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sabato 14 luglio 2012

Anna Karenina: Levin e Kitty, la coppia affettuosa e solidale


Anna Karenina (miniserie TV 1974) 
Valeria Ciangottini (Kitty)         Sergio Fantoni (Levin)


La seconda coppia coprotagonista nel romanzo Anna Karenina di Lev N. Tolstoj è quella di Levin – uomo orgoglioso e geloso, amico d’infanzia di Stiva e proprietario entusiasta di una grande azienda agricola, un esperto di economia rurale e «un appassionato coltivatore della terra», convinto dell’utilità del lavoro nei campi – e Kitty, deliziosa e tranquilla ragazza dal carattere sincero e determinato.

Kitty è la sorella di Dolly, cognata di Anna Karenina e moglie dell’infedele Stiva, una ragazza graziosa e ragionevole che riceve una dichiarazione d'amore dal timido e serio Konstantin Levin, «un uomo superiore... tutto d’un pezzo». Kitty – che è corteggiata anche dal vacuo Aleksandr Vronskij, ricchissimo e seducente aiutante dell’imperatore con molte relazioni mondane – respinge, però, con dispiacere Levin che ne soffre grandemente. Anna e Vronskij si conoscono ed è subito colpo di fulmine. Durante un ballo dal quale Kitty – interessata a Vronskij – si aspetta molto, i due flirtano insieme e gettano nello sconforto la ragazza che si ammala, sia perché capisce di non essere amata, sia perché si vergogna di aver mal riposto la sua fiducia in un uomo indegno come Vronskij, umiliando con un rifiuto un uomo sensibile e degno come Levin.

Dopo il breve doloroso intermezzo con Vronskij, i due giovani si sposano e condividono tutto. Kitty si preoccupa di ciò che interessa Levin: «Essa sapeva che Levin aveva in campagna tutta un’attività che gli era cara: di quest’attività non capiva nulla e non voleva capirne, ma la riteneva molto importante […] lo amava perché lo capiva, perché sapeva tutto di lui e perché tutto ciò che stava a cuore a lui stava a cuore anche a lei […]». Levin, a sua volta, ama ciò che piace a Kitty: «La libertà! Che doveva farne della libertà? La felicità consisteva nell’amare, nel vivere dei pensieri, dei desideri di lei. Quella era la felicità. […] in quel momento capì che il cuore di lei era all’unisono col suo […] egli non sapeva più distinguere dove finiva lei, dove cominciava lui.». E questo avviene, nonostante i piccoli inevitabili litigi per motivi insignificanti (con le successive tenere riconciliazioni) e nonostante le meschine preoccupazioni quotidiane! Essi si amano di un amore autentico ed eterno: il vero grande amore e il legame indissolubile della vita coniugale sono per loro un insieme che prescinde dalla falsità del loro marcio ambiente aristocratico. Levin vive in uno stato di esaltazione e – come soggiogato da una forza esterna – non può vivere senza Kitty: «[…] sapeva che per lui tutte le ragazze si dividevano in due categorie: a una appartenevano tutte le ragazze di questo mondo, e queste ragazze avevano tutte le debolezze umane; all’altra categoria apparteneva soltanto lei e non aveva nessuna debolezza ed era superiore a ogni cosa terrena […] Egli non poteva sbagliarsi. C’era al mondo soltanto un essere capace di concentrare in sé tutta la vita, tutto l’universo per Levin.».

Molto romantica è la descrizione dell’incontro decisivo tra Levin e Kitty in casa di Stiva e Dolly (dopo un anno dal rifiuto di Kitty) e del loro riconoscersi innamorati: «Quando seppe che era là, provò a un tratto un tale piacere e insieme un tale timore che gli si mozzò il respiro e non riuscì a pronunziare le parole che voleva dire […] Come l’avrebbe trovata? Pensava […] era un’altra. Era spaventata, timida, e perciò più simpatica. Lo vide subito: l’aspettava […] Arrossì, impallidì, poi arrossì di nuovo, con le labbra che le tremavano. Egli, dopo aver salutato la padrona di casa, le si avvicinò, s’inchinò e si diedero la mano in silenzio […] Non c’era nulla di straordinario in quello che diceva, ma egli trovava un significato che non si poteva esprimere in parole in ogni sillaba, in ogni movimento delle labbra, negli occhi, nelle mani di lei, vi trovava una fiducia, una carezza che implorava il perdono, una promessa, una speranza, e l’amore del quale oramai non poteva più dubitare. Levin si sentiva come se gli fossero cresciute le ali […] Levin sapeva che lei stava ascoltando le sue parole e che le faceva piacere udirle. E soltanto quest’unica cosa lo interessava […] Si sentiva a un’altezza tale da fargli girare la testa, e là in basso, da qualche parte, lontano, stavano tutti quei buoni e bravi Karenin, Oblonskij e tutto il mondo […] Fra lei e Levin era cominciata una conversazione, ma non era neppure una conversazione, era qualcosa d’intimo, di misterioso che li avvicinava sempre più e li rendeva felici e insieme atterriti dinanzi all’ignoto nel quale entravano […] Egli vide soltanto quegli occhi chiari, sinceri, spaventati dallo stesso radioso amore che riempiva tutta l’anima di lei. Essa si fermò tanto vicino a lui che quasi lo toccava. Alzò le mani e gliele posò sulle spalle, dandosi tutta in quel gesto timido e pieno di gioia. Egli l’abbracciò e premette le labbra sulla sua bocca che cercava quel bacio.».

E quando Kitty resta incinta, la nascita di un figlio sembra a Levin un fatto straordinario ma anche «un avvenimento così misterioso che sfuggiva alle previsioni umane […] non poteva pensare senza terrore al momento che si avvicinava […]». Si sente quasi colpevole per le sofferenze di Kitty e nella fase finale del parto sembra quasi non poter più sopportare lo strazio cui è sottoposta la giovane moglie durante il lungo travaglio. Quando infine nasce il bambino, vivo e sano, e quando Kitty è ormai salva e libera dai patimenti, egli è finalmente felice!

