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giovedì 10 gennaio 2013

Se devi amarmi… amami per amore – Biografia d'amore di Elizabeth Barrett e Robert Browning


Prima di copertina dell libro


Riporto il contenuto di una mia intervista rilasciata al prof. Iain Halliday che insegna Lingua e traduzione nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Catania, in occasione della presentazione del libro Se devi amarmi… amami per amore – Biografia d'amore di Elizabeth Barrett e Robert Browning (Aracne, Roma 2012), tenutasi a Catania presso il Katane Palace Hotel il 7 gennaio del 2013, alla quale hanno partecipato la prof.ssa Dorotea Amato Pistone, il prof. Giuseppe Pappalardo e lo stesso prof. Iain Halliday (moderatore il prof. Francesco Belfiore).

A. Com'è nato il progetto del saggio?
(1) Quand'ero ragazzina, quasi bambina, attingendo alla ben fornita libreria della mia cara mamma (naturalmente zeppa, oltre che di grandi classici, di libri per signorine) sono incappata in un libro rosa del 1932 di Andrea Dessì (autore semisconosciuto), dal titolo La famiglia Barrett, che in forma romanzata raccontava la storia d'amore di Elizabeth Barrett e Robert Browning. Confesso che questo libro mi aveva così affascinata che ogni tanto lo riprendevo in mano per rileggerlo con piacere.

(2) Qualche anno più tardi ho scritto un'antologia dedicata al cane nella letteratura antica e moderna, e stavolta mi sono scontrata con un delizioso piccolo libro di Virginia Woolf, grande scrittrice e critica inglese, Flush – una biografia, che uscì nel 1932 (lo stesso anno dell'uscita del libro di Dessì). Nel 1934 uscì, inoltre, il film di Sidney Franklin The Barretts of Wimpole Street (con Charles Laughton, Norma Shearer e Frederic March), ciò fa pensare a una riscoperta dei due poeti in questi primi anni Trenta (lo stesso Franklin preparò il riuscito remake conosciuto come Alleanza vietata - Forbidden Alliance con John Gielgud, Jennifer Jones e Bill Travers,  meritandosi due candidature all’Oscar. Dd'altra parte, all'idealismo filosofico e alla poesia metafisica di Browning, negli anni trenta guardarono con  interesse i poeti Ezra Pound (1874–1963) e Thomas Stearns Eliot (1888–1965), che – dopo un lungo periodo di oblio – posero in evidenza la drammatica ricchezza del “flusso di coscienza” ante–litteram di alcuni dei monologhi di Robert Browning.

Flush raccontava la stessa storia d'amore vista attraverso i candidi occhi di Flush, il cocker spaniel di Elizabeth Barrett, che, divenendo il testimone oculare del nascere di quel nuovo amore di Elizabeth per Robert che gli sottraeva parte dell'amore esclusivo che fino a quel momento Elizabeth aveva nutrito per lui, veniva via via diventando sempre più geloso. Le pagine su Flush della Woolf sono veramente deliziose e Flush ci appare come un cane giovane e gagliardo, giocoso ed entusiasta, ma in grado di capire e condividere le emozioni degli umani e di mutare la vita e il carattere della triste Elizabeth (donna complicata: tossico–dipendente dal laudano usato largamente dalle isteriche donne dell'Ottocento – ma non era innocuo essendo un derivato alcolico della morfina – e, col senno di poi, certamente anoressica). Per Elizabeth inferma, il dolce cocker spaniel aveva rinunciato al sole e alla vita all'aperto per condividere il buio e la solitudine della sua stanza ma poi era arrivato Robert e il piccolo Flush si era sentito ignorato e infelice. Aveva finito poi per decidere di amare sia Elizabeth sia Robert dello stesso amore. La Woolf ebbe a dire: «Scrivo ogni mattina, e mi diverto a scrivere ogni parola di Flush».

Ma la biografia di Flush è, naturalmente, la biografia di Elizabeth (e anche una fedele e attenta ricostruzione della Londra vittoriana): infatti, Virginia fece delle ricerche accurate attraverso diversi epistolari della Barrett sugli altri importanti protagonisti della vita della Barrett, tra i quali la cameriera Lily Wilson che le fu devotissima: insieme con lei e con Flush, Elizabeth e Robert fuggirono in Italia (non prima però di essersi sposati, data la severità dei costumi vittoriani).

(3) Soltanto qualche anno dopo, mi è poi capitato tra le mani un piccolo libro che conteneva alcuni sonetti di Elizabeth, tratti dai i Sonetti dal portoghese (Sonnets from the Portuguese), che in sequenza cronologica seguivano tutte le fasi dell’innamoramento e del fidanzamento, tradotti da Daniela Marcheschi (che ho avuto il piacere di conoscere su facebook), che mi sono sembrati così belli che è nato in me il desiderio di condividere questa bellezza con gli altri.

E, inoltre, per motivi familiari amo l'Inghilterra come una seconda patria e ho sempre adorato la letteratura inglese dell'Ottocento: Jean Austen con i suoi libri, Charlotte Bronte con Jane Eyre ed Emily Bronte con Cime tempestose. stao, quindi, per me estremamente interessante studiare questo periodo letterario.

B. Quanto tempo hai preso per scrivere questo saggio?
Non so precisare il tempo esatto perché la gestazione è stata piuttosto lunga. Infatti, scrivere questo saggio non è stato facile, perché i due poeti in Italia sono poco conosciuti e quindi il materiale reperibile in italiano era scarsissimo; per fortuna, invece, i due poeti sono conosciuti e amatissimi nel mondo anglosassone e il materiale che ho trovato sul web (nei siti specialistici dedicati alla letteratura vittoriana e ai due poeti) era enorme e ciò mi ha aiutato a trovare molte informazioni.

Per conoscere a fondo Elizabeth Barrett, molto importante è stato per me il testo integrale in italiano di Aurora Leigh, un lungo poema in versi liberi (blank verses) che in modo autobiografico racconta una complessa e melodrammatica storia d’amore tra una giovane ragazza con aspirazioni artistiche (voleva essere una poetessa) e il cugino, un uomo buono e saggio ma vero rappresentante del maschilismo vittoriano. Il testo è di una modernità eccezionale: Elizabeth vi confuta il concetto che una donna non possa scrivere vera grande poesia (un pregiudizio del tempo) e vi rivela la convinzione dell'eguaglianza tra uomo e donna, assolutamente inedite per quel periodo. Elizabeth – anche se molto innamorata – ci teneva a riaffermare la propria individualità; come riportato da George Barnett Smith (Elizabeth Barrett Browning. The Cornhill Magazine, 29:471–90, 1874), scrisse: «Io non scrivo per piacere ad alcuno, neanche per piacere al mio stesso marito».

Vi ricordo che al tempo dell Barrett e della stessa Virginia Woolf le donne non avevano né spazi né indipendenza economica: la Austen scriveva in cucina ed Emily Dickinson appuntava le sue poesie ai margini delle ricette da cucina, e le donne non potevano nemmeno ereditare (vi ricordo Orgoglio e pregiudizio e Dowton Abbey, visto di recente in televisione, nei quali in assenza di eredi maschi la casa di famiglia andava al cugino maschio). La Woolf ha scritto benissimo tutto questo in due saggi superbi: Le tre ghinee e Una stanza tutta per sé. Riconosciamolo: anche oggi la camera da studio è di assoluta pertinenza maschile!

Quello che mi ha entusiasmato di più è stato scoprire come Elizabeth, nell'amore, avesse saputo superare moltissimi problemi: la sua infermità, gli ostacoli posti da un padre geloso e psicopatico, la certezza di essere diseredata e la penuria di denaro di Robert, la differenza di età che allora non era affatto trascurabile (Elizabeth aveva sei anni più di Robert), la necessità di dover vivere all’estero, i pettegolezzi creati dalla grave trasgressione dell’amore clandestino (e del matrimonio segreto e della fuga) – Robert, dopo aver sposato Elizabeth in Inghilterra si era trovato al centro di un vero e proprio “gossip”: molti sospettavano che avesse sposato Elizabeth perché più famosa e ricca di lui, e a Londra era segnato a dito come il «marito della signora Browning» – , e infine l’implacabile e cieca vendetta del temuto padre tradito che non volle mai più vederla.

