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mercoledì 19 settembre 2012

Roberta Torre, originale regista e produttrice di rottura



Roberta Torre


Compie in questi giorni cinquant'anni Roberta Torre, la talentuosa regista milanese – ma anche sceneggiatrice, produttrice, scrittrice e fotografa – nata a Milano il 21 settembre del 1962. Laureatasi in Filosofia, si è specializzata in regia presso la “Civica Scuola di Cinema e Televisione” e si è diplomata in recitazione e drammaturgia alla “Scuola d'arte drammatica Paolo Grassi”. Nel 1990 Roberta Torre è venuta a contatto con la drammatica realtà di Palermo, ove si era trasferita per collaborare con i registi Ciprì e Maresco, maestri di regia e di realismo grottesco, e ove è rimasta per circa quindici anni.

Si fece notare ben presto con i suoi cortometraggi e documentari, che le meritarono diversi premi in festival cinematografici nazionali e internazionali. Sono da ricordare: Tempo da buttare (1991); Hanna Schygulla (1992), un ritratto–intervista dell'attrice feticcio del grande regista tedesco Rainer Werner Fassbinder (1945–1982) e Zia Enza è in partenza (1992); Femmine Folli (Barbablù Tango, Lady M, La donna dei lupi) (1993) e Il teatro è una bestia nera (1993); Angelesse (1994) dedicato alle donne della periferia palermitana, Le anime corte (1994) e Senti amor mio? (1994) vincitore del premio Aiace a Venezia; Il cielo sotto Palermo (1995) costituito da appassionate interviste con detenuti dell'Ucciardone, Angeli con la faccia storta (1995) e Spioni (1995) sui bambini di Borgo Nuovo e la mafia; il ritratto del cantante Nino D'angelo La vita a volo d'Angelo (1996), Verginella (1996) e Palermo Bandita (1996), dedicato ai ragazzi di Brancaccio. Nel sito della regista è scritto: «La cifra stilistica che li percorre è costantemente quella di una stretta commistione tra documentario e finzione, dove la realtà più cruda è mescolata a toni teatrali e stranianti.»
(http://www.robertatorre.com).

Ma il successo – quello vero – arrivò con Tano da morire (1997), originale e coloratissimo, ironico e grottesco fin quasi al demenziale, musical a tempo di rap sulla mafia e sui suoi riti, recitato da numerosi eccezionali attori non professionisti, che ottenne un gran successo aggiudicandosi tre Nastri d'Argento e due David di Donatello (la Torre come migliore regista esordiente e Nino D'angelo per le migliori musiche). Il film è ispirato a una storia vera, l'omicidio di Tano Guarrasi, apparentemente un macellaio di Palermo ma in effetti un importante esponente della mafia. Ha scritto Morando Morandini: «Storia parlata, cantata, suonata e un po' ballata di Tano Guarrasi, boss palermitano di quartiere ucciso nel 1988 da un sicario dei corleonesi, e delle sue quattro sorelle zitelle. […] è un film dove si mette in musica – non in burla – la mafia, rappresentata dall'interno, partendo dall'immaginario dei suoi personaggi/attori che la sentono come un sistema di valori che ha strutture, necessità, codici, riti. […] Film impudico e blasfemo che trasforma l'antropologia in spettacolo e comunicazione con una qualità rara nel cinema italiano (europeo): l'energia. 1° premio a Sulmona.» (http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=24596). Ha scritto Fabio Secchi Frau del film: «La Torre mischia Tati e Waters in una serie di gag strepitose, coadiuvata dalle musiche di Nino d'Angelo, e gioca con il tema della mafia (pur facendone una satira) in chiave originale, […]» (http://www.mymovies.it/biografia/?r=7450). Gianni Canova parla di «film originale e intelligente […] inconsueto musical sulla mafia» che utilizza «un linguaggio ridondante ma di sicura efficacia» e che mette in scena «l'immaginario e il sistema di valori dei mafiosi osservati con un occhio più antropologico che politico» (Cinema, le garzantine, Garzanti, 2009).

Seguì il corale Sud Side Stori – La storia vera di Romea e Giulietto (2000), un altro particolare musical con Mario Merola e Little Tony, incentrato su una moderna coppia di giovani amanti e interpretato da alcune centinaia d'immigrati africani sbarcati sulle coste della Sicilia (la regista ha curato anche la scenografia, i testi e le musiche multietniche in collaborazione con altri). Il titolo richiama ironicamente il famosissimo musical degli anni Cinquanta West Side Story. Ha scritto Gianni Canova: «Più confuso e meno controllato […], in cui il mélange di frammenti diversi (da spezzoni di finto cinema verità a numeri musicali veri e propri) risulta poco riuscito» (Cinema, le garzantine, Garzanti, 2009).

