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venerdì 8 febbraio 2013

Saffo e i tormentati amori di Lesbo


Saffo


Poetessa dell’amore, Saffo nacque a Lesbo in Grecia probabilmente nel 640 a.C. circa, ma esistono dati contrastanti sull’esatto periodo storico in cui si svolse la sua vita. Fu definita da Platone (Atene, 426-347 a.C.) la «decima Musa» e «un miracolo» dallo storico–geografo greco Strabone (63 a.C.-20 d.C.) che molto ci ha fatto conoscere del mondo antico.

I suoi versi sono straordinariamente musicali: non per nulla, la poesia di Saffo era destinata ad accompagnarsi alla danza e al suono della lira o della cetra o di altri strumenti a corda, a recitarsi durante le feste o i fidanzamenti o i matrimoni, oppure come preghiera a Venere, la dea protettrice. Saffo ha disegnato i misteri e i riti di un’era perduta, ha cantato in maniera splendida l’amore morboso (privo di misura o di freni) e ha espresso il nucleo profondo del suo essere femminile in modo tanto completo e irriducibile che nelle sue poesie l’uomo non esiste in nessuna forma e in nessun aspetto, o è al massimo portatore di sofferenza e tradimento.

Ricordo alcune tra le sue più belle poesie (da Saffo ne “I MITI – Poesia”, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1996). Nella Poesia 1, così scriveva:

Afrodite immortale, che siedi
sopra il tono intarsiato,
figlia di Zeus, tessitrice d’inganni,
ti supplico: non domare il mio cuore
con ansie e con tormenti, o divina,

ma vienimi accanto, come una volta
quando, udito il mio grido da lontano,
mi hai ascoltata: giungesti
lasciando la casa d’oro del padre,

dopo aver aggiogato il tuo carro.
Sopra la terra bruna ti conducevano i passeri:
belli, veloci, battevano rapidi le ali
nell’abisso del cielo.

In un attimo, furono qui! E tu, beata,
sorridendo nel volto immortale
hai chiesto perché ancora soffrivo
e perché ancora chiamavo

e che cosa voleva sopra ogni cosa il mio
cuore folle. «E chi ancora devo convincere
ad accettare il tuo amore?
Saffo, chi ti fa torto?

Se ora fugge presto inseguirà
e se respinge i tuoi doni poi ne offrirà
e se non ama presto ti amerà
pur se non vuole.»

Vieni ancora, liberami dal penoso tormento,
e quello che il mio cuore desidera,
còmpilo: sii mia alleata!

Nella nota poesia Poesia 12, piena di gelosia, Saffo così si lamentava:

Mi pare simile a un dio
l’uomo che ti siede davanti
e ti ascolta così da vicino, mentre parli
con lieve sussurro e ridi amabile:
questo mi stringe il cuore nel petto!

Basta che ti getti uno sguardo
e subito la voce mi manca
la lingua si spezza, subito
un fuoco sottile mi corre
sotto la pelle,

lo sguardo s’offusca, rombano le orecchie,
un freddo sudore mi cola, tutta
mi scuote un tremito,
e più verde dell’erba divento
e poco manca che muoia.

Ma bisogna che tutto sopporti

Nella Poesia 21, costituita da soli tre versi, la poetessa con straordinaria forza espressiva scriveva: «Eros ha scosso la mia mente / come vento che giù dal monte / si abbatte sulle querce»; l’amore appare come una forza più devastante della natura, alla quale non è possibile opporsi. E la viscerale poetessa minaccia vendetta tremenda per i traditori dell’amore: «L’uomo che mi biasima / lo travolgano i venti e le sciagure.» (p. 15). E altri versi sono di un vigore impareggiabile: «Tu mi cuoci.» (p. 16), oppure: «… il loro cuore divenne di gelo / si chiusero le ali.» (p. 18), o ancora: «Sei giunta, ti bramavo / hai dato ristoro alla mia anima / bruciante di desiderio.» (p. 22).

In Donna, mistero senza fine bello, passando in rassegna la poesia femminile dell’occidente dalla Grecia classica alle soglie del xx secolo, il poeta–traduttore romano Silvio Raffo (Newton Compton Editori, Roma, 1994) prende in considerazione Saffo, della quale così scrive: «In una società prettamente maschilista come quella greca, Saffo risultò senz’altro figura trasgressiva, difficile da accettare, troppo forte il suo temperamento e troppo palese la sua superiorità, di maestra e d’artista, rispetto alla norma; troppo in contrasto insomma coi costumi del tempo (siamo ancora nella Grecia arcaica, in cui la vita sociale era dominata da schemi e principi piuttosto rigidi e decisamente conservatori) […] L’opera di Saffo, di eccezionale vigore e intensità espressiva, è il primo grande esempio di poesia individualistica, soggettiva, in cui l’io si impone come protagonista e, senza falsi pudori, opera scelte, afferma le proprie esigenze, i propri desideri e sogni indipendentemente da tradizioni o conformismi. […] il tono e la qualità delle immagini, l’ardore “mitico” della passionalità e la perizia tecnica raggiungono esiti di tale possanza da superare qualsiasi voce maschile di quei tempi. […] Il dialetto è quello eolico, il metro vario, ma la strofa che ricorre più frequentemente, e che appunto si chiama “strofe saffica”, presenta uno schema fisso, di tre versi endecasillabi e un quinario.».

L’acme della creazione artistica di Saffo si ebbe in Mitilene, ove conduceva un’esistenza molto diversa da quella che si svolgeva in Atene. Saffo vi creò un Tiaso, una sorta di confraternita religiosa e di sodalizio pedagogico – quasi una scuola d’iniziazione – nella quale la poetessa (appartenente all’aristocrazia di Lesbo) viveva circondata da un gruppo di giovani e nobili ragazze, dedite alla musica, alla danza, alla poesia e al culto delle Muse e di Afrodite. Le fanciulle lasciavano il sodalizio soltanto al momento del matrimonio o – in alcuni casi molto tristi per Saffo – per passare dal suo a un Tiaso rivale. Tra Saffo e le giovani donne esisteva un amore vivo e ardente, per nulla platonico – da ciò è nato il termine di “amore saffico” o “amore lesbico” per indicare il rapporto omosessuale femminile – e il difficile equilibrio della vita di relazione e le gelosie aspre del Tiaso ci sono note, così come ci sono noti i nomi e le caratteristiche di alcune delle ragazze ospiti:
– Anattoria: «Dicono che sopra la terra nera / la cosa più bella sia una fila di cavalieri, / o di opliti, o di navi. / Io dico invece quello che s’ama. / […] / Così ora mi torna alla mente / Anattoria lontana.» (p. 6);
– Gongila: «… vola di nuovo il desiderio / accanto a Gongila bella. / […]» (p. 8);
– Attis: «Ti amai un tempo, Attis / … / mi parevi una bambina piccola e sgraziata.» (p. 23) e «[…] / Si aggira inquieta, ricorda, / e il desiderio della tenera Attis / le consuma l’anima lieve / […]» (p. 39), ed ancora: «[…] / Attis, ora rifiuti / di pensare a me / e voli via, da Andromeda.» (p. 61);
– Dica: «E tu, Dica, avvolgi attorno alle chiome / amabili ghirlande d’aneto (erba simile al finocchio), intrecciandole / con le tue piccole dita: sono fiori belli! / […]» (p. 33).

Saffo cita molte altre ragazze ancora: «E Mnasidica è più bella di Girinno.» (p. 34), e «Care amiche erano Niobe e Latona.» (p. 69).

Della vita di Saffo si sa poco: è certo che fosse la figlia di Scamandro e di Cleide e che avesse tre fratelli. Si pensa che abbia raggiunto il massimo della sua fama nel periodo tra il 612 e il 598 a.C., e che per motivi politici fosse stata costretta per un certo periodo a riparare in esilio in Sicilia. Intorno al 595 a.C. sposò Cerchila ed ebbe una figlia che chiamò Cleide (come la madre) e alla quale dedicò alcuni versi: «Ho una bella bambina, / bella come fiorellini d’oro: / Cleide amata. / Non la scambierei per tutta la Lidia / né per l’amabile [Sardi]…» (p. 62). Saffo fu quindi anche sposa felice e madre affettuosa, nonostante la sua predilezione per gli amori femminili.