Elizabeth, che era una donna problematica (tossicodipendente e probabilmente anoressica), per amore, seppe puntare sul futuro (anche se nebuloso) perché aveva una grande fiducia nella Vita e in Robert che l'aveva fatta innamorare perché aveva saputo guardare, oltre la facciata, nella profondità della sua anima (e in realtà soltanto questo è l'amore, costruito sulla roccia, che resiste alle delusioni esistenziali, al declino per l'invecchiamento e le malattie, l'amore che non ha bisogno di silicone o di chirurgia estetica).

C. Elizabeth Barrette e Robert in che modo sostennero il Risorgimento?
Nella metà dell’Ottocento, Firenze ospitava una vivace e colta comunità anglo–americana, costituita da artisti e letterati che in Italia preferivano Firenze a Roma, al tempo infestata dalla malaria e quindi malsana, e che solidarizzavano con il Risorgimento. Molti di essi gravitarono nella cerchia formatasi attorno ai due poeti di successo.

E Elizabeth Barrett svolse un'attività politica vera e propria. Dopo il ritorno degli austriaci, nell’aprile del 1848, invece di abbandonare l’Italia come gli altri inglesi, i Browning rimasero a Firenze e (dopo la proibizione della esposizione del tricolore) provocatoriamente Elizabeth – ormai completamente votata alla causa dell’indipendenza italiana – volle nel suo salone il bianco delle tende, vicino al verde delle pareti e al rosso del velluto delle cortine.

Ispirata dal Risorgimento e dai fatti toscani del 1848 – «una italiana nel cuore (an Italian at heart)» – , si avvicinò al movimento del Romanticismo italiano scrivendo il poema Le finestre di casa Guidi (Casa Guidi Windows) (1850), costituito da una prima parte nella quale mostrava entusiasmo per le istanze di libertà del popolo fiorentino e da una seconda parte (scritta dopo l’armistizio che aveva ridotto Venezia sotto il controllo austriaco) nella quale manifestava un profondo senso di disillusione. Dieci anni dopo, nel 1860, la Barrett pubblicò la nuova raccolta poetica di carattere politico Poesie davanti al Congresso (Poems before Congress): convinta delle ragioni dei Fiorentini, Elizabeth aveva concentrato cos' tante attenzioni ed energie nella politica italiana da preoccupare sia Robert, sia gli amici più intimi. Con toni d’indignazione e d’invettiva, nella prefazione del libro, sollecitava i suoi connazionali a prendersi a cuore i gravi problemi dell’Italia: questi atteggiamenti furono considerati inopportuni e indecorosi per una donna, alienandole la simpatia degli Inglesi che le attribuirono erroneamente dei sentimenti anti–britannici. In effetti, le due opere non ebbero molto successo, contribuendo a diminuire la sua popolarità in Inghilterra. E il 1861 vide coincidere la morte della Barrett e l'unità d'Italia –avrei voluto che il libro uscisse nel 2011 che vedeva i 150 anni dell'Unità d'Italia ma l'editore non ha fatto in tempo – e, purtroppo, Elizabeth non ebbe il piacere di sapere che il 19 novembre del 1865 la Camera avrebbe approvato la legge che spostava la capitale d’Italia da Torino alla sua amatissima Firenze, in mezzo allo sconcerto e alle vibrate proteste dei torinesi.

mercoledì 14 novembre 2012

Quando l'amore è profondo ed eterno


Jane Austen                        Locandina di “Becoming Jane” (Anne Hathaway)


Tutti i pensatori che si sono occupati dell'Amore hanno posto l'accento sull'importanza della condivisione da parte degli amanti o dei coniugi di uno stesso progetto esistenziale.

L'eroico aviatore Antoine de Saint–Exupéry (1900-1944), autore del sempreverde Il piccolo Principe, osservava: «Amore non è guardarsi a vicenda; è guardare insieme nella stessa direzione». Com'è vero tutto ciò, per la riuscita di un amore intenso e duraturo! Una notizia non recentissima, degna di un “Guinness dei primati”, ha riportato che i due sposi inglesi Percy e Florence Arrowsmith, rispettivamente di 105 e 100 anni, avevano felicemente festeggiato gli ottanta anni di matrimonio senza essersi mai venuti a noia e vivendo un affetto veramente duraturo. E Florence assicurava che Percy, oltre che essere il suo grande amore era il suo più sincero amico, mentre Percy sosteneva che il suo sentimento per Florence era una delle poche cose che non fossero state distrutte dalla cruda realtà dell'esistenza e dalle prove del tempo. Entrambi erano convinti, inoltre, che ogni minuto della loro vita vissuta insieme fosse stato degno di essere vissuto. Richiesti di spiegare il segreto di questa lunga armonia, avevano svelato che consisteva nella reciproca dolcezza e tolleranza: avevano riferito di interpellarsi sempre e soltanto con «Sì, caro» e «Sì, cara». A Catania, due innamorati molto avanti negli anni (lui 80 e lei 75) hanno fatto quella fuga d'amore che in dialetto siciliano si chiama “fuitina”; ironicamente, un giornalista del quotidiano locale “La Sicilia” aveva parlato di fuga d'amore per mettere su, non casa, ma «casa di riposo».

Il sociologo e scrittore Francesco Alberoni (1929-) nel suo best–seller Innamoramento e amore (Garzanti, Milano 1979) – frutto di un'approfondita ricerca durata 15 anni – ha studiato i meccanismi dell'innamoramento. L'innamoramento farebbe emergere la coppia amante–amato come «una piccolissima collettività caratterizzata da un'altissima solidarietà e dotata di valore… un movimento collettivo a due». In questo atto di liberazione, gli innamorati sono «legati, fascinati, vivono in un universo isolato, loro due soli, chiusi nel loro egoismo». E nello stato nascente si realizzano «esperienze emotive ricorrenti e universali» perché si cimentano profondi meccanismi di evoluzione sociale. L'innamoramento porta quindi a costruire qualcosa di nuovo e unito, partendo da due entità separate; scrive Alberoni: «L'innamoramento tende alla fusione, ma alla fusione di due persone diverse. Perché ci sia innamoramento occorre che ci sia diversità e l'innamoramento è una volontà, una forza per superare questa diversità che però esiste e deve esistere.». Secondo il sociologo «[…] con l'innamoramento nasce una forza terribile che tende alla nostra fusione e rende ciascuno di noi insostituibile, unico per l'altro. L'altro, l'amato, diventa colui che non può essere che lui, l'assolutamente particolare. […] E quando viene la risposta dell'altro, dell'amato, appare come qualcosa di immeritato, un dono meraviglioso che non si sarebbe mai pensato di poter avere. Un dono che viene tutto dall'altro, dall'amato, per scelta sua. […] E l'innamoramento è anche fiducia, affidarsi, abbandonarsi fiduciosamente all'altro. […] Noi vogliamo essere amati in quanto esseri unici, straordinari, insostituibili, assolutamente noi stessi. […] Questo è il movimento dell'individuazione. Ma nello stesso tempo l'innamoramento mette in atto un altro movimento in un certo senso opposto al primo, quello della fusione. L'amore è anche una lotta. Nell'amore ciascuno cerca di valorizzare la parte migliore di sé […] e muta se stesso per piacere all'altro […] La polarità della vita quotidiana è fra la tranquillità e il disappunto; quella dell'innamoramento fra l'estasi e il tormento. La vita quotidiana è un eterno purgatorio. Nell'innamoramento c'è solo o il paradiso o l'inferno; o siamo salvi o siamo dannati. […] la forza dello stato nascente spezza, in poche ore o in pochi istanti, barriere inconsce che, nella psicoanalisi, resistono talvolta per anni. La cosa è possibile perché cessa la paura del passato. I due innamorati compiono una confessione reciproca e ciascuno ha il potere di assolvere l'altro dal suo passato. […] nello stato nascente l'uomo strappa al cherubino la spada fiammeggiante ed entra nel giardino dell'Eden. Certo non può farne la sua stabile dimora; l'innamoramento non dura sempre […] Però quello è il giardino dell'Eden. Tutti noi lo conosciamo, tutti noi vi siamo stati, tutti noi l'abbiamo perduto, tutti noi sappiamo riconoscerlo.».