Il romanzo non finisce, però, con il suicidio di Anna Karenina! C’e una Parte Ottava – quasi un epilogo morale – nel quale si narra la soluzione per via religiosa della grave crisi spirituale di Levin, personaggio autobiografico, così tormentato dalla necessità di conoscere la sua vera natura e i tanti “perché” della vita da giungere sin quasi sulla soglia del suicidio. Levin – che «si sentiva conficcare sempre più nella terra come un aratro» – comprende infine che deve custodire, come una vestale, il fuoco sacro della terra e del suo arcaico lavoro che molti nobili hanno abbandonato. Intuisce che deve iniziare a vivere non soltanto per sé ma anche per il bene comune e per Dio. Per dare un significato alla sua vita, s’impone una missione che consiste nella conoscenza del bene, nel recupero dei valori evangelici e nella realizzazione della legge morale che ogni uomo porta scritta in sé. (Brani tratti da Anna Karenina, nella traduzione di Enrichetta Carafa D’Andria, Newton Compton Editori, Roma 1996)

P.S. Nel film di Julien Duvivier (1948) con Vivien Leigh (Anna) e Kieron Moore (Vronskij), Kitty era interpretata da Sally Ann Howes e Levin da Niall MacGinnis. Invece nel film di Bernard Rose (1997), con Sophie Marceau (Anna) e Sean Bean (Vronskij), Kitty era Mia Kirshner e Levin il concreto e solido Alfred Molina.

Nella miniserie televisiva italiana del 1974 di Sandro Bolchi, con Lea Massari (Anna), Pino Colizzi (Vronskij) e uno straordinario Giancarlo Sbragia (Karenin), Kitty era interpretata dalla sensibile e fresca Valeria Ciangottini mentre Levin era un eccezionale Sergio Fantoni (i Morandini – ne il Morandini, Zanichelli editore – hanno scritto della sua interpretazione: «quest'ultimo in uno dei suoi personaggi più scavati: è il possidente di sentimenti democratici che sottintende lo stesso Tolstoj»).

mercoledì 11 luglio 2012

Anna Karenina: Stiva e Dolly, la coppia convenzionale


Anna Karenina (miniserie TV 1974)  Marina Dolfin (Dolly)     Mario Valgoj (Stiva)


Nel grande romanzo Anna Karenina di L.N. Tolstoj, scritto tra il 1875 e il 1877, accanto alle due coppie infelici costituite da Anna–Aleksej Aleksandrovic e da Vronskij–Anna, troviamo altre due coppie unite da forti legami interiori, che rappresentano i due prototipi ideali di due diverse forme di matrimoni, quella di Stiva e Dolly e quella di Levin e Kitty.

La prima coppia, costituita dal fratello di Anna, l’ufficiale civile Stepan Arkad'ič Oblonskij (detto Stiva), e da Darja Aleksandrovna (detta Dolly), è meno importante e dominata dalla superficialità e dai tradimenti del marito (uomo infedele, oltre che cattivo amministratore delle finanze familiari), contrapposti all’infelicità di lei, abbattuta dall’umiliazione e appassita nelle cure quotidiane della casa e nelle preoccupazioni per i figli. I due vivono il loro matrimonio nella falsità del compromesso e all’interno delle più viete convenzioni. Scrive Tolstoj: «Quando nella vita di famiglia non c’è né un accordo né un dissidio completo, le cose non possono andare spedite. Si vedono famiglie rimanere per anni in luoghi dove stanno malvolentieri soltanto perché il prendere una decisione susciterebbe discussioni spiacevoli.».

Stiva si accorge che la moglie invecchia mentre egli è ancora pieno di vita: «[…] non era più innamorato di sua moglie, madre di cinque figli viventi e di due morti, e di un anno appena più giovane di lui […] ma s’immaginava in modo confuso che la moglie da un pezzo avesse indovinato tutto e non se la prendesse troppo delle sue infedeltà. Anzi gli pareva che lei, sciupata, invecchiata, non più bella, senza nessuna attrattiva particolare, semplicemente una buona madre di famiglia, dovesse, per un certo senso di giustizia, mostrarsi indulgente. E invece era accaduto proprio il contrario.».

Dolly ha capito che l’amore è finito e che tra loro due non esiste più nulla, e confessa alla comprensiva Anna venuta da Pietroburgo a Mosca per ricomporre il dissidio coniugale: «E il peggio è, capisci, che io non posso lasciarlo: sono legata a lui dai bambini. E soltanto non posso vivere con lui: vederlo mi è una tortura […] Io non stimo mio marito; mi è necessario e lo tollero […]». Con mestizia lo perdona, anche se non può più amarlo. Dolly non giudica Anna: «Come molte donne di una ineccepibile morale, essa, da lontano, scusava l’amore colpevole e quasi l’invidiava […]». In cuor suo ritiene che Anna ha fatto bene a lasciare un marito che non ama per vivere felice con l’uomo che ama, mentre lei deve sopportare una vita di avvilimento perché il suo carattere e la sua educazione le impediscono una scelta diversa («Aveva la coscienza che tra lei e Anna c’era un abisso»).

è interessante un brano del romanzo, nel quale Dolly tenta di spiegare a un offeso Levin perché Kitty (la giovane sorella) in un primo tempo lo ha respinto, ingannata e confusa dalla corte di Vronskij. Esso descrive bene la condizione delle fanciulle dell’Ottocento, che è rimasta tale però anche sino ai primi decenni del 20° secolo: « – Sì, ora ho capito tutto – continuò Darja Aleksandrovna – Voi non lo potete capire: voialtri siete liberi di scegliere e sapete sempre chiaramente chi amate. Ma una ragazza aspetta col suo pudore di donna, di vergine; una ragazza vede voialtri uomini da lontano, crede tutto sulla parola, e spesso non sa che cosa dire, che cosa pensare […] voi uomini avete delle vedute su di una ragazza, andate in casa, entrate in intimità, osservate, aspettate per vedere se vi piace davvero, e poi, quando siete convinti di amarla, fate la vostra domanda […] Fate la vostra domanda quando il vostro amore è maturo o quando avete pesato tutte le qualità di due persone e sapete quale dovete scegliere. Ma una ragazza non può scegliere: può dire soltanto sì o no […] Nel momento che voi facevate la vostra proposta essa era proprio in quella situazione nella quale non poteva rispondere. Era indecisa: voi o Vronskij. Lui lo vedeva tutti i giorni, voi non vi vedeva da un pezzo […] – Vi dirò soltanto una cosa ancora […] Io non dico che lei vi amava, ma voglio dire che il suo rifiuto, in quel momento, non significa nulla.» (brani tratti da Anna Karenina, nella traduzione di Enrichetta Carafa D’Andria, Newton Compton Editori, Roma 1996).

