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lunedì 22 aprile 2013

Torquato Tasso: l’amore malinconico di un poeta cupo


Torquato Tasso


Torquato Tasso ha composto liriche di struggente malinconia, nelle quali tutto appare muto e immobile, e tutto evidenzia il silenzio di un’anima e la tristezza cupa di un uomo infelice. Pur tuttavia le sue poesie, piene di eleganza, guardano a Petrarca e ai poeti greci e latini, esprimendo un gusto nuovo e soluzioni verbali diverse. Ne ricordo soltanto due, tratte dalle “Rime”.

Tacciono i boschi e i fiumi.
Tacciono i boschi e i fiumi
e ’l mar senza onda giace;
ne le spelonche i venti han tregua e pace,
e ne la notte bruna
alto silenzio fa la bianca luna;
e noi tegnamo ascose
le dolcezze amorose:
Amor non parli o spiri,
sien muti i baci e muti i miei sospiri.

Qual rugiada o qual pianto.
Qual rugiada o qual pianto,
quai lagrime eran quelle
che sparger vidi dal notturno manto
e dal candido volto de le stelle?
E perché seminò la bianca luna
di cristalline stelle un puro nembo
a l’erba fresca in grembo?

Perché nell’aria bruna
s’udìan, quasi dolendo, intorno intorno
gir l’aure insino al giorno?
Fur segni forse de la tua partita,
vita de la mia vita?

Tasso fu però anche l’autore di componimenti cavallereschi e di drammi pastorali, soprattutto della Gerusalemme Liberata, il grande poema eroico–cavalleresco in ottave, ispirato alla prima Crociata. La storia del poema è quanto mai complessa e riguarda la lotta dei Cristiani contro i Musulmani per liberare il Santo Sepolcro.

L’inizio del poema è noto: «Canto l’armi pietose e ’l capitano / che il gran sepolcro liberò di Cristo / […]». Combattono, da un lato, il valoroso Goffredo di Buglione insieme a Rinaldo (il progenitore della stirpe estense), Tancredi, la vergine Sofronia e Ottone (destinato a morire); dall’altro, rispondono invece alla feroce lotta il re Aladino con Argante (prode circasso), Clorinda (della quale s’innamora perdutamente Tancredi, avendola veduta fortuitamente mentre si lavava il viso a una fonte), Erminia (figlia del re di Antiochia, che – prigioniera di Tancredi – s’innamorata di lui e ne ha in dono la libertà) e la maga Armida, la quale cerca di distogliere i cavalieri cristiani dalla lotta usando tutte le sue arti magiche, e ci riesce attirando Tancredi nel suo palazzo incantato.

Nel poema ci sono brani bellissimi e molto conosciuti, come quello del primo scontro in duello tra Clorinda e Tancredi, che riconosce nell’aggressiva nemica la ragazza bionda di cui si è innamorato: «[…] / Clorinda intanto ad incontrar l’assalto / va di Tancredi, e pon la lancia in resta. / Ferirsi alle visiere, e i tronchi (le lance) in alto / volaro e parte nuda ella ne resta; / ché, rotti i lacci all’elmo suo, d’un salto / (mirabil colpo!) ei le balzò in testa; / e, le chiome dorate al vento sparse, / giovane donna in mezzo al campo apparse. / Lampeggiàr gli occhi, e folgoràr gli sguardi, / dolci ne l’ira; or che sarian nel riso? / Tancredi, a che pur pensi? a che pur guardi? / non riconosci tu l’amato viso? / Questo è pur quel bel volto onde tutt’ardi; / tuo cor il dica, ov’è ’l suo essempio inciso. / Questa è colei, che rinfrescar la fronte / vedesti già nel solitario fonte. / […]» (c. iii).

Un altro noto e stupendo brano è quello di Erminia tra i pastori; la giovane donna è in fuga (perché inseguita dai cavalieri cristiani) e si dispera piangendo per l’amore impossibile che prova per Tancredi, causa della perdita dei suoi cari e della sua città. Erminia ama perdutamente chi dovrebbe odiare, e sulle sue labbra si mescolano parole d’amore e odio, così come i diversi sentimenti si mescolano nel suo infelice cuore dilaniato: «In tanto Erminia infra l’ombrose piante / d’antica selva dal cavallo è scòrta (trasportata), / né più governa il fren la man tremante, / e mezza quasi par tra viva e morta. / […] / Ella pur fugge, e timida e smarrita / non si volge a mirar s’anco è seguita. / Fuggì tutta la notte, e tutto il giorno / errò senza consiglio e senza guida, / non udendo e vedendo altro d’intorno, / che le lagrime sue, che le sue strida. / […] / Cibo non prende già; ché dei suoi mali / solo si pasce, e sol di pianto ha sete: / ma ’l sonno, che de’ miseri mortali / è co ’l suo dolce oblìo posa e quiete, / sopì co’ sensi i suoi dolori, e l’ali / dispiegò sovra lei placide e chete; / né però cessa Amore con varie forme / la sua pace turbar mentre ella dorme. / […]» (c. vii).