Su di lei si sbizzarrirono i comici e i narratori di leggende: circolarono voci di una sua tremenda bruttezza; in effetti, in una breve poesia, scrisse della bellezza: «Chi è bello, è bello solo da vedere; / chi è valente, parrà subito anche bello.» (p. 24). Non sono note la data della morte – ma avrebbe raggiunto la tarda età – e le circostanze della morte, anche se si parlò molto del suo suicidio provocato dall’amore non corrisposto per il barcaiolo Faone e attuato con un tuffo fatale dalla rupe dell’isola di Leucade (Lefkada, vicino la spiaggia di Porto Katsiki). A questo proposito, nel testo già citato, Silvio Raffo ha scritto: «Contro l’“outsider” Saffo furono soprattutto i commediografi attici a lanciare strali velenosi, tramandandoci il modello, o meglio la caricatura di una Saffo brutta e deforme, cosa che non corrispondeva al vero (il suo contemporaneo Alceo di Metilene ce la descrive leggiadramente “dolce, coronata di viole”).».

Saffo scrisse moltissimo: inni, poesie d’amore, canti di nozze e poemetti lirici, che ci sono stati tramandati in circa 9–10 libri ordinati secondo criteri metrici che costituivano una sorta di diario lirico–sentimentale della memoria, ricco di amore delirante e di malinconia, di febbre e di desiderio, di gelosie, di ricerca dell’oblio e di sofferenze sentimentali a non finire. Non ci sono rimasti, purtroppo, che una intera ode e dei frammenti poetici gravemente mutilati, giunti a noi sia direttamente attraverso papiri o pergamene egiziane, sia indirettamente attraverso i testi degli studiosi antichi di poesia e metrica. I suoi versi sono densi di sensibilità, eleganza e raffinatezza, così come sensibile, elegante e raffinata era l’autrice. Con indubbia modernità, Saffo sosteneva che «la cosa più bella è quella che si ama» e che ciascuno ha il diritto di stabilire individualmente ciò che è bello e degno di essere amato: la bellezza e l’amore furono i suoi fari d’ispirazione, i due poli fondanti della sua poesia. Soffrì molto a causa del fratello Carasso, un commerciante di vino in Egitto, preda di un amore indecente per la cortigiana Dorica che riuscì a spogliarlo di tutto il suo patrimonio e a renderlo indegno del ruolo di aristocratico assegnatogli dal destino. Per lui, la sorella scrisse una lirica piena di malinconico rammarico (pervenutaci incompleta): «Cipride e Nereidi, fate che il fratello / mi torni qui senza danno, e quanto / il suo cuore desidera, fate / che avvenga! / E fate che siano cancellati / gli errori di un tempo e diventi / una gioia ai suoi cari, una sciagura / per i nemici, / …e voglia rendere onore alla sorella, e l’odioso dolore…» (p. 3).

Negli epitalami, componimenti d’occasione, Saffo dedicò numerosi versi agli sposi e alle loro nozze: ne dedicò uno anche a Ettore e Andromaca («dagli occhi vivaci, tenera») che «… erano simili a dèi!..» (p. 19). Sono noti anche due suoi versi dedicati alla verginità, che così è invocata: «Verginità, verginità, mi lasci, e dove vai?»; e lei risponde: «Non più tornerò da te, non più tornerò.» (p. 52).

Saffo fu amata da Catullo che tradusse i versi dell’ode “Un dio mi sembra l’uomo che seduto…” e che sentì la sua poetica affine a quella della poetessa greca; ebbe grande fortuna nel Medio Evo; e fu prediletta da Ugo Foscolo (1778-1827) che s’ispirò a lei per alcuni suoi carmi.

Ma l’amò soprattutto il grande Giacomo Leopardi (1798-1837) – da Canti, Newton Compton, Roma l996 – che nel 1822 dedicò la canzone filosofica Ultimo canto di Saffo alla poetessa e alla sua infelicità in amore; a lei, il poeta si sentiva affine nel tormento e nell’emarginazione, dovuti alla mancanza della grazia e della bellezza: «[…] / Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella / sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta / infinita beltà parte nessuna / alla misera Saffo i numi e l’empia / sorte non fenno. […] / […] / Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso / macchiommi anzi il natale, onde sì torvo / il ciel mi fosse e di fortuna il volto? / in che peccai bambina, allor che ignara / di misfatto è la vita, onde poi scemo / di giovinezza, e disfiorato, al fuso / dell’indomita Parca si volvesse / il ferrigno mio stame? […] / […] / […] Negletta prole / nascemmo al pianto, e la ragione in grembo / de’ celesti si posa. Oh cure, oh speme / de’ più verd’anni! Alle sembianze il Padre, / alle amene sembianze eterno regno / diè nelle genti; e per virili imprese, / per dotta lira o canto, / virtù non luce in disadorno ammanto. / […] / […] Ogni più lieto / giorno di nostra età primo s’invola. / Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l’ombra / della gelida morte. Ecco di tante / sperate palme e dilettosi errori, / il Tartaro m’avanza; e il prode ingegno / han la tenaria Diva, / e l’atra notte, e la silente riva.». 

Il poeta inglese John Keats (1795-1821) – da Sonetti, traduzione di Roberto Cresti, Garzanti, Milano 2000 – , di umili origini e dalla vita piena di sofferenze, minato dalla tisi e morto giovane, fece del culto della bellezza e del mondo greco di Saffo un costante motivo d’ispirazione. Nel suo LVI sonetto – (a Fanny), scriveva dell’amore con una sensibilità e con una morbosità esagerate, simili a quelle di Saffo: «Grazia ti grido, pietà, amore – sì, amore! / […] / Lascia che tutta ti abbia, tutta - sii mia! / […] / tu, fin nell’anima, ti prego, dammi tutto, / non mi negar la fibra di una fibra, o morirò, / o, forse, seguitando, misero servo tuo, / nella foschia dell’inutile pena, io scorderò / i fini della vita – secco al palato dello spirito / il gusto, e il mio bramare divenuto cieco.». Nel saggio Una stanza tutta per sé (cap. III) – traduzione di Maria Antonietta Saracino, ne I Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1998 – , Virginia Woolf accenna allo stato d’animo dell’infelice Keats «mentre cercava di scrivere poesia per opporsi all’approssimarsi della morte e all’indifferenza del mondo». Keats fu un grandissimo poeta, avvilito sia dalla miseria sia dal disprezzo degli altri che non riusciva proprio a tollerare. Sulla sua tomba, nel Cimitero Acattolico di Roma, fece incidere: «Qui giace un uomo il cui nome fu scritto sull’acqua». Così invece non è stato, perché – pur tardivo – è arrivato quel riconoscimento eterno, cui tanto agognava.

P.S. Un discreto film italiano del 1960 di Pietro Francisci dal titolo Saffo Venere di Lesbo –sceneggiato dallo stesso Francisci insieme con Ennio De Concini e Luciano Martino, interpretato da Antonio Battistella, Strelsa Brown, Renzo Cesena, Solvejg D'Assunta, Isa Cresenzi, Jim Dolan, Mirella Di Centa, Riccardo Garrone e Tina Louise – racconta con forte spirito d'avventura l'amore di Saffo per Faone.


 Per informazioni su film a tematica omosessuale femminile, vedere “I mille volti di Saffo al cinema” di Elena Romanello (http://www.rivistahydepark.org/miscellanea/i-mille-volti-di-saffo-al-cinema-di-elena-romanello/).

lunedì 24 settembre 2012

Amore e matrimonio: filosofia e psicanalisi


Erich Fromm                                        Umberto Galimberti


Molti filosofi hanno posto il tema dell'Amore al centro delle loro speculazioni. La filosofia, sin dagli albori della conoscenza, ha tentato di aiutare a capire il senso e i segreti dell’amore.