Gli ultimi anni della vita di Tolstoj non furono, purtroppo, felici da un punto di vista coniugale: lo scrittore aveva scelto di divenire il profeta di una utopica comune socialista, e aveva rinunciato alla proprietà e ai titoli nobiliari. Si guastarono allora irrimediabilmente i rapporti e crebbe un divario insuperabile con la moglie che non seppe comprendere più le sue idee e i suoi comportamenti (tra i quali, la sua rinunzia ai diritti d’autore), e che lottava per il bene dei suoi figli (ne avevano tredici), per mantenere i suoi valori e per riavere la sua vita. Tolstoj cominciò allora a sentire il peso del vincolo matrimoniale, che gli appariva come una prigione dalla quale desiderava liberarsi (lo scrittore era nato lo stesso anno di Ibsen, e l’idea che il matrimonio non fosse altro che una vecchia istituzione in crisi serpeggiava ormai per tutta l’Europa). Alla fine dell’ottobre del 1910, a ottantadue anni, stanco e amareggiato, rabbioso e deluso, riuscì a realizzare la sua sognata fuga da casa, lontano da quella moglie oppressiva che amava/odiava e spinto anche dal sentimento eroico di abbandonare quei privilegi che aveva condannato per tutta la sua vita. Dopo appena dieci giorni moriva, però, nella fredda stazione di periferia di Astàpovo, stroncato dalla malattia e dall’abbandono (era il 7 novembre del 1910).

P.S. Come abbiamo già detto, sia il cinema sia la televisione hanno amato il tema narrativo e la tensione sentimentale di questo romanzo. Nel film di Julien Duvivier (1948) con Vivien Leigh (Anna) e Kieron Moore (Vronskij), Dolly era interpretata da Mary Kerridge e Stiva da Hugh Dempster. Hanno scritto i Morandini (il Morandini – Zanichelli editore, di Laura, Luisa e Morando Morandini): «In questa edizione britannica, prodotta da A. Korda, l'adattamento di Jean Anouilh lo riduce a “un vaudeville triste e noioso sino allo sbadiglio” (J. Borel). Vestita da Cecil Beaton, la Leigh appare a disagio mentre tra gli altri interpreti spicca Ralph Richardson nella parte di Karenin. Meraviglioso il bianconero di H. Alekan.».

Invece nel film di Bernard Rose (1997), con Sophie Marceau (Anna) e Sean Bean (Vronskij), Dolly era interpretata da Fiona Shaw e Stiva da Danny Huston. Hanno commentato i Morandini: «Illustrazione corretta, accademica, ben pettinata, senza impennate, nemmeno nei duetti tra Anna e Vronski, con la cinepresa di Rose, anche sceneggiatore, che tampina da vicino i suoi personaggi, alternando la dinamica dei piani–sequenza con primi e primissimi piani a uso della fruizione in TV o in DVD.».


Nella stupenda miniserie televisiva italiana del 1974 di Sandro Bolchi, con Lea Massari (Anna), Pino Colizzi (Vronskij) e uno straordinario Giancarlo Sbragia (Karenin), Dolly era la brava e sensibile Marina Dolfin e Stiva il vacuo e ironico Mario Valgoi.

domenica 8 luglio 2012

Anna Karenina: l’amore fatale e il fallimento


Anna Karenina     Greta Garbo         Sophie Marceau



Desidero parlarvi della vicenda d’amore e d’adulterio di Anna Karenina, eroina del romanzo Anna Karenina di Lev Tolstoj (1828-1910). Questo grande romanzo ebbe una difficile gestazione. Tolstoj era stato ispirato da un fatto realmente accaduto a Mosca e vi lavorò per ben cinque anni, in un momento di forte crisi spirituale. Per motivi politici – una larvata polemica nei confronti della guerra che la Russia zarista aveva appena intrapreso contro la Turchia che lo scrittore considerava una soluzione selvaggia e terribile – fu costretto a pubblicarlo a sue spese nel 1877. Ebbe però un successo travolgente, addirittura superiore a quello di “Guerra e pace” (1869), il ponderoso romanzo corale in sei libri dedicato agli avvenimenti storici iniziati con l’invasione napoleonica del 1812, che già gli aveva meritato grande fama in patria.

Parlando di tutte le eroine tragiche che hanno condiviso il destino fatale di Emma Bovary e di Anna Karenina, nel saggio Una stanza tutta per sé (traduzione di Maria Antonietta Saracino, I Meridiani, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1998), Virginia Woolf ha scritto che sono «le donne che hanno illuminato come fiaccole accese le opere di tutti i poeti fin dalla notte dei tempi». Simboli di un moderno disagio borghese, queste due donne inquiete hanno vissuto in pieno la crisi dell’Ottocento, tradendo tutti i codici morali ottocenteschi e minando l’istituzione familiare per giungere infine sino al suicidio finale (l’una si avvelena con l’arsenico, l’altra finisce sotto le ruote di un treno).

La storia di Anna Karenina è nota ma val la pena di ricordarla. Anna è la sorella del principe Stiva Oblonskij, uomo allegro e superficiale che vive a Mosca ed è lo sposo infedele di Dolly, che vorrebbe lasciarlo dopo aver scoperto l’ultimo suo tradimento con la governante dei bambini. Andata a trovarli da Pietroburgo a Mosca, Anna riesce a comporre con abile semplicità il dissidio tra i due sposi che sono i genitori di ben cinque figli. Dolly è la sorella di Kitty, una ragazza graziosa e ragionevole che riceve una dichiarazione d’amore dal timido e serio Konstantin Levin. Kitty, che è corteggiata anche dal vacuo Aleksandr Vronskij, ricchissimo e seducente aiutante dell’imperatore con molte relazioni mondane, respinge con dispiacere Levin, che ne soffre grandemente. Anna è una donna bella ed elegante, vivace e annoiata. Vive a Pietroburgo ove è sposata con Aleksej Aleksandrovic, un alto burocrate (influente, rigido e perbenista), ed è la madre affettuosa di un ragazzo, Sereza. Anna e Vronskij si conoscono ed è subito colpo di fulmine. Durante un ballo dal quale Kitty – interessata a Vronskij – si aspetta molto, i due flirtano insieme e gettano nello sconforto la ragazza. Anna è presa da un amore senza il quale non può esserci né gioia, né dolore, e neppure vita. Rimane incinta, partorisce una figlia e si ammala gravemente. Alla fine decide di unirsi a Vronskij e di lasciare il marito e il figlio. I due amanti viaggiano per tre mesi per l’Europa e vanno in Italia, ove Anna impara a vivere soltanto per Vronskij, che è la sua felicità ma anche la sua infelicità. Il marito la punisce con il completo allontanamento dal figlio e con il fermo rifiuto del divorzio. La corrotta aristocrazia pietroburghese, chiusa a riccio nelle sue ipocrite convenienze formali, costringe Anna a vivere nel disprezzo mentre, in qualche modo, perdona Vronskij e si apre per lui. Nonostante tutto, Anna è «imperdonabilmente felice».