Secondo Alberoni s'innamora chi è predisposto a innamorarsi, chi è disponibile e sente il desiderio d'innamorarsi, chi non è soddisfatto di ciò che è o di ciò che possiede, chi si sente una nullità e sa che non ha nulla da perdere cambiando; soltanto l'amante–amato hanno la probabilità di «riconoscersi» in una forte e misteriosa affinità spirituale, e chi ama riesce a trascinare l'amato nel suo amore («ch'a nullo amato amar perdona»). E non esiste gelosia: se essa compare significa che uno dei due non è innamorato, e naturalmente esiste anche la possibilità di far innamorare qualcuno senza esserne innamorato. Il sociologo sostiene, inoltre, l'«opportunità di tener distinti i due momenti dell'innamoramento e dell'amore, pur riconoscendo tutta una serie di ponti e di strade che li congiungono e fanno dell'amore uno sbocco dell'innamoramento»; egli ritiene che l'innamoramento sia la verità dell'amore e che dall'innamoramento sorgano l'amore duraturo e il patto del matrimonio, passando attraverso tutta una serie di prove di verità e di reciprocità, che debbono essere superate per stabilire dei limiti accettati ma invalicabili.

Nel caso contrario del «disinnamoramento», scrive Alberoni: «Il fallimento della prova porta alla pietrificazione, all'odio, alla nostalgia». E mentre è possibile evitare d'innamorarsi con la volontà, distruggendo immediatamente il primo nucleo di attrazione, non è possibile disinnamorarsi con la propria volontà. Ovviamente, è possibile che un amore sorga senza un innamoramento ma, per esempio, soltanto dal piacere di stare insieme. Per Alberoni è possibile amare contemporaneamente due persone o amarne una ed essere innamorati di un'altra, ma non è possibile essere innamorati di due persone contemporaneamente, perché nella coppia l'individuo – essendo unico e indispensabile – non può essere sostituito da nessun altro. Quando arriva un figlio – che diventa un nuovo destinatario d'amore – i genitori s'innamorano di lui e cessa il loro innamoramento che si trasforma in amore («L'entusiasmo si spegne dolcemente in un'amorevole dedizione all'altro»). Quando tutto va bene, quindi, l'innamoramento termina nell'amore («il movimento, quando riesce, produce una istituzione») e conclude Alberoni: «Il frutto nasce dal fiore, ma il frutto non è il fiore. Quando c'è il frutto il fiore non c'è più.». E la fenomenologia dell'innamoramento omosessuale è identica a quella dell'innamoramento eterosessuale, è però più difficile il passaggio all'amore, alla istituzione o alla stabilizzazione attraverso un figlio per le ben note resistenze sociali e culturali (e ciò rende l'innamoramento più ansioso e più triste).

Lasciando il bellissimo saggio di Alberoni, un grande luogo comune da sfatare è che l'amore sia fatto soltanto per i belli. Nulla di più falso! Gli uomini e le donne molto belli sono spesso troppo narcisisti per amare veramente. Con riferimento a ciò e a Che cos'è l'io?, ricordo il pensiero del filosofo–scienziato francese Blaise Pascal (1623-1662): «[…] ma colui che ama qualcuno a causa della sua bellezza, lo ama? No, perché il vaiolo, che ucciderà la bellezza senza uccidere la persona, non gliela farà più amare. Ma se mi amano per la mia intelligenza, per la mia memoria, amano davvero me? No, perché posso perdere queste qualità senza perdere me stesso. Dov'è dunque questo io se non si trova nel corpo e neppure nell'anima? E come amare il corpo o l'anima, se non per queste qualità, che sono ciò di cui è fatto l'io, dal momento che sono caduche? Si può amare la sostanza dell'anima di una persona in modo astratto, indipendentemente delle sue qualità? Non è possibile e non sarebbe giusto. Non amiamo dunque mai nessuno, ma solo le sue qualità.». Pascal arriva sino al paradosso, scrivendo: «Non prendiamoci più gioco di quelli che si fanno onorare a causa di cariche e di uffici, perché non si ama nessuno se non per qualità a prestito» (Pascal, Pensieri, a cura di Diego Fusaro). Su queste basi, possiamo però spiegarci il grande fascino esercitato dagli uomini di potere, a prescindere delle loro qualità fisiche (spesso inesistenti) o spirituali (spesso latitanti).

Queste parole di Pascal mi hanno fatto ripensare al sonetto più bello (il sonetto XIV, uno dei più amati della letteratura anglosassone) della poetessa inglese Elizabeth Barrett (1806-1861) che, malata alla colonna vertebrale e già avanti negli anni, corrispose all'amore del più giovane e attraente Robert Browning (1812-1889), grandissimo poeta–drammaturgo inglese. A quest'amore ricco di ripercussioni letterarie, alle liriche dedicate da Elizabeth a Robert, e da lui a lei, al loro fitto epistolario scambiato durante il fidanzamento segreto, ho dedicato il saggio Se devi amarmi… amami per amore – Biografia d’amore di Elizabeth Barrett e Robert Browning (Aracne, Roma 2012). A distanza e senza conoscerla, Robert si era innamorato di lei leggendo le sue poesie e nel 1846 la convinse a sposarlo segretamente e a scappare via da casa, lontano dalle cure morbose di un padre troppo oppressivo. Il sonetto così recita:
«Se devi amarmi, fa che per null'altro sia
che per amore. Non dir: “Per il sorriso
l'amo – lo sguardo – il modo di parlar piano
– per un abito di pensiero che bene
si addice al mio e che tal giorno invero
mi portò dolce sollievo” – Diletto,
tutto ciò può mutarsi, o per te mutare –
e può così modellato l'amore
perdere forma ancora. E non amarmi
per la tua cara pietà che le guance
asciuga, – ché il pianto può scordare
chi ebbe lungo conforto, e così perderti!
Ma amami per amore che tu sempre
amar possa, nell'eternità d'amore!» (Oltre i fiumi - Sonetti dal Portoghese, a cura di Daniela Marcheschi, Via del Vento Edizioni, Pistoia 1998).
La poetessa innamorata volle che un grande scultore riproducesse le due mani (la sua e quella di Robert) strettamente intrecciate: «Che mai si sciolgano queste mani avvinte».

Qualcosa di simile l'ho ritrovato nei versi del grande poeta spagnolo Pedro Solinas (1892-1951), “il poeta–professore” – nato a Madrid ma emigrato in America nel 1936 – che componeva nel solco della poesia spagnola amorosa tradizionale ma con accenti ancora più caldi e struggenti; nella concatenazione dei sentimenti e nelle riflessioni sull'amore riusciva a trovare il significato profondo e il valore vero dell'esistenza. In una delle sue più belle poesie d'amore scriveva: «Sì, al di là della gente / ti cerco. / Non nel tuo nome, se lo dicono, / non nella tua immagine, se la dipingono. / Al di là, più in là, più oltre […]»; in un'altra lirica, aggiungeva: «Ansia […] / di raggiungere / di là da tutto / quanto in te cambia / ciò che è nudo ed eterno. / E mentre girano e girano / offrendosi / ingannandosi / i tuoi volti, i tuoi capricci, i tuoi baci, / le tue delizie volubili […] / aver raggiunto il centro puro, immobile, di te stessa.» [da La voce che ti devo (La voz a ti debida), Signo, Madrid, dicembre 1933].

