giovedì 22 marzo 2012

Karl Malden, grande comprimario ma attore completo e versatile



Karl Malden


Il 22 marzo del 1912, cento anni addietro, nasceva a Chicago Karl Malden, indimenticabile attore del grande cinema di Hollywood, potente personalità e premio Oscar nel 1951 per la sofferta interpretazione di Harold Mitchell ("Mitch"), il migliore amico di Stanley Kowalski e il timido corteggiatore di Blanche DuBois in Un tram che si chiama Desiderio (tratto dal dramma teatrale di Tennessee Williams, che Karl Malden aveva interpretato a Broadway nel 1947 insieme a Marlon Brando, Jessica Tandy e Kim Hunter). Si era formato nell'Actor's Studio ed appartenne a una generazione di grandissimi e sensibili attori statunitensi.

Per quasi settant'anni, in più di 50 pellicole, con il suo caratteristico e indelebile volto maschio e volitivo, acuto e vivace, ma reso ineguale da un naso bozzoluto e storto (a causa di un trauma sportivo giovanile) – fece parlare di «aspetto sgraziato da orso» (ma esageravano: era in realtà un bell'uomo dotato di un suo segreto fascino – ha riempito di sé in modo memorabile i tanti film nei quali spesso non fu il protagonista ma un comprimario di lusso (egli stesso ammise nel 2004, in un'intervista, di essere un caratterista, ma il migliore che ci fosse in giro).

Per metà di origine serba (il padre era un operaio, poi lattaio, con la passione per la musica e la drammaturgia serba) e per metà di origine ceca (la madre era sarta con ambizioni di attrice), nato Mladen George Sekulovich, era il più grande di tre fratelli e crebbe a Gary (Indiana), una cittadina metallurgica, ove si era trasferito all'età di cinque anni. Si diplomò all'Emerson High School nel 1931.

Cambiò il suo nome all'età di 22 anni, prendendo lo pseudonimo di Karl Malden, ma rimase sempre affezionatissimo al suo cognome Sekulovich. Nel 1937 si laureò al "Chicago Art Institute" e in quel periodo frequentò il "Goodman Theater" in Chicago. Nello stesso 1937 debuttò come attore a Broadway; fu poi a New York, ove lavorò con il "Group Theatre" e ove ebbe modo di conoscere un giovane Elia Kazan, col quale lavorerà in seguito e col cui destino s'intrecciò più volte il suo destino di attore eccellente.

Ebbe una formazione teatrale perfetta, affrontando i grandi testi della drammaturgia europea ed americana; esordì a Broadway con Golden boy di Clifford Odets (1937), proseguì con How to Get Tough About It (1938) di Robert Ardrey; The Gentle People (1939), Sons and Soldiers (1943) e The assassin di Irwin Shaw (1945); Key Largo (1939) e Truckline Cafe (1946) di Maxwell Anderson; Flight to the West (1940) di Elmer L. Rice; Uncle Harry di Thomas Job (1942); All my sons di Arthur Miller (1947), riportando un grande successo personale; con il già ricordato A streetcar named desire di Tennessee Williams (1947); Peer Gynt di HenriK Ibsen (1951); Desire under the elms di Eugene O'Neill (1952); Tea and Sympathy (1953) di Robert Anderson; e The desperate hours di Joseph Hayes (1955).  

Già attore d'esperienza, completò il suo apprendistato d'interprete di qualità, facendosi le ossa con Lee Strasberg presso l'Actor's Studio e ritagliandosi il ruolo del duro e spietato, dell'integro e intransigente. Nel suo articolo “Karl Malden: quando si dice "finisce un'epoca" – Con la morte di Karl Malden finisce l'era dell'Actor's Studio”, ha scritto Pino Farinotti: «Con Karl Malden davvero finisce un'epoca, precisa, storicizzata, quella dell'Actor's Studio. L'attore faceva parte proprio del primo gruppo, quello dei Clift, Brando, Newman, Dean, Steiger, Franciosa. Furono quelli che cambiarono il cinema. Non più happy end istituzionale, a volte innaturale, ma temi reali drammatici e dolorosi, insomma non più il sogno ma la vita. […] Malden è stato un attore “totale”, significa buono per tutti i ruoli, semplicemente perché non era un divo, non ne aveva il corpo e il volto, non ne aveva l'appeal. Era soltanto bravo. […] Nel Tram che si chiama desiderio Karl è la persona perbene che corteggia educatamente Vivien Leigh che però poi "si fa" violentare da Brando. Sul fronte diverso, Karl è bravo come Marlon tanto che riceve l'Oscar (come non protagonista) mentre il divo deve accontentarsi della nomination. […]. Dunque non una, ma tante epoche, finite con lui.» (http:// www.mymovies.it/cinemanews/2009/11611/)

Nel cinema, dopo il suo esordio in Non desiderare la donna d'altri (They Knew What They Wanted) (1940) di Garson Kanin, ha partecipato ad alcuni dei film–emblema di Hollywood.

