalla lamentazione del Coro che racconta come abbia compiuto quell'atto perché non gli è dolce vedere nulla, dato che ormai è un uomo maledetto e aborrito dagli dei. Edipo si lagna di non esser morto bambino e maledice: «Muoia chi, sciolti dai selvaggi vincoli / i piedi miei, me trasse a salvamento, / e mi raccolse, ahimè, non pel mio bene! / Se quel giorno ero spento, / né a me né ai cari causa sarei di tante pene. / […] / Né l'uccisor sarei / del padre, e non direbbero / me di colei che madre ebbi, consorte.». Arriva adesso Creonte, tenendo per mano le due figliuole d'Edipo, Antigone ed Ismene, e - dinanzi alla disperazione di Edipo - lo invita a riporre la sua fiducia nel dio Apollo. Edipo abbraccia le sue bambine, piangendo sulla loro sorte infelice in quanto progenie di nozze incestuose: «Figlie mie, dove siete? Oh, qui venite, /  a queste mie mani fraterne: […] / […] / E per voi piango: e guardar non vi so, / pensando il resto dell'amara vita / che trascorrer fra gli uomini dovrete. / […] / Quale sciagura manca? Il padre vostro / fu del padre uccisore, il campo arò / ov'ei fu seminato, e n'ebbe figlie / dal grembo istesso ond'ei vide la luce. / Tale obbrobrio udirete. E chi sposarvi / vorrà? Nessuno, oh figlie! E senza nozze / e senza figli vi dovrete struggere. / […] / Or questo voto io fo per voi. Dovunque / conduciate la vita, oh, miglior sorte / a voi che al vostro genitore arrida.». Edipo chiede infine a Creonte di volerlo esiliare: «Presto da questa terra via discacciami, / dove niun sia che a me rivolga mente. / […] / Era già chiaro il suo responso: togliere / di mezzo me, l'impuro, il parricida. / […] / Via di qui scacciami.». Edipo lascia le figlie e Creonte lo conduce entro la reggia. E la tragedia finisce con il Coro che abbandona l'orchestra piangendo il destino di Edipo: «Or, mirando questo giorno luttuoso, non far stima / che beato sia veruno degli effimeri, se prima / scevro d'ogni orrido male - non sia giunto al dì fatale.».

Il Fato cieco e inesorabile ha rivelato l'estrema fragilità dell’esperienza umana ed Edipo è passato dall'apice dell'amore del suo popolo e del potere al fondo dell'abiezione più bassa, nonostante abbia fatto tutto il possibile per contrastare la profezia, abbandonando gli amati genitori e cambiando vita e città. E questo conflitto tra predestinazione (e volontà divina) e tra libertà (e responsabilità personale), quest'antitesi magia-tabù ancestrali e razionalità-intelligenza rende più amara la tragedia! Infatti a nulla servono tutte le precauzioni di Edipo e il passaggio dalla felicità all'infelicità avviene inevitabilmente, senza malvagità ma per errore, anche se può cogliersi in Edipo una superba tracotanza nel voler arrivare alla conoscenza, al di là di certi limiti invalicabili. Ed Edipo si acceca perché Tiresia, attraverso la sua cecità, riusciva a vedere il Vero mentre Edipo, attraverso i suoi occhi, era riuscito a vedere soltanto illusioni e falsità.

Questa tragedia è servita allo psicoanalista Sigmund Freud per spiegare il complesso di Edipo, cioè la pulsione di possesso e sessuale del bambino per la madre e l'inconscio desiderio di morte e di sostituzione nei confronti del padre.

mercoledì 13 giugno 2012

Eschilo e Prometeo incatenato, il mito e la tragedia


Eschilo                                                 Prometeo incatenato (Massimo Popolizio)


è in corso per il 2012 il xlviii ciclo di rappresentazioni classiche a Siracusa presso quel meraviglioso palcoscenico all'aria aperta che è il Teatro Greco, con inizio l'11 maggio e conclusione il 30 giugno. Si rappresentano oltre alle Baccanti di Euripide e agli Uccelli di Aristofane, il Prometeo Incatenato di Eschilo per la regia di Claudio Longhi, nella traduzione di Guido Paduano, con le affascinanti coreografie della Martha Graham Dance Company.