Il filosofo francese Cartesio (René Descartes, 1596-1650), creatore del razionalismo, della geometria analitica e dell’applicazione del metodo matematico alla filosofia, il cui principio di certezza era il «Cogito ergo sum (Penso quindi sono)», ne Le passioni dell’anima (1649) (a cura di S. Obinu, Editore Bompiani – Collana Testi a Fronte, Milano 2003) si è occupato tardivamente di sentimenti. Egli esaminava le emozioni, che sono le azioni alle quali è sottoposta l’anima da parte del corpo e che hanno la funzione di consentire all’anima di prepararsi e di reagire quindi alle situazioni nelle quali il corpo è coinvolto. Cartesio esaminava il pensiero che deve dominare le emozioni attraverso una sua rigorosa disciplina, e in modo alquanto naturalistico intendeva l’amore (che è una passione dell’anima) non nel senso romantico di un fenomeno cosmico più che individuale oppure di un’unità assoluta o infinita che annulla le singole vicende umane, bensì come un rapporto che rafforza senza comprometterle le realtà degli individui tra i quali si stabilisce. In base alla sua intensità, individuava tre forme d’amore: (1) l’affetto: stimiamo l’oggetto d’amore meno di noi; (2) l’amicizia: stimiamo l’oggetto d’amore come noi; e (3) la devozione: stimiamo l’oggetto d’amore più di noi (e questo accade con Dio).

A proposito di fedeltà e di matrimonio, originale era l’atteggiamento del filosofo danese Soren Aabye Kierkegaard (1813-1855), precursore dell’esistenzialismo moderno, la cui breve vita fu illuminata dalla filosofia. Era convinto che all’uomo si offrono soltanto delle possibilità che impegnano (escludendosi a vicenda) in modo tale che l’esistenza umana ovvero la realizzazione del proprio destino non sia altro che un perpetuo «aut aut». Questa continua libera scelta è vissuta però nella disperazione (nulla di finito può accontentare l’uomo che sente il bisogno incessante dell’eterno) e nell’angoscia per il futuro, che sono esperienze comuni a ogni essere umano. Kierkegaard scriveva: «Nella vita l’unica cosa certa è la morte, cioè l’unica cosa di cui non si può sapere nulla con certezza». In Aut-Aut: estetica ed etica nella formazione della personalita (1843) (a cura di Remo Cantoni, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1956), parla di tre stadi evolutivi dell’esistenza: (1) lo stadio estetico, (2) lo stadio etico e (3) lo stadio religioso. Ebbene nello stadio estetico, l’uomo rifiuta qualsiasi impegno ripetitivo e serio, vivendo il “carpe diem” e ricercando sempre nuove sensazioni senza mai impegnarsi in legami affettivi stabili, allo stesso modo di Don Giovanni che non ama nessuna donna veramente, passando dall’una all’altra in una esteriorità estenuante, in una noia alienante e in una disperazione senza rimedio («A ogni donna corrisponde un seduttore; la sua felicità sta nell’incontrarlo»). Nello stadio etico, l’uomo invece privilegia l’interiorità e sceglie la fedeltà e la ripetitività, allo stesso modo di colui che si decide al matrimonio, rinunciando all’instabilità affettiva e accettando delle regole e degli impegni durevoli nei quali però non riesce ancora a realizzare se stesso. Una piena realizzazione, infatti, avverrà soltanto nell’amore di Dio col passaggio allo stadio religioso.

Il filosofo e matematico inglese Bertrand Russell (1872-1970), premio Nobel nel 1950 e sfegatato pacifista su posizioni di antiriarmo nucleare, ha scritto vere perle di saggezza sull’amore, sulla felicità e sul matrimonio. Ha consigliato di evitare il timore di amare per la paura di soffrire, il che sarebbe come fermarsi e rifiutare di vivere per paura di morire: «Temere l’amore è temere la vita, e chi teme la vita è già morto per tre quarti». D’altra parte, parlando della felicità, Russell ha puntualizzato come ci si debba accontentare di ciò che l’altro può darci, senza abbandonarci a sogni romantici di perfetta realizzazione. Scriveva, infatti: «La mancanza di qualcosa da desiderare è una parte indispensabile della felicità… Un matrimonio ha qualche probabilità di successo se nessuno dei coniugi si aspetta da esso troppa felicità». Nell’amore non ci si deve aspettare, pertanto, di cogliere la perfezione, bensì è necessario avere la forza di riconoscere i difetti dell’altro e di accettarli o perdonarli.

A proposito di amore e filosofia, ho avuto modo di leggere su La Repubblica (dicembre 2005) un articolo di Franco Volpi (storico di Filosofia, deceduto purtroppo prematuramente nell’aprile del 2009, vittima di un incidente stradale mentre andava in bicicletta), che raccontava l’amore scoppiato nell’inverno 1924-1925 a Marburgo tra Martin Heiddeger (1889-1976), il filosofo tedesco che ha innestato l’esistenzialismo alla fenomenologia, e la sua affascinante allieva Hannah Arendt (1906-1975), colta figlia della ricca borghesia ebraica e grande pensatrice politica del 20° secolo, la quale frequentava il corso magistrale di Heiddeger su Platone e Aristotele. Scriveva Volpe: «Il trentacinquenne filosofo rimase colpito come scriverà nelle lettere da “quello sguardo che mi rivolgevi mentre parlavo dalla cattedra”. A fulminarlo furono gli occhi della diciottenne Hannah Arendt che, vestita di un verde sgargiante, seguiva con soggezione le sue lezioni. Benché sposato e padre di due figli, il promettente professore s’accese come una fiaccola nella travolgente passione per la giovane matricola […].  Martin non trovò però il coraggio di andare fino in fondo, per dare a Hannah “il dono della visibilità pubblica”, che lei con insistenza gli chiedeva. E si lasciò sfuggire come confesserà “la passione della mia vita”. Dopo l’uscita della versione tedesca di Vita Activa, nel 1960, Hannah spedì in omaggio a Heiddeger la prima copia del suo libro con una dedica molto formale in cui dichiarava a Martin di essergli debitrice di tutto, in conseguenza di ciò che aveva appreso da lui in gioventù. Hannah, però, appuntò per sé una dedica più sincera che recitava: “Rinuncio alla dedica di questo libro. Come potrei dedicarlo a te, mio intimo, a cui sono e non sono rimasta fedele sempre, ed entrambe le cose amandoti.”». Nel concludere il suo articolo, così commentava Volpi: «Era l’ultima segreta dichiarazione d’amore». Nella stessa pagina de La Repubblica (dicembre 2005), a proposito di quell’amore, Hans Jonas scriveva: «Quella tra Heidegger e Hannah Arendt fu una storia d’amore incredibile, intessuta di incontri segreti di rara intensità (“Hannah è l’unica che mi abbia veramente capito”), di strazianti separazioni, ritrovamenti fugaci, smarrimenti e illusioni, è una storia che accende come poche la nostra immaginazione. Vuoi per il nome dei protagonisti, primi attori sulla scena del pensiero ma francamente inattesi nel ruolo di amanti. Vuoi per le travagliate circostanze in cui fu vissuta, che meriterebbero di essere raccontate in un romanzo. Vuoi perché realizzò una “coincidentia oppositorum”, un combaciare di due modi di essere e pensare contrapposti, che se avesse avuto libero corso avrebbe potuto cambiare le sorti della filosofia del Novecento […]. Insomma una storia che alimenta, oltre l’immaginario romantico dell’amore, anche impertinenti fantasie filosofiche.». Nel 1929 Hannah sposò Gunther Stern, anch’egli allievo di Heidegger, conservando sempre nel suo cuore un posticino caldo per il suo Martin.