Da ricordare soprattutto del grande Elia Kazan, il già menzionato Un tram che si chiama Desiderio (A Streetcar Named Desire) (1951), tratto dall'omonimo dramma di Tennessee Williams, che narra la storia tragica di Blanche DuBois, travolta dal suicidio del marito, segnata da fragilità di carattere e inquietudine sessuale, che ostenta cultura e modi raffinati, ospitata a New Orleans in casa della sorella Stella, sposata col ribelle e volgare ma sessualmente affascinante Stanley Kovalski (aspetta un bambino da lui). Blanche tenta di farsi sposare da un maturo corteggiatore, Harold Mitchell (che è appunto uno stupefacente Karl Malden, la cui prova d'attore non ha nulla da invidiare a quella di Brando), ma si sente anche attratta in modo fatale dal cognato, che la disprezza e che – quando la moglie viene ricoverata in ospedale per il parto – la umilia, violentandola. Dilaniata dai fantasmi del passato e del presente, Blanche scivola nella follia e, per volere di Kovalski, viene ricoverata in manicomio. Ne il Morandini (Zanichelli editore), Laura, Luisa e Morando Morandini scrivono: «Kazan usa la cinepresa come un microscopio che penetra nella psicologia dei personaggi, punta sulla crudeltà del linguaggio nell'esibizione dei corpi, del sudore o dell'odore, scarta una scelta naturalistica nella scenografia, si affida alla violenza della parola per suggerire le pulsioni di morte che dominano il testo.». La critica scrisse che le interpretazione di tutti gli attori «sono eccelse ed è difficile immaginare una migliore amalgama di cinema e di teatro. Quel barocchismo esagerato conferito da Tennessee Williams al dramma diventò il marchio stilistico dei film successivi di Elia Kazan.» (in “Elia Kazan”, Il Cinema – Grande storia illustrata, Ist. Geografico De Agostini, Novara, 1981).

Seguì l'altro grande e controverso capolavoro di Elia Kazan, Fronte del porto (On the Waterfront) (1954), tratto dal romanzo di Budd Schulberg (autore anche della sceneggiatura) e da alcuni articoli di Malcolm Johnson. Malden è Padre Barry, l'eroe buono, un prete antagonista di Terry Malloy (interpretato da Marlon Brando), scaricatore di porto ed ex pugile che avrebbe voluto diventare qualcuno («Ma non è questo; è questione di classe! Potevo diventare un campione. Potevo diventare qualcuno, invece di niente, come sono adesso.»), il ragazzo sbandato a causa del fratello Charley, un pezzo grosso di una gang che controlla il sindacato dei lavoratori del porto di New York (interpretato da un grandissimo Rod Steiger). Grazie a Padre Barry e alla timida e seria ragazza che lo ama, Edie Doyle (interpretata mirabilmente da Eva Marie Saint), Terry si redime e dopo una sofferta crisi di coscienza testimonierà contro la corruzione criminale del porto. Hanno scritto i Morandini: «Film nero – girato per intero a New York, quasi sempre in esterni – con forti implicazioni sociali, sottintesi etici, risvolti politici e accensioni melodrammatiche, è il trionfo dell'ambiguità di Kazan che, come Schulberg, aveva molti conti da regolare con i comunisti e li regola, imbrogliando le carte. È anche il trionfo di uno stile di recitazione, quello del Metodo, cioè dell'Actors' Studio. Brando memorabile come il bianconero di Boris Kaufman. 7 Oscar (film, regia, sceneggiatura, fotografia, scenografia, Brando, Saint, montaggio) e un Leone d'argento a Venezia.». A proposito della lettura controversa di questo superbo film, a causa delle opinioni politiche di Elia Kazan, è stato scritto: «In quello stesso periodo venne chiamato a deporre davanti alla Commissione d'indagine sulle attività antiamericane, e la sua testimonianza a sfavore di alcuni colleghi fece sì che essi, inevitabilmente, lo rinnegassero. Molti ritennero che la grandezza del suo Fronte del porto fosse inquinata dalla difesa che in esso si fa degli informatori. […] Gli attori sono tutti eccellenti e il risultato è un inimitabile realismo privo di tinte fosche, superiore a ogni precedente risultato artistico raggiunto da Kazan. Il film fece incetta di Oscar e il personaggio di Brando divenne uno dei simboli degli Anni Cinquanta, il prototipo dell'eroe alienato delle opere di Kazan.» (in “Elia Kazan”, Il Cinema – Grande storia illustrata, Ist. Geografico De Agostini, Novara, 1981)