Il Prometeo incatenato (in greco antico Προμηθεύς δεσμώτης) è una tragedia di Eschilo datata nel 470 a.C. circa e facente parte di una probabile trilogia dedicata a Prometeo, che includeva anche il “Prometeo liberato” e il “Prometeo portatore del fuoco” (tragedie delle quali ci sono rimasti soltanto alcuni frammenti). La Prima assoluta risalirebbe al 460 a.C. presso il Teatro di Dionìso ad Atene.

I personaggi sono: Prometeo (un immenso Massimo Popolizio), Efesto (Gaetano Bruno), Oceano (Mauro Avogadro), Ermes (Jacopo Venturiero), il Potere (Massimo Nicolini), la Violenza (Michele Dell’Utri, che è anche assistente alla regia), Io (Gaia Aprea), la Corifea (Daniela Giovanetti) e il Coro delle ninfe Oceanine

Ambientata in un luogo indeterminato fra gli aspri monti inaccessibili e le lande desolate della Scizia (vietati agli uomini), la tragedia narra una vicenda che seguì la rivolta di Giove (Zeus) contro il padre Crono e la successiva guerra sanguinosa che portò Giove alla conquista del potere dopo l'annientamento dei suoi antagonisti. Quando Promèteo («questo misero Nume vedete, / il nemico di Giove, che in odio / venne a quanti Celesti s'addensano / nella reggia di Zeus, perché gli uomini / troppo amavo»), ribellandosi al volere di Giove, donò il fuoco e altri doni agli umani, scatenò la collera spaventosa di Giove e fu incatenato a una rupe nella regione della Scizia (ai confini della Terra) da Efèsto, Potere e Forza che erano riusciti a catturarlo.

Nel Prologo, si avanzano appunto Potere e Forza, tenendo stretto Promèteo, seguiti da Efèsto, e tutti si fermano dinanzi a una rupe alta e scoscesa. Parla per primo Potere: «Agli estremi confini eccoci giunti / già della terra, in un deserto impervio / tramite de la Scizia. Ed ora, Efèsto, / compier tu devi gli ordini che il padre / a te commise: a queste rupi eccelse / entro catene adamantine stringere / quest'empio, in ceppi che non mai si frangano: / ch'esso il tuo fiore, il folgorio del fuoco / padre d'ogni arte, t'involò, lo diede / ai mortali. Ai Celesti ora la pena / paghi di questa frodolenza, e apprenda / a rispettar la signoria di Giove, / a desister dal troppo amor degli uomini.». Efèsto a lui replica: «Forza, Potere, gli ordini di Giove / già compiuti per voi furono; e nulla / più vi trattiene. Ma legare a forza / su questo abisso procelloso un Nume / ch'è del mio sangue, non mi regge il cuore. / E forza è pure che mi regga. Gli ordini / trasandare del padre, è dura prova.». Nonostante tutto, Efèsto sa che dovrà stringere Promèteo in «bronzei ceppi, che niuno a scioglier valga… dove né voce udrai, né forma d'uomo vedrai», esposto alla calura del sole e alla tenebra della notte, senza il soccorso di nessuno, per quell'indebito favore fatto agli umani; egli aggiunge: «Ora, in compenso, / vegliar dovrai questa dogliosa rupe, / senza mai sonno, in pie', senza mai flettere / le tue ginocchia, e cento ululi e gemiti / invano leverai: ché il cuor di Giove / nessuna prece lo commuove; ed aspro / è ciascun che di fresco ebbe il potere.». Potere invita Efèsto a non indugiare e a inchiodare Promèteo alla rupe per non irritare Giove. Efèsto salda le braccia, i fianchi e le gambe di Promèteo, in modo che nessuno possa sciogliere le catene, piangendo e gemendo per i mali del Titano. Finita l'operazione, Efèsto, Potere e Forza si allontanano mentre Promèteo manifesta tutta la sua afflizione: «O divo ètere, o snelle ali dei venti, / fonti dei fiumi, e dei marini flutti / infinito sorriso, e te, che madre / sei d'ogni cosa, o Terra, invoco, e te, / che tutto miri, orbe del Sol! Vedete / ciò ch'io, Celeste, dai Celesti soffro! / Or vedete da quali travagli / laniato, per mille e mille anni / patirò. / […] / Ahimè, ahi!, dell'affanno presente, / del venturo io mi lagno. Deh!, quando / sarà l'ora che il termine segni / di questi tormenti?». Si lamenta di subire quel destino, avvinto nei lacci, per avere predato e donato la fonte del fuoco che «maestra fu d'ogni arte, ed util sommo».