Fu poi la volta del mèlo Angela (2002), con Donatella Finocchiaro e Andrea Di Stefano, storia d'amore fra una donna di mafia (che copre i suoi loschi traffici in un negozio di scarpe) e un “mafiosetto”, Masino, sentimentale e chiacchierone. Presentato con successo alla Quinzaine des Realizateurs di Cannes nel 2002, è stato vincitore di premi ai Festival internazionali di Tokio e Mosca, e candidato a sette David di Donatello. Durante un'intervista rilasciata in occasione dell'uscita del film successivo, Mare Nero, la Torre ha detto: «In Angela, il mio film precedente, la sceneggiatura era ferrea e al tempo stesso semplice, quasi una cronaca. Questo mi ha dato la possibilità di fare un grande lavoro con gli attori proprio perché sapevo di avere dei punti fermi sul piano narrativo. È un bel modo di lavorare ma devi avere anche un meccanismo produttivo che te lo permette e più tempo per le riprese. Mare Nero è un film concepito in nove settimane di riprese, ridotto via via a sei. Sicuramente l’aver dovuto ridurre in corsa la sceneggiatura non ha giovato. Ma era un rischio che avevo sottovalutato perché io ho sempre lavorato in condizioni limite, tranne per Angela appunto, che ritengo il film dove ho potuto avere realmente quello che serviva, le mie esperienze  produttive sono state sempre di adattamento. Da un certo punto di vista mi è servito perché quando hai pochi mezzi devi avere molte più idee (Tano da Morire è un film “di cartone” se ci si pensa… sei settimane di riprese, attori presi per strada, scenografie di cartapesta…) ma ci sono casi in cui non lo puoi fare.» (http://www.blackmailmag.com/Intervista_a_Roberta_Torre.htm).
Ha scritto di Angela Pino Farinotti: «Roberta Torre fa di nuovo parlare di sé. Con Tano da morire aveva, nel suo piccolo, reinventato un genere, successivamente molto apprezzato dagli americani che hanno, in un certo senso, adottato la regista. Sarebbe stato facile, per lei, ripercorrere quella strada: quasi una franchigia, una garanzia di successo. Invece ha cambiato direzione. L’ambiente continua ad essere quello della mala siciliana, ma i toni diversi. è storia d’amore. […] Lei perde la testa e crede di poter ricominciare rinnegando tutto il resto. Ma proprio non si può. Il film ha ottenuto un buon successo di critica (presentato a Cannes) e anche di pubblico. La Torre, così come Muccino (certo, per contenuti completamente diversi), sta acquisendo i contorni di “autore di culto”. Vedremo.»
(http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=34221).

Con Mare Nero (2006) la Torre ha realizzato un noir affascinate (fotografia di Daniele Ciprì), interpretato da Luigi Lo Cascio e Anna Mouglalis, che narra del “viaggio infernale” di un ispettore di polizia che, alle prese con le sue ossessioni, deve lottare contro i demoni del Dubbio e del Tradimento. Ambientato nel torbido mondo notturno dei club privé e degli scambi di coppia, come al solito, il film si è fatto notare in diversi festival internazionali. A proposito di questo film (che l'ha fatta «soffrire parecchio» e da lei definito «psicoanalitico») e dei suoi limiti di produzione che hanno influito sul suo contenuto artistico provocandone una non perfetta riuscita, ha rivelato Roberta Torre in un'intervista: «In realtà devo dire che da quando ho iniziato a fare cinema io non ho mai creduto alle storie e cioè non credo che la trama di per sé possa o meno garantire il valore di un film. Film senza storia in senso classico sono capolavori (basti pensare a Godard) e storie bellissime possono diventare film mediocri. Quando ho pensato a Mare Nero non ho pensato a una storia da raccontare, piuttosto sono partita dall'idea di fare un viaggio  e prima ancora da un'ossessione. Era qualcosa che conoscevo bene emotivamente, qualcosa che mi apparteneva. La scommessa era far diventare tutto questo una storia, quindi una sceneggiatura e poi un film. Mentre le ossessioni e le emozioni che volevo ritrovare nel protagonista del film mi erano chiarissime (tradimento, delirio di gelosia, senso di abbandono) non sapevo davvero dove mi avrebbero portato in termini drammaturgici. So che qualcosa di tutto questo è rimasto in quel film, altro si è perso o non ha trovato una sua strada definitiva. […] Volevo raccontare “semplicemente” la paura di un uomo che guarda la donna che ha accanto e si accorge di non sapere assolutamente chi sia e quindi  ha chiaramente e nello stesso momento il terrore di perderla. Naturalmente questo terrore passa attraverso la possibilità di un tradimento ed ecco dove viene messo in gioco il corpo. Il corpo di quella donna diventa Il Corpo che scatena ossessioni. Ma in fondo la sua è una paura più antica, assomiglia a qualcosa che ha a che fare con la perdita, con la morte. […] Comunque sarebbe meglio dire: è un viaggio. E a quel punto uno sa che cosa aspettarsi. […] Sono stata nei locali di scambisti ed è lì che ho sentito questo senso esasperante di morte, una lentezza quasi rituale di gesti sessuali di uomini e donne senza volto. Corridoi bui e buchi dove guardare. E tutto in un silenzio irreale.». Parlando dei protagonisti Luigi Lo Cascio e Anna Mouglalis, ha detto tra l'altro Roberta Torre: «Con gli attori mi piace che siano anche i loro lati autentici a mescolarsi con quelli del personaggio, che si mettano in gioco il più possibile, che si compromettano sul piano personale. Ho capito che entrambi l’avrebbero fatto pur partendo da esperienze e tecniche diverse.». In questa stessa intervista, Roberta Torre si è lamentata della mancanza di libertà del cinema odierno: «Oggi quella libertà si è totalmente perduta stritolata dall’utopia degli incassi (che spesso non ci sono comunque) e, quel che è più grave, da una sorta di censura preventiva e sottile operata su argomenti e sceneggiature. […] Non si può raccontare la violenza, non si può  mostrare mai nulla che sia vero, reale, doloroso, umano. Il lato oscuro della realtà, la passione deve scomparire a favore di una visione addomesticata e ipocrita. […] credo che viviamo in un periodo di fortissima censura. La cosa grave è che è così scontata che viene considerato normale. Ormai i criteri di realizzabilità sono criteri televisivi e quindi tutto deve essere uniformato in quel senso.»; la regista parla anche di «un contesto di melassa e rassicuranti sceneggiature paratelevisive»
(http://www.blackmailmag.com/Intervista_a_Roberta_Torre.htm).
Gianni Canova ha parlato di «torbida indagine su un ambiguo omicidio a sfondo sessuale, in cui l'ispettore di polizia L. Lo Cascio è tormentato da morbose pulsioni.» (Cinema, le garzantine, Garzanti, 2009).