Definendo l'amore su basi spirituali, esso è l'unico porto saldo in un mare d'incertezze e il motore trascendente che evita la solitudine e il nulla, che diviene ragione di vita, che consente una piena realizzazione nell'ascolto e nel dialogo, e che stabilisce una comunicazione di unione dinamica tale da risvegliare il meglio dell'essere umano e da farlo aprire verso l'esterno, superando una posizione di chiusa solitudine e di narcisismo. Con l'amore, si esce dalla propria interiorità e ci si rapporta con la vita dell'altro, e con il resto del mondo, esistendo proiettati nella persona dell'altro. Ritornando a Pascal e alla Barrett, il nostro amore non si può limitare alla bellezza esteriore o alla perfezione del volto amato. Se così fosse l'amore dovrebbe immediatamente scomparire con lo sfiorire della bellezza; ma quando l'amore tra due esseri umani ( di qualsiasi sesso) è perfetto, questo non succede e il sentimento resiste alla malattia e al declino fisico perdurando immutato sino alla morte. Prendendo in considerazione l'amore tra Elizabeth e Robert Browning, ciascuno ebbe una comprensione vera e profonda dell'altro, furono due anime «erette e forti… faccia a faccia»; ed è questo l'amore che dura per sempre, che non teme né i capelli bianchi né le rughe né il declino della malattia, e che non ha bisogno di lifting o di silicone. In un suo grado estremo questo amore può divenire “caritas”, che è quel sentimento intenso e assoluto, diretto anche verso ciò che non è bello ma anzi ributtante; e ciò accade perché è l'amore stesso a conferire la bellezza e la perfezione agli esseri sfigurati. Questo è l'amore di sacrificio e di donazione di Teresa di Calcutta e dei grandi missionari, che purtroppo è quasi impossibile e ignoto a molti di noi. E, sempre ritornando a Pascal, l'amore dovrebbe indirizzarsi non all'esteriorità o alle qualità dell'altro (questo è amore che dura pochissimo), ma alla sua persona interiore e al nucleo esistenziale soggettivo e profondo dell'essere amato, nel tentativo di conoscerlo nella sua sostanza più intima, di comunicare con lui e di comprenderlo in tutte le sue scelte e le sue azioni ideali.

E' questo l'amore che dura per sempre, l'amore che tutti sognano di possedere!

L'interesse per le vicende amorose descritte in letteratura è certamente sempre vivo. Da adolescente, amavo molto la scrittrice inglese Jane Austen (nata a Steventon il 16 dicembre 1775 e morta a Winchester il 18 luglio 1817 a soli 41 anni), autrice inglese preromantica, una delle scrittrici più famose d'Inghilterra, l'illustre antesignana della letteratura rosa, meno romantica e più nobile (con lei in realtà si dovrebbe parlare più appropriatamente di letteratura al femminile). Con arguzia ironica seppe rappresentare il mondo della campagna inglese, raccontandoci gli amori di eroine modeste e giudiziose, ricche di buon senso e moderazione, che – attraverso delusioni momentanee, disamori superati e ostacoli quasi insuperabili, attendendo pazientemente – riescono a conquistare con una certa difficoltà l'amore vero dei loro sogni giovanili e a costruire nel modo migliore una tanto desiderata felicità matrimoniale duratura e soddisfacente (lei, che non aveva potuto realizzare il suo sogno matrimoniale non sposandosi mai, come l'amata sorella Cassandra Elizabeth). E questo è accaduto nei suoi sei romanzi, divenuti la colonna vertebrale del romanzo d'amore preromantico: Ragione e sentimento (Sense and Sensibility) (1811); Orgoglio e pregiudizio (Pride and Prejudice) (1813); Mansfield Park (Mansfield Park) (1814); Emma (1815); e L'abbazia di Northanger (Northanger Abbey) e Persuasione (Persuasion) pubblicati postumi nel 1818. La grande Virginia Woolf, che l'amava, le dedicò molte citazioni del suo saggio “Una stanza tutta per sé (A room of one's own)” e i due articoli “Jane fa i suoi esercizi” (recensione di Amore e Amicizia pubblicata su The New Statesman nel 1922) e “Jane Austen” (pubblicato su The Common Reader: First Series nel 1923); Virginia la definì: «l'artista più perfetta tra le donne, la scrittrice i cui libri sono tutti immortali»; disse anche: «Mai un romanziere ha saputo usare a questo modo il suo senso impeccabile dei valori umani».

La Austen amava il romanzo, così come il poeta ama la poesia, nonostante ai suoi contemporanei esso apparisse come un genere sottovalutato, venendo trattato «come cosa dappoco». In Northanger Abbey, con il suo ben noto sarcasmo, Jane così scriveva: «Sì, romanzi; – poiché io non intendo adottare l'uso ingeneroso e impolitico tanto diffuso tra i romanzieri di denigrare con la loro sprezzante critica le opere che loro stessi contribuiscono ad accrescere – facendo lega con i loro maggiori nemici nell'attribuire i più duri epiteti a quelle opere e non permettendo mai che vengano lette dalla loro eroina: questa se casualmente prende un romanzo, ne sfoglia con disgusto le insipide pagine. Ahimè! se l'eroina di un romanzo non viene incoraggiata dall'eroina di un altro, da chi può attendersi protezione e rispetto? Non posso approvare tale atteggiamento. Lasciamo siano i critici a offendere a loro piacimento quelle effusioni di fantasia e a parlare seccamente, all'uscita di ogni nuovo romanzo, del pattume che invade la stampa. Noi non abbandoniamoci l'un l'altro; siamo una classe oppressa. Sebbene la nostra produzione abbia offerto autentico piacere più della produzione di ogni altra corporazione letteraria, nessun'altra opera letteraria è stata tanto maltrattata. Per orgoglio, ignoranza o rispetto della moda i nostri nemici sono tanti quanto i nostri lettori.» (A cura di Anna Luisa Zazo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1982). Nell'introduzione al romanzo Emma dell'Austen, scritta nel 1815 da Walter Scott (1771-1832) e apparsa sulla “Quarterly Review” del 14 marzo 1816, il poeta–romanziere scozzese parla del romanzo come di un «pane mangiato di nascosto» e, ricordando l'«universale fascino della narrativa», così scrive: «[…] quando prendiamo in considerazione quante ore di fiacchezza e ansia, di vecchiaia abbandonata a se stessa e di celibato solitario, e persino di dolore e povertà sono ingannate dalla lettura di questi leggeri volumi non possiamo condannare austeramente la fonte da cui si ricava il sollievo di una tale porzione di miseria umana […] Se tali scuse possono essere ammesse nel giudicare gli sforzi di comuni romanzieri, il dovere del critico diviene doppiamente quello di trattare con gentilezza e sincerità opere, che, come quella di fronte a noi, proclamano una conoscenza del cuore umano, insieme alla capacità e alla risolutezza di portare quella conoscenza al servizio dell'onore e della virtù.» (Jane Austen. Critical Assessment, a cura di I. Littlewood, vol. I, East Sussex 1998, pp. 287-96, nella traduzione di Daniela Caselli).