La tragedia si svolge in modo apparentemente statico nell'incontro tra il titano e i diversi personaggi divini o le varie creature del cosmo, fantastiche e mostruose, che tentano di portargli conforto e consiglio, ma senza alcun confronto diretto tra Giove e Prometeo. S'inizia con il Canto d'ingresso del Coro delle ninfe Ocèanine (progenie di Teti feconda e figliuole del padre Oceàno), dodici bellissime fanciulle che si avvicinano su di un cocchio alato e che tranquillizzano Promèteo con il loro canto, dicendogli: «Non temer: questa schiera è a te benevola.», e aggiungendo con le lacrime agli occhi di temere per la sua sorte: «Ma novello signor l'Olimpo regge; / ma con novella legge / or Giove a suo talento / lo scettro impugna, e tutto / che prima ebbe potere or vuol distrutto.». E Promèteo risponde, rimpiangendo di non essere morto e di non giacere nel Tartaro: «Ora invece, ludibrio dell'aria, / debbo, ahi tristo!, coi miei patimenti / dar gioia ai nemici.». Furente, accenna a un segreto in suo possesso che Giove vorrebbe svelato ma che egli non riferirà mai non lasciandosi sgomentare né dalle lusinghe, né dagli scongiuri né dalle minacce, a meno che Giove non lo liberi dai «lacci selvaggi», non paghi «la pena di questa ignominia» e non gli chieda un giorno «amicizia e concordia».

Nel Primo episodio, Promèteo racconta al Coro com'era scoppiato l'odio tra i Numi e come la contesa li aveva divisi in due: coloro che volevano abbattere Crono «perché regnasse appunto Giove» e coloro che si adoperavano «perché mai Giove non avesse il regno». Egli si era schierato dalla parte di Giove ma il Nume non gli aveva mostrato gratitudine: «è mal della tirannide / questo di non prestar fede agli amici». Vinto il potere, Giove: «E dei mortali / non fe' parola alcuna: anzi distruggere / tutta quanta volea la stirpe loro, / ed una nuova seminarne. E niuno, / se togli me, si oppose al suo disegno. / Io n'ebbi ardire. E gli uomini salvai / dal piombare nell'Ade, allo sterminio.». Promèteo aveva salvato gli uomini, dando ai loro cuori cieche speranze e donando il fuoco e le molte arti ottenute dal fuoco, e Giove lo aveva punito con quella pena senza termine: «Perché pietà degli uomini sentii, / indegno io stesso parvi di pietà». E al Coro che tenta di dargli consigli per sciogliersi dal suo male, Promèteo risponde: «A chi tien fuori dai cordogli il piede, / dare consigli a chi patisce è facile. / […] / Ma non piangete il mio presente male: / scendete al suolo, e le sciagure udite / che incombono su me, sì che sappiate / compiutamente il tutto.». Il cocchio delle Ocèanine sparisce e su un cavallo marino alato giunge Ocèano che si dice sinceramente addolorato per «la stirpe comune» e che gli consiglia di ritornare in sé adottando «nuovi costumi», placando la sua furia e tentando di cercare un «qualche riscatto» alle sue pene. Così parla Ocèano: «A te forse parranno / triti vecchiumi le parole mie; / ma della lingua tua troppo superba / è questa, Prometèo, la triste mancia. / Ma tu non sai farti umile, non sai / cedere ai mali; ed altri procacciartene, / oltre ai presenti, vuoi.». Infastidito, Promèteo gli risponde di non curarsi delle sue pene, perché non c'è modo di convincerlo, e di ritornarsene là da dove è venuto. E alle insistenze di Ocèano, che vuole aiutarlo a farsi perdonare da Giove, Promèteo risponde: «Ma pur, non affannarti: affanno vano / il tuo sarebbe, e senza utile mio.», ricordando la sorte amara del fratello Atlante costretto a reggere sulle spalle nelle contrade dell'Espero la colonna del cielo e della terra, e dicendosi pronto a sopportare la sua sciagura sino allo sbollir dell'ira di Giove. Ocèano si giustifica dicendogli: «O Prometèo, non sai che le parole / son medicina all'animo che soffre. / […] / È gran vantaggio / sembrar privi di senno, ed esser saggi.». Ocèano se ne va.

