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domenica 15 aprile 2012

Catullo e i mille baci, Tornatore e Nuovo cinema paradiso


Catullo                                                 Giuseppe Tornatore



Catullo – il primo dei grandi poeti latini – occupa certamente un posto d’onore nella letteratura amorosa perché è il poeta dell’Amore per eccellenza, il poeta che della passione per Lesbia (così chiamava nelle sue poesie Clodia) aveva fatto il centro e la sostanza della sua poesia.

Ricco, bello, colto ed elegante, Catullo fu un vero play–boy dell’antichità. Passava le vacanze nelle sue due ville di Tivoli e di Sirmione sul Garda, conducendo una vita dissoluta con tanti amici e amiche e con tanti amanti di entrambi i sessi (è noto il suo amore per il bel ragazzino Giovenzio). La sua vita cambiò completamente quando conobbe Clodia, una delle tre sorelle di Publio Clodio, crudele e dissoluto tribuno della plebe (ucciso poi in un combattimento di strada), oltre che moglie di Quinto Metello Celere che lei avrebbe forse avvelenato. Clodia, soprannominata Lesbia (da Lesbo che con Saffo era divenuta l’isola dell’amore), donna bella e sensuale, seppe legare il poeta a sé con un amore esclusivo, grandissimo e doloroso, fatto di insulti velenosi, di tristi separazioni e di strazianti riconciliazioni. Per la sua dissolutezza, Clodia fu vituperata da Cicerone nella nota orazione Pro Caelio.

Catullo amò Clodia, prima beatamente perché riamato, poi infelicemente perché tradito. I ripetuti tradimenti trasformarono l’amore di Catullo in un odio feroce, in cui si mescolavano sentimento deluso, tenerezza nostalgica, delirio sfrenato, disprezzo sferzante e sguaiatezza infelice. Catullo lasciò Clodia quando non ne poté proprio più di tutti i suoi tradimenti, ma iniziò per lui un amaro tramonto, favorito dalla sofferenza per il tradimento degli amici divenuti tutti amanti di Clodia e dal dolore per la morte del fratello al quale era legatissimo. Morì giovanissimo a Roma nel 54 a.C., minato dalla tisi e dalla malinconia. Da poeta distaccato e intimista, scrisse sempre e soltanto di sé e per sé, con verità di sentimenti e con integrità umana, trattando temi di grande libertà, quasi eversivi nel loro essere in rottura con i costumi del tempo.

Nel Carme 5, così scriveva:

«Godiamoci la vita, mia Lesbia, l’amore,
e il mormorio dei vecchi inaciditi
consideriamolo un soldo bucato.
I giorni che muoiono possono tornare,
ma se questa nostra breve luce muore
noi dormiremo un’unica notte senza fine.
Dammi mille baci e ancora cento,
dammene altri mille e ancora cento,
sempre, sempre mille e ancora cento.
E quando alla fine saranno migliaia
per scordare tutto ne imbroglieremo il conto,
perché nessuno possa stringere in malie
un numero di baci così grande.»
(Da “Le Poesie”, traduzione di Mario Ramous, Garzanti, Milano, 1996)

Dal 7° verso in poi «da mi basia milledeinde centum, / dein mille altera, dein secunda centum, / deinde usque altera mille, dinde centum / dein, cum milia multa fecerimus, […]» la lirica diviene straordinaria e i versi sono stati molto copiati. Sesto Properzio (47–15 a.C.), per esempio scriveva: «Se mi darai tutti i baci saranno sempre pochi» mentre Ludovico Ariosto (1474–1533) recitava nelle sue Rime: «[…] ma dolci baci, dolcemente impressi / ben mille e mille e mille e mille volte; / se potran contarsi anco fien pochi». E i tanti baci per Lesbia ritornano nel carme 7 di Catullo, ove il poeta scriveva: «Mi chiedi quanti tuoi baci, o Lesbia, mi bastino e avanzino. / Quanti sono i granelli di sabbia / nel deserto di Libia […] / o quante stelle che spiano i furtivi amori degli uomini, / tanti baci baciare è abbastanza / a Catullo impazzito d’amore, / tanti che i curiosi non possano / contarli […]».