Vronskij (che si è dimesso dalla carriera militare) si strugge, invece, dalla noia rimpiangendo la sua precedente esistenza gaia e libera. Vronskij e Anna vivono nel lusso e nell’eleganza una vita agiata e superficiale. Vronskij soffre perché la figlia porta il nome di Karenin e vorrebbe convincere Anna a chiedere il divorzio per sposarlo e risolvere così le mille complicazioni della loro situazione. Anna non è, però, interessata al divorzio sia perché non riesce a voler bene ad Anny, la bambina di Vronskij, sia perché sa che il divorzio in ogni caso non le restituirà il figlio che ama. Anna si limita a rendersi attraente e seducente per Vronskij, è tesa e nervosa perché teme di perderlo e riesce a dormire soltanto quando usa una pozione a base di morfina. Pur apprezzando la sua dedizione, Vronskij sente il peso di quelle reti amorose nelle quali Anna tenta di avvilupparlo e diventa sempre più freddo e distante, in taluni istanti, anche ostile e crudele: non intende sacrificare la sua indipendenza di uomo a quell’amore oppressivo, rimpiangendo la libertà perduta. Si affacciano i primi gravi dissapori con i segni inequivocabili della fine di quella passione disperata. Anna avverte di perdere il controllo della situazione: si sente capace di qualunque follia e inizia ad aver paura di se stessa; sente che accanto all’amore si è inserito uno spirito maligno che la spinge a una lotta crudele con l’uomo che ama.

I due vanno a Mosca: Vronskij per affari, Anna in attesa delle decisioni del marito riguardo al divorzio: «Eppure non esisteva una cagione esterna di dissidio, ma ogni tentativo fatto per calmare quest’irritazione latente non faceva che accrescerla. Il male veniva di dentro. Per lei l’irritazione nasceva dal veder diminuire l’amore di Vronskij; per lui, dal riconoscere di essersi messo, a cagione di Anna, in una situazione penosa che essa, invece di alleviare, rendeva sempre più penosa. Né l’uno né l’altra conveniva dei motivi di questa irritazione, ma ognuno di loro credeva che l’altro avesse torto e ad ogni occasione essi lo volevano dimostrare. Anna avrebbe preteso che Vronskij concentrasse tutta la sua vita in lei e quindi era gelosa. Non era gelosa di una data donna, ma la diminuzione dell’amore di lui la rendeva gelosa ed essa cercava un oggetto per la sua gelosia. […] Ed essendo gelosa, Anna si adirava contro Vronskij e cercava tutte le occasioni per prendersela con lui. Lo accusava di tutto ciò che aveva di penoso la sua situazione. Attribuiva a lui lo stato tormentoso di attesa nel quale s’era trovata a Mosca, sospesa fra cielo e terra, la lentezza e l’indecisione di Aleksej Aleksandrovic, la sua solitudine. Era colpa di lui se stavano a Mosca invece che in campagna. Era colpa di lui se essa era divisa da suo figlio. Anche quei rari momenti di tenerezza che capitavano fra loro non la calmavano: ora negli slanci amorosi di lui essa vedeva una tranquillità, un’assoluta sicurezza che non c’era prima e che l’irritava.».

Le discussioni e le recriminazioni tra Anna, ormai distrutta dalle continue torture morali, e Vronskij, non più in grado di affrontare la situazione penosa nella quale lo ha posto l’amore per lei, continuano sempre più aspre e crudeli. Anna scopre in Vronskij una punta di antipatia nei suoi confronti; ormai è convinta che lui non l’ami più, che tutto è finito o deve finire. Nella sua anima regna la tempesta e si sente a una svolta della sua vita che potrebbe avere conseguenze terribili. Comincia a pensare alla morte come alla sola cosa in grado di risolvere tutto, di riaccendere l’amore e di provocare in lui pentimento, commozione e sofferenza. Nonostante il desiderio di consolarla e la paura per una tremenda minaccia che Anna pronuncia in tono disperato, Vronskij decide di andare dalla madre ove si trova anche la principessina Sorokina (che la madre vorrebbe fargli sposare). Anna è presa dal disgusto e dall’odio: sente di amarlo e di odiarlo nello stesso tempo. Come un automa, fa una strana e confusa visita a Kitty e Dolly, e decide di andare in stazione e di prendere un treno per coglierlo in flagrante. Durante il viaggio, in mezzo alla confusione e alle innumerevoli distrazioni, in un soliloquio delirante che i critici hanno chiamato «monologo interiore», Anna passa in rassegna tutta la sua vicenda esistenziale. Arrivata in stazione, cede all’impulso di gettarsi sotto le ruote del vagone di un treno merci e di liberarsi così da tutti e da se stessa. A lei che si era chiesta: «Perché non dobbiamo spegnere la candela quando tutto ciò che vediamo ci fa orrore?», nell’istante della morte «in un lampo la vita le apparve con lo splendore di tutte le sue gioie passate». Allora si pente e fa il tentativo impossibile e inutile di ritirarsi, chiede perdono al Signore e la luce si spegne per sempre.