Anche la psicologia e la psicanalisi, che si occupano dei sentimenti umani fondamentali, hanno prestato e prestano molta attenzione all’Amore e ne hanno facilitato una più intima comprensione. Il noto medico viennese Sigmund Freud (1856-1939), fondatore della psicanalisi, sosteneva che l’amore è la sublimazione della “libido”, forza istintiva e originaria, mentre l’amore universale altro non è che una deviazione dell’amore individuale nata dal desiderio di evitare la paura per la perdita dell’oggetto amato. Nel suo libro Al di là del principio del piacere (traduzione di Flavio Manieri, Tascabili Economici Newton, Roma 1993), Freud ha precisato bene l’«ambivalenza affettiva», la dualità di «amore (o affetto)» e «odio (o aggressività)», e la «forte tendenza della psiche verso il principio del piacere». Ha anche preso in considerazione l’esistenza delle «pulsioni libidiche» (che esprimono l’istinto di riproduzione), delle «pulsioni dell’Io» (che esprimono l’istinto di conservazione) e delle «pulsioni aggressive» (che esprimono l’istinto di morte). Per Freud: «la perdita dell’amore e lo scacco subito si lasciano dietro una ferita indelebile dell’autostima sotto forma di una cicatrice narcisistica, che più di ogni altra causa contribuisce a quel “senso di inferiorità” così frequente nei nevrotici»; ha anche considerato «l’eterno ritorno dell’identico… la coazione a ripetere» di alcuni individui pur privi di veri e propri conflitti nevrotici, come per esempio quegli «amanti, le cui relazioni amorose con ogni donna ricalcano sempre lo stesso schema e si concludono sempre allo stesso modo». Nel libro sopra citato, Freud racconta in modo affascinante il mito dell’origine della pulsione sessuale narrato da Platone, così scrivendo: «[…] la scienza ha così poco da dirci sull’origine della sessualità che possiamo equiparare il problema a una tenebra che nemmeno il lume di una ipotesi ha squarciato. Una ipotesi siffatta la “troviamo” sì, ma in un campo del tutto diverso; e di natura talmente fantastica – un mito più che una spiegazione scientifica – che non mi arrischierei nemmeno a citare se essa non appagasse proprio un’aspirazione che è nostro desiderio colmare. Essa, infatti, postula all’origine di una pulsione “il bisogno di ristabilire uno stato anteriore”. Mi riferisco, naturalmente, alla teoria che Platone, per bocca di Aristofane, sostiene nel Convito, e che non solo tratta dell’“origine” della pulsione sessuale ma anche delle sue importanti variazioni in rapporto all’oggetto. “Una volta la natura umana non era com’è attualmente, era diversa. Innanzitutto, i sessi erano originariamente tre, e non due come adesso; c’era l’uomo, la donna, ed esseri che l’uno e l’altra erano insieme […]”. Tutto in questi esseri primordiali era doppio: essi avevano quattro mani e quattro piedi, due facce, due parti intime, e così via. Alla fine, Zeus decise di tagliare questi esseri in due, proprio come si “spacca a mezzo una sorba per metterla in conserva”. Dopo che la divisione ebbe luogo, “poiché ogni metà desiderava riunirsi all’altra sua metà, ecco che le due metà si cercavano e si gettavano l’una nelle braccia dell’altra, bramose di riformare l’uno” […]». In base alla teoria di Freud, Eros assume un carattere di «pulsione di vita», in opposizione alla «pulsione di morte», mentre «l’enigma della vita si risolve nella lotta incessante che si è stabilita tra queste due pulsioni sin dai primordi».

Il grande e tormentato scrittore russo Fedor Dostoevskij (1821-1881), con un “animus” da filosofo e psicanalista, ne I demoni (premessa di Fausto Malcovati, traduzione di Margherita Santi–Farina, in “Dostoevskij – Grandi romanzi”, I Mammut 76, Newton Compton editori, Roma 2010) dà una rappresentazione straordinaria e sfaccettata di quest’ambivalenza amore–odio. Lizavèta Nikolàjevna, fanciulla nervosa e interessante, è combattuta tra due uomini: Mavrìkij Nikolàjevic (affidabile e innamorato con il quale si è fidanzata) e Nikolàj Vsévolodovic (uomo enigmatico ma bellissimo, strano e con qualcosa di demoniaco), che ama segretamente di un amore impossibile. Il primo – vedendola soffrire e volendo sacrificarsi – va dal secondo per convincerlo a sposarla e, parlandogli dell’amore di lei, così dice: «Sotto all’odio incessante per voi, odio sincero e assoluto, traspare ogni momento l’amore e… la pazzia… l’amore più sincero e sconfinato e… la pazzia! Al contrario, di dietro l’amore che sente per me – e anche questo è sincero – lampeggia ogni momento l’odio, un odio immenso! Non avrei mai potuto immaginare, prima, tutte queste… metamorfosi. […] Voi solo in tutto il mondo potete renderla felice. E io solo posso renderla infelice. […] Se si tratta d’un dissidio amoroso avvenuto all’estero e se per troncarlo occorre sacrificare me, sacrificatemi. è troppo infelice, e io non lo sopporto.». A proposito di questo ambiguo sentimento di amore–odio che talora alberga nel cuore dell’uomo, Freud – facendo l’elogio del cane (il solo capace di «amore puro») – ha scritto: «I cani amano gli amici e mordono i nemici, a differenza degli esseri umani, che sono incapaci di amore puro e nelle loro relazioni mescolano l’amore con l’odio».

Lo psicologo tedesco Eric Fromm (1900-1980), un altro grande della psicanalisi (emigrato in America nel 1935), che con la moglie Frieda Reichmann aveva fondato l’Istituto Psicoanalitico di Heidelberg, si è molto occupato dell’Amore. Ricordo il suo classico L’arte di amare (traduzione di Marilena Damiani, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 1986), nel quale elabora una teoria – con risvolti pratici – dell’amore inteso come via etica alla liberazione dell’individuo. Convinto che amare non sia così facile come si creda, sostiene che l’Amore è un’arte che deve essere imparata con umiltà, sforzo e saggezza, allo stesso modo in cui s’imparano tutte le altre arti. Crede, inoltre, che si possa cominciare ad amare soltanto dopo aver sviluppato la propria personalità e dopo aver imparato ad amare il prossimo, mentre non è possibile limitarsi all’amore individuale e alla passione esclusiva, che altro non sarebbero che «un attaccamento simbiotico». Si può dire a un altro di amarlo veramente, soltanto se si è in grado di dire «amo tutti in te, amo il mondo attraverso te, amo in te anche me stesso» e l’amore è tanto più maturo, quanto più è disinteressato. Schiavi del mito dell’amore romantico, si cade spesso nell’equivoco di credere che amare significhi essere amati e che la prima fase d’infatuazione dell’innamoramento sia, in effetti, l’amore duraturo. L’amore origina dal bisogno dell’uomo di superare l’isolamento che nasce dalla sua solitudine, dal suo terrore del nulla e dal desiderio di fusione con un’altra persona; questa fusione tuttavia deve avvenire in modo sano, attraverso la conservazione dell’integrità e dell’individualità di ciascuno dei partner («nell’amore due esseri diventano uno, e tuttavia restano due»). In ciò, l’amore erotico è proprio l’opposto di quello materno, nel quale «due persone, che erano una sola, si separano». Lo psichiatra svizzero Ludwig Binswanger (1881-1966) – noto per i suoi studi sulla fuga delle idee – ha sostenuto un concetto simile: «L’essere-se-stesso dell’amore non è un “io” ma un “noi”», così individuando nell’amore la risposta più perfetta a un bisogno innato di ricongiungimento, al fine di superare l’estraniamento da sé.