E nel buio di una selva, in un duro e cruento duello, Tancredi uccide Clorinda che non ha riconosciuto (perché porta l’armatura) e che crede un guerriero pagano: «[…] / Tre volte il cavalier la donna stringe / con le robuste braccia, ed altrettante / da que’ nodi tenaci ella si scinge, / nodi di fier nemico, e non d’amante. / […] / Vede Tancredi in maggior copia il sangue / del suo nemico, e sé non tanto offeso. / Ne gode e superbisce. Oh nostra folle / mente, ch’ogn’aura di fortuna estolle (esalta)! / Misero, di che godi? o quanto mesti / fiano i trionfi ed infelice il vanto! / Gli occhi tuoi pagheran (se in vita resti) / di quel sangue ogni stilla un mar di pianto. / […] / Ma ecco omai l’ora fatale è giunta / che ’l viver di Clorinda al suo fin deve. / Spinge egli il ferro nel bel sen di punta, / che vi s’immerge, e ’l sangue avido beve; / […]». Ferita a morte, Clorinda perdona Tancredi chiedendo il suo perdono e pregandolo di somministrarle il battesimo. Tancredi le si avvicina e le scopre il viso: «[…] / La vide, la conobbe; e restò senza / e voce e moto. Ahi vista! ahi conoscenza! / […] / e premendo il suo affanno a dar si volse / vita con l’acqua a chi col ferro uccise. / […]» (c. xii).

In un turbinio di boschi incantati, magie e apparizioni (di angeli, ninfe tentatrici, demoni e parvenze soprannaturali), Rinaldo, Tancredi e Goffredo riescono infine a sconfiggere i nemici e a conquistare la torre di David.    

Torquato Tasso ebbe una vita triste e tormentatissima. Era nato a Sorrento l’11 marzo del 1544, ove visse la sua infanzia, ma la famiglia fu costretta a smembrarsi poiché il padre Bernardo – un poeta in esilio – aveva perso la sua fortuna per motivi politici (compresa la casa di Sorrento) e la madre – una gentildonna napoletana di origine pistoiese – non aveva potuto avere la dote per contrasti familiari. Torquato visse col padre a Roma mentre la madre (che Torquato perse a dodici anni) restò a vivere a Napoli con la sorella Cornelia. Già a quindici anni il poeta aveva iniziato la composizione del poema Gerusalemme liberata, completato nel 1575. La stesura definitiva dell’opera rappresentò per il poeta (uomo fragile e solitario) un lavoro estenuante a causa di dubbi religiosi, di discussioni interminabili con letterati e teologi ai quali aveva affidato la revisione del testo, e di continue riscritture. Si tratta certamente di un capolavoro, i cui personaggi più riusciti hanno ricevuto dalla critica moderna un diverso approfondimento psicologico. Questo poema è stato, però, troppo spesso confrontato (soprattutto dalla critica del passato) col capolavoro di Ariosto, a tutto danno dell’opera del Tasso: due acuti critici, molto avversi a Tasso, furono per esempio Galileo Galilei e Alessandro Manzoni. Nella critica letteraria, tuttavia, il paragone tra due artisti, oltre che un tentativo impossibile e fuorviante, è anche assolutamente improponibile perché non sono confrontabili due autori di diversa personalità e dai diversi mondi poetici, vissuti in due tempi diversi del Rinascimento (l’umanesimo per Ariosto e l’evoluzione verso l’età barocca per Tasso), e soprattutto in due momenti diversi della corte estense (il periodo del grande splendore per Ariosto e il periodo del declino politico–economico e dell’involuzione morale per Tasso). Ariosto e Tasso, in effetti, furono due uomini profondamente differenti: Ariosto era un uomo pacato e quieto con un sano amore per la vita, Tasso era invece un uomo di corte inquieto e pessimista, espressione emblematica dell’inizio della decadenza del Rinascimento, un intellettuale che cercava di reagire e di affermare i principi della libertà e della dignità umana. Tentò, inizialmente, di rappresentare un mondo ricco di passioni eroiche e di nobili virtù ma, in seguito, scoraggiato e disilluso, si arrese sia dal punto di vista umano sia da quello poetico. Subì con angoscia il soffocamento della vita culturale del tempo a causa delle continue costrizioni e interferenze del tribunale dell’Inquisizione: una fissazione religiosa – fatta di paura ansiosa e di scrupoli ossessionanti – lo spinse addirittura ad autoaccusarsi di eresia davanti all’Inquisizione.