Ma il romanzo non finisce qui! C’e una Parte Ottava – quasi un epilogo morale – nella quale si racconta, tra l’altro, la disperazione di Vronskij che, indurito dal dolore ma arricchito da una nuova forza interiore, parte volontario per la guerra in Turchia, pronto a morire o a rinascere nell’eroica lotta. (Brani tratti da Anna Karenina, nella traduzione di Enrichetta Carafa D’Andria, Newton Compton Editori, Roma 1996)

Il romanzo di Tolstoj non narra la storia di un banale adulterio o di un passeggero capriccio sentimentale, bensì quella di un’attrazione reciproca fortissima e irresponsabile tra due esseri in fondo molto diversi. Questo trasporto si trasforma in una passione travolgente e fatale, non lasciando spazio agli impegni presi, agli affetti già esistenti, alle abitudini inveterate o alle convenzioni sociali. Vronskij è un aristocratico privo d’interiorità e dall’elevata posizione mondana, che ama la vita militare e il suo reggimento, che predilige i cavalli e che gode nel divertirsi con donnine allegre: non ha mai preso in considerazione la possibilità del matrimonio, non amando la vita di famiglia. Anna, invece, è una donna sensibile e tormentata, che sceglie per amore di cedere a «quello che l’anima sua desiderava e che la sua ragione temeva […] uno spaventevole e tanto più seducente sogno di una felicità impossibile». Si convince ad accettare un rapporto adulterino, rinunciando alla sua rispettabilità di donna sposata: «Devi capire che per me, dal primo giorno che t’ho amato, tutto si è trasformato. Per me non c’è che una cosa sola: il tuo amore. Se lo posseggo, mi sento così in alto che nulla può umiliarmi. Sono orgogliosa della mia situazione […]». In realtà, Anna paga l’adulterio con tremendi complessi di colpa, con l’abbandono del figlio e con uno sdoppiamento di sé: «C’era qualcosa di terribile, di odioso nel ricordo di quello che avevano pagato col prezzo della loro vergogna […] Anna gli teneva stretta una mano e non si muoveva. Sì, quei baci li aveva comprati a prezzo del suo onore, quella mano era la mano del suo complice […] Ella sentiva che le era impossibile di tradurre in parole la vergogna, l’orrore, la gioia che provava di fronte a questo ingresso in una nuova vita […]».

Tra l’altro, Anna ha anche preso consapevolezza della crisi del suo soffocante legame matrimoniale che vive d’ipocrisie: a lei sembra ingiusto continuare a vivere nella finzione, rimanendo accanto a un marito che non ama: «I suoi rapporti con lui avevano sempre avuto una tinta come di falsità, ma ora ne ebbe una coscienza chiara e dolorosa […] Si sentiva fasciata da un’impenetrabile corazza di menzogna!». In seguito, pur continuando ad amare Vronskij, Anna è costretta ad accorgersi che dentro di sé ha creato di lui «un’immagine superiore al vero e impossibile nella realtà». D’altra parte, Vronskij comincia a notare ben presto che «Anna non era più la stessa per lui: moralmente e fisicamente era mutata. La guardava come un uomo guarda il fiore che ha colto e che ora è appassito, e dura fatica a ritrovarvi quella bellezza per la quale lo ha colto e sciupato.».

A proposito di Anna, riporto ciò che ha scritto Gesualdo Bufalino nel suo Dizionario dei personaggi di romanzo (Oscar Saggi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1989): «L’adulterio nella meteorologia amorosa dell’Ottocento è non di rado un’acquata di primavera. Per Anna Karenina è l’alluvione che spacca la diga. Da quando Vronskij le apparve, nel suo fatuo splendore di denti e spalline, non esistono più per lei, benché per un po’ insista a rispettarli, né l’alfabeto mondano né il codice dei valori morali. Finirà sotto le ruote di un treno, pietosamente, chiudendo tra una banchina e l’altra di una stazione il curricolo nero della sua deroga. È una vendetta del cielo? E Anna la meritava? O non la meritava piuttosto il mondo che la spinse alla morte? […]».

E Aleksej Aleksandrovic Karenin, il marito tradito? Per Anna, non è un essere umano ma una macchina ministeriale. Per Vronskij, è un personaggio scomodo e apparentemente superfluo! Anna lo ha sposato senza amore (più vecchio di lei di venti anni), non conoscendo l’amore, ed egli è un uomo veramente molto enigmatico e difficile da amare. Forse non aveva mai amato veramente Anna né guardato nell’anima di sua moglie, e certamente non aveva mai tentato di entrare nel segreto dei suoi sentimenti. All’inizio, è impotente davanti alla sfacciata passione dei due: «Come un bue che china dolcemente il capo, egli aspettava il colpo che sentiva sospeso su di sé […] Era come un uomo, furioso, di non aver potuto spegnere un incendio, che dice al fuoco: “Brucia! Fai pure!” […] non voleva guardare in faccia la sua situazione. Preferiva chiudere come in uno scrigno sigillato il suo affetto per la moglie e per il figlio, e anzi era diventato freddo verso il bambino, lui un tempo padre tanto premuroso […] andava inventando pretesti di lavorare per non aprire quello scrigno sigillato, dove erano racchiusi sentimenti e pensieri che il tempo rendeva sempre più penosi […] Non voleva pensare a queste cose e non ci pensava, ma giù, in fondo in fondo all’anima, sapeva, pur senza averne le prove, ma sapeva senza dubitarne di essere un marito tradito, e ne soffriva profondamente […] non soltanto non pensava di uscire da quella situazione ma non voleva riconoscerla, appunto perché era toppo terribile, troppo contro natura […] egli non voleva vedere e non vedeva […] non voleva penetrare nei sentimenti di sua moglie, gl’importavano solo i segni esteriori […]». In seguito, piuttosto brutalmente, Anna gli confessa il suo amore: «No, non sbagliate […] Io ero disperata e lo sono ancora. Vi ascolto e penso a lui. Io lo amo, sono la sua amante, non ne posso più, ho paura, vi odio... Fate di me quel che volete […]». In un primo momento Aleksej Aleksandrovic resta immobile «in quella solennità che hanno i visi dei morti» ma diviene poi un giudice implacabile per quella che considera «una donna depravata... senza onore e senza cuore, senza religione». Pensa di chiedere il divorzio dopo il riconoscimento dell’adulterio, in modo che il figlio non possa assolutamente rimanere con la madre. Cessa di occuparsi di lei e di suo figlio, e senza nessuna indulgenza prende tutte le rigide misure indispensabili per tutelare le apparenze e il suo decoro, e per salvare ciò che resta del suo onore. Si organizza, inoltre, per vivere nel modo più conveniente e per vendicarsi di Anna nella maniera più tremenda: «Non era più la gelosia che lo tormentava ma il desiderio che Anna non trionfasse, che pagasse il fio della sua colpa.». Quando però – in seguito al parto di una bimba e a una febbre puerperale – Anna sta per morire e lo chiama al suo capezzale per chiedergli perdono, egli è preso da una strana commozione e da un più alto sentimento di pietà: con la sua generosità umilia Vronskij, il quale tenta il suicidio sparandosi un colpo di revolver alla parte sinistra del petto senza però toccare il cuore. Anna guarisce e riprende a detestare Aleksej Aleksandrovic, desiderando di essere liberata dalla sua odiosa presenza: «Ho sentito dire che le donne amano gli uomini anche per i loro vizi, ma io l’odio per la sua bontà. Non posso vivere con lui […] Lo odio per la sua magnanimità […] Stiva dice che lui acconsente a tutto, ma io non posso accettare la sua generosità […]». Rinunzia allora al divorzio onorevole che le è stato proposto e parte con Vronskij e la bambina per l’Italia, lasciando il marito solo col figlio nel loro appartamento.