Nel testo già citato Fromm esemplifica anche due tipi di fusione senza integrità e completamente patologici: il “masochismo (una forma di fusione passiva) in cui la persona che ama annulla se stessa per sottoporsi al potere dell’altro che diviene il suo idolo, e il “sadismo(una forma di fusione attiva) in cui la persona che ama domina, offende e umilia. Ed entrambi (il sadico e il succube) non possono vivere l’uno senza l’altro, non possono esistere al di fuori di questa relazione malata che condanna entrambi all’infelicità e alla delusione. Per Fromm, il vero amore è più dare che ricevere: dare se stesso, avendo l’attenzione di assicurare premura e di rispondere ai bisogni dell’altro, mostrando sempre la rispettosa accettazione di ciò che l’altro è (senza tentare di cambiarlo) e cercando di conoscere l’altro profondamente per ciò che è veramente, senza le illusioni dell’amore romantico («nell’altro essere trovo me stesso, scopro me stesso, scopro tutti e due, scopro l’uomo»).

A questo proposito, desidero ricordare quanto scritto dal filosofo Umberto Galimberti, in risposta a una lettera, nella sua rubrica di posta sul supplemento “D Repubblica delle Donne” (La Repubblica del 28/6/2008), dal titolo Il conflitto tra amore e società. Al lettore anonimo – che tra le altre cose gli scriveva: «Per dirla con Thomas Mann, finché il matrimonio è stato un’istituzione forte e credibile e i contraenti hanno accettato il ruolo di vittime sacrificali, sposando non la persona amata ma l’idea del matrimonio, tutto ha funzionato a dovere in ossequio all’ipocrisia sociale. Da quando ci si sposa per amore, invece, i guai e le contraddizioni sono venuti alla luce.» – Galimberti così rispondeva: «Un tempo, l’amore non sanciva tanto la relazione tra due persone, quanto l’unione di due famiglie o gruppi parentali che, attraverso il veicolo dell’amore, potevano acquisire sicurezza economica, forza lavoro per l’impresa familiare, avere eredi, assicurare il possesso esistente e, nel caso dei privilegiati, ampliare il patrimonio e il prestigio. In una parola l’amore era funzionale alla struttura della società. Oggi l’unione di due persone […] è il frutto di una scelta individuale che avviene in nome dell’amore, su cui le condizioni economiche, le condizioni di classe o di ceto, la famiglia, lo Stato, il Diritto, la Chiesa non hanno più influenza e non esercitano più alcun potere. In questo modo l’amore perde tutti i suoi legami sociali e diventa un assoluto (solutus ab, sciolto da tutto), dove ciascuno può liberare quel profondo se stesso che non sempre può esprimere nei ruoli che occupa nell’ambito sociale. E se un tempo l’amore s’infrangeva di fronte alle convenzioni sociali, oggi appare l’unico rifugio che salva l’individuo da queste convenzioni, in cui nessuno ha l’impressione di poter essere veramente se stesso. Ma così l’amore si avvolge nel suo enigma, dove il desiderare, lo sperare, l’intravedere una possibilità di realizzazione per se stessi cozza con la natura dell’amore che è essenzialmente relazione all’altro, per configurarsi come un culto esasperato della soggettività […] Ma quando l’intimità è cercata per sé e non per l’altro, l’individuo non esce dalla sua solitudine e tanto meno dalla sua impermeabilità, perché, già, nell’intenzione di reperire nell’amore se stesso, egli ha bloccato ogni moto di trascendenza, di eccedenza, di ulteriorità, capaci di mettere in gioco la sua autosufficienza intransitiva e di aprire una breccia o anche una ferita nella sua identità protetta. Una sorta di rottura di sé perché l’altro lo attraversi. Questo è l’amore. Non una ricerca di sé, ma dell’altro, che sia in grado, naturalmente a nostro rischio, di spezzare la nostra autonomia, di alterare la nostra identità, squilibrandola nelle sue difese. […] L’amore non è ricerca della propria segreta soggettività, che non si riesce a reperire nel vivere sociale. Amore è piuttosto l’espropriazione della soggettività, e l’essere trascinato del soggetto oltre la sua identità, e il suo concedersi a questo trascinamento, perché solo l’altro può liberarci dal peso della soggettività che non sa che fare di stessa. […] Amore è violazione dell’integrità degli individui. La sola cosa capace di aprirci all’altro.». Galimberti richiama, inoltre, la massima dello scrittore– filosofo francese (oltre che rappresentante dell’antica nobiltà) François de La Rochefoucauld (1613-1680): «La cosa più difficile da trovare nei legami amorosi è l’amore».
Accanto alla capacità di aprirci all’amato, richiamerei anche l’importanza di tentare di cambiare noi stessi nell’amore per l’altro; quello che dico è esemplificato in modo ideale nella bellissima frase di Gabriel García Márquez (il grande scrittore colombiano triste e misterioso, premio Nobel nel 1892): «Ti amo non per chi sei tu, ma per chi sono io quando sto con te».

Nel testo già citato (traduzione di Marilena Damiani, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 1986), Fromm ricorda anche il poeta mistico persiano Gialal al Din detto Rumi (1207-1273), autore del poema Mathnawi (“Jalal alDin Rumi – Mathnawi”, edizione italiana a cura di Gabriele Mandel Khan, Bompiani, Milano 2006), un “Corano in versi” esoterico e simbolico, difficile ma ardente, in cui l’Amore è la religione con cui rimediare a ogni male e nutrire la «sete su sete» che fa raggiungere l’Essere supremo. Ispirato da amori omosessuali, Gialal credeva che la mutua reciprocità di questo sentimento potesse arrivare sino alla quasi completa identificazione fra amante e amato («in effetti, mai l’amante cerca senza essere cercato dall’amato»).

Per Fromm, in un amore maturo, ciascuno deve capire che i bisogni dell’altro sono diventati più indispensabili dei suoi, che dare è divenuto più importante che ricevere, e che amare è meglio che essere amato («Sono amato perché amo»). Nell’amore immaturo, invece, si dice «ti amo perché ho bisogno di te». L’amore è un atto di volontà, «una scelta, una promessa, un impegno». E proprio Fromm sostiene che «la condizione essenziale per la conquista dell’amore è il “superamento” del proprio narcisismo», insieme all’umiltà, alla ragione e all’obiettiva capacità di «vedere la gente e le cose così come sono». Nello stesso tempo, è necessario «aver fede» in se stessi – nel proprio amore e nella propria capacità di suscitare amore – e nell’essere amato – nelle sue qualità e nel suo amore – avendo il coraggio di accettare anche i dolori e le delusioni. Fromm scriveva: «Chiunque avrà poca fede, avrà anche poco amore».

Diversi secoli prima, già Gottfried W. von Leibniz (1646-1716), il filosofo e scienziato tedesco creatore dell’idea delle «monadi», aveva sostenuto che «amare è porre la nostra felicità nella felicità di un altro».

domenica 27 maggio 2012

Euripide, Le Baccanti e il fascino del Mito greco


Euripide                                       Le Baccanti


è in corso per il 2012 il xlviii ciclo di rappresentazioni classiche a Siracusa – in quel meraviglioso palcoscenico all'aria aperta che è il Teatro Greco della città aretusea – con inizio l'11 maggio e conclusione il 30 giugno. Si rappresentano Prometeo di Eschilo, Baccanti di Euripide e Uccelli di Aristofane. Focalizzerò la mia attenzione sulle Baccanti e su Euripide, ricordando che la regia della tragedia è di Antonio Calenda, con le stupende coreografie della Martha Graham Dance Company.

Le Baccanti (titolo originale in greco antico Βάκχαι), è considerata a tutt'oggi una delle più grandi opere teatrali di tutti i tempi e costituisce una delle tragedie più antiche, scritta da Euripide (uno dei maggiori poeti tragici greci), e una di quelle rimaste più integre (e questo potrebbe forse far intuire quanto fosse amata e prediletta dal pubblico). Fu composta nel 407–406 a.C. e fu data in prima assoluta nel 403 a.C. presso il Teatro di Diòniso in Atene (sotto la direzione del figlio o nipote dell'autore ormai deceduto, chiamato anch'egli Euripide). Fu premiata alle Grandi Dionisie del 403 a.C.