Sempre di Elia Kazan, seguì Baby Doll - La bambola viva (Baby Doll) (1956), tratto dai due atti unici di Tennessee Williams (che fu anche lo sceneggiatore) The long Stay Cut Short e 27 Wagons Full of Cotton. Il dramma ambiguo e sensuale è ambientato in un paesetto del profondo Sud, sul Mississippi, un Sud sfatto e decadente. Malden è il maturo possidente Archie Lee Meighan, proprietario di un'azienda sull'orlo del fallimento, che ha sposato una giovanissima chiamata Baby Doll (interpretata dalla venticinquenne Carroll Baker), lascivamente ingenua, dall'esasperata sensualità, “giovane gatta pigra e perversa, innocente ed egoista, fatta apposta per far impazzire il maschio indifeso” (avvolta in una camiciola trasparente, che dal film ha preso il nome), annoiata e insoddisfatta, che si nega al marito tenendolo alla larga. E il frustrato Archie si comporta come un erotomane, spiando da un buco da lui praticato sulla parete la moglie adolescente, vera “bambola di carne”, puro oggetto erotico del desiderio. Il marito non coglierà il frutto del suo amore ossessivo; infatti, Baby Doll si concederà a un italiano, vicino e concorrente di Archie (interpretato da Eli Wallach). Archie tenterà di vendicarsi ma finirà in prigione. Morando Morandini lo ha definito «un film falso come una patacca diretto da un regista di talento» mentre altri hanno scritto: «Kazan utilizza la materia drammatica del racconto conducendo la narrazione contemporaneamente sul doppio binario burlesco e ironico – un po' alla Caldwell – e sfruttando a fondo l'ambiente e i personaggi nei loro reciproci e interdipendenti rapporti, con un'ambiguità di toni generalmente in bilico sul grottesco, una voluta provocazione nelle situazioni, un contorno di sottofondi simbolici […]» (in “Elia Kazan”, Il Cinema – Grande storia illustrata, Ist. Geografico De Agostini, Novara, 1981).

Seguirono: di Alfred Hitchcock, Io confesso (I Confess) (1953) – Malden era l'inflessibile ispettore di polizia, antagonista di un tormentato prete interpretato da Montgomery Clift –; di Robert Mulligan, Prigioniero della paura (Fear Strikes Out) (1957) e Il grande impostore (The Great Impostor) (1961); di Delmer Daves, L'albero degli impiccati (The Hanging Tree) – Malden è il comprimario di Gary Cooper, un superbo ubriacone violento che tenta di violentare Maria Shell e che viene ucciso come un cane da Cooper –; di Marlon Brando, I due volti della vendetta (One–Eyed Jacks) (1961) – Malden dopo una rapina diventa sceriffo e abbandona l'amico, Brando, che lo ritrova e si vendica –; di Delmer Daves, Vento caldo (Parrish) (1961); di Mervyn LeRoy, La donna che inventò lo strip-tease (Gypsy) (1962) – Malden interpretava Herbie –; di John Frankenheimer, E il vento disperse la nebbia (All Fall Down) e L'uomo di Alcatraz (Birdman of Alcatraz) (1962) – era la guardia penitenziaria –; di John Ford (insieme a Henry Hathaway), La conquista del West (How the West Was Won) (1964) – era il pioniere patriarca Zebulon Prescott – e Il grande sentiero (Cheyenne Autumn) (1964); di Ken Russell, Il cervello da un miliardo di dollari (Billion Dollar Brain) (1967); di Franklin J. Schaffnerm Patton, generale d'acciaio (Patton) (1970) – Malden interpretava il capo di stato maggiore, il generale Omar Bradley, superiore di Patton, diplomatico e mirabilmente carismatico –; di Blake Edwards, Uomini selvaggi (Wild Rovers) (1971); e di Martin Ritt, Pazza (Nuts) (1987) con una superba Barbra Steusand, l'ultimo suo film.

Nel 1971 partecipò al capolavoro Il gatto a nove code di Dario Argento (Sergio Graziani gli prestava la sua voce): era l'enigmista cieco che riesce a risolvere l'enigma delittuoso. Di lui, disse Argento: «attore di grande grazia ed eleganza». Hanno scritto Laura, Luisa e Morando Morandini di questo film, che si avvalse della carismatica presenza di Malden: «Molti difetti nella struttura narrativa, ma la contrapposizione tra l'occhio abnorme dell'assassino e la cecità dell'investigatore e la lunga sequenza del cimitero sono le testimonianze di un talento onirico–nevrotico» (il Morandini – Zanichelli editore).

Lo hanno doppiato nei suoi film tutte le più belle voci italiane, tra le quali quelle di Giorgio Capecchi, Mario Pisu, Carlo Romano, Vittorio di Prima, Stefano Sibaldi, Nino Pavese, Gualtiero De Angelis, Nando Gazzolo, Pino Locchi ed Emilio Cigoli.