Aleksej Aleksandrovic non è tuttavia quell’uomo freddo e impassibile che tutti credono; anzi, è un individuo distrutto che soffre intensamente e che resta a fronteggiare questo dolore in una disperazione solitaria: «Sapeva che la gente l’odiava e lo disprezzava perché era infelice. Sapeva che, perché il suo cuore era lacerato, tutti sarebbero stati crudeli con lui. Sapeva che la gente lo avrebbe scacciato, come i cani sono pronti a dilaniare un povero cane che urla di dolore. Sapeva che l’unica difesa contro gli uomini era di nascondere la sua ferita e aveva tentato di farlo per due giorni, ma ora non si sentiva più la forza di prolungare quella lotta disuguale. In tutta Pietroburgo non c’era una sola persona alla quale avrebbe potuto confidare il suo tormento, che l’avrebbe compatito, che avrebbe visto in lui non l’alto funzionario, l’uomo di alta posizione sociale, ma semplicemente un essere umano che soffriva.». è da notare che nel piano originario del romanzo, Karenin avrebbe dovuto essere l’eroe tragico al centro della narrazione mentre Anna avrebbe dovuto rappresentare il personaggio negativo (la «donna rivoltante»). Nelle mani di Tolstoj, poi, la situazione si era capovolta con un’Anna nobilitata e un Karenin trasformato in un burocrate grigio e ottuso. In realtà, io credo che un lieve pulviscolo dorato della primitiva nobile tragicità del personaggio sia rimasto appiccicato su Aleksej Aleksandrovic.

Quest’amore così totalizzante sembra, quindi, un errore. Non dimentichiamo, però, che esistono diversi aforismi che inneggiano all’amore smisurato e senza freni: il poeta latino Properzio Sesto (45-15 a.C.) sosteneva: «Il vero amore non ha mai conosciuto misura». Il romanziere e motteggiatore francese Roger Bussy de Rabutin (1618-1693) scriveva: «Quando non si ama troppo, non si ama abbastanza», mentre il poeta e commediografo francese Paul Geraldy (1885-1983) – che aveva pubblicato nel 1913 la raccolta di poesie d’amore Tu e io si giustificava dicendo: « è perché ti amo troppo, se ti amo così male».


P.S. Il cinema e la televisione hanno amato Anna Karenina. Sono almeno venti le trasposizioni cinematografiche e televisive dal 1911 (film per la regia di Maurice Maître) al 2012 (film diretto da Joe Wright con Keira Knightley, Aaron Johnson e Jude Law). Da ricordare: Love (1927) per la regia di Edmund Goulding con Greta Garbo e i film Anna Karenina di Clarence Brown (1935) con Greta Garbo, di Julien Duvivier (1948) con Vivien Leigh, e di Bernard Rose (1997) con Sophie Marceau. Desidero rammentare anche la stupenda miniserie televisiva italiana del 1974 di Sandro Bolchi con una superba e indimenticabile Lea Massari.



lunedì 12 dicembre 2011

Lev Nikolaevič Tolstoj nel cinema e nella televisione



Lev Nikolaevič Tolstoj


Il sette novembre di cento anni addietro moriva Lev Nikolaevič Tolstoj, grandissimo scrittore russo, nato il 28 agosto del 1828 alla periferia di Mosca, nella tenuta agricola di Jasnaja Poljana, da un'antica e nobile famiglia.

Rimasto orfano, fu cresciuto insieme ai quattro fratellini tra Mosca e Pietroburgo da alcune zie. Da giovane seguì studi di filosofia e giurisprudenza, conducendo una vita inquieta e scioperata (giocando e perdendo molto denaro al tappeto verde); seguì la carriera burocratica e si arruolò poi tra i granatieri. Nel 1862 sposò Sòfja, una nobile ragazza diciassettenne che amò per quasi cinquant'anni (dandole tredici figli): la moglie lo aiutò nella stesura del suo lungo capolavoro Guerra e pace (copiò e ricopiò con dedizione le migliaia di pagine del manoscritto).

In età avanzata lo scrittore si ritirò nella tenuta natale, ove lavorò moltissimo dal punto di vista letterario e ove assunse il ruolo di opinionista molto apprezzato e di guida morale molto ascoltata dai contemporanei (era chiamato «il profeta di Jasnaja Poljana»).

Il suo grande romanzo Guerra e pace (1869) ha ispirato film, sceneggiati televisivi e adattamenti radiofonici. Nel firmamento del cinema, indimenticabile resta il classico film War and Peace (1956), diretto da King Vidor, alla cui complicata sceneggiatura parteciparono anche gli italiani Mario Camerini, Ennio De Concini, Ivo Perilli, Gian Gaspare Napolitano e Mario Soldati,  con le musiche di Nino Rota, e con la partecipazione di Audrey Hepburn (interpretò Nataša Rostova), Henry Fonda (era Pierre Bezukhov), Mel Ferrer (prestò il suo volto al Principe Andrej Bolkonskij) e Vittorio Gassman (interpretò Anatole Kuragin). Nel 1957 il film si aggiudicò il Golden Globe (come migliore film straniero), due Nastri d'argento (per la scenografia e la musica), e ricevette tre nomination ai Premi Oscar.