In età giovanile, Tasso cercò di raggiungere una stabilità esistenziale nella vita a corte di Ferrara col cardinale Luigi d’Este e col duca Alfonso ii, per il quale curò la rappresentazione dell’Aminta, una favola pastorale che ebbe grande successo. Nel 1577, purtroppo, il poeta iniziò a manifestare i primi segni di una grave malattia psichica con manie di persecuzione e grave depressione psichica: tentò addirittura di accoltellare un servo che credeva infedele. In pieno delirio mentale, fu ricoverato nel 1579 presso l’ospedale S. Anna dove rimase per sette anni come un ricoverato in stato di reclusione. Dimesso per l’intervento di Vincenzo Gonzaga (principe di Mantova e cognato d’Alfonso ii), restò un disadattato in preda a stati di confusione e allucinazioni. Nonostante fosse circondato da fama e considerazione, andò ramingo per tutta l’Italia (anche ritornando nella natia Sorrento) nella speranza continua di ricevere l’“incoronazione”, quella fastosa festa che avrebbe dovuto riconoscerlo come un grande scrittore e come un sommo poeta.

Nell’ultimo periodo, proprio quando il suo equilibrio psichico era più precario e la sua memoria molto compromessa, si dedicò al rifacimento della Gerusalemme liberata che portò alla pubblicazione nel 1593 della Gerusalemme conquistata, che non ebbe però né un gran successo né delle critiche favorevoli. D’altra parte, anche i critici moderni sono del parere che le modifiche e le correzioni, apportate dal Tasso alla sua appassionata e riuscita opera della giovinezza (originate più da preoccupazioni religiose che da intenti letterari), hanno avuto un esito negativo e infelice, trasformando dei personaggi ricchi di vita poetica in figure manierate e caricaturali.

Dal 1585 alla sua morte, avvenuta il 25 aprile del 1595 in un monastero a Roma ove si era ritirato, si dedicò alla composizione delle Rime sacre, che rivelavano pienamente quel senso di stanchezza morale e di frustrazione, vissuto dal poeta negli ultimi tempi della sua vita. Di questo stesso periodo, è il poema Le sette giornate del mondo creato, completato un anno prima della morte e pubblicato postumo, nel quale dominava la lugubre e desolata consapevolezza della precaria caducità di tutte le cose. Nel suo essere sempre in bilico tra il nulla e l’immensità, nel suo vivere una persistente crisi esistenziale, Tasso è apparso ai poeti dei secoli successivi come un poeta “romantico” ante–litteram. Goethe ha dedicato ai conflitti spirituali del grande poeta italiano l’appassionato dramma in versi Torquato Tasso (1790).

Il regista Carlo Ludovico Bragaglia nel 1957 trasse liberamente dal poema epico di Torquato Tasso il film La Gerusalemme liberata, per la sceneggiatura di Sandro Continenza, con Francisco Rabal (Tancredi), Sylva Koscina (Clorinda), Rick Battaglia (Rinaldo), Gianna Maria Canale (Armida), Livia Contardi (Erminia), Andrea Aureli (Argante) e Philippe Hersent (Goffredo di Buglione). Non è certamente un capolavoro ma risponde bene ai canoni del film di avventura di quel periodo cinematografico.

Non possiamo dimenticare la rappresentazione che in Sicilia viene fatta della Gerusalemme Liberata da parte dei tanti pupari che con dedizione cercano di mantenere viva questa grande tradizione culturale orale. Ricordo sopratutto I pupi di Emanuele Macrì, che è stato ospitato presso Il Teatro dei Servi di Roma (Macrì è il puparo più noto al di fuori della Sicilia).