Nel 1957 Malden si cimentò da regista nell'unico lungometraggio, girando Il fronte del silenzio (Time Limit), un film forte e coraggioso, con Richard Widmark, Richard Basehart (nominato nel 1958 ai BAFTA come miglior attore non protagonista) e Martin Balsam, tratto da un dramma di Henry Denker e Ralph Berkey (Malden si ritagliò un piccolo cameo nel ruolo di un prigioniero). Racconta il drammatico processo del maggiore Harry Cargill, accusato di alto tradimento; rischia la corte marziale per aver collaborato con il nemico durante la guerra di Corea: dopo la cattura della sua unità, durante la prigionia, aveva rivelato informazioni militari segrete. Sarà difeso dal colonnello William Edwards, che riuscirà a dimostrare le pressioni subite e lo scopo vero del comportamento del maggiore che vedeva il coinvolgimento della morte di un soldato nel campo di concentramento. Hanno scritto Laura, Luisa e Morando Morandini di questo film, (il Morandini – Zanichelli editore): «Il caso di un maggiore americano che, fatto prigioniero dai rossi durante la guerra di Corea, divenne collaborazionista prestandosi alla propaganda ideologica e politica del nemico. Rimpatriato, viene processato per alto tradimento. Tratto da un dramma (1956) di Henry Denker e Ralph Berkey, mantiene inalterata la struttura teatrale d'origine riuscendo così pesantemente verboso. Film di propaganda anticomunista? In parte, ma originale, insolito. Unica regia dell'attore Malden. Peccato.».

Dagli anni '70, come molti attori nel declino della loro attività cinematografica, si rivolse alla televisione. Per il piccolo schermo girò diversi film televisivi ma fu soprattutto il grande eroe protagonista, il tenente Mike Stone della squadra omicidi, nella serie Le strade di San Francisco, trasmessa dalla rete ABC. Si svolse tra il 1972 e il 1977, per 120 episodi, e coinvolse l'esordiente Michael Douglas nel ruolo dell'ispettore Steve Keller (il vecchio poliziotto possedeva l'esperienza ma il giovane, trattato come il surrogato di un figlio, possedeva l'istinto). Sul "The Times", Douglas rivelò di considerare Malden «a mentor» e di amarlo e ammirarlo profondamente. Questa serie, un classico poliziesco, era basata sul libro di Carolyn Weston "Poor, Poor Ophelia" e privilegiava le location, tanto reali e attendibili che la città stessa di San Francisco poteva essere considerata una co–star. Nel 1992, ottantenne, ritornò all'amore dei suoi milioni di fan con Le strade di San Francisco: Mike Stone ritorna (Back to the Streets of San Francisco):  Stone era stato promosso ed era affiancato da due giovani ispettori (Michael Douglas era diventato troppo importante per partecipare a questo sequel). Per questo suo ruolo, Malden ebbe cinque nomination consecutive agli Emmy Awards. Vinse un solo Emmy per la sua superba interpretazione di un uomo che sospetta che la figlia possa essere stata uccisa dal marito nella miniserie del 1984, tratta da un fatto reale, Fatal Vision. L'ultima comparsa televisiva di Karl Malden risale al 2000 nel 1° episodio di West Wing – Tutti gli uomini del Presidente (The West Wing), intitolato "Take This Sabbath Day", nel quale Malden ritornava dopo moltissimi anni al ruolo del prete cattolico (in modo scaramantico, usò la stessa bibbia che aveva adoperato in Fronte del porto).

La bravura e la spontaneità di Karl Malden furono  tali che la critica parlò di «a regular guy, not a Hollywood actor», di «relatable ordinary men» e di «un Everyman», icona dell'ordinario uomo qualunque (definizione del critico cinematografico del "Times" Charles Champlin). Per questo suo modo di apparire, divenne il testimonial ben retribuito per gli American Express Travelers Cheques dal 1973 e per più di 20 anni; famosa la sua frase nello spot: «Don't leave home without them»; in seguito, reclamizzò l'American Express Card lanciando la nuova mitica frase: «Do you know me?».

Uomo serio e dedito alla famiglia, visse sino alla sua morte con la moglie Mona Greenberg (un'attrice conosciuta al "Goodman's Children's Theater" e sposata nel lontano 18 dicembre 1938): il loro longevo matrimonio durò più di settanta anni. Ebbero due figlie, Carla e Mila, e Carla lo aiutò nello scrivere la sua autobiografia: When Do I Start? A memory (Limelight Editions, 2004).

Karl Malden è morto a Los Angeles alla veneranda età di 97 anni, il 1º luglio del 2009. è stato seppellito presso il Westwood Village Memorial Park Cemetery, a Westwood in California.

Nel corso della sua lunga carriera si è aggiudicato L'Oscar nel 1952, una nomination all'Oscar nel 1954, un Emmy Award e due nomination al Golden Globe. Dal 1988 al 1992 fu presidente dell'Academy of Motion Pictures Arts and Sciences, che assegna gli Oscar.