Ed è la volta del Primo canto intorno all'ara, con le Ocèanine che intorno all'altare di Diòniso danzano e cantano, gemendo e piangendo per Promèteo, «pel tuo destino acerbo». Lo confortano, dicendogli: «Tutta la terra un ululo / alza per te di duolo. / […] / E quante il sacro suolo / abitano de l'Asia umane genti, / delle torture tue senton, Promèteo, / pietà, dei tuoi lamenti.». Compiute le loro danze, le Ocèanine si volgono verso Promèteo.

Inizia il Secondo episodio, nel quale Promèteo dice loro: «Non per disdegno o per superbia io taccio, / non lo crediate; ma l'obbrobrio inflittomi / veggo, e di conscia doglia il cuor mi struggo. / Pure, i lor pregi a questi nuovi Numi, / chi compartiva, se non io? Niun altri!». Egli era stato mosso a pietà dagli uomini che, avendo perso la saggezza e la ragione, vivevano come formiche sottoterra e senza sole: «Ché prima, essi, vedendo / non vedevano, udendo non udivano; / e simili alle vane ombre dei sogni, / quanto era lunga la lor vita, a caso / confondevano tutto.». E aveva regalato ai mortali i suoi presagi e le sue giuste premonizioni: «E prima / nei sogni sceverai quello che debba / nella veglia avverarsi, e chiari feci / i prognostici oscuri ed i presagi / che s'incontran per via.». E aveva dato il fuoco e «quante utili cose in grembo al suolo / giacean nascoste all'uomo, il rame, il ferro, / l'argento, l'oro, […]», oltre a tutte le altri arti. Spera comunque di sfuggire al suo destino: «Fato non è che tutto ciò si compia. / Ben io da mille triboli, da mille / pene prostrato, ai lacci sfuggirò. / […] / E col segreto / io sfuggirò le pene e i lacci turpi.». [Il mito racconta che Prometeo aveva rimediato alla dimenticanza di fornire le buone qualità agli umani, rubando dalla casa di Atena uno scrigno in cui erano riposte l'intelligenza e la memoria, e donandole alla specie umana. Ma Giove, per nulla bendisposto verso il genere umano, non aveva approvato i doni di Prometeo, ritenendoli troppo pericolosi perché avrebbero reso gli uomini più potenti e più capaci.]

E il Coro amareggiato, nel Secondo canto attorno all'ara, si rivolgono a Prometèo: «Dolce cullare l'animo di letizie serene: / dolce nutrir, sin che la vita dura, / ardue speranze. Ma se te, Promèteo, / d'infinita sciagura / io veggo oppresso, un brivido / corre per le mie vene. / Ma tu, fiero, non trepidi / del Signor dei Celesti, / ed ai mortali troppo onore presti.». E poi aggiunge: «Dove or trovi negli uomini / alcun sostegno, alcun soccorso? Vedi / la fiacca inettitudine, / simile ai sogni vani, / che, in ceppi, degli umani / stringe le cieche torme?».