Questi versi di Catullo hanno ispirato il titolo del libro Dammi mille baci. Veri uomini e vere donne nell’antica Roma di Eva Cantarella (Feltrinelli, Milano, 2009), professore ordinario di Istituzioni di Diritto romano presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Milano (ove insegna anche Diritto greco antico) ed esperta di morale e comportamenti sessuali dei romani.
Dei nostri lontani antenati ha scritto la saggista: «... sono meno monumentali di quanto una retorica che stenta a morire ce li ha troppo spesso presentati; meno solenni, meno severi, meno moralisti». Naturalmente la virilità per gli antichi romani era un’attività sganciata dal rigore (introdotto, soltanto dopo, dal Cristianesimo che iniziò a considerare l’amore non più come piacere ma come fondamento basilare del matrimonio e della procreazione): per l’uomo – a differenza della donna che era poco emancipata a meno di chiamarsi Clodia – la fedeltà coniugale non era un obbligo, lo stupro era all’ordine del giorno e praticamente privo di conseguenze penali (a meno che la violentata non fosse una sposata donna perbene), e il marito poteva portare in casa i figli nati al di fuori del matrimonio senza che la moglie potesse avere nulla da obiettare.

I riferimenti ai molti baci dell’amore della poesia di Catullo, mi spingono a dire qualche cosa sul bacio, un gesto pieno di grande valenza simbolica, immortalato nella letteratura e fonte d’ispirazione nelle arti figurative di tutti i tempi (e naturalmente nella Settima Arte), con il quale esprimiamo tutti i nostri più ardenti sentimenti e tutta la nostra passione amorosa. Alcuni scienziati americani hanno attribuito ai baci proprietà taumaturgiche: avrebbero la funzione di prevenire la carie (aumentano la salivazione), funzionerebbero da vaccino orale (mettono in circolo grandi quantità di germi), ridurrebbero gli incidenti automobilistici (rilassano il sistema nervoso), e addirittura allungherebbero la vita (chi bacia molto, ha la possibilità di vivere cinque anni più dei solitari non baciatori). James Joyce (1882–1941), scrittore irlandese ardito e sconcertante, scriveva: «Non c’è niente al mondo come un bacio lungo e caldo che ti arriva al cuore». Partendo dal presupposto che «la poesia parla a tutti, ma la poesia d’amore prima ancora di parlare... accende e possiede», Roberto Mussapi, nel suo libro Tanti baci ci vogliono a baciare. L’amore classico: poesie per giovani innamorati (Salani Editore, Milano, 2004), ha raccolto tutti i versi scritti dai poeti dell’antica Grecia e di Roma (compreso naturalmente anche Catullo).


Non posso non pensare, naturalmente, ai cento baci del film Nuovo Cinema Paradiso (1989) di Giuseppe Tornatore, noto regista siciliano di Bagheria, vincitore dell’Oscar e premiato a Cannes. Nell’immaginario paese di Giancaldo, durante i primissimi anni ’50, Alfredo, l’operatore del locale Cinema Paradiso, il saggio padre putativo del povero piccolo orfano siciliano Salvatore (soprannominato Totò), l’amico divenuto cieco e mutilato, dopo la sua morte lascia in eredità a Totò una “pizza” di pellicola. Lontano dalla Sicilia, Salvatore è divenuto un regista di successo dopo una fantastica e formativa esperienza in cabina di proiezione come operatore che lo ha educato alla vita, all’amore e al cinema. Salvatore è divenuto, però, un uomo solo e deluso. Quando proietta il film lasciatogli dall’amico degli infantili anni perduti, con stupore e nostalgico rimpianto, si accorge che esso contiene montati insieme i trailer dei baci dei film – tutti romantici e carichi di sensualità – che non aveva mai potuto mandare in proiezione durante la sua vita d’operatore perché il bigotto parroco, padre Adelfio (primo gestore del cinema Paradiso), glieli faceva tagliare considerandoli troppo lascivi. Dinanzi a quel fluire sullo schermo di tutti quei baci più o meno casti, più o meno voluttuosi, e di tutti i volti ispirati degli amati divi del passato (accompagnato dal fluire della straordinaria musica di Ennio Morricone), Salvatore ritorna al passato dimenticato e ai sopiti ricordi giovanili. Ebbene, quei baci – con tutta la loro grande forza emotiva – hanno rappresentato per me la parte più bella e originale di un film grande e bellissimo. Quest’ultima scena era così densa di fascino cinematografico e di gioioso incanto che qualcuno, in un primo tempo, aveva suggerito a Tornatore di dare al film il titolo di “Baci rubati”.