Spirito poliedrico, nel 2007, la Torre ha creato una sua casa di produzione, la “Rosettafilm”, con la quale ha realizzato I tiburtinoterzo (2009), dedicato alle borgate romane e allo storico quartiere di Roma. Ha scritto Roberto Rippa: «“Tiburtino terzo è come una riserva indiana”, così dice Daniele – detto “Er porpo” (perché ha “sempre le mani dappertutto”) – per descrivere il suo quartiere. E il Tiburtino terzo, noto quartiere popolare di Roma, è davvero una riserva indiana, dove vivono Daniele, Jari, Emilianino, Massimo e Robertino, ragazzi di vita con il mito della bella vita fatta di soldi facili, cocaina a fiumi e notti passate sul raccordo a guidare senza meta. Sullo sfondo Roma e le sue tante strade, il suo presente e futuro carico di aspettative. Come un miraggio. È un mondo dove il futuro è il tempo che non si sa se verrà mai, dove solo il presente vale e tutto deve essere qui e ora, bruciato in fretta e poi di nuovo a correre sul raccordo. In questa corsa verso non si sa dove i nostri si raccontano, ridono, piangono aspettano, pensano ai sogni di ragazzini e alle aspettative da uomini […] La regista, che confessa un’attrazione morbosa per le periferie, dichiara di non avere pensato di realizzare un film e definisce questi materiali come appunti di lavoro. I tiburtinoterzo è un breve film di grande fascino, testimonianza di parte dell'eredità italiana degli anni '70 che si vorrebbe vedere sviluppata in ancora più sensi e ritratto di un quartiere di Roma da cui la città pare lontanissima. Da vedere, sperando riesca a trovare una distribuzione in Italia e non solo.»
(http://www.rapportoconfidenziale.org/?p=2425).

Sempre prodotto dalla “Rosettafilm”, seguì La notte quando è morto Pasolini (2009), documentario–intervista di Pino Pelosi sulla morte di Pierpaolo Pasolini, che si sviluppa tra i ricordi del passato e un difficile presente, una sintesi del materiale di documentazione raccolto dalla Torre per un lavoro teatrale sul regista friulano ucciso nel 1975.

Nel 2010 Roberta Torre ha prodotto e girato il film I baci mai dati, «un apologo sugli inganni della fanciullezza», storia di un'adolescente catanese che vede la Madonna e sembra poter fare miracoli, con Donatella Finocchiaro, Beppe Fiorello, Carla Marchese, Pino Micol e una partecipazione “straordinaria” (nel senso etimologico della parola) di Piera Degli Esposti. Il film ha aperto al Lido di Venezia la sezione Controcampo Italiano della 67° Mostra di Venezia del 2010, al Sundance Festival di Robert Redford, nel 2011 fu l'unico film italiano in concorso, e ha ottenuto due candidature ai Nastri d'Argento. In un'intervista rilasciata a Venezia da Roberta Torre, l'attrice ha sostenuto di credere ai miracoli e di non temere i critici (non c’entrano niente con il successo o meno di un film); ha aggiunto, inoltre, che in Italia (e anche nel cinema) domina la cultura dell’appartenenza, mentre lei non appartiene a nessuno: «il mio è un film libero» (http://luigilocatelli.wordpress.com/2010/09/01/intervista-a-roberta-torre-domani-a-venezia-con-i-baci-mai-dati/). Ha scritto Laura Frigerio nel suo articolointervista “Donna della Settimana. Roberta Torre alla regia”: «Roberta Torre è una donna che non si ferma mai: attiva su più fronti artistici, passa da un progetto all'altro riuscendo sempre a fare centro.»; alla domanda come le fosse venuta l'idea per questo film, la Torre ha risposto: «È una storia totalmente inventata, tratta da un racconto. Volevo che fosse una sorta di favola ma alla fine è diventata abbastanza cruda. Per l'ambientazione ho scelto un quartiere di periferia, con la giusta connotazione metafisica.» (http://www.alfemminile.com/donne-societa-diritti-della-donna/intervista-roberta-torre-d20130.html).
Ha scritto Domenico Barone (Vivilcinema): «Suggestivo, grottesco ed eccentrico viaggio di formazione di un’adolescente in fuga da un mondo che non comprende e non riconosce, raccontato con ironia ed umorismo nero in un teatro dell’assurdo popolato da acconciature cotonate, volti deformati dal trucco e dall’uso del grandangolo, filtrati dalla comica esasperazione del falso. […] I baci mai dati evita la retorica, sfrutta la radicata attenzione antropologica per i caratteri di un mondo invisibile, rifugio surreale illuminato da luci al neon, in un cinema naif e folcloristico, fragile e corale che resta brillante, eccessivo, ricco di finte bionde, di soffocanti amori materni, unghie laccate, vestiti leopardati e che conquista con la forza dello stupore e l’eterna curiosità per statue e misteri religiosi.»
(http://www.robertatorre.com/).

Dal 2011 la Torre ha in programma di girare il lungometraggio Rose e matematica, ancora in fase di sceneggiatura, incentrato sulla vita del nonno Pier Luigi Torre, ingegnere aeronautico e inventore della Lambretta, dei motori dell'idrovolante della sorvolata atlantica di Italo Balbo e della scatola nera, ma anche di una varietà di “rosa blu” (morto all'età di 80 anni in una casa di cura, Pier Luigi Torre era particolarmente ossessionato dalla rosa blu).