I personaggi della tragedia sono: Diòniso, figlio di Zeus e di Semèle (Maurizio Donadoni); Pènteo, re di Tebe e figlio di Echiòne e Agave (Massimo Nicolini); Cadmo, padre di Semèle e Agave, nonno di Pènteo (Daniele Griggio); Agave, madre di Pènteo (Daniela Giovanetti), Tìresia, indovino cieco (Francesco Benedetto), la Corifea (Gaia Aprea) e naturalmente il coro delle Baccanti.

Ambientata a Tebe (davanti alla reggia di Pènteo, con vicino ancora fumanti le rovine della casa di Semèle), la trama ruota attorno a Diòniso – dio che celebra il vino, il teatro e il piacere, nato appunto dall'amore di Zeus per la donna mortale Semèle. Nel prologo, Diòniso racconta di essere venuto sulla terra, a Tebe, in forma umana per riaffermare la sua natura divina; così inizia la tragedia: «Suol di Tebe, a te giungo. Io son Diòniso, / generato da Giove, e da Semèle / figlia di Cadmo, a cui disciolse il grembo / del folgore la fiamma. Ora, mutate / le sembianze celesti in forma umana, / di Dirce all'acqua, ai flutti ismeni vengo. / Dell'arsa madre a questa reggia presso / veggo la tomba: le rovine veggo / della sua casa, ove il celeste fuoco / fumiga, vivo ancor, della vendetta / d'Era contro mia madre eterno segno.» – testo nella traduzione di Ettore Romagnoli (Roma, 1871–1938). Infatti, le sorelle di Semèle e il nipote Pènteo, che è il re di Tebe, invidiosi di lei, avevano sparso la diceria che Diòniso non fosse un dio, essendo nato dalla relazione di Semèle con un mortale: «[…] perché le suore di mia madre, quelle / che meno lo dovean, disser che mai / figlio non fu Diòniso di Giove, / e che Semèle, da un mortale incinta, / a Giove attribuita avea la colpa, / per consiglio di Cadmo: onde l'Iddio / per le nozze mentite a lei die' morte.».

Per vendicarsi, Diòniso ha travolto le menti e ha rese folli tutte le donne tebane (comprese le figlie di Cadmo e sorelle di Semèle), riparate sul monte Citerone – lo stesso dove Atteone, trasformato in cervo fu sbranato dalle sue cagne – per celebrare i riti in onore di Diòniso e divenute delle Baccanti (Bacco è un altro nome di Diòniso): «Però fuor dalle case io le cacciai / in preda alla follia. Prive di senno / han per dimora il monte; e le costrinsi / ad indossar dell'orge mie le spoglie. / E quante donne ha la città di Cadmo, / fuor dalle case, a delirare, io spinsi; / e donne insieme e giovinette corrono / a ciel sereno sotto i verdi abeti. / Voglia o non voglia, deve Tebe intendere / che priva è ancor dei riti miei, che deve / me per mia madre celebrar, ch'io sono / figlio di Giove, e Nume apparvi agli uomini. / […] / Dunque, a lui mostrerò che Nume io sono, / ed a tutti i Tebani. […] Venni perciò, mortal parvenza assunsi, / e mutai la mia forma in forma umana.».

Tirannico, irascibile e irragionevole, Pènteo (che ha ricevuto il potere da Cadmio) si rifiuta di riconoscere Diòniso come dio e lotta contro il suo potere, nonostante il nonno Cadmo e l'indovino cieco Tìresia cerchino di convincerlo del contrario; dice Cadmo parlando con Tìresia vestito da baccante: «Io sono pronto, e meco / ho gli arredi del Dio. Tu sai ch'è figlio / della mia figlia: è giusto ch'io lo esalti / per quanto è in me. Dove convien danzare, / muovere il pie', scuotere il crine bianco? / Guida me vecchio, tu, vecchio Tìresia: / ché tu sei savio: ed io mai sarò stanco / di picchiar notte e giorno a terra il tirso: / ché d'esser vecchio io volentier dimentico. / […] / Io vecchio un vecchio guiderò qual pargolo?».

Infuriato, Pènteo si lamenta che le donne, «simulando un estro bacchico», avevano abbandonato le loro case, correndo tra i boschi, onorando con i balli Diòniso e giocando a rimpiattino con gli uomini; egli le aveva incarcerate e quelle disperse per i monti le avrebbe «strette in ferree reti», ponendo fine al loro «pernicioso impeto d'orge». Ha saputo che è giunto un forestiere: «un fattucchiere ciurmator di Lidia, / di bionde chiome ricciole fragranti, / vermiglio in viso, e voluttà spirante / da le pupille, che dí e notte celebra / fra donne giovanette i riti bacchici.». Inutilmente Tìresia gli dice: «Questo novello iddio che tu schernisci, / non ti so dire quanta sia per l'Ellade / la sua grandezza. […] / che all'uom donò l'umor dolce dei grappoli, / l'umido succo che solleva i miseri / d'ogni cordoglio, allor che si riempiono / dell'umor della vite, e dà nel sonno / l'oblio dei mali cotidiani; e farmaco / altro non v'è delle fatiche. / […] / Ed è profeta questo Dio: ché molto / profetico estro è nel furore bacchico. / E quando in abbondanza alcun l'ingurgiti, / fa' sí che gli ebbri dicano il futuro. […] / Pènteo, m'odi. / Non illuderti ch'essere sovrano / per i mortali sia vera potenza; / né reputarti, sol perché lo credi, / saggio, quando non saggia è la tua mente. / Il Nume accogli in questa terra, e liba, / celebra l'orge, al crin ghirlanda cingi.». E anche Cadmo così cerca di convincere Pènteo: «Se pur, come tu dici, / Nume non è, lascia che qui lo chiamino / Nume: e parrà, per questa pia menzogna, / ch'abbia Semèle generato un Dio, / e onore avrem la nostra casa e noi.».

Pènteo non vuol sentire ragioni e manda le sue guardie a cercare il forestiero per arrestarlo e imprigionarlo all'interno della sua reggia: «E voi correte a Tebe, e rintracciate / il forestiere di donnesco aspetto, / che alle femmine adduce il nuovo morbo, / e contamina i letti. E se potrete / coglierlo, in ceppi avvinto qui portatelo, / sì che sotto le pietre espii le colpe, / e l'orge in Tebe gli sappian d'amaro!». Le guardie gli portano Diòniso con le mani legate: «Pènteo, siam qui. La preda ti rechiamo / sulla cui traccia ne inviasti: vana / non fu l'opera nostra. E questa fiera / fu con noi mite, e a fuga il pie' non volse; / ma le man' porse di buon grado, senza / sbiancare in viso; ma così, vermiglio / e ridente, stie' fermo, e c'invitò / a legarlo e condurlo; […]».

Pènteo minaccia di tenerlo custodito in ceppi ma Diòniso gli risponde che il Nume, che gli sta vicino e che vede come soffre, lo avrebbe sciolto quando egli glielo avrebbe chiesto. Furioso per le sue parole, Pènteo lo fa rinchiudere presso le stalle, nelle segrete dalle tenebre più profonde, mentre Diòniso gli profetizza: «Ma il Dio che tu neghi, Diòniso, / trarrà vendetta dell'ingiurie tue: / ché, me legando, in ceppi il Nume stringi.». Infatti, Diòniso scatena un terremoto, liberandosi facilmente; si sente una scossa tremenda e un rombo, e tutto il Coro si lamenta: «Come la terra scuotono i Numi! / Ahimè, ahimè! / Cadrà di Pènteo / la reggia al suolo presto in frantumi. / Sopra la casa piombò Diòniso!», mentre la reggia comincia a crollare e dalla tomba di Semèle si levano altissime fiamme. E le Baccanti si prostrano dinanzi a Diòniso, che esce trionfante dalla reggia e che volge lo sguardo su loro.