sabato 12 novembre 2011

Pupella Maggio – Attrice napoletana di respiro universale


Pupella Maggio



Nell'aprile di cento anni addietro (il 24 aprile del 1910) nasceva a Napoli la grande attrice tea­trale e cinematografica Giustina Maggio, in arte Pupella.

Figlia d'arte – discendente di Antonio Petito (storico interprete di Pulcinella e drammaturgo) – calcò da bambina le tavole del palcoscenico insieme ai genitori, uno stimato capocomico e un'at­trice di origini circensi, e ai tanti fratelli e sorelle; nella sua autobiografia Poca luce in tanto spazio (1997), scritta con un editore di Todi (divenuta sua città di adozione) e vivace testimonianza del teatro napoletano del '900, raccontando la sua nascita nel camerino del Teatro Orfeo, così scriveva: «A due anni mi portarono in scena dentro uno scatolone legata proprio come una bambola perché non scivolassi fuori. E così il mio destino fu segnato. Da "Pupatella"... divenni per tutti "Pupella" nel teatro e nella vita...» (e una sua poesia così recitava: «Songo brutta e nun so bella / chesta so: 'na cartuscella. / 'na palomma co' 'na scella / e me chiammano Pupella»).

Capace di cantare, ballare e recitare, dotata di una forte vis comica, lasciò la scuola prestissimo (in seconda elementare) per seguire il padre nella sceneggiata napoletana e nella rivista d'avanspettacolo ma, dopo la morte della madre e del padre, stanca di quella vita vagabonda, lasciò il teatro e si spostò a Roma (ove lavorò come modista) e quindi a Terni (ove si occupò in un’ac­ciaieria, curando anche gli spettacoli del Dopolavoro).

Raggiunse quindi Milano, unendosi presso il Teatro Nuovo alla compagnia di rivista della sorella Rosalia, ma nel 1954 – dopo una lunga gavetta con Totò, Nino Taranto e Ugo D'Alessio – diede una svolta alla sua carriera recitando con il grande Eduardo De Filippo, che con la compagnia "Scarpettiana" rappresentava le opere del padre naturale Eduardo Scarpetta. Dopo la morte di Titina, Pupella Maggio vide infine la sua consacrazione come grande attrice napoletana nelle sensibili interpretazioni di Filumena Marturano e di donna Rosa Priore in Sabato, domenica e lunedì, ruolo scritto da Eduardo esclusivamente per lei, col quale vinse la Maschera d'Oro e i premi San Genesio e Nettuno d'Oro.

Questo sodalizio (che sembrava imperituro) ebbe termine però nel 1960 per tutta una serie d'incomprensioni col severo Eduardo e anche perché la Maggio decise di passare con Luchino Visconti per rappresentare L'Arialda di Giovanni Testori insieme a Rina Morelli e Paolo Stoppa.

Ma fu forse col cinema che Pupella Maggio raggiunse grandezza nazionale e internazionale: lavorò con Camillo Mastrocinque (Sperduti nel buio), Vittorio De Sica (La ciociara), Nanni Loy (Le quattro giornate di Napoli), l’americano John Huston (La Bibbia, nel ruolo della moglie di Noè), Luigi Zampa (Il medico della mutua, col quale vinse nel 1969 il Nastro d'Argento come migliore attrice non protagonista per il ruolo di una vecchia paziente) e Federico Fellini (Amarcord, nel ruolo della madre del protagonista); si fece notare soprattutto con una delle sue ultime interpretazioni, quella malinconica e crepuscolare della madre anziana in Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore del 1988. Fece le sue ultime apparizioni in Sabato, domenica e lunedì di Lina Wertmüller (1990) e Fate come noi di Francesco Apolloni (2001).