Roberta Torre è anche una originale e sensibile regista teatrale; sono da ricordare: La Ciociara (2010) di Annibale Ruccello con Donatella Finocchiaro,una delle sue attrici preferite (la Torre ha ottenuto una candidatura al Golden Graal come miglior regista), e Uccelli (2012) di Aristofane al Teatro Greco di Siracusa.

Genio multiforme, la regista ha pubblicato nel 2011 il suo primo romanzo dal titolo I baci mai dati (edizioni La Tartaruga), «una sorta di diario onirico, una scrittura joyciana, tra grottesco e drammatico…» (recensione di Roberta Maciocci), ambientato a Librino, estrema e grottesca periferia di Catania, e dedicato a un'adolescente, Manuela, sottoposta a pressioni spaventose per un supposto miracolo che mette in moto tutta una serie di tremende superstizioni (in suo diario intimo, la ragazza si abbandona al “flusso di coscienza”). Conclude Roberta Maciocci: «Il registro linguistico stesso del libro rifugge la caratterizzazione geografica: potrebbe essere una storia ispirata da Calvino, popolata da personaggi, ripeto ancora una volta, felliniani. Uno scenario di speranza, non di degrado, comunque, dice l’autrice, perché la speranza che ci sia qualche posto dove un miracolo possa avvenire è una necessità comune.»
(http://www.diariodipensieripersi.com/2011/07/recensione-i-baci-mai-dati-di-roberta.html).

Nel suo blog su il Fatto Quotidiano (http://www.ilfattoquotidiano.it/blog/rtorre/), la regista scrive così: «Sono Roberta Torre faccio film. Come regista, sceneggiatrice e ora anche come produttrice perché voglio far esordire giovani registi prima che diventino vecchi registi. […] Ma è stato un caso. In realtà volevo fare la strizzacervelli. Comunque la voglia di ficcare il naso nella vita degli altri mi è sempre rimasta. Grazie al cinema ho potuto infilarmi nella vita di delinquenti, mafiosi, preti, scambisti, truffatori e molto altro. Uscirne non è stato sempre altrettanto semplice. Ma questo è stato il bello. Sono nata a Milano e poi per un caso ho vissuto a Palermo quindici lunghi anni di pura felicità. Ora vivo a Roma, ma sento che traslocherò ancora. Nei miei film mi piace mescolare tutto: immagini, generi, suoni, corpi, rumori e soprattutto odori.» (www.robertatorre.com e www.rosettafilm.it).

Ha scritto Fabio Secchi Frau: «Roberta Torre è stata considerata la regina dei musical–sceneggiata, molto amata da pubblico e critica per le sue mitiche pellicole che, prendendo piede dalla realtà, spingevano grottescamente la storia vera in quella della dimensione fantastica che le alleggeriva del peso della cronaca nera, consegnando al pubblico dei cult italiani veri e propri: uno su tutti Tano da morire. Poi, però, la Torre cambia gioco e in mezzo a quella grande scacchiera che è il panorama cinematografico cambia e si dirige in una dimensione drammatica e romantica allo stesso tempo. Questa è la mossa della Torre: prendere costantemente in contropiede lo spettatore.» (http://www.mymovies.it/biografia/?r=7450).

In un recente articolo–intervista a Roberta Torre dal titolo “L'alchimista del cinema tra realismo e utopia”, scrive Marisa Labanca: «In un cinema malato di familismo e incapace di esprimere la realtà, credere nell’Utopia significa credere e impegnarsi nella realizzazione di un nuovo “sistema di valori possibili”. […] Una donna determinata, pragmatica e al tempo stesso estrosa e fuori dagli schemi. Un’artista che riconoscendo i limiti reali del cinema italiano contemporaneo, viziato dall’assenza di meritocrazia e da logiche di appartenenza politica e culturale, ne prende le distanze, scegliendo la scrittura prima e l’autoproduzione poi come atti di libertà. La libertà di esprimere la propria visione della realtà, anche negli aspetti più crudeli della mafia e dell’immigrazione, mescolandola con i tratti onirici e stranianti del musical e del teatro. […] Dal 2007 Roberta Torre è anche produttrice dei suoi film attraverso la Rosettafilm, sua casa di produzione creata per evitare che logiche estranee possano influenzare e alterare il risultato finale dei suoi lavori. […] Attualmente la regista e sceneggiatrice è impegnata nel racconto del reale attraverso la riaffermazione dell’Utopia, concetto ormai desueto nella nostra società, intesa non come sogno irrealizzabile, ma come “la possibilità di creare un nuovo sistema di valori possibili”. È questo l’obiettivo comune de Gli Uccelli, di Aristofane, in scena dal prossimo 14 maggio al Teatro Greco di Siracusa, e di Rose e matematica, trasposizione cinematografica della vita dell’inventore Pier Luigi Torre.». A Marisa Labanca, ha confessato la Torre: «È complicato autodefinirsi. Mi piace paragonare il mio lavoro a quello di un alchimista, ogni opera, ogni film per me è un costante e complicato, mai finito lavoro di ricerca, di come elementi apparentemente diversi e inconciliabili possano fondersi insieme dando un risultato, un’opera mai esistita prima, che non assomiglia a nulla di esistente. In questa ricerca credo che risieda la caratteristica fondamentale del mio essere artista. […] La regia è bellissima, ma senza la produzione in Italia è impossibile da gestire. Credo che quello tra regista e produttore debba essere un matrimonio azzeccato. […] Ultimamente mi piace molto dedicare tanto tempo alla sceneggiatura e alla scrittura, proprio perché in passato ho sempre considerato la sceneggiatura solo un mezzo per ottenere finanziamenti, ora invece che mi sono liberata da questo vincolo il mio sguardo è cambiato.». Parlando del cinema italiano, Roberta Torre ha detto: «Passato glorioso, Presente povero, Futuro incerto. […] Il cinema italiano rispecchia piuttosto fedelmente lo stato della nostra Italia tutta. In fondo il cinema in Italia è stato grande e in modo compatto, inequivocabile, nel dopo guerra perché la nazione era spinta da una potente voglia di riscatto. Forse non era un periodo di ricchezza, ma certo c’era una potente speranza e una grande voglia di ricominciare. Il nostro cinema soffre oggi di una pochezza tematica, di un'incapacità di osservazione della realtà e soprattutto soffre di una malattia che ha corroso tutta l'Italia: il familismo. […] Quando ho iniziato a lavorare ho sempre detto che non c’erano differenze di genere. Ora, dopo diversi anni di lotte e guerre per mantenere intatto il mio lavoro, per proteggerlo e preservarlo da varie forme di razzia artistica, produttiva, politica e umana, devo dire che sì c’è una forte discriminazione di genere. E più in generale credo che sia una questione di autorità. L’autorità femminile è mal sopportata. […] Il binomio donna autorevole, quindi decisionale, quindi creatrice di immaginario mal si sposa con l’immagine di una donna femminile e felice di esserlo. In realtà per me è stato semplice affermarmi, più complicato mantenere una posizione che mi garantisse la libertà delle mie scelte artistiche. La libertà è un altro tabù della nostra società. Una pensatrice/artista libera da logiche di appartenenza fa molta paura. […] Credo che in Italia siamo ancora molto indietro rispetto alla possibilità delle donne di essere libere davvero. […]»
(http://www.unosguardoalfemminile.it/wordpress/donne-e-cultura/intervista-a-roberta-torre-lalchimista-del-cinema-tra-realismo-e-utopia).