E siamo al Terzo episodio che vede l'arrivo di una fanciulla dal viso bellissimo ma deturpato da due corna di giovenca, che si lancia tra le rupi con folli balzi e che si ferma davanti a Promèteo: è Io, amata da Zeus, trasformata in vacca per la gelosia di Era e costretta a vagare come folle in un viaggio eterno e senza soste. Gemendo e come in delirio, Io chiede a Prometèo: «Dove son? fra che genti? Costui / che legato ai dirupi vegg'io, / esposto ai rigori del cielo, / chi sarà? Questa pena ferale / per quale misfatto patisce?». E rivolgendosi a Giove, al figlio di Crono, così lo implora: «Col fuoco bruciami, fa ch'io di terra / sia ricoperta, del mare ai mostri / dammi in pastura, sordo non essere, / questi miei voti, signore, adempi. / […] / Oh!, morire una volta /  meglio mi val che tutti i dì soffrire.». Chiede poi a Prometèo: «Fra i miseri / chi v'è che soffra quello ch'io soffro? / Deh!, chiaro insegnami, tu, adesso, mostrami / che cosa debbo patire ancora.». Prometèo le racconta tutti i suoi guai e lei gli racconta dell'amore di Giove e delle sue lusinghe attraverso delle visioni notturne, della sua metamorfosi e del suo pazzo vagare di terra in terra. Io gli chiede poi le sue premonizioni e Prometèo prevede per lei, dopo molte vicissitudini («Di guai funesti un tempestoso pelago.»), la conquista della libertà e la fortuna della sua discendenza non appena giunta alla foce del Nilo: «Di quella terra all'ultimo confine, / alla foce del Nilo, ov'esso addensa / le sabbie, sorge la città di Cànobo. / Quivi col tocco e la carezza sola / della sua man, Giove ti rende il senno. / Ed a luce il negro Èpafo darai, / che nome avrà dal gioviale tocco. / E signore sarà di quanta terra / l'ampie fluenti irrigano del Nilo.». Le dice anche che il frutto della relazione fra Giove e Teti, un suo discendente, stirpe della sua stirpe, sarà «un figlio più forte del padre» in grado di annientare Giove, il padre degli dei: «Tale oracolo a me l'antica madre / die', la titania Temi.». Risponde Io: «Che dici? Un figlio mio ti farà libero?» e, colta da un nuovo accesso di delirio, se ne fugge a grandi balzi.

Nel Terzo canto attorno all'ara, il Coro così si esprime, pensando all'infelice destino d'Io: «Solo nozze tra simili / scevre son di terrore, / né le temo io. Ma l'occhio irresistibile / dei più possenti Numi / non si fissi su me pieno d'ardore. / Guerra non sostenibile / questa sarebbe, e origine / di mali senza uscita. / Qual sarebbe mia vita / ignoro: ignoro dove / alla brama sfuggir potrei di Giove.».