Com'è noto il ponderoso romanzo corale è dedicato agli avvenimenti storici che partono dalla invasione napoleonica del 1812, e le vicende di guerra si mescolano ai sentimenti dei protagonisti, l'ufficiale vedovo Bolkonskij e la fidanzata, la giovane Nataša, che lascia libera quando s'innamora di un altro. La guerra li disperderà ma si ritroveranno poi a Mosca, mentre la città brucia.  

Anche l'altro grande romanzo Anna Karenina, ispirato a un fatto realmente accaduto e scritto durante un periodo di forte crisi spirituale, è stato cannibalizzato da cinema, teatro e televisione. Narra l'intensa storia d'amore di Anna, sorella del principe Oblonskij, sposo infedele di Dolly che vorrebbe lasciarlo dopo aver scoperto il suo ultimo tradimento. Andata a trovarli da Pietroburgo a Mosca, Anna riesce a ricomporre con abile semplicità il dissidio tra i due sposi ma involontariamente ruba alla sorella di Dolly, Kitty, il corteggiatore Vronskij, ufficiale bello e prestante.

Per lui, Anna abbandona il marito (un alto burocrate rigido e perbenista) e il figlio; si amano, viaggiano, hanno una bimba, e Anna impara a vivere soltanto per Vronskij, che è la sua felicità ma anche la sua infelicità. Il marito la punisce con l'allontanamento dal figlio e il fermo rifiuto del divorzio, costringendola a vivere nel disprezzo sociale. Dimessosi dalla carriera militare, annoiato dalla vita presente, Vronskij inizia a provare del rancore per Anna e pensa forse di abbandonarla. In preda a un folle furore amoroso, timorosa per la fine della loro passione e disperata, Anna si abbandona a un fatale suicidio.

Questa storia struggente ha ispirato una serie interminabile di film, tra i quali ricordo soltanto la versione di Clarence Brown (1935) con la grande Greta Garbo (che era Anna per la seconda volta: la prima volta l'aveva interpretata nel film Love di Edmund Goulding del 1927) e con Fredric March. Desidero inoltre ricordare il nostro grandioso sceneggiato televisivo del 1974 per la sapiente regia di Sandro Bolchi (quella vecchia televisione che fu e che non esiste più!), prodotto in concomitanza del centenario della pubblicazione dell'opera tolstojana, con la sensibilissima Lea Massari (ha regalato misura e modernità ad Anna, solitamente, un'eroina smisuratamente romantica e appassionata), con Pino Colizzi e con Giancarlo Sbragia (il critico Maurizio Porro ha ritenuto Bolchi «capace di una sottigliezza e di una ferocia espressiva rare... di vitalità nuova... di un'aderenza che non rinuncia ad alcuna delle ricchezze politiche, religiose, sociali dell'autore»; mentre Aldo Grasso ha sottolineato come esso «venendo incontro alle richieste di un pubblico che sembrava reclamare gli sceneggiati della televisione delle origini, si sforzasse di mantenere in vita un genere in cui la RAI incominciava a non credere più»).

Gli ultimi anni della vita di Tolstoj non furono purtroppo felici, poiché si guastarono in modo irrimediabile i rapporti con la moglie, che non comprendeva più le sue idee e che non approvava più suoi comportamenti (la rinunzia dei diritti d’autore in favore di una setta religiosa aveva ridotto la famiglia sul lastrico).

Alla fine dell’ottobre del 1910, a ottantadue anni, stanco e amareggiato, lo scrittore riuscì a trovare il coraggio per una fuga da casa ma, dopo appena dieci giorni, moriva nella piccola isolata stazione di periferia Astapovo, stroncato dal freddo e dalla malattia. 

Quest'ultima triste fase della sua vita è stata il soggetto dell'ottimo film di Michael Hoffman (2010), dal titolo The Last Station: la fine di Tolstoj (basato sul romanzo omonimo di Jay Parini), con Helen Mirren (la moglie Sofja) – rappresentata in modo forse duro: più interessata a rivendicare per lei e per i figli i diritti sul patrimonio letterario che alle sofferenze del marito morente (che avrebbe voluto lasciare i suoi diritti d'autore al popolo russo) – e Christopher Plummer (il vecchio e stanco Tolstoj).


Negli ultimi istanti di vita di Lev, però i due sposi finalmente si ritroveranno. ("Persinsala.it", 8 novembre 2010)

giovedì 1 dicembre 2011

Jean Anouilh e la fiera "ribelle" Antigone



Jean Anouilh



Cento anni addietro, il 23 giugno del 1910, nasceva a Bordeaux Jean Anouilh, grande drammaturgo francese oltre che regista e sceneggiatore di film.


Figlio di un sarto e di una violinista che faceva parte di un'orchestra estiva che si esibiva presso un Casino, iniziò ben presto a respirare la polvere del palcoscenico.

Interrotti gli studi, lavorò presso un'agenzia pubblicitaria e scrisse per il cinema. Lettore accanito e amante del teatro antico e moderno, dopo un esordio infelice con la farsa Humulus le muet (1929), scrisse L'Hermine (L'ermellino) (1932), il cui protagonista è un idealista che lotta inutilmente contro un ambiente ostile dominato dal denaro e dalle ambizioni.

Giovanissimo, nel 1931, sposò l'attrice Monelle Valentin da cui ebbe una figlia e iniziarono così responsabilità familiari e problemi economici (acuiti dal fallimento di alcune rappresentazioni) che lo tormentarono per anni.

Ebbe successo con Le voyageur sans bagage (Il viaggiatore senza bagaglio) (1937), da cui lo stesso Anouilh trasse un film nel 1944: il protagonista Gaston è un veterano della I guerra mondiale che ha perso la memoria e che, scoprendo di essere stato un malvagio, per non rinunciare alla nuova conquistata purezza, preferisce rifiutare la precedente personalità (questa trama mi ricorda molto quella del film "A proposito di Henry"). Le centinaia di repliche di questo e di altri testi di successo – La sauvage (La selvaggia), Le bal des voleurs (Il ballo dei ladri) (1938) e Léocadia (1940) – risolsero tutti i suoi problemi economici.