Francesca Conti e Giorgio Fonio hanno dedicato al cinema irriverente di Roberta Torre il saggio I baci mai dati e altre storie (2011), con un'intervista di Giuseppe Rizzo.

domenica 10 giugno 2012

Aristofane, gli Uccelli e il sarcasmo di un genio teatrale


Aristofane                                gli Uccelli


è in corso per il 2012 il xlviii ciclo di rappresentazioni classiche a Siracusa con inizio l'11 maggio e conclusione il 30 giugno. Si rappresenta, oltre al Prometeo di Eschilo e alle Baccanti di Euripide, gli Uccelli di Aristofane. Nel 1947, l'Istituto Nazionale del Dramma Antico curò la messa in scena di questa commedia al Teatro Romano di Ostia Antica nella traduzione del grande ellenista Ettore Romagnoli (Bietti, Milano 1933), scomparso nel 1938, dopo il periodo d'interruzione dovuto alla seconda guerra mondiale. La commedia andrà in scena per la prima volta al Teatro Greco di Siracusa nel suo superbo palcoscenico all'aria aperta, per la regia di Roberta Torre e nella traduzione di Alessandro Grilli (BUR, 2008).

Gli Uccelli (titolo originale in greco antico Ὄρνιθες), è una delle più grandi commedie dell'autore greco Aristofane. Fu composta nel 414 a.C. e fu data in prima assoluta nello stesso anno presso il Teatro di Diòniso in Atene per le Grandi Dionisie ove si classificò al secondo posto.

I personaggi sono numerosi: Evelpide (Sergio Mancinelli), Pisetero (Mauro Avogadro), il servo di Upupa (Massimo Tuccitto), l'Upupa (Rocco Castrocielo), la corifea e il sacerdote (Simonetta Cartia), un sedicente poeta (Giacinto Palmarini), l'indovino (Enzo Campailla), l'ispettore (Doriana La Fauci), il venditore di decreti (Alessandro Aiello), il primo Messaggero (Rocco Castrocielo), il secondo Messaggero (Andrea Spatola), Iride (Valentina Rubino), l'araldo (Davide Geluardi), Prometeo (Giacinto Palmarini), Poseidone (Francesco Scaringi), Eracle (Giuseppe Orto), il dio barbaro Triballo (Sebastiano Fazzina), Regina (Giulia Zuppardo) e tutto l'intero Coro degli Uccelli (ben 24 uccelli quanto mai variopinti), costituito da usignoli, civette, tortore, monachelle, allodole, colombe, alcioni, etc..

Ambientata in un paese roccioso e deserto, nella casa di Upupa (Bubbola, nella traduzione di Romagnoli) circondata da alberi e mascherata dalla verzura, narra di due ateniesi, Pisetero (Gabbacompagno in Romagnoli) ed Evelpide (Sperabene in Romagnoli) che – disgustati dai comportamenti dei loro concittadini che con le loro delazioni e i loro processi hanno reso la loro città invivibile – prendono la decisione di abbandonare la città e di cercare un posto dove vivere in pace. Seguiti dai servi che portano i bagagli e guidati da una specie di corvo, il graccio, e da una cornacchia, cercano la loro nuova patria e decidono d'insediarsi nel mondo degli uccelli che appare loro come l'unico veramente libero. I due si lamentano. Gabbacompagno così dice: «E io, misero me, per dare ascolto / a una cornacchia, me ne vado a zonzo / per più di mille miglia!» e Sperabene gli risponde: «E io, per dare / ascolto a un graccio, ho già ridotte in polvere / l'unghie dei piedi, poveretto me!». E Sperabene rivolto agli spettatori spiega il motivo di quell'andare a zonzo: «O spettatori, è buffa o non è buffa? / Noi due dobbiamo andare a quel paese, / ci andiam di nostra buona voglia, e intanto / non troviamo la via. Giacché soffriamo, / o spettatori, un male opposto a quello / di Saca, noi. Lui, che non è d'Atene, / ci si vuole ficcare. Invece noi, / onorati per nascita e tribù, / noi, cittadini in mezzo a cittadini, / spicchiamo il volo dalla patria, a gambe / levate, senza che nessun ci scacci. / Né l'odiamo, no, perché non sia / grande per sua natura, e fortunata, / e aperta a tutti… per buttar quattrini. / Ma le cicale sopra i rami cantano / un mese o due: gli Ateniesi cantano / sui piati vita natural durante. / Perciò, dunque, facciam questo viaggio, / con un canestro, un pentolo, e dei rami / di mortella; ed erriamo alla ventura, / cercando un luogo senza grattacapi. / E siam diretti al Bubbola, Terèo, / per chiedergli se mai, girando a volo, / ha visto una città di questo genere.».