Eva Marie Saint, che nel 1954 aveva lavorato con lui in Fronte del porto e che era divenuta una sua grande amica, in occasione della sua morte, disse di lui al "The Times" che era «un attore consumato», che non era mai cambiato e che, guardando al suo lavoro, non aveva mai sbagliato o fatto un passo falso (riportato da Dennis McLellan il 2 luglio del 2009 nel suo Obituaries, sul "Los Angeles Times"). Queste parole sono senz'altro condivisibili da parte di tutti coloro che amano il grande cinema e i grandi attori di Hollywood.



martedì 20 marzo 2012

La rosa purpurea del Cairo: amore, illusione e sogno nel cinema



The purple rose of Cairo



Nel lontano Trecento, Dante aveva scritto: «E’ l’amor / che muove il sole / e le altre stelle». Oggi, in questo Nord del mondo che detta tutte le più inique regole del gioco dell’esistenza, sembra che l’amore sia quasi morto, soffocato e stroncato dalle logiche economiche e dall’egoismo sfrenato che fa amare soltanto se stessi: in un imperante narcisismo, non resta più nulla per gli altri! E la cosa più terribile è che l’amore troppo spesso si esprime in modo così egoistico e crudele da divenire inseparabile dalla violenza. Ma nonostante tutto, esiste in noi un forte bisogno d’amore, una sete e una fame inesauribile di sentimenti da cui deriva il nostro continuo bisogno di ascoltare canzoni d’amore e di vedere film sentimentali (e spesso del cantante di successo o dell’attore protagonista ci innamoriamo infantilmente).

Ne La rosa purpurea del Cairo (The purple rose of Cairo) (1985), uno dei più bei film di Woody Allen (1935–) presentato fuori concorso al 38º Festival di Cannes – che è un inno alla forza del cinema come illusione e come fuga dalle miserie della vita –, il grande cineasta americano ci racconta con malinconica ironia l’invasione della realtà da parte del mondo della fantasia cinematografica, ove dominano i sentimenti eterni, il grande amore, il colpo di fulmine e l’amore a prima vista. Durante la grande depressione degli anni Trenta, a Manhattan, in New York, Cecilia (Mia Farrow), la camerierina di un bar, afflitta da un violento marito alcolizzato (Danny Aiello), un fannullone ottuso, maschilista e donnaiolo, ama andare di sera – in continuazione e da sola – al cinema “Gioiello” per consolare la sua triste esistenza e per sognare, vedendo e rivedendo il film “La rosa purpurea del Cairo”, interpretato dal suo attore preferito Gil (Jeff Daniels), che presta il suo volto e i suoi gesti al protagonista del film, Tom Baxter, il «poeta avventuroso ed esploratore». Un magico giorno, Tom inizia a guardare Cecilia con insistenza ed esce dallo schermo col suo casco e col suo vestito da esploratore (in mezzo alla sorpresa e allo stupore degli spettatori), scendendo in sala per portare Cecilia a passeggio. Tom è ingenuo e ignorante delle cose del mondo reale ma è l’uomo tenero e delicato, «coerente e affidabile» che ogni donna desidera. Sullo schermo, intanto, succede un putiferio: gli attori sono smarriti e non sanno cosa fare senza il loro protagonista; sui media impera lo scandalo; il regista e il produttore sono atterriti per quel che potrebbe combinare Tom Baxter «personaggio di un film allo stato brado», e le copie del film restando bloccate per l'assenza del protagonista facendo fallire la distribuzione del film. Dopo essere stati in giro per Manhattan, Tom introduce Cecilia all’interno del film e le fa vivere una splendida serata di sogno. L’attore Gil, che interpreta Tom Baxter, riesce a conoscere Cecilia e sembra invaghirsi di lei ma in realtà vuole convincerla a lasciare Tom, perché non vuole che il suo personaggio se ne vada in giro per il mondo a combinar guai.