Dal monte Citerone, intanto, un bifolco porta notizie spaventose; le baccanti in pieno furore dionisiaco allattavano i selvaggi cuccioli di lupo, dalla roccia avevano fatto sgorgare polle di acqua fredda e vino, dal suolo avevano grattato latte puro e dagli arbusti avevano fatto scorrere rivoli di miele. I bifolchi e i pastori si erano adunati e si erano salvati dall'esser sbranati, soltanto fuggendo e nascondendosi. Le Baccanti avevano poi squartato viva una mandria di mucche: «Esse piombarono / sopra le greggi che pasceano l'erba, / senz'arme in pugno: e lì, questa vedevi / in due squarciare una mammosa vacca / muggente; l'altra lacerare a brani / a brani le giovenche: e fianchi e bifidi / zoccoli su e giù lanciar vedevansi, / e sanguinanti penzolar dai rami. / E i tori violenti, avvezzi al rabido / cozzo dei corni, al suol giacean fiaccati, / tratti giù dalle mani innumerevoli / delle fanciulle; e in men che tu le palpebre, / o re, non serri, fatti erano in pezzi.». E le donne impazzite avevano messo tutto a sacco, rapendo bambini e mettendo in fuga la popolazione atterrita: «Dalle case rapiano i pargoletti; / e quanto si ponean sopra le spalle, / o bronzo o ferro, senza alcun legame / vi adería, né cadea sul negro suolo./ E portavano fuoco sopra i riccioli, / né le bruciava. […]». E il bifolco spaventato invita Pènteo a ritornare sui suoi passi: «Questo Dèmone dunque accogli, o re, / qual ch'egli sia, nella città: ché sommo / è in tutto; ed ai mortali, a quel che dicono, / donò la vite che sopisce il duolo. / E dove non è vino non è amore;/ né alcun altro diletto hanno i mortali.».

Convinto da Diòniso, dopo molte perplessità, invece di concentrare le sue forze militari contro le Baccanti, Pènteo decide di travestirsi da donna (ricoprendo di pepli di bisso le sue membra, sciogliendo la chioma sugli omeri e mettendo delle bende sul capo), per poter spiare le Baccanti senza essere scoperto. Dalla reggia escono Diòniso che parla e Pènteo che lo segue: «Tu che brami veder quanto vedere / non conviene, e t'affretti a ciò che meglio / saria fuggire, esci, o Pènteo, nei panni / di Mènade baccante a noi ti mostra. / […] / D'una figlia di Cadmo hai la figura!». Pènteo gli assicura che sarebbe stato nascosto fra gli abeti. Aizzate dal dio, però, le Baccanti lo ritrovano e – scambiandolo per un leone – lo fanno a pezzi, guidate da Agave, la madre di Pènteo, divenuta anch'essa una Baccante: «E lui scoprir le Mènadi, più ch'egli / non le scoprì. Ché mentre ancor nascosto / era fra i rami, lo straniero sparve, / e una voce per l'ètere – la voce / di Diòniso, penso – risuonò: / “L'uomo io vi reco, o femmine, che voi, / che me, che l'orge mie mise in ludibrio: / traetene vendetta!” / […] / Con mille e mille mani / quelle abbrancar l'abete, e lo divelsero; / e dall'eccelso suo rifugio, a terra, / con mille e mille strida, Pènteo giù / cadde, che si sentia giunto al suo fine. / Prima su lui piombò, ministra prima / fu del rito di sangue Agave a lui. / Ed ei, perché la madre lo ravvisi, / via dalle chiome le bende scagliò, / e le sfiorò la gota, e disse: “O madre, / io son Pènteo, sono tuo figlio! Nacqui / di te, nei tetti d'Echióne! Ora, abbi / pietà di me; e per gli errori suoi, / non voler, madre, uccidere tuo figlio!”. / Quella, sputando bava, e roteando, / torcendo le pupille, e dissennata, / era invasa dal Nume, e non l'udiva; / ma con la manca un braccio gli afferrò, / e, il pie' puntando sopra il fianco al misero, / l'omero gli strappò: non di sua forza, / ma nelle mani un Dio vigor le infuse. / […] / Ed una un braccio, un pie' l'altra portava: / nude l'ossa apparian dai fianchi rotti; / e con le mani sanguinose tutte / si palleggiavan di Pènteo le carni.».

è un messaggero ritornato a Tebe a narrare questi fatti a Cadmo, che poco dopo vede arrivare la figlia Agave, delirante, che grida in modo dissennato (seguita da uno stuolo di donne
in costume di Baccanti, anch'esse dissennate e deliranti) e che porta un bastone su cui è infilzata la testa di Pènteo (che crede quella del leone). Ella cerca il vecchio padre Cadmo e il figlio Pènteo per mostrar loro la testa della fiera smembrata con le sue stesse mani bianche. Cadmo, che aveva intanto cercato, ricomposto e riportato i poveri resti di Pènteo, riesce a far ritornare in sé la figlia Agave, che misura con orrore quel che ha fatto (ha ucciso il figlio e ne ha infilzato come un trofeo la testa): «O padre, vedi la sciagura mia! / Pènteo miseramente fra le rupi / sbranato giacque. Ed ora, con che lagrime / lo piangerò? Come potrò, me misera, / stringerlo al sen, toccarlo con le mani / che commiser lo scempio? A brani a brani / le membra che ho nutrite io bacerò!»; infine, gettando a terra i paramenti del dio, proclama di non voler vedere mai più il monte Citerone.

Diòniso riappare dinanzi a Cadmo, che sta piangendo la morte di Pènteo, spiegando di avere compiuto la sua vendetta per punire tutti coloro che non credevano alla sua natura divina. Decreta anche che Cadmo e Agave debbono separarsi per essere esiliati in terre lontane. Ad Agave dice: «Tu con le sorelle / Tebe lasciar dovrete, e il fio pagare / del duro scempio a lui che avete ucciso; / né vedrete più mai la patria vostra.». A Cadmo – che pure era stato l’unico della famiglia a riconoscere la sua natura divina – Diòniso dice: «se saggi / stati voi foste allor che non voleste, / vi sarei stato amico, e voi felici» e profetizza che dovrà soffrire finché, trasformato in drago, non troverà la pace con Armonia, datagli in sposa da Marte e trasformata in serpe. Ci si avvicina alla conclusione con il padre e la figlia che si dicono addio e che si abbracciano, piangendo l'uno per l'altra, e con Agave che saluta la terra amata: «Addio, mia casa! Addio / terra ove nacqui. Lungi dalla reggia / ove fui sposa, me spinge sventura.»; si lasciano, quindi, per affrontare il loro destino di esilio e separazione. La tragedia termina con le parole della prima Corifea: «Spesso tramuta quando oprano i Dèmoni, / e inaspettati eventi i Numi compiono. / E a ciò che s'attendea negarono esito, / e all'inatteso aprir tramite agevole. / Della favola triste è questo il termine.».

Le Baccanti fu la tragedia della maturità, scritta da Euripide mentre si trovava presso la corte di Archelao (re di Macedonia) pochi mesi prima della sua morte. Essa è considerata da taluni come la riscoperta finale della religione da parte di un drammaturgo che per tutta la sua vita aveva voluto essere assolutamente laico, ma alcuni studiosi, invece, vi hanno visto una forte e drammatica invettiva anti–religiosa. Infatti, di fronte la vendetta del dio Diòniso è troppo spietata ed egli è tanto privo di scrupoli e di pietà verso gli uomini che, criticamente, Agave si rivolge a Diòniso alla fine dell'opera dicendogli: «Vero è; ma troppo contro noi t'avventi! / […] / Rancor mortale ai Numi non si addice!».