P.S. Del 2007 è il film Becoming Jane Il ritratto di una donna contro, di Julian Jarrold con Anne Hathaway (Jane Austen) e James McAvoy (il giovane avvocato rampante e innamorato Thomas Langlois Lefroy, che Jane non poté sposare per l'intervento della famiglia di lui che desiderava una sposa più aristocratica e ricca), trasmesso alcuni giorni fa da Raimovie. Il film racconta gli anni giovanili di un'Austen ancora soltanto aspirante autrice la quale, da femminista ante–litteram, rinunzia a diverse offerte di matrimonio senza sentimento e una volta innamoratasi infelicemente rimarrà fedele all'amore perduto e riuscirà a vivere dei frutti della sua penna. Nella sua recensione al film “L'educazione sentimentale di Jane Austen attraverso un'attenta radiografia del tessuto sociale della sua epoca”, Marzia Gandolfi ricorda come Jane Austen sia una giovane donna in età da marito nell'Hampshire del 1795 e come sia stata educata dal padre alla letteratura e alla musica. Jane sogna un matrimonio d'amore ma la madre, più prosaicamente, caldeggia il suo matrimonio con l'aristocratico ma poco interessante Sir Wisley (nipote della ricca Lady Gresham). La vita e gli equilibri della ragazza vengono, poi, sconvolti dall'arrivo in campagna del giovane avvocato irlandese Tom Lefroy, colto e sfrontato. Scrive la Gandolfi: «Invaghitosi, ricambiato, dell'orgogliosa Jane, Tom ispirerà col suo amore il cuore e le pagine della Austen. Come si diventa Jane Austen? Rinunciando al sentimento, accettando il proprio status di zitella e concentrandosi sul comportamento sociale della borghesia del primo Ottocento. L'educazione sentimentale della scrittrice inglese anticipa i temi che la stessa Austen approfondirà in seguito nei suoi romanzi: gli affari amorosi delle fanciulle, l'eterno binomio mente e cuore, etica ed estetica, ragione e istinto, i gruppi di famiglia, il ballo. […] Contro l'ipocrisia elevata a norma di vita dell'aristocrazia britannica e contro l'anacronismo che costringeva figlie e mogli in una condizione di immaturità psicologica e culturale, Jane si proponeva come un modello di donna emancipata. […] La storia dell'amore impossibile della Austen per Tom Lefroy diventa (anche) un pretesto per radiografare il tessuto sociale dell'epoca, arcaico e rigidamente pregiudiziale. […] Al regista interessano i dinamismi di gruppo, i microcosmi e le regole che li governano: il rito del cibo, con le sue liturgie della disposizione degli invitati intorno alla tavola, il rito della danza con il ballo della stagione invernale, che restituisce l'affanno celato sotto le educate conversazioni e i cortesi inchini. […]»

(http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=49559).

giovedì 2 agosto 2012

Elizabeth Barrett e Robert Browning – Un amore oltre la soglia della morte


Elizabeth Barrett      Robert Browning       Se devi amarmi... amami per amore


La grande poetessa inglese Elizabeth Barrett nacque a Durham il 6 marzo del 1806. Vissuta in epoca vittoriana, era la prima di dodici figli e il padre, un ricco piantatore di zucchero della Giamaica, era un uomo austero e geloso. Elizabeth fu un’accanita lettrice di classici e un genio precoce. Problemi economici costrinsero la famiglia a trasferirsi a Londra ove nel 1838 uscì il suo primo libro di versi. In quel periodo, una malattia vertebrale con crisi depressive curate con oppio la costrinse all’immobilità in una camera buia. Si era ormai rassegnata alla sua tetra solitudine, «sola sulla soglia della vita», quando le sue poesie fecero innamorare – a distanza e senza conoscerla – l’affascinante poeta e drammaturgo inglese Robert Browning, di sei anni più giovane e ancora semisconosciuto (era nato il 7 maggio del 1812 a Camberwell nel sud di Londra e – uomo dai molteplici interessi che oltre la poesia amò la pittura, la musica e la scultura – divenne il più grande dei poeti vittoriani). Nel 1845 egli scrisse a Elizabeth una lettera appassionata. La poetessa, all’apice del successo, pur avanti negli anni, si aprì all’amore e s’incontrarono («…nell’ombra tua starò in avvenire… Quel ch’io / faccio e sogno include te…»).

Decise di scappare via da casa – lontano dalle cure di un padre morbosamente oppressivo – insieme con la cameriera personale Lily Wilson e con l’inseparabile cagnolino (a lui Virginia Woolf dedicò il racconto scherzoso Flush. Una biografia). I due si sposarono segretamente e andarono a Firenze ove ebbero un figlio, Pen, e ove vissero felici per 15 anni in Piazza San Felice, in un appartamento a Palazzo Guidi, oggi museo di Casa Guidi dedicato alla memoria di Robert ed Elizabeth. La poetessa vi morì il 29 giugno del 1861, forse per un’overdose di morfina usata per placare i dolori della malattia. Ella, che aveva amato l’Italia come una seconda patria e che «fece del suo verso aureo anello / tra Italia e Inghilterra» (così scrisse Niccolò Tommaseo in una lapide a lei dedicata), venne sepolta nel Cimitero degli Inglesi. Dopo la sua morte, Robert abbandonò l’Italia senza più ritornarvi.

La poetessa innamorata aveva voluto che una scultrice riproducesse la sua mano strettamente intrecciata con quella di Robert: «Che mai si sciolgano queste mani avvinte». A lui, che nelle poesie chiamava «Diletto» o «Adorato», Elizabeth ha dedicato 44 sonetti pieni di vibrazioni amorose filtrate da un vivo spirito religioso (Sonnets from Portuguese, 1850): «In quanti modi t’amo? – Lascia che conti. / Ti amo nell’alto, nel vasto, nel profondo, / cui l’anima tende… t’amo col respiro, / il riso, i pianti di tutta una vita! – e, / se lo vorrà Dio, / dopo la morte ti amerò anche meglio.» (sonetto XLIII, traduzione di Mauro Sinigaglia, Acquaviva, Acquaviva delle Fonti - BA, 2004). Nella sua poesia più nota – la poesia d’amore più conosciuta del mondo anglosassone – così scriveva: «Se devi amarmi, fa che per null’altro sia / che per amore. Non dir: “Per il sorriso / l’amo – lo sguardo – il modo di parlar piano / – per un abito di pensiero che bene / si addice al mio… Diletto, / tutto ciò può mutarsi, o per te mutare… / Ma amami per amore che tu sempre / amar possa, nell’eternità d’amore!» (sonetto XIV, a cura di Daniela Marcheschi, Via del Vento edizioni, Pistoia, 1998). Elizabeth e Robert, nella comprensione vera e profonda dell’essere amato, furono due anime «erette e forti… faccia a faccia», aldilà del declino per gli anni e per la malattia.

A questo amore ricco di ripercussioni letterarie, alle liriche dedicate da Elizabeth a Robert, e da Robert a Elizabeth, al loro fitto epistolario scambiato durante il fidanzamento segreto, ho dedicato il libro: Se devi amarmi… amami per amore – Biografia d'amore di Elizabeth Barrett e Robert Browning (Aracne, Roma, 2012 ISBN 978-88-548-5021-7). Nel mio libro ho tentato anche di fare una ricerca fotografica per rendere familiari visi ed espressioni sia dei Browning sia degli intellettuali del mondo vittoriano che gravitavano attorno a questi due protagonisti della cultura anglosassone, cercando di evocare con le immagini ambienti e atmosfere e di contestualizzare i due poeti nella società in cui vivevano (ho accontentato così anche la curiosità dei lettori che spesso desiderano conoscere aspetto e lineamenti dei grandi autori di cui amano le parole).


P.S. Per la cortesia dell’editore, potete leggere Indice, Prefazione e Introduzione del libro Se devi amarmi… amami per amore – Biografia damore di Elizabeth Barrett e Robert Browning su 
www.aracneeditrice.it/pdf/9788854850217.pdf

mercoledì 13 giugno 2012

Eschilo e Prometeo incatenato, il mito e la tragedia


Eschilo                                                 Prometeo incatenato (Massimo Popolizio)


è in corso per il 2012 il xlviii ciclo di rappresentazioni classiche a Siracusa presso quel meraviglioso palcoscenico all'aria aperta che è il Teatro Greco, con inizio l'11 maggio e conclusione il 30 giugno. Si rappresentano oltre alle Baccanti di Euripide e agli Uccelli di Aristofane, il Prometeo Incatenato di Eschilo per la regia di Claudio Longhi, nella traduzione di Guido Paduano, con le affascinanti coreografie della Martha Graham Dance Company.