Del 1944 è la grande celeberrima Antigone (1942): ispirata dall'Antigone di Sofocle ma risolta in maniera moderna, fu rappresentata al Théâtre de l'Atelier con la regia di Barsacq. In effetti, come spesso capita ai grandi capolavori, la prima rappresentazione non ebbe successo né di pubblico né di critica (l'autore parlò di «vera e propria catastrofe») e alcuni vi colsero una posizione in favore della Germania nazista che occupava la Francia. In seguito, però, non le mancarono la gratificazione del pubblico e la considerazione della critica. La tragedia narra di Antigone, un'eroina che sceglie la morte, scagliandosi contro il dispotismo del re Creonte (pronto a schiacciarne ideali e sentimenti) e contro la sua ingiusta imposizione di non seppellire il fratello Polinice (morto nello scontro fratricida con Eteocle). La stessa moglie di Anouilh ebbe un trionfo personale nell'interpretazione di Antigone.

Egli così ci presenta i due protagonisti Antigone e Creonte nel Prologo: «Ecco. Questi personaggi vi reciteranno la storia di Antigone. Antigone è quella magrolina seduta laggiù, e che non apre bocca. Guarda diritto davanti a sé. Pensa. Pensa che fra poco sarà Antigone, che improvvisamente sorgerà dalla magra ragazza scontrosa e chiusa che in famiglia nessuno prendeva sul serio, e si ergerà sola di fronte al mondo, sola di fronte a Creonte, suo zio, che è il re. Pensa che sta per morire, che è giovane e che anche a lei sarebbe piaciuto vivere. Ma non c'è niente da fare. Si chiama Antigone e bisogna che reciti la sua parte fino in fondo... Da quando il sipario si è alzato, ella sente che si allontana a velocità vertiginosa... da noi tutti, che stiamo qui tranquilli a guardarla; da noi che non dobbiamo morire stasera... L'uomo robusto, coi capelli bianchi, che medita là accanto al suo paggio, è Creonte. È il re. Ha delle rughe, è stanco. Gioca al gioco difficile di guidare gli uomini... Ha lasciato i suoi libri, i suoi oggetti, si è rimboccato le maniche... Creonte è solo...».

E in bocca alla sua Antigone mette le seguenti parole: «Mi disgustate con la vostra felicità! Con la vostra vita che bisogna amare a ogni costo. Si dirà dei cani che leccano tutto quel che trovano. E di quella piccola possibilità che esiste per tutti i giorni se non si è troppo esigenti. Io (moi), io, voglio tutto e subito, – e che esso sia intero – o altrimenti lo rifiuto! Io non voglio essere modesta, io (moi), e accontentarmi di un piccolo morso soltanto se sono stata molto saggia. Io voglio essere sicura di tutto oggi, e che ciò sia così bello come quando ero piccola – o meglio morire.».

E Creonte non è un vero e proprio tiranno, spinto soltanto dalla sete del potere: vorrebbe salvare Antigone tradendo se stesso e la legge di cui è portatore (sarebbe disposto a liberarsi dei testimoni che l'hanno vista seppellire il fratello), vorrebbe che Antigone stesse calma, che sposasse il figlio Emone, e che soprattutto ingrassasse. Ma Antigone è un'eroina tragica che si autodistrugge per il desiderio di affermarsi, pur consapevole di essere una piccola donna dinanzi a grandi avvenimenti (condannata da Creonte a esser seppellita viva, lo precede impiccandosi e il suo suicidio è seguito da quello di Emone).

A guerra appena finita, in Italia, la tragedia fu rappresentata da Luchino Visconti con Rina Morelli; e alla fine degli anni 90, al Teatro Greco di Siracusa, Pamela Villoresi è stata una grande interprete del testo di Anouilh, con i costumi e la sepolcrale scenografia dello scultore Arnaldo Pomodoro. L'Antigone ha ispirato tra l'altro il film italiano di Liliana Cavani "I Cannibali" (1968), in cui l'azione è stata trasferita nel periodo della contestazione studentesca e la contestataria Antigone è stata interpretata da Britt Ekland.

In seguito Anouilh non ebbe altro che successi, affermandosi sia in Europa sia in USA; ricordiamo: Médée (1946), L'Alouette (L'allodola) (1953) dedicato a Jean d'Arc, Colombe (1951), la farsa sessuale La valse des toréadors (Il valzer dei toreador) (1952) che ispirò nel 1962 il film di John Guillermin con Peter Sellers, e Becket ou l'honneur de Dieu (1959) noto in Italia come Becket e il suo re – che vinse un Tony Award e l'Antoinette Petty Award for Best Play of the Season (1960–61), e che fu trasformato nel bel film diretto da Peter Glenville (1964) con Peter O'Toole e Richard Burton, vincitore di un Oscar per la sceneggiatura non originale di Edward Anhalt.

Dopo l'insuccesso de La Grotte (1961), Anouilh decise di dedicarsi alla regia (allestendo spettacoli e balletti, traducendo e adattando lavori di Oscar Wilde e Graham Greene) e alla moderna commedia di carattere, di notevole gradimento per il pubblico (fu definito un «autore di teatro di distrazione»); restò comunque un drammaturgo molto rappresentato. 

Sin dal 1936 Anouilh aveva lavorato anche per il cinema, da solo o in collaborazione; ricordiamo: Les dégourdis de la onzième (1936), Vous n'avez rien à déclarere (1937), Cavalcade d'amour (1939), Les otages (1939), Monsieur Vincent (1947), Anna Karenina (1948), Pattes blanches (1949), Caroline Chérie (1951), Le chevalier de la nuit (1953), La mort de Belle (1961) – un racconto di Simenon diretto da Edouard Molinaro – e La ronde (1964), diretto da Roger Vadim. Con Le scénario (1976), mosse un severo attacco al mondo del cinema.

Anouilh morì a Losanna il 3 ottobre del 1987, lasciando la seconda moglie Nicole Lançon, sposata nel 1953 dopo il divorzio dalla prima moglie, e quattro figli (Catherine Anouilh è divenuta una brava attrice teatrale).


Uomo misantropo e riservato sino alla reclusione volontaria, si mosse a metà tra i sogni e il rea­lismo, rappresentando uomini e donne "ribelli", individui tormentati e conflittuali ma coraggiosi che devono scegliere tra il Bene e il Male, tra l'Angelo e il Demonio, spesso costretti al fallimento e alla perdita della vita ma forti nella difesa dei loro ideali e della loro dignità umana (aveva scritto tra l'altro: «Fino al giorno della sua morte, nessun uomo può essere sicuro del suo coraggio... Per ciascuno di noi v'è un giorno, più o meno triste, più o meno lontano, in cui si deve infine accettare di essere uomo.»). ("Persinsala.it", 23 giugno 2010)