Cecilia capisce allora che non può vivere dell’amore per un fantasma, per un essere immaginario, per la creatura di un sogno, anche se Tom l’ama «con l’ombra e con l’anima», anche se ogni respiro di lei «fa danzare il cuore» di Tom, anche se Tom la bacia «come ha sempre sognato che fossero i baci», anche se con Tom ha vissuto «un turbine di giornata», anche se Tom le dice che sognerà di lei e che i suoi sogni sono quelli di lei, anche se lei «ha adorato ogni istante» vissuto con Tom. Cecilia è una persona reale e, per quanto forte possa essere la tentazione, deve scegliere il mondo reale. Un altro romantico personaggio femminile del film, con insistenza, consiglia dallo schermo a Cecilia: «Vai con Tom, lui non ha difetti… stai gettando via la perfezione». E Tom la supplica, confermandole che il suo amore è vero, che egli è «sincero, affidabile, coraggioso, romantico e gran baciatore» e che l’ama intensamente. Gil interviene allora, sostenendo: «E io sono vero!». Tom Baxter rientra nello schermo distrutto e devastato. Cecilia ritorna a casa, ha il coraggio di lasciare quel bruto del marito – che l’avverte: «Questo non è cinema, è vita vera; e qua tornerai!» – e va all’incontro con Gil. L’attore, però, dopo che rientrando nello schermo Tom ha posto fine al caos provocato, lascia Cecilia e ritorna a Hollywood. Il mondo della realtà, come sempre, ha deluso Cecilia che, triste e sconsolata, piena di delusione e di senso d’inadeguatezza, entra al cinema “Gioiello”. Sullo schermo in un vortice magico ballano Ginger Rogers e Fred Astaire, e pian piano sul suo viso addolorato comincia a spuntare un pallido sorriso e gli occhi smorti riprendono a risplendere: il sogno ha nuovamente preso il sopravvento sulla misera realtà, facendole superare l’orrore della vita e coinvolgendola in una nuova magica illusione. Cecilia è persa altrove, là dove ancora vale la pena di vivere, là dove la vita piena è ancora possibile, là dove il colpo di fulmine è possibile, là dove l’amore è più forte della violenza di un marito laido, della grigia disperazione familiare, della delusione cocente per un uomo perduto, del continuo disinganno della quotidianità e delle inevitabili debolezze degli uomini e delle donne! Il film fece incetta di premi: si aggiudicò il Golden Globe per la migliore sceneggiatura, due premi BAFTA per il miglior film e la migliore sceneggiatura originale e il premio César come miglior film straniero. Su il Morandini (Zanichelli editore), Laura, Luisa e Morando Morandini hanno scritto: «Fondato sul principio dell'attraversamento dalla realtà alla finzione e viceversa (ripreso da Keaton di “Sherlock jr.”, 1924), è un film perfetto perché ha una trasparenza e una leggerezza che esimono da ogni sforzo d'interpretazione tanto incantevole è l'armonia tra la forma, il fondo e le sue componenti (intelligenza, tenerezza, malinconia, umorismo, comicità, ironia).».

Il cinema, che trova nell’amore una fonte inesauribile d’ispirazione, ha dato vita a film che sono spesso pieni di bellissime frasi d’amore, ed esistono sceneggiatori e registi cinematografici che non hanno nulla da invidiare ai grandi della letteratura, come Woody Allen. Il più carismatico attore americano del mondo della celluloide, Humphrey Bogart (1899–1957), forse l’attore più amato nonostante fosse bassino e calvo – potente forza dell’illusione cinematografica: usava un vistoso parrucchino senza che il suo fascino ne fosse minimamente intaccato –, eroe cinico ma dal cuore tenero come il burro nel film Il diritto di uccidere (1950) di Nicholas Ray, con sguardo languido e sorriso malinconico, ha pronunciato una delle frasi d’amore più belle e indimenticabili del cinema, diretta all’amata Laurel (Gloria Grahame) con l'affascinante voce italiana di Emilio Cigoli: «Sono nato quando lei mi ha baciato e sono morto quando mi ha lasciato. Ho vissuto le sole settimane in cui mi ha amato.». Questa frase altro non è che la citazione del noto aforisma del filosofo francese Claude Adrien Helvetius (1715–1771): «Non si vive se non il tempo che si ama».

lunedì 19 marzo 2012

Il professore Unrat e l'Angelo azzurro: amore senile e degradazione nel cinema



L'angelo azzurro



Nell'ambito di amore senile e degradazione, ricordo l’amore malato e degradante ne L’Angelo azzurro (Der Blaue Engel) dell’anziano professor Unrat per la fatale Lola–Lola, interpretata da Marlene Dietrich, che da questo film ricevette la sua consacrazione come diva internazionale. Film barocco e raffinato, intriso di decadentismo, fu girato nel 1929 (proiettato a Berlino nel 1930) dal grande regista tedesco–americano Joseph von Sternberg (1894–1970), che si spostò da Hollywood a Berlino proprio per dirigere Marlene, della quale fu il regista privilegiato e l’attento maestro artistico.