Il Prometeo incatenato (in greco antico Προμηθεύς δεσμώτης) è una tragedia di Eschilo datata nel 470 a.C. circa e facente parte di una probabile trilogia dedicata a Prometeo, che includeva anche il “Prometeo liberato” e il “Prometeo portatore del fuoco” (tragedie delle quali ci sono rimasti soltanto alcuni frammenti). La Prima assoluta risalirebbe al 460 a.C. presso il Teatro di Dionìso ad Atene.

I personaggi sono: Prometeo (un immenso Massimo Popolizio), Efesto (Gaetano Bruno), Oceano (Mauro Avogadro), Ermes (Jacopo Venturiero), il Potere (Massimo Nicolini), la Violenza (Michele Dell’Utri, che è anche assistente alla regia), Io (Gaia Aprea), la Corifea (Daniela Giovanetti) e il Coro delle ninfe Oceanine

Ambientata in un luogo indeterminato fra gli aspri monti inaccessibili e le lande desolate della Scizia (vietati agli uomini), la tragedia narra una vicenda che seguì la rivolta di Giove (Zeus) contro il padre Crono e la successiva guerra sanguinosa che portò Giove alla conquista del potere dopo l'annientamento dei suoi antagonisti. Quando Promèteo («questo misero Nume vedete, / il nemico di Giove, che in odio / venne a quanti Celesti s'addensano / nella reggia di Zeus, perché gli uomini / troppo amavo»), ribellandosi al volere di Giove, donò il fuoco e altri doni agli umani, scatenò la collera spaventosa di Giove e fu incatenato a una rupe nella regione della Scizia (ai confini della Terra) da Efèsto, Potere e Forza che erano riusciti a catturarlo.

Nel Prologo, si avanzano appunto Potere e Forza, tenendo stretto Promèteo, seguiti da Efèsto, e tutti si fermano dinanzi a una rupe alta e scoscesa. Parla per primo Potere: «Agli estremi confini eccoci giunti / già della terra, in un deserto impervio / tramite de la Scizia. Ed ora, Efèsto, / compier tu devi gli ordini che il padre / a te commise: a queste rupi eccelse / entro catene adamantine stringere / quest'empio, in ceppi che non mai si frangano: / ch'esso il tuo fiore, il folgorio del fuoco / padre d'ogni arte, t'involò, lo diede / ai mortali. Ai Celesti ora la pena / paghi di questa frodolenza, e apprenda / a rispettar la signoria di Giove, / a desister dal troppo amor degli uomini.». Efèsto a lui replica: «Forza, Potere, gli ordini di Giove / già compiuti per voi furono; e nulla / più vi trattiene. Ma legare a forza / su questo abisso procelloso un Nume / ch'è del mio sangue, non mi regge il cuore. / E forza è pure che mi regga. Gli ordini / trasandare del padre, è dura prova.». Nonostante tutto, Efèsto sa che dovrà stringere Promèteo in «bronzei ceppi, che niuno a scioglier valga… dove né voce udrai, né forma d'uomo vedrai», esposto alla calura del sole e alla tenebra della notte, senza il soccorso di nessuno, per quell'indebito favore fatto agli umani; egli aggiunge: «Ora, in compenso, / vegliar dovrai questa dogliosa rupe, / senza mai sonno, in pie', senza mai flettere / le tue ginocchia, e cento ululi e gemiti / invano leverai: ché il cuor di Giove / nessuna prece lo commuove; ed aspro / è ciascun che di fresco ebbe il potere.». Potere invita Efèsto a non indugiare e a inchiodare Promèteo alla rupe per non irritare Giove. Efèsto salda le braccia, i fianchi e le gambe di Promèteo, in modo che nessuno possa sciogliere le catene, piangendo e gemendo per i mali del Titano. Finita l'operazione, Efèsto, Potere e Forza si allontanano mentre Promèteo manifesta tutta la sua afflizione: «O divo ètere, o snelle ali dei venti, / fonti dei fiumi, e dei marini flutti / infinito sorriso, e te, che madre / sei d'ogni cosa, o Terra, invoco, e te, / che tutto miri, orbe del Sol! Vedete / ciò ch'io, Celeste, dai Celesti soffro! / Or vedete da quali travagli / laniato, per mille e mille anni / patirò. / […] / Ahimè, ahi!, dell'affanno presente, / del venturo io mi lagno. Deh!, quando / sarà l'ora che il termine segni / di questi tormenti?». Si lamenta di subire quel destino, avvinto nei lacci, per avere predato e donato la fonte del fuoco che «maestra fu d'ogni arte, ed util sommo».

La tragedia si svolge in modo apparentemente statico nell'incontro tra il titano e i diversi personaggi divini o le varie creature del cosmo, fantastiche e mostruose, che tentano di portargli conforto e consiglio, ma senza alcun confronto diretto tra Giove e Prometeo. S'inizia con il Canto d'ingresso del Coro delle ninfe Ocèanine (progenie di Teti feconda e figliuole del padre Oceàno), dodici bellissime fanciulle che si avvicinano su di un cocchio alato e che tranquillizzano Promèteo con il loro canto, dicendogli: «Non temer: questa schiera è a te benevola.», e aggiungendo con le lacrime agli occhi di temere per la sua sorte: «Ma novello signor l'Olimpo regge; / ma con novella legge / or Giove a suo talento / lo scettro impugna, e tutto / che prima ebbe potere or vuol distrutto.». E Promèteo risponde, rimpiangendo di non essere morto e di non giacere nel Tartaro: «Ora invece, ludibrio dell'aria, / debbo, ahi tristo!, coi miei patimenti / dar gioia ai nemici.». Furente, accenna a un segreto in suo possesso che Giove vorrebbe svelato ma che egli non riferirà mai non lasciandosi sgomentare né dalle lusinghe, né dagli scongiuri né dalle minacce, a meno che Giove non lo liberi dai «lacci selvaggi», non paghi «la pena di questa ignominia» e non gli chieda un giorno «amicizia e concordia».

Nel Primo episodio, Promèteo racconta al Coro com'era scoppiato l'odio tra i Numi e come la contesa li aveva divisi in due: coloro che volevano abbattere Crono «perché regnasse appunto Giove» e coloro che si adoperavano «perché mai Giove non avesse il regno». Egli si era schierato dalla parte di Giove ma il Nume non gli aveva mostrato gratitudine: «è mal della tirannide / questo di non prestar fede agli amici». Vinto il potere, Giove: «E dei mortali / non fe' parola alcuna: anzi distruggere / tutta quanta volea la stirpe loro, / ed una nuova seminarne. E niuno, / se togli me, si oppose al suo disegno. / Io n'ebbi ardire. E gli uomini salvai / dal piombare nell'Ade, allo sterminio.». Promèteo aveva salvato gli uomini, dando ai loro cuori cieche speranze e donando il fuoco e le molte arti ottenute dal fuoco, e Giove lo aveva punito con quella pena senza termine: «Perché pietà degli uomini sentii, / indegno io stesso parvi di pietà». E al Coro che tenta di dargli consigli per sciogliersi dal suo male, Promèteo risponde: «A chi tien fuori dai cordogli il piede, / dare consigli a chi patisce è facile. / […] / Ma non piangete il mio presente male: / scendete al suolo, e le sciagure udite / che incombono su me, sì che sappiate / compiutamente il tutto.». Il cocchio delle Ocèanine sparisce e su un cavallo marino alato giunge Ocèano che si dice sinceramente addolorato per «la stirpe comune» e che gli consiglia di ritornare in sé adottando «nuovi costumi», placando la sua furia e tentando di cercare un «qualche riscatto» alle sue pene. Così parla Ocèano: «A te forse parranno / triti vecchiumi le parole mie; / ma della lingua tua troppo superba / è questa, Prometèo, la triste mancia. / Ma tu non sai farti umile, non sai / cedere ai mali; ed altri procacciartene, / oltre ai presenti, vuoi.». Infastidito, Promèteo gli risponde di non curarsi delle sue pene, perché non c'è modo di convincerlo, e di ritornarsene là da dove è venuto. E alle insistenze di Ocèano, che vuole aiutarlo a farsi perdonare da Giove, Promèteo risponde: «Ma pur, non affannarti: affanno vano / il tuo sarebbe, e senza utile mio.», ricordando la sorte amara del fratello Atlante costretto a reggere sulle spalle nelle contrade dell'Espero la colonna del cielo e della terra, e dicendosi pronto a sopportare la sua sciagura sino allo sbollir dell'ira di Giove. Ocèano si giustifica dicendogli: «O Prometèo, non sai che le parole / son medicina all'animo che soffre. / […] / È gran vantaggio / sembrar privi di senno, ed esser saggi.». Ocèano se ne va.