La sua presenza in teatro, intanto, continuava tra la considerazione del pubblico e della critica: fu con Giuseppe Patroni Griffi in Napoli notte e giorno (ispirato a Raffaele Viviani), con Francesco Rosi nel dramma di Patroni Griffi In memoria di una signora amica insieme a Lilla Brignone, e con Tonino Calenda col quale nel 1979 iniziò un fruttuoso sodalizio partecipando alla messa in scena di testi superbi, tra i quali La Madre di Bertolt Brecht tratto dall’o­monimo romanzo di Massimo Gor'kij (nel ruolo di Pelagia Vlassova, Pupella diede vita a una delle sue interpretazioni più mature e dolenti), Aspettando Godot di Samuel Beckett insieme al grande Mario Scaccia, e Questa sera... Amleto.

Nel 1962 Pupella Maggio aveva sposato l'attore Luigi Dell'Isola, dal quale ebbe l'unica figlia Maria e dal quale divorziò nel 1976. Nel 1983 l'attrice napoletana riuscì a realizzare un vero evento: la riunione con gli «amati–detestati» fratelli superstiti, Rosalia e Beniamino, per rappresentare con la regia di Calenda ...’Na sera ...’e Maggio, che vinse il Premio della Critica Teatrale come migliore spettacolo dell’anno (purtroppo, la morte per ictus colse l'anziano Beniamino nel camerino del Teatro Biondo di Palermo).

L’8 dicembre del 1999, sulla soglia dei novant'anni, Pupella Maggio moriva nella sua casa di Roma.

Carlo Azeglio Ciampi (allora Presidente della Repubblica) disse per ricordarla: «...Fi­glia d’arte della straordinaria famiglia Maggio che ha dato così grande prestigio alla tradizione della commedia napoletana, recitò da protagonista nella compagnia scarpettiana. L'incontro artistico con Eduardo De Filippo segnò il clamoroso successo personale come sensibilissima interprete di gran parte dei lavori del maestro. Non è stata solo la più grande attrice napoletana del '900, ma una protagonista della storia teatrale italiana che resta legata anche al suo nome...».

Nel suo articolo Pupella Maggio – Nata Giacinta, detta ‘a Duse’ (comparso su Sipario 2010), Gastone Geron così scrive: «Semmai v’è stata donna ed attrice di carattere forte, pronta alla battuta feroce dietro l’apparenza conciliante, questa è stata proprio la figlia d’arte battezzata con il floreale nome di Giacinta, ma da tutti e da sempre chiamata Pupella forse perché al suo primo anno di vita era apparsa in scena, su una cesta sorretta da papà Domenico, nella commedia di Eduardo Scarpetta "La pupa movibile". Dalla moglie Antonietta, "don Mimì"... aveva avuto la bellezza di sedici figli... Ben sei "guaglioni" Maggio avevano deciso di intraprendere la professione paterna... La consapevolezza dei suoi eccezionali doni nativi spingeva peraltro "la pupa movibile" dell’esordio in fasce a qualche autocompiacimento di troppo, mal tollerato nel competitivo clan familiare, al punto che i fratelli erano arrivati malignamente a chiamarla "a Duse" imputandole una qualche aria da Divina... Pettegolezzi a parte, Pupella era arrivata ai vertici salendo ad uno ad uno i gradini dell’"arte"... dalla commedia dialettale alla drammaturgia di respiro europeo, anzi internazionale, essendo stata capace di negarsi ad un certo punto perfino ad Eduardo pur di sottrarsi al maso chiuso della "napoletanità"...». ("Persinsala.it", 13 aprile 2010)