Il film, veramente grande da un punto di vista artistico, è tratto da Il professore Unrat, il primo libro del geniale Heinrich Mann (1871–1950) (i piccoli brani da me citati sono tratti dalla versione tradotta da Anna Reali, Newton Compton Editori, Roma, 1995). Vi si narra, in modo crudo e satirico, l’amore senile e dissennato di un anziano professore berlinese di liceo, il professor Unrat, rigido e perbenista (ma che rivela nel suo Io profondo un «interessante lato anarchico»), grottesco e autoritario, molto odiato dai suoi allievi per la sua severità (aveva «lo sguardo di un tiranno con la coscienza sporca»). L’uomo è sempre vissuto in modo monotono e grigio in una città di provincia, stretto in un rigoroso formalismo e senza avventure sentimentali (nel film si chiama professor Immanuel Rath ed è interpretato da Emil Jannings). Il professore vuol conoscere la bellissima e sensuale ballerina di cabaret Rosa Frohlich, nel film Lola–Lola («Laggiù, tra il fumo, si distingueva solo una cosa scintillante, un oggetto vivacissimo, qualcosa che agitava braccia, spalla e gambe, insomma un lembo di carne chiara illuminata a giorno da un riflettore, e spalancava una gran bocca nera...»), frivola e cinica, sciantosa dell’“Angelo azzurro”, la donna di tutti, amata e desiderata in foto dagli odiatissimi allievi, distratti durante la scuola a causa sua. La incontra e diventa il suo insostituibile cavaliere. Nel desiderio di salvarla, l’avvolge nella sua ala protettiva ed è fiero di lei: «...era unica e il suo posto era a fianco di Unrat, al di sopra del resto dell’umanità... Era superiore a tutti, sacra e sola al cospetto dell’umanità...». Ne diventa lo schiavo, odiando il suo pubblico di soli uomini e contrapponendola al resto del mondo; impara a truccarla e diviene indispensabile nel suo camerino. Se ne innamora perdutamente, e infine – gongolando di dissennata vanità senile e di entusiasmo puerile – ne fa una parte di sé e la sua sposa: «All’improvviso vide che tutta la sua energia creativa era subordinata a lei, che la sua volontà già da tempo era rivolta a lei e che tutto ciò cui aspirava nella vita si esauriva in lei... Su di lei si era riversata l’esasperata tenerezza del misantropo... L’amore di Unrat era votato alla protezione della Frohlich, e per lei andava a caccia della preda: era l’amore vero d’un maschio. Eppure anche quell’amore finiva per essere una debolezza...». Nello scandalo generale, provocato dalle chiacchiere per la sua condotta disdicevole, e dopo aver perso l’insegnamento, Unrat sfida tutti e diviene ancora più arido e maligno, iniziando una sordida e autodistruttiva vita di sottomissione e degradazione «nel buio sempre più cupo del peccato e della perdizione», che coinvolge in un marcio processo di corruzione la città intera. Nel romanzo, Unrat finisce in manette (dopo aver tentato di strozzare un odiato allievo, spasimante di Rosa) in mezzo ai poliziotti e alla folla urlante, insieme con la moglie resa da lui una mondana di lusso, più arrogante e indegna di prima. Tuttavia non si pente di nulla: «Una cosa è certa: chi riesce a raggiungere le vette più alte è uno che conosce bene anche i più impenetrabili abissi.». Nel film, dotato forse di una forza sardonica più sconvolgente di quella del romanzo, Unrat–Rath, invece, si degrada a tal punto da rappresentare una squallida parte di penoso clown in un numero di varietà in mezzo alla derisione sguaiata del pubblico; quando scopre che la moglie, che ama profondamente, lo tradisce con un giovane attore della compagnia, schiantato dalla vergogna, tenta di strangolare Lola Lola ma viene portato in manicomio e rinchiuso in una camicia di forza. Quando, infine, viene liberato, va a morire misero e solo nella sua vecchia scuola, sulla sua perduta cattedra di professore. Heinrich Mann era il fratello maggiore del grandissimo scrittore Thomas Mann (1875–1955) – col quale Heinrich si trovò spesso in posizioni di duro antagonismo – che scriveva «E’ l’amore, non la ragione, che è più forte della morte».


Ha scritto Pino Farinotti a proposito di questo grande capolavoro cinematografico: «Il film è del 1930. È il grande momento della Germania, della Repubblica di Weimar che rappresenta la più alta manifestazione culturale del nostro secolo. Un vero fenomeno, una sorta di Rinascimento del diciannovesimo secolo. Letteratura, teatro, pittura, design, scienza, cinema: Weimar detta nuove regole al mondo. Sono invenzioni fondamentali i cui segni rimangono vivi e attivi anche nel nostro tempo. Una delle parole chiave è “espressionismo”. Un gruppo di autori di lingua tedesca come Lang, Murnau e von Sternberg trova questa nuova forma, mediata dalle arti figurative, importantissima, decisiva. Molti di questi autori, dopo il 1933, con l'avvento di Hitler, abbandoneranno il loro paese portando la corrente in tutto il mondo civile, soprattutto in America. Marlene Dietrich arrivava nel momento più opportuno, a rappresentare qualcosa di ben più vasto di una parte in un film. Catalizzava fisicamente quella tendenza. Ne era, forse inconsapevolmente, una sorta di sintesi. Veniva da ruoli insignificanti e si trovò titolare di un personaggio, Lola Lola, che avrebbe costruito un precedente imprescindibile tramandato per decenni dalla stessa Dietrich e imitato con assoluta trasparenza. I grandi segni erano: cappello a cilindro, calze e giarrettiere nere, boa di piume. Di suo l'attrice ci mise una voce roca e profonda, una carnagione bianchissima di contrasto e due gambe notevoli…» (http:// www.mymovies.it/ dizionario/recensione.asp?id=1636).

domenica 18 marzo 2012

Ingmar Bergman e Una vampata d’amore: amore senile e degradazione nel cinema



Una vampata d’amore



Talora, l’amore tra una persona giovane e una più anziana può provocare gelosia e umiliazioni senza fine, quando nel loro legame non esistono né un adeguato rispetto né una fiducia reciproca.