Raggiungono il nido di Bubbola, che altri non è che Terèo, il re di Tracia trasformato dagli dei invidiosi in un uccello, il cui servo si chiama Trottolino perché «trotta» per il suo padrone. I due uomini decidono di chiamare Bubbola con il loro «Ehi di casa!», anzi meglio «Ehi di nido!» (quale sublime comicità!). E si affaccia proprio Trottolino, «un uccello schiavo» con un becco enorme che tiene sempre spalancato, che – quando il padrone era stato trasformato in bubbola – era divenuto uccello «per stargli sempre a fianco, e servirgli da domestico». Si affaccia Bubbola che è un attore camuffato da upupa, mezzo spennacchiato sulle ali con un ciuffo appariscente, il quale geme per essere beffato a causa delle sue penne e dice loro: «O forestieri, un tempo uomo già fui!». Discorrendo con lui, i due propongono a Terèo di fondare una nuova città felice; così gli parla Sperabene: «Ecco. / Tu eri, al par di noi, mortale, un dì: / chiodi, al pari di noi, piantavi, un dì: / saldarli, al par di noi, t'uggiva, un dì. / Assunta quindi immagine d'uccello, / su la terra e sul mar volasti in giro; / sicché ne sai per uomo e per uccello. / Per questo, dunque, a te siamo venuti / peregrinando, perché tu c'insegni / una città di buona lana, morbida / come una materassa, da sdraiarcisi!». Bubbola suggerisce loro diverse città dove poter andare ad abitare ma Gabbacompagno, dopo lunga meditazione, così esplode: «Evviva, evviva! / Che gran progetto mi balena per / la razza degli uccelli! Oh, che potere / sarebbe il vostro, se mi deste retta! / […] / Fondate una città! / […] / L'aria sta / fra terra e cielo. Or, come quando noi / vogliamo andare a Pito, dobbiam chieder / il passaggio ai Beoti; così, quando / gli uomini fanno sacrifizio ai Numi, / se i Numi non vi pagano un tributo, / intercettate i fumi delle vittime.». Con entusiasmo Bubbola si dice pronto a fondare con lui quella città se pure gli altri uccelli sono d'accordo. Si mette in moto per radunarli, facendoli volare al richiamo della sua voce, e pian piano gli uccelli si raccolgono (i ventiquattro coreuti, camuffati da uccelli, entrano tumultuosamente facendo i loro vari versi e agitando le ali mentre i quattro uccelli musicisti accompagnano col suono dei flauti il loro stridìo); la confusione è tale che Gabbacompagno commenta: «Per Nettuno, quanti uccelli! Guarda che maledizione / se ne sta mettendo insieme!». Non fidandosi degli uomini, inizialmente, gli Uccelli si sentono traditi e sono ostili sia ai due uomini sia all'idea ma Bubbola tenta di convincerli: «Se nemici son per nascita, han d'amici il sentimento, / e son qui per dirvi cose che v'arrechin giovamento. / […] / Ma se al savio apprendon molte cose giusto gli avversari! / Ben ti guardi, ben ti salvi. Ma a guardarti non l'impari / finché sei fra gente amica: ti ci astringe l'inimica! / Le città, dagl'inimici l'impararono, e non mica / dagli amici, a costruire l'alte mura e i gran navigli; / e con ciò pur si tutelano e le case, e i beni, e i figli. / […] / D'una felicità / ei favella indicibile, / grande, incredibile. / Che tutto al mondo è tuo, qui, là, costà, / parlando ei proverà.». Gli Uccelli si convincono a creare nel cielo quella nuova «città dei nuvoli» situata a metà tra i Numi e gli uomini e cinta intorno con un gran muraglione come a Babilonia, perché Gabbacompagno li seduce dicendo che sono loro i più antichi abitanti del mondo e superiori agli stessi dei: «Voi, sì, di quanto esiste! Di me, di questo qui, / (Accenna Sperabene) / e di Giove in persona! E che siete più anziani, / e al giorno pria venuti che non Crono, e i Titani, / e la terra… / […] / Orsù, / quelli che pria dei Numi, pria della terra fûro, / non han, come più anziani, dritto al regno? / […] / Che uccelli, e non già Numi fûr negli antichi tempi / padroni e re degli uomini, lo provan molti esempi. / […] /Adesso viene il buono. / Com'è scolpito Giove, quello che adesso regna? / Ha sopra il capo un'aquila, quasi regale insegna; / sua figlia ha una civetta, e Apollo uno sparviero: / degno emblema d'un servo! […] / Tutti così da prima / v'ebber per grandi e santi; ed or v'hanno in istima / di schiavi, di grulli, / di servi citrulli.».