Ed è la volta del Primo canto intorno all'ara, con le Ocèanine che intorno all'altare di Diòniso danzano e cantano, gemendo e piangendo per Promèteo, «pel tuo destino acerbo». Lo confortano, dicendogli: «Tutta la terra un ululo / alza per te di duolo. / […] / E quante il sacro suolo / abitano de l'Asia umane genti, / delle torture tue senton, Promèteo, / pietà, dei tuoi lamenti.». Compiute le loro danze, le Ocèanine si volgono verso Promèteo.

Inizia il Secondo episodio, nel quale Promèteo dice loro: «Non per disdegno o per superbia io taccio, / non lo crediate; ma l'obbrobrio inflittomi / veggo, e di conscia doglia il cuor mi struggo. / Pure, i lor pregi a questi nuovi Numi, / chi compartiva, se non io? Niun altri!». Egli era stato mosso a pietà dagli uomini che, avendo perso la saggezza e la ragione, vivevano come formiche sottoterra e senza sole: «Ché prima, essi, vedendo / non vedevano, udendo non udivano; / e simili alle vane ombre dei sogni, / quanto era lunga la lor vita, a caso / confondevano tutto.». E aveva regalato ai mortali i suoi presagi e le sue giuste premonizioni: «E prima / nei sogni sceverai quello che debba / nella veglia avverarsi, e chiari feci / i prognostici oscuri ed i presagi / che s'incontran per via.». E aveva dato il fuoco e «quante utili cose in grembo al suolo / giacean nascoste all'uomo, il rame, il ferro, / l'argento, l'oro, […]», oltre a tutte le altri arti. Spera comunque di sfuggire al suo destino: «Fato non è che tutto ciò si compia. / Ben io da mille triboli, da mille / pene prostrato, ai lacci sfuggirò. / […] / E col segreto / io sfuggirò le pene e i lacci turpi.». [Il mito racconta che Prometeo aveva rimediato alla dimenticanza di fornire le buone qualità agli umani, rubando dalla casa di Atena uno scrigno in cui erano riposte l'intelligenza e la memoria, e donandole alla specie umana. Ma Giove, per nulla bendisposto verso il genere umano, non aveva approvato i doni di Prometeo, ritenendoli troppo pericolosi perché avrebbero reso gli uomini più potenti e più capaci.]

E il Coro amareggiato, nel Secondo canto attorno all'ara, si rivolgono a Prometèo: «Dolce cullare l'animo di letizie serene: / dolce nutrir, sin che la vita dura, / ardue speranze. Ma se te, Promèteo, / d'infinita sciagura / io veggo oppresso, un brivido / corre per le mie vene. / Ma tu, fiero, non trepidi / del Signor dei Celesti, / ed ai mortali troppo onore presti.». E poi aggiunge: «Dove or trovi negli uomini / alcun sostegno, alcun soccorso? Vedi / la fiacca inettitudine, / simile ai sogni vani, / che, in ceppi, degli umani / stringe le cieche torme?».

E siamo al Terzo episodio che vede l'arrivo di una fanciulla dal viso bellissimo ma deturpato da due corna di giovenca, che si lancia tra le rupi con folli balzi e che si ferma davanti a Promèteo: è Io, amata da Zeus, trasformata in vacca per la gelosia di Era e costretta a vagare come folle in un viaggio eterno e senza soste. Gemendo e come in delirio, Io chiede a Prometèo: «Dove son? fra che genti? Costui / che legato ai dirupi vegg'io, / esposto ai rigori del cielo, / chi sarà? Questa pena ferale / per quale misfatto patisce?». E rivolgendosi a Giove, al figlio di Crono, così lo implora: «Col fuoco bruciami, fa ch'io di terra / sia ricoperta, del mare ai mostri / dammi in pastura, sordo non essere, / questi miei voti, signore, adempi. / […] / Oh!, morire una volta /  meglio mi val che tutti i dì soffrire.». Chiede poi a Prometèo: «Fra i miseri / chi v'è che soffra quello ch'io soffro? / Deh!, chiaro insegnami, tu, adesso, mostrami / che cosa debbo patire ancora.». Prometèo le racconta tutti i suoi guai e lei gli racconta dell'amore di Giove e delle sue lusinghe attraverso delle visioni notturne, della sua metamorfosi e del suo pazzo vagare di terra in terra. Io gli chiede poi le sue premonizioni e Prometèo prevede per lei, dopo molte vicissitudini («Di guai funesti un tempestoso pelago.»), la conquista della libertà e la fortuna della sua discendenza non appena giunta alla foce del Nilo: «Di quella terra all'ultimo confine, / alla foce del Nilo, ov'esso addensa / le sabbie, sorge la città di Cànobo. / Quivi col tocco e la carezza sola / della sua man, Giove ti rende il senno. / Ed a luce il negro Èpafo darai, / che nome avrà dal gioviale tocco. / E signore sarà di quanta terra / l'ampie fluenti irrigano del Nilo.». Le dice anche che il frutto della relazione fra Giove e Teti, un suo discendente, stirpe della sua stirpe, sarà «un figlio più forte del padre» in grado di annientare Giove, il padre degli dei: «Tale oracolo a me l'antica madre / die', la titania Temi.». Risponde Io: «Che dici? Un figlio mio ti farà libero?» e, colta da un nuovo accesso di delirio, se ne fugge a grandi balzi.

Nel Terzo canto attorno all'ara, il Coro così si esprime, pensando all'infelice destino d'Io: «Solo nozze tra simili / scevre son di terrore, / né le temo io. Ma l'occhio irresistibile / dei più possenti Numi / non si fissi su me pieno d'ardore. / Guerra non sostenibile / questa sarebbe, e origine / di mali senza uscita. / Qual sarebbe mia vita / ignoro: ignoro dove / alla brama sfuggir potrei di Giove.».