Il grande regista svedese Ingmar Bergman (1918–2007), convinto che «l’amore è il significato segreto del vivere», nel suo film Una vampata d’amore (Gycklarnas afton) (1953) – forse il migliore del suo primo periodo (aveva fornito il soggetto e aveva fatto la sceneggiatura e la regia) – narra con fascino irrepetibile l’amore cupo e disperato per una giovane cavallerizza, nato in un piccolo circo (che è una simulazione, lo specchio della realtà e della vita), da parte del direttore, un uomo brutto e vecchio, che per lei lascia la moglie e i figli. Il film presenta una specie di prologo in cui il regista mostra una donna non più giovane che fa il bagno, irrisa da un branco di militari; la donna è Alma (Gudrun Brost), la moglie del clown Frost (Anders Ek), che la prende in braccio per portarla sotto il tendone del circo ma entrambi cadono facendosi male e vengono soccorsi dagli altri clown. Al prologo segue la storia di Albert (Åke Grönberg), il direttore del circo, che trascina una torbida e umiliante relazione con la sua amante Anne (la mitica Harriet Andersson, attrice feticcio di Bergman). Albert è lacerato dalla gelosia mentre Anne è oppressa dalla noia di un rapporto ormai stanco. Durante il suo girovagare, il circo perviene, intanto, nella città ove abita Agda (Annika Tretow), la tradita moglie di Albert. Spinto dal desiderio di ricominciare una nuova vita con lei, Albert le chiede di ritornare con lui ma la donna, disgustata dal suo comportamento, lo respinge. Intanto, Anne tradisce Albert con Frans (Hasse Ekman), un attore di teatro che l'attira e la inganna regalandole un bel gioiello che si rivelerà falso. Albert va da Frans per chiedergli alcuni costumi in prestito ma l'attore lo tratta malissimo, insultandolo, prendendolo in giro e costringendolo a una colluttazione. Preso a pugni e abbandonato nella polvere, Abert decide di tornare nel suo carrozzone e di uccidersi; rivolge poi, invece, la sua pistola verso un orso e lo uccide, riprendendo con il circo la sua vita dolorosa e disillusa. Nel film c'è anche Gunnar Björnstrand (altro attore feticcio, che interpreta il signor Sjuberg). In un intreccio tumultuoso, si mescolano malinconico erotismo, umiliante gelosia e tragico disincanto.

La critica francese ha giudicato il film «come una delle più perfette delle opere “nere” di Bergman», in cui si muove confusamente un'umanità infelice, incapace di vero amore e senza possibilità di modificare la sua condizione d'infelicità.

è scritto su il Morandini di Laura, Luisa e Morando Morandini (Zanichelli editore): «Le miserevoli peripezie sentimentali del direttore di un piccolo circo ambulante che ha abbandonato moglie e figli per una cavallerizza. Erotismo, gelosia e umiliazione in combinazioni variabili per uno dei film più cupi e disperati di Bergman, qui palesemente influenzato, a livello stilistico, dall'espressionismo e incline a metafore e persino allegorie (il circo come palcoscenico della vita). Una delle vette del primo Bergman. “È un tumulto, ma un tumulto ben organizzato… un film relativamente sincero e svergognatamente personale” (I. Bergman). La fotografia è del fido Sven Nykvist.».

Alfonso Moscato (in Ingmar Bergman – La realtà e il suo doppio, Edizioni Paoline, Roma, 1981) ha scritto: «Il romanticismo, trionfante o residuale, dei film precedenti è completamente superato da una forma di aggressività estetica che si esprime attraverso l'espressionismo delle immagini, la virulenza della recitazione e quella specie di sadismo con il quale vengono scarnificati, umiliati, annientati il personaggio e l'umanità che esso rappresenta.».

Lo stesso Bergman, pluridivorziato, sceneggiatore del film L’infedele, girato da Liv Ullman nel 2000 e incentrato su adulterio e divorzio, a proposito del fallimento dell'amore e del matrimonio, fa leggere da una voce recitante all’inizio del film le seguenti parole: «Nessuna forma di fallimento comune, né malattia o rovina finanziaria né sfortuna professionale provoca un’eco tanto crudele e profonda nell’inconscio quanto il divorzio. Tocca direttamente l’origine dell’angoscia e la risveglia con un colpo solo, penetra fin dove arriva la vita.».