Si è anche detto che questa tragedia sancisca la fine dell'eroe tragico, dignitoso nonostante tutto; infatti, il protagonista Pènteo sembra perdere invece ogni sua dignità: vestito da donna, è messo in una posizione quasi grottesca, non degna di un eroe classico, e anche il nucleo tragico della vicenda sembra spesso venire quasi ridicolizzato.

è anche interessante il fatto che Euripide si fosse ispirato a qualcosa di reale che – se anche non si praticava più nell'Atene nel V secolo a.C. – era ancora in vita in alcune località più primitive del mondo greco: alcune donne (dette Baccanti o anche Menàdi) si riunivano in gruppi detti tìasi, ad anni alterni, ritirandosi sui monti per celebrare i riti di Diòniso, abbandonandosi senza freni a danze e suoni col sacro flauto e con i frigi timpani, sbranando gli animali a mani nude e mangiandone le carni crude.

Un'altra cosa degna di nota è che, nel Fedro, Platone afferma essere la follia superiore alla sapienza (nel senso di saggezza: sophía), poiché la seconda è di origine umana mentre la prima è di origine divina; e la follia di cui parla Platone è proprio quella iniziatica che è riconducibile ai riti del dio Diòniso (gli altri tipi di follia sono quella profetica riconducibile ad Apollo, quella poetica riconducibile alle Muse e quella erotica riconducibile ad Afrodite). D'altra parte, oltre alla follia, le Baccanti sembrano portare avanti anche il desiderio e la soddisfazione di una società alternativa, vissuta a contatto con la natura e lontana dagli stili cittadini: «O padre, molto gloriarti puoi, / che generasti valorose figlie / come niun dei mortali: io dico tutte, / e più di tutte me, che, abbandonate / presso i telai le spole, a maggior gesta / venni, e cacciai con le mani le belve!». In esse, c'è anche la voglia di un recupero di autonomia esistenziale che meglio consentiva loro una matura consapevolezza di sé; così canta appunto il coro delle Baccanti: «Oh felice, chi, ai Superi / diletto, assiste ai lor sacri misterii, / e il suo viver santifica / inebriando l'anima nel tíaso, / pei monti, in estro bacchico, / e della Madre Rea celebra l'orge / solenni, ed alto in aria / il tirso squassa, e servo di Diòniso / si fa, cinto il crin d'ellera! […] Savio non è chi troppo è savio, e l'occhio / oltre agli umani limiti / volge. Breve è la vita. Or chi, seguendo l'ardue / cose, vorrà le facili / non sopportare? Offeso, a quanto sembrami, / chi così opra, ha il cèrebro / dalla follia, né bene si consiglia.».

Euripide – che insieme a Eschilo (525–456 a.C.) e Sofocle (496–406 a.C.) fu tra i grandi poeti tragici greci – seppe esprimere nelle sue tragedie atteggiamenti filosofici di profonda introspezione psicologica. Era nato a Salamina (stupenda isola nel golfo di Sarònico, sita di fronte ad Atene) il 20 settembre del 480 a.C., proprio il giorno della famosa battaglia che vide i greci vincitori sui persiani (e il suo nome trasse appunto ispirazione dal canale Euripe, nei pressi del luogo ove si svolse il combattimento). Il padre Mnesarco (forse un semplice bottegaio ma ricco di beni e terre) gli fece dare un'ottima istruzione mentre la madre era soltanto un'umile erbivendola. Su questa umiltà delle origini del grande autore tragico, insistette il quasi contemporaneo commediografo ateniese Aristofane (445–388 a.C), un ricco aristocratico dalla cultura raffinata, che odiava Euripide considerandolo un rozzo innovatore di costumi e che, a proposito di alcuni umili protagonisti rappresentati da Euripide, parlò con feroce sarcasmo di «straccioni euripidei».

Da giovane, l'autore greco fu nutrito del culto di Apollo e divenne amico del grande filosofo ateniese Socrate (469–399 a.C.); in seguito crebbe nell'area della filosofia sofistica di Protagora di Abdera (V sec. a.C.), che riteneva l’uomo la misura di tutte le cose e che ne influenzò gli interessi, i  gusti e la cultura. Euripide si dedicò con successo anche alla pittura. Fu un uomo solitario e individualista (la leggenda narra che scrivesse i suoi drammi in una grotta sul mare), probabilmente ateo, e non si occupò mai di politica pur essendo molto aperto alla cultura anti-tradizionale e alle inquietudini del suo tempo. Ebbe il merito di ridurre nella drammaturgia greca la prevalenza del Coro (usato essenzialmente per rallentare l’azione drammatica) e la presenza irrinunciabile degli Dei, ricorrendo spesso al deus ex machina (una soluzione drammatica usata soltanto più tardi) e cercando di mettere al centro delle sue rappresentazioni teatrali l'uomo con la sua essenza umana e psicologica. In un nuovo “realismo umanistico”, l'individuo diviene il vero protagonista con la sua calda umanità, le sue violente passioni e i suoi vivi sentimenti: non è un personaggio fermo e risoluto, ma più modernamente un soggetto problematico e conflittuale, che può godere del lieto fine soltanto eccezionalmente e che nel dolore conquista la sua maggiore dignità tragica.

Euripide usò un linguaggio d'uso quotidiano ma contemporaneamente lirico e sublime, ricco d'immagini fantasiose e di musicalità; le trame e i temi erano squisitamente riferibili alla psiche umana e si rivolgevano al destino e al fato (padroni della sorte dell'uomo), oltre che alle ragioni e ai modi del vivere umano. I suoi personaggi diventano spesso personificazioni universali di sentimenti umani.

Euripide scrisse 92 composizioni drammatiche, delle quali ci restano 17 tragedie e il dramma satirico Il Ciclope. Nelle prime composizioni ha privilegiato le tematiche amorose, rappresentando delle tragedie condizionate dalle passioni umane e dalle forze elementari dell'amore; in seguito, si è ispirato a tematiche politico–patriottiche e al problema del caso che in modo cieco e oscuro confonde i destini degli uomini.

L’ordine cronologico delle sue tragedie è incerto. Le prime furono probabilmente Alcesti (438 a.C.) e Medea (431); seguirono Ippolito (428), Ecuba (420), Troiane (415) ed Elettra (413); tra le ultime vi furono Elena (412) e Oreste (408). Grazie a Euripide il giovane (il figlio o meglio il nipote di Euripide), furono rappresentate postume Ifigenia in Aulide e Baccanti (forse il suo capolavoro, ricco di un fascino ambiguo e misterioso). Al suo tempo, in Grecia, si tenevano delle gare di teatro definite «agoni tragici»: egli fu vincitore di quattro o cinque di questi agoni (il primo lo vinse nel 441 a.C.) ma in realtà in vita ebbe scarsa popolarità. Morì nel 406 a.C. (forse sbranato da una muta di cani famelici) in Macedonia ove viveva alla corte di Archelao, dopo avere abbandonato Atene. Dopo la sua morte, Euripide raggiunse una fama immensa, ispirando con i suoi testi sperimentali la “Commedia Nova” greca e la drammaturgia latina: gli ateniesi gli dedicarono una statua di bronzo nel teatro di Dioniso (330 a.C.). Fu amato dal raffinato poeta francese Jean Racine (1639–1699) e dal grande scrittore tedesco Johann Wolfgang Goethe (1749–1832), che con moderna spiritualità rivisitarono alcune grandi protagoniste di Euripide, come Andromaca o Ifigenia.

Lo scrittore calabrese Corrado Alvaro (18951956), che tra il 1950 e il 1951 scrisse un’Alcesti dando una moderna rilettura del mito di Euripide, era interessato alla rielaborazione della mitologia classica e scriveva: «Abbiamo sempre bisogno di ricorrere ai miti del passato per stabilire i termini del presente… L’antichità aggiunge nobiltà al dramma borghese, la lontananza creata dal mito gli dà risonanza poetica. Il secondo dopoguerra, come il primo, ha cercato di leggere chiaro nel destino contemporaneo rispecchiandolo negli eroi del passato».