Nell'Ultimo episodio, parlando con la Corifea, Prometèo continua a insistere che il segreto che lui conosce porterà Giove a una rovina senza onore e che, soltanto grazie a lui, il Nume dei Numi potrebbe scamparla. Egli è convinto che ciò che brama avrà esito certo ed è disposto a tutto: «E tu leva preghiere, adora, adula. / Men che di nulla a me di Giove importa. / Faccia, comandi in questo scorcio breve / a suo talento. Poco tempo ancora / su gli Dei regnerà.».
Intimorito, Giove manda il dio Ermète, quale suo araldo e ministro dei Numi, per estorcere quel segreto a Prometeo. Così parla Ermète: «A te, gran saggio, a te che acerbo sei / più che ogni acerbo, che in oltraggio ai Numi / i loro onori compartisti agli uomini, / a te favello, involator del fuoco. / Ordina il padre che tu dica quali / nozze son queste ond'ei cadrà dal soglio.». L'indomito Titano resiste alle intimidazioni: «Ben presto quei che terzo ora comanda, / piombar vedrò, ben turpemente. / […] / E tu / riaffretta la strada onde sei giunto: / ché non saprai di quanto chiedi, nulla. / […] / Tramutar non vorrei le mie sciagure / con la tua servitù, sappilo bene. / […] / Oltraggiare così convien chi oltraggia. / […] / A dirla in breve, tutti i Numi aborro. / Da me beneficati, or mi maltrattano. / […] / Non v'ha tormento, / artificio non v'ha, con cui m'induca / Giove a parlar, se non allenti prima / questi ceppi d'obbrobrio. / […] / Tutto ho già visto, ponderato ho tutto.». Ed Ermète passa alle minacce: «E pure, inferma / è la saggezza onde t'esalti: audacia / per chi non ha saggezza, è men che nulla / di per se stessa. Or vedi, se convincerti / rifiuti ai detti miei, quale procella, / qual maroso di mali ineluttabili / piomberà sopra te. / […] / Ché mentire non sa di Giove il labbro, / ma ciò ch'ei dice, ei compie. Or tu considera, / pensa bene; e una volta almen convinciti / che più val dell'audacia il buon consiglio.». Dopo altre ulteriori intimidazioni di Ermète ( gli minaccia l'invio di un'aquila, che gli avrebbe squarciato il petto e dilaniato il fegato) e altri arroganti insulti di Prometèo, il ministro dei Numi chiede alle fanciulle del Coro di fuggire da quei luoghi: «ché il mugghio / spaventoso del tuono, non debba / per l'orrore distruggervi il cuore!», ma le fanciulle non vogliono tradir l'amico, abbandonandolo. E la punizione arriva implacabile. Prometèo viene scagliato insieme alla rupe alla quale è incatenato in un abisso infinito e senza fondo, mentre così urla: «Ecco i fatti, e non più le parole. / La terra sussulta, / mugghia l'eco del tuono profonda, / tutte fiamma le spire lampeggiano / delle folgori, a vortici va / roteando la polvere, danzano, / l'un con l'altro azzuffandosi i soffi, / tutti i venti: confusi con l'ètere / si sconvolgono i flutti del mare. / Tanta furia scoscende da Giove / contro me, perché tremi il mio cuore. / Di mia madre o tu fregio, o tu ètere, / tu che a tutti comparti la luce, / l'ingiustizia ch'io soffro mirate! (In mezzo a fulmini e orribili tuoni la montagna scoscende e seppellisce Promèteo)» (traduzione di Ettore Romagnoli, http://www.filosofico.net/promincateneschilo42.htm).

Eschilo (in greco antico (Αἰσχύλος) nacque da nobile famiglia il 525 a.C a Eleusi, un demo – piccola comunità abitata – di Atene. è il più antico dei drammaturghi greci, dei quali ci sono pervenute delle opere complete, e colui che aprì la strada alla grande tragedia greca di Sofocle ed Euripide. Visse un periodo politico intensissimo, combattendo contri i persiani a Maratona e a Salamina: queste ultime vicende costituirono il background per la composizione de I Persiani (472 a.C.) e dei Sette contro Tebe (467 a.C.) e per la sua visione del ruolo fondamentale di Atene nella storia del tempo. Fu testimone anche della fine della tirannia ateniese dei Pisistratidi e del primo evolversi della democrazia in Atene: Le supplici (463 a.C.) e le Eumenidi (458 a.C.) che insieme con Agamennone e Coefore faceva parte dell'“Orestea” (unica trilogia del teatro greco pervenutaci) e che contiene chiari riferimenti a quel rivoluzionario potere del popolo e ad Atene democratica quale estremo baluardo della Grecia libera contro lo strapotere dei persiani. Si recò a Siracusa, chiamato da Ierone, tiranno illuminato, ove venne in contatto con i circoli pitagorici e ove scrisse le Etnee, celebrando la fondazione della città di Aitna. Dopo aver subito un processo per empietà per avere violato in modo inconsapevole i segreti dei Misteri eleusini di cui era un adepto, fu costretto all'esilio a Gela (ritornando per la seconda volta in Sicilia), ove rappresentò l'Orestea (458 a.C.) e ove nel 456 a.C. morì. Valerio Massimo ha riportato la leggenda che racconta che Eschilo sarebbe morto per colpa di un'aquila, che gli avrebbe lasciato cadere una tartaruga sulla testa mentre sedeva su di un sasso fuori dalle mura della città.

Non soltanto autore poetico, Eschilo fu anche regista e innovatore: a lui si deve l'introduzione delle maschere e fu lui l'ideatore della “trilogia legata” (tre tragedie legate insieme in ordine cronologico dai contenuti). Trasformò il soliloquio del monologo di un solo attore nella drammatizzazione del dialogo di due attori togliendo importanza al coro; arricchì, inoltre, il testo di contrasti drammatici e di effetti teatrali sorprendenti realizzando, malgrado l'impianto arcaico delle sue tragedie, una più sofisticata concezione della scena. A queste innovazioni Eschilo fu spinto anche perché attratto dall'emergente Sofocle, che introdusse il terzo attore, creò dialoghi più complessi, elaborò trame più interessanti e mise in scena personaggi più approfonditi dal punto di vista psicologico.

Artista rigoroso e molto religioso, Eschilo si distinse nell'antichità per lo stile potente, per le immagini ricche di lirica suggestione, per la sublimazione della realtà, e per la forte tensione etica: allontanandosi dall'idea arcaica delle oscure forze del destino che travolgono l'uomo impotente e dell'“invidia degli dei”, affrontò il problema della colpa consapevole che dall'individuo si propaga all'intera stirpe, della punizione divina volta a far giustizia e ripristinare l'ordine, e della conoscenza dell'uomo maturata attraverso il dolore esistenziale. Rese la tragedia più adatta alla rappresentazione grazie a una retorica solenne e alle affascinanti metafore. Molto prolifico, avrebbe scritto circa novanta tragedie – delle quali si conosce l'esistenza per i riferimenti fatti da altri autori o per mezzo di antichi documenti – ma ci sono giunte soltanto le sette opere già citate.

Per i suoi particolari rapporti con il genere umano, Prometeo è stato quasi paragonato al Redentore, qual è rappresentato nella tradizione cristiana (l'eroe si sacrifica e muore per l'umanità che ha beneficato). Come Cristo è un uomo e Dio, Prometeo è un Titano, sia uomo che Nume ma si comporta come un dio, non volendo mai apparire come un uomo (egli appartiene, infatti, alla Mitologia). Nella trilogia di Prometeo è possibile che si conciliassero vecchie forze del passato (Giove appare come un tiranno ingiusto e un dio supremo) e giovani forze umane (Prometeo appare come l'eroe nuovo che arriva sino alla blasfemia). Furono questi gli aspetti che tanto piacquero al Romanticismo europeo.

Ricordo la nota poesia di Goethe (1749–1832) dedicata a Prometeo, di cui riporto la parte iniziale: «Copri pure, Giove, il tuo cielo con vapore di nubi / ed esercitati, come un fanciullo che decapiti cardi, / su querce e cime! Ma tu devi lasciar stare la mia terra, / la mia capanna che tu non hai costruito, / il mio focolare di cui m'invidi il calore. / Non conosco nulla di più misero sotto il sole di voi, dei! / […]».

Ricordo ancora, del 1833, la Traduzione dal greco del Prometeo incatenato di Eschilo (Prometheus Bound. Translated from the Greek of Aeschylus), da parte della grande poetessa vittoriana Elizabeth Barrett Browning (18061861), ricca di un variegato vocabolario e piena di effetti poetici rispettosi dello spirito del poeta greco (nel 1850 Elizabeth ripropose alquanto modificata la traduzione del Prometeo incatenato, correggendone alcuni difetti di traduzione, modificandone alcuni passaggi ed eliminando una certa monotonia di base).