Nel 2010, per la regia di Anna Bonaiuto (Compagnia/Produzione: Fondazione De Sanctis), Anna Bonaiuto, presso il teatro Petruzzelli di Bari, ha letto i più bei passi de La Gerusalemme Liberata, e la lettura (assolutamente gratuita sino a esaurimento posti) è stata introdotta da una relazione critica della professoressa Nadia Fusini.

domenica 15 aprile 2012

Catullo e i mille baci, Tornatore e Nuovo cinema paradiso


Catullo                                                 Giuseppe Tornatore



Catullo – il primo dei grandi poeti latini – occupa certamente un posto d’onore nella letteratura amorosa perché è il poeta dell’Amore per eccellenza, il poeta che della passione per Lesbia (così chiamava nelle sue poesie Clodia) aveva fatto il centro e la sostanza della sua poesia.

Ricco, bello, colto ed elegante, Catullo fu un vero play–boy dell’antichità. Passava le vacanze nelle sue due ville di Tivoli e di Sirmione sul Garda, conducendo una vita dissoluta con tanti amici e amiche e con tanti amanti di entrambi i sessi (è noto il suo amore per il bel ragazzino Giovenzio). La sua vita cambiò completamente quando conobbe Clodia, una delle tre sorelle di Publio Clodio, crudele e dissoluto tribuno della plebe (ucciso poi in un combattimento di strada), oltre che moglie di Quinto Metello Celere che lei avrebbe forse avvelenato. Clodia, soprannominata Lesbia (da Lesbo che con Saffo era divenuta l’isola dell’amore), donna bella e sensuale, seppe legare il poeta a sé con un amore esclusivo, grandissimo e doloroso, fatto di insulti velenosi, di tristi separazioni e di strazianti riconciliazioni. Per la sua dissolutezza, Clodia fu vituperata da Cicerone nella nota orazione Pro Caelio.

Catullo amò Clodia, prima beatamente perché riamato, poi infelicemente perché tradito. I ripetuti tradimenti trasformarono l’amore di Catullo in un odio feroce, in cui si mescolavano sentimento deluso, tenerezza nostalgica, delirio sfrenato, disprezzo sferzante e sguaiatezza infelice. Catullo lasciò Clodia quando non ne poté proprio più di tutti i suoi tradimenti, ma iniziò per lui un amaro tramonto, favorito dalla sofferenza per il tradimento degli amici divenuti tutti amanti di Clodia e dal dolore per la morte del fratello al quale era legatissimo. Morì giovanissimo a Roma nel 54 a.C., minato dalla tisi e dalla malinconia. Da poeta distaccato e intimista, scrisse sempre e soltanto di sé e per sé, con verità di sentimenti e con integrità umana, trattando temi di grande libertà, quasi eversivi nel loro essere in rottura con i costumi del tempo.

Nel Carme 5, così scriveva:

«Godiamoci la vita, mia Lesbia, l’amore,
e il mormorio dei vecchi inaciditi
consideriamolo un soldo bucato.
I giorni che muoiono possono tornare,
ma se questa nostra breve luce muore
noi dormiremo un’unica notte senza fine.
Dammi mille baci e ancora cento,
dammene altri mille e ancora cento,
sempre, sempre mille e ancora cento.
E quando alla fine saranno migliaia
per scordare tutto ne imbroglieremo il conto,
perché nessuno possa stringere in malie
un numero di baci così grande.»
(Da “Le Poesie”, traduzione di Mario Ramous, Garzanti, Milano, 1996)

Dal 7° verso in poi «da mi basia milledeinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, / deinde usque altera mille, dinde centum / dein, cum milia multa fecerimus, […]» la lirica diviene straordinaria e i versi sono stati molto copiati. Sesto Properzio (47–15 a.C.), per esempio scriveva: «Se mi darai tutti i baci saranno sempre pochi» mentre Ludovico Ariosto (1474–1533) recitava nelle sue Rime: «[…] ma dolci baci, dolcemente impressi / ben mille e mille e mille e mille volte; / se potran contarsi anco fien pochi». E i tanti baci per Lesbia ritornano nel carme 7 di Catullo, ove il poeta scriveva: «Mi chiedi quanti tuoi baci, o Lesbia, mi bastino e avanzino. / Quanti sono i granelli di sabbia / nel deserto di Libia […] / o quante stelle che spiano i furtivi amori degli uomini, / tanti baci baciare è abbastanza / a Catullo impazzito d’amore, / tanti che i curiosi non possano / contarli […]».