Nell'Ultimo episodio, parlando con la Corifea, Prometèo continua a insistere che il segreto che lui conosce porterà Giove a una rovina senza onore e che, soltanto grazie a lui, il Nume dei Numi potrebbe scamparla. Egli è convinto che ciò che brama avrà esito certo ed è disposto a tutto: «E tu leva preghiere, adora, adula. / Men che di nulla a me di Giove importa. / Faccia, comandi in questo scorcio breve / a suo talento. Poco tempo ancora / su gli Dei regnerà.».
Intimorito, Giove manda il dio Ermète, quale suo araldo e ministro dei Numi, per estorcere quel segreto a Prometeo. Così parla Ermète: «A te, gran saggio, a te che acerbo sei / più che ogni acerbo, che in oltraggio ai Numi / i loro onori compartisti agli uomini, / a te favello, involator del fuoco. / Ordina il padre che tu dica quali / nozze son queste ond'ei cadrà dal soglio.». L'indomito Titano resiste alle intimidazioni: «Ben presto quei che terzo ora comanda, / piombar vedrò, ben turpemente. / […] / E tu / riaffretta la strada onde sei giunto: / ché non saprai di quanto chiedi, nulla. / […] / Tramutar non vorrei le mie sciagure / con la tua servitù, sappilo bene. / […] / Oltraggiare così convien chi oltraggia. / […] / A dirla in breve, tutti i Numi aborro. / Da me beneficati, or mi maltrattano. / […] / Non v'ha tormento, / artificio non v'ha, con cui m'induca / Giove a parlar, se non allenti prima / questi ceppi d'obbrobrio. / […] / Tutto ho già visto, ponderato ho tutto.». Ed Ermète passa alle minacce: «E pure, inferma / è la saggezza onde t'esalti: audacia / per chi non ha saggezza, è men che nulla / di per se stessa. Or vedi, se convincerti / rifiuti ai detti miei, quale procella, / qual maroso di mali ineluttabili / piomberà sopra te. / […] / Ché mentire non sa di Giove il labbro, / ma ciò ch'ei dice, ei compie. Or tu considera, / pensa bene; e una volta almen convinciti / che più val dell'audacia il buon consiglio.». Dopo altre ulteriori intimidazioni di Ermète ( gli minaccia l'invio di un'aquila, che gli avrebbe squarciato il petto e dilaniato il fegato) e altri arroganti insulti di Prometèo, il ministro dei Numi chiede alle fanciulle del Coro di fuggire da quei luoghi: «ché il mugghio / spaventoso del tuono, non debba / per l'orrore distruggervi il cuore!», ma le fanciulle non vogliono tradir l'amico, abbandonandolo. E la punizione arriva implacabile. Prometèo viene scagliato insieme alla rupe alla quale è incatenato in un abisso infinito e senza fondo, mentre così urla: «Ecco i fatti, e non più le parole. / La terra sussulta, / mugghia l'eco del tuono profonda, / tutte fiamma le spire lampeggiano / delle folgori, a vortici va / roteando la polvere, danzano, / l'un con l'altro azzuffandosi i soffi, / tutti i venti: confusi con l'ètere / si sconvolgono i flutti del mare. / Tanta furia scoscende da Giove / contro me, perché tremi il mio cuore. / Di mia madre o tu fregio, o tu ètere, / tu che a tutti comparti la luce, / l'ingiustizia ch'io soffro mirate! (In mezzo a fulmini e orribili tuoni la montagna scoscende e seppellisce Promèteo)» (traduzione di Ettore Romagnoli, http://www.filosofico.net/promincateneschilo42.htm).

Eschilo (in greco antico (Αἰσχύλος) nacque da nobile famiglia il 525 a.C a Eleusi, un demo – piccola comunità abitata – di Atene. è il più antico dei drammaturghi greci, dei quali ci sono pervenute delle opere complete, e colui che aprì la strada alla grande tragedia greca di Sofocle ed Euripide. Visse un periodo politico intensissimo, combattendo contri i persiani a Maratona e a Salamina: queste ultime vicende costituirono il background per la composizione de I Persiani (472 a.C.) e dei Sette contro Tebe (467 a.C.) e per la sua visione del ruolo fondamentale di Atene nella storia del tempo. Fu testimone anche della fine della tirannia ateniese dei Pisistratidi e del primo evolversi della democrazia in Atene: Le supplici (463 a.C.) e le Eumenidi (458 a.C.) che insieme con Agamennone e Coefore faceva parte dell'“Orestea” (unica trilogia del teatro greco pervenutaci) e che contiene chiari riferimenti a quel rivoluzionario potere del popolo e ad Atene democratica quale estremo baluardo della Grecia libera contro lo strapotere dei persiani. Si recò a Siracusa, chiamato da Ierone, tiranno illuminato, ove venne in contatto con i circoli pitagorici e ove scrisse le Etnee, celebrando la fondazione della città di Aitna. Dopo aver subito un processo per empietà per avere violato in modo inconsapevole i segreti dei Misteri eleusini di cui era un adepto, fu costretto all'esilio a Gela (ritornando per la seconda volta in Sicilia), ove rappresentò l'Orestea (458 a.C.) e ove nel 456 a.C. morì. Valerio Massimo ha riportato la leggenda che racconta che Eschilo sarebbe morto per colpa di un'aquila, che gli avrebbe lasciato cadere una tartaruga sulla testa mentre sedeva su di un sasso fuori dalle mura della città.