Sperabene e Gabbacompagno si camuffano in modo ridicolo, uno da oca disegnata alla carlona e uno da tordo col capo spennacchiato, e riescono a trasformare quel nuovo mondo, chiamato Nubicuculía, abbandonandolo alle umane logiche del potere e rendendolo molto simile alla triste città dalla quale erano fuggiti. Gli Uccelli arrivano addirittura a fare guerra ai Numi e a ridurre gli dei alla fame, intercettando i fumi delle vittime sacrificali offerte loro dagli uomini e creando un alto muro di cinta che impedisce agli dei di comunicare con gli umani senza il volere degli uccelli («Opera grandiosissima e bellissima» costruita da «Uccelli, e nessun altro. Non ci fu / egizio manoval, né muratore, / né scalpellino: uccelli, di lor mano, / sì ch'io restai di stucco.»). Pisetero, quanto mai prepotente e aggressivo, arriva a scacciare in malo modo dalla città sia alcuni individui che considera intrusi (un sacerdote che vuole presiedere a un sacrificio, un poeta che vuole cantare alla nuova città, un indovino detto Spacciaoracoli che vuole presentare il suo responso, il geometra Metone che vuole misurare l'aria e spartirla in iugeri, un ispettore che patrocina gli affari di un tale, un decretivendolo che spaccia delle nuove leggi nel caso che un nubicuculiese faccia un torto a un ateniese), sia la prima messaggera degli dei, Iride, che è arrivata di corsa agitando le sue due ali smisurate con un gran peplo svolazzante gonfiato dall'aria e chiedendo: «E per che strade han da volare, i Numi?». Gabbacompagno, minacciandola in modo osceno, le urla che gli uccelli adesso sono i Numi degli uomini e che a essi bisogna offrire i sacrifici, e non a Giove. Un araldo, mandato tra gli uomini, ritorna dicendo che gli umani sono diventati pazzi per gli Uccelli e li pigliano per modello, allegramente, e la loro uccellomania è arrivata a tal segno che si appiccicano nomignoli da uccelli, e così conclude: «E ti dico una cosa. Più di dodicimila, / verranno fra le nubi, a chiederti / ali ed artigli ben aguzzi. Dunque, / scova, donde che sia, penne per gli ospiti!». Arriva, infatti, un figlio snaturato che dice a Gabbacompagno: «Evviva! / Non c'è cosa più dolce che volare! / Io vado pazzo per gli uccelli, e voglio / volare, voglio dimorar con voi, / sotto le vostre leggi! / […] / Tutte! E massime quella che considera / prodezza grande dar di becco al padre, / e strangolarlo! / […] / Ecco perché / io voglio appunto stabilirmi qui, / strozzare il babbo, e aver tutta la roba.». Arriva poi il poeta ditirambico Cinesia che vuol spiccare il volo, trasformarsi in «un arguto rosignolo» e vagare fra i soffi dei venti sui flutti del mare ma Gabboacompagno lo prende a bastonate.

Nell'ultima parte della commedia entra Prometeo, avvolto in un mantellone e con un grande ombrello sotto il braccio, che si guarda attorno con sospetto, timoroso che Giove lo scopra. Dice a Gabbacompagno che gli vuole spifferare tutte le faccende di lassù e che Giove è spacciato: «Da quando avete fabbricato in aria. / Nessuno più degli uomini sacrifica / ai Numi; da quel dì non è più giunto / in ciel fumo di vittime; e noialtri, / privi d'offerte, digiuniamo come / alle feste di Dèmetra. Ed i Numi / barbari, strepitando per la fame perché non gli arrivano più / come Illirî, minaccian di piombare / dall'alto sopra Giove, ov'ei non faccia / riaprire i mercati, per pigliarci / i budelli al minuto.». Gli preannuncia che, infuriati, gli dei vogliono inviare una loro delegazione (formata da Posídone, Ercole e un Nume Triballo) per convincere gli Uccelli a desistere e per far la pace. Gli consiglia però di non fare tregue con Giove, a meno che non consegni agli Uccelli lo scettro del potere e non dia a lui in moglie Regina: «Una bellezza / di ragazza; e amministra le saette / di Giove, e tutto il resto: il buon consiglio / la saggezza, il diritto, l'arsenale, / il cassiere, il tribolo, le ingiurie…». Gabbacompagno accoglie la delegazione offrendo loro un piatto colmo di uccelli, a cui ha tirato il collo, arrostiti a puntino (oppositori del regime puniti in modo esemplare) e chiede agli ambasciatori dei Numi lo scettro di Giove. Blandendoli e minacciandoli, aggiunge: «Lascio Giunone a Giove; ma Regina, / la ragazza, la voglio io per consorte!». Ercole gli risponde: «Tutto quel che chiedi / ti s'accorda. Ora in ciel vieni con noi, / per pigliarti Regina ed ogni cosa!». La commedia si chiude con la celebrazione delle nozze tra Gabbacompagno, che indossa come abito da sposo un mantello di lusso, e Regina; si avanzano seguiti dal corteo nuziale mentre Gabbacompagno si rallegra: «Seguite ora il corteo, / tutti, o compagni aligeri, / fino all'olimpia stanza / e al letto nuziale. / E tu la mano porgimi, / cara, e mi stringi all'ale; / saldo il mio braccio a danza / agil ti rapirà.» e il Coro con giubilo conclude: «Viva, viva, tralleralà! / Cantiamo l'inno della vittoria! / Al più possente dei Numi, gloria!» (traduzione di Ettore Romagnoli, http://www.filosofico.net/aristofuccelli42.htm).