Questi versi di Catullo hanno ispirato il titolo del libro Dammi mille baci. Veri uomini e vere donne nell’antica Roma di Eva Cantarella (Feltrinelli, Milano, 2009), professore ordinario di Istituzioni di Diritto romano presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano (ove insegna anche Diritto greco antico) ed esperta di morale e comportamenti sessuali dei romani.
Dei nostri lontani antenati ha scritto la saggista: «... sono meno monumentali di quanto una retorica che stenta a morire ce li ha troppo spesso presentati; meno solenni, meno severi, meno moralisti». Naturalmente la virilità per gli antichi romani era un’attività sganciata dal rigore (introdotto, soltanto dopo, dal Cristianesimo che iniziò a considerare l’amore non più come piacere ma come fondamento basilare del matrimonio e della procreazione): per l’uomo – a differenza della donna che era poco emancipata a meno di chiamarsi Clodia – la fedeltà coniugale non era un obbligo, lo stupro era all’ordine del giorno e praticamente privo di conseguenze penali (a meno che la violentata non fosse una sposata donna perbene), e il marito poteva portare in casa i figli nati al di fuori del matrimonio senza che la moglie potesse avere nulla da obiettare.

I riferimenti ai molti baci dell’amore della poesia di Catullo, mi spingono a dire qualche cosa sul bacio, un gesto pieno di grande valenza simbolica, immortalato nella letteratura e fonte d’ispirazione nelle arti figurative di tutti i tempi (e naturalmente nella Settima Arte), con il quale esprimiamo tutti i nostri più ardenti sentimenti e tutta la nostra passione amorosa. Alcuni scienziati americani hanno attribuito ai baci proprietà taumaturgiche: avrebbero la funzione di prevenire la carie (aumentano la salivazione), funzionerebbero da vaccino orale (mettono in circolo grandi quantità di germi), ridurrebbero gli incidenti automobilistici (rilassano il sistema nervoso), e addirittura allungherebbero la vita (chi bacia molto, ha la possibilità di vivere cinque anni più dei solitari non baciatori). James Joyce (1882–1941), scrittore irlandese ardito e sconcertante, scriveva: «Non c’è niente al mondo come un bacio lungo e caldo che ti arriva al cuore». Partendo dal presupposto che «la poesia parla a tutti, ma la poesia d’amore prima ancora di parlare... accende e possiede», Roberto Mussapi, nel suo libro Tanti baci ci vogliono a baciare. L’amore classico: poesie per giovani innamorati (Salani Editore, Milano, 2004), ha raccolto tutti i versi scritti dai poeti dell’antica Grecia e di Roma (compreso naturalmente anche Catullo).


Non posso non pensare, naturalmente, ai cento baci del film Nuovo Cinema Paradiso (1989) di Giuseppe Tornatore, noto regista siciliano di Bagheria, vincitore dell’Oscar e premiato a Cannes. Nell’immaginario paese di Giancaldo, durante i primissimi anni ’50, Alfredo, l’operatore del locale Cinema Paradiso, il saggio padre putativo del povero piccolo orfano siciliano Salvatore (soprannominato Totò), l’amico divenuto cieco e mutilato, dopo la sua morte lascia in eredità a Totò una “pizza” di pellicola. Lontano dalla Sicilia, Salvatore è divenuto un regista di successo dopo una fantastica e formativa esperienza in cabina di proiezione come operatore che lo ha educato alla vita, all’amore e al cinema. Salvatore è divenuto, però, un uomo solo e deluso. Quando proietta il film lasciatogli dall’amico degli infantili anni perduti, con stupore e nostalgico rimpianto, si accorge che esso contiene montati insieme i trailer dei baci dei film – tutti romantici e carichi di sensualità – che non aveva mai potuto mandare in proiezione durante la sua vita d’operatore perché il bigotto parroco, padre Adelfio (primo gestore del cinema Paradiso), glieli faceva tagliare considerandoli troppo lascivi. Dinanzi a quel fluire sullo schermo di tutti quei baci più o meno casti, più o meno voluttuosi, e di tutti i volti ispirati degli amati divi del passato (accompagnato dal fluire della straordinaria musica di Ennio Morricone), Salvatore ritorna al passato dimenticato e ai sopiti ricordi giovanili. Ebbene, quei baci – con tutta la loro grande forza emotiva – hanno rappresentato per me la parte più bella e originale di un film grande e bellissimo. Quest’ultima scena era così densa di fascino cinematografico e di gioioso incanto che qualcuno, in un primo tempo, aveva suggerito a Tornatore di dare al film il titolo di “Baci rubati”.