Non soltanto autore poetico, Eschilo fu anche regista e innovatore: a lui si deve l'introduzione delle maschere e fu lui l'ideatore della “trilogia legata” (tre tragedie legate insieme in ordine cronologico dai contenuti). Trasformò il soliloquio del monologo di un solo attore nella drammatizzazione del dialogo di due attori togliendo importanza al coro; arricchì, inoltre, il testo di contrasti drammatici e di effetti teatrali sorprendenti realizzando, malgrado l'impianto arcaico delle sue tragedie, una più sofisticata concezione della scena. A queste innovazioni Eschilo fu spinto anche perché attratto dall'emergente Sofocle, che introdusse il terzo attore, creò dialoghi più complessi, elaborò trame più interessanti e mise in scena personaggi più approfonditi dal punto di vista psicologico.

Artista rigoroso e molto religioso, Eschilo si distinse nell'antichità per lo stile potente, per le immagini ricche di lirica suggestione, per la sublimazione della realtà, e per la forte tensione etica: allontanandosi dall'idea arcaica delle oscure forze del destino che travolgono l'uomo impotente e dell'“invidia degli dei”, affrontò il problema della colpa consapevole che dall'individuo si propaga all'intera stirpe, della punizione divina volta a far giustizia e ripristinare l'ordine, e della conoscenza dell'uomo maturata attraverso il dolore esistenziale. Rese la tragedia più adatta alla rappresentazione grazie a una retorica solenne e alle affascinanti metafore. Molto prolifico, avrebbe scritto circa novanta tragedie – delle quali si conosce l'esistenza per i riferimenti fatti da altri autori o per mezzo di antichi documenti – ma ci sono giunte soltanto le sette opere già citate.

Per i suoi particolari rapporti con il genere umano, Prometeo è stato quasi paragonato al Redentore, qual è rappresentato nella tradizione cristiana (l'eroe si sacrifica e muore per l'umanità che ha beneficato). Come Cristo è un uomo e Dio, Prometeo è un Titano, sia uomo che Nume ma si comporta come un dio, non volendo mai apparire come un uomo (egli appartiene, infatti, alla Mitologia). Nella trilogia di Prometeo è possibile che si conciliassero vecchie forze del passato (Giove appare come un tiranno ingiusto e un dio supremo) e giovani forze umane (Prometeo appare come l'eroe nuovo che arriva sino alla blasfemia). Furono questi gli aspetti che tanto piacquero al Romanticismo europeo.

Ricordo la nota poesia di Goethe (1749–1832) dedicata a Prometeo, di cui riporto la parte iniziale: «Copri pure, Giove, il tuo cielo con vapore di nubi / ed esercitati, come un fanciullo che decapiti cardi, / su querce e cime! Ma tu devi lasciar stare la mia terra, / la mia capanna che tu non hai costruito, / il mio focolare di cui m'invidi il calore. / Non conosco nulla di più misero sotto il sole di voi, dei! / […]».

Ricordo ancora, del 1833, la Traduzione dal greco del Prometeo incatenato di Eschilo (Prometheus Bound. Translated from the Greek of Aeschylus), da parte della grande poetessa vittoriana Elizabeth Barrett Browning (1806–1861), ricca di un variegato vocabolario e piena di effetti poetici rispettosi dello spirito del poeta greco (nel 1850 Elizabeth ripropose alquanto modificata la traduzione del Prometeo incatenato, correggendone alcuni difetti di traduzione, modificandone alcuni passaggi ed eliminando una certa monotonia di base).