L'opera fu rappresentata nel 414 a.C., quando era appena iniziata la spedizione ateniese in Sicilia che si risolse con la resa completa di Atene dieci anni dopo, nel 404 a.C., e con la perdita del suo primato nel mondo greco. Per questo, i critici hanno dato una lettura in senso allegorico e simbolico: Nubicuculìa rappresentava l'infelice spedizione in Sicilia, gli uccelli erano gli ateniesi mentre gli dei simbolizzavano i nemici di Atene (Siracusa, Selinunte e Sparta) e sotto le spoglie di Pisetero–Gabbacompagno si nascondeva la figura dello stratega Alcibiade, aggressivo ed espansionista. è probabile che questa rigida interpretazione non sia del tutto veritiera e che si tratti piuttosto di un'opera di grande fantasia e di forte impianto lirico e favolistico.

Aristofane (in greco Ἀριστοφάνης) è nato ad Atene, nel distretto di Citadene (450 a.C. circa – 385 a.C. circa). Fu un poeta della commedia antica (l'Archaia) di stile comico–parodistico e di lui sappiamo ben poco. Nella sua vita fu coinvolto in eventi storicopolitici importantissimi: la guerra del Peloponneso voluta da Pericle, la spedizione in Sicilia, la fine dell'impero ateniese e del suo splendore, e la grave crisi democratica dopo la sconfitta. E in Aristofane, la storia impronta con i suoi eventi tutte le sue commedie ma con lui la storia viene raccontata in modo allegorico dalla letteratura. Fu molto prolifico: scrisse 44 commedie delle quali soltanto 11 ci sono arrivate integre. Oltre a Gli uccelli già citata, ci rimangono: gli Acarnesi (425 a.C.), commedia dedicata alle sofferenze della guerra che vengono denunciate dal protagonista comico Diceopoli (un povero contadino che per l'assurdità della guerra non può più vivere e decide di concludere una sua pace separata con gli Spartani); i Cavalieri (424 a.C.), che vedono Paflagone (che personifica l'odiato demagogo Cleone) spadroneggiare con inganni e calunnie adulando e derubando il padrone Demos (il popolo), combattuto invano dal ceto dei Cavalieri; le Nuvole (423 a.C.), che mette in scena il filosofo Socrate e il disastroso effetto della Sofistica sulla democrazia ateniese (il vecchio Strepsiade manda il figlio Fidippide, causa dei suoi tanti debiti, da Socrate perché impari a non pagare i debiti ma il filosofo gli insegna anche a picchiare i genitori); le Vespe (422 a.C.), in cui Aristofane irride i giudici popolari che in Atene costituivano il nerbo del sistema giudiziario e che erano per lo più persone di disponibilità economica non brillante e di età molto avanzata, mentre i tribunali spesso erano molto parziali e a discreto tasso di corruzione (il coro è formato da vecchi giudici mascherati da vespe); La pace (421 a.C.), che narra del contadino Trigeo che va a disseppellire la Pace volando poi eroicamente su uno scarabeo con le ali; Tesmoforiazuse (411 a.C.), commedia critica nei confronti di Euripide e dei suoi testi, che si svolge intorno alla celebrazione di una festa riservata alle donne; Lisistrata (414 a.C.), commedia molto nota, che narra di una donna che per interrompere la spirale di una guerra senza fine propone a tutte le mogli greche lo “sciopero sessuale” affinché gli uomini la smettano di uccidersi in battaglia; le Rane (405 a.C.), che racconta del dio Dioniso che scende all'Ade per riportare in vita il suo amato Euripide e invece risuscita Eschilo; Ecclesiazuse (392 a.C.), in cui Aristofane vagheggia le donne in parlamento (vestita da uomo, Prassagora s'infiltra nell'assemblea e riesce a far approvare il passaggio del potere nelle mani delle donne come l'unica possibilità di sopravvivenza per Atene martoriata); e Pluto (388 a.C.), imperniata sul tema della ricchezza che è distribuita ingiustamente tra gli uomini (Cremilo accoglie nella sua casa un cieco, che si rivelerà essere il dio Pluto, e gli restituisce la vista chiedendogli che la ricchezza venga distribuita secondo i meriti).

I testi straordinari di Aristofane, che mettono in scena in modo antropomorfico vizi e vicende umane, sono ancora molto rappresentati. Le commedie sono semplici e ricche di fantasia, di comicità e spirito genuinamente sarcastico e caustico, rappresentando quel mondo rurale che Aristofane amava moltissimo, quel mondo di piccoli proprietari terrieri ai quali si sentiva vicino e che costituiva il vero cardine della polis ateniese. Il suo tipico eroe comico è spesso un individuo anziano legato alla sua terra, non molto colto ma acuto e intelligente, candido ma ardito e intraprendente. Il suo modo di considerare le cose e il mondo è ben esemplificato dai seguenti suoi aforismi: «La patria è sempre dove si prospera.», «Ingiuriare i mascalzoni con la satira è cosa nobile: a ben vedere, significa onorare gli onesti.», «Chiunque è un uomo libero non può starsene a dormire.», e «La gioventù invecchia, l'immaturità si perde via via, l'ignoranza può diventare istruzione e l'ubriachezza sobrietà, ma la stupidità dura per sempre.». E a proposito delle donne, così scriveva in “Lisistrata”: «Non esistono al mondo creature più sfrontate delle donne.», «Non si può vivere con questo accidente, né senza!», e «Se cediamo, se diamo loro il minimo appiglio, non ci sarà più un mestiere che queste, con la loro ostinazione, non riusciranno a fare. Costruiranno navi, vorranno combattere per mare […]. Se poi si mettono a cavalcare, è la fine dei cavalieri.». Il filosofo, critico e traduttore tedesco Friedrich Schlege (1772–1829) ha scritto: «Lo spirito comico è una mescolanza dell'epico e del giambico. Aristofane è Omero e Archiloco insieme. […] Ma spirito entusiastico e forma classica restano sempre l'essenza dell'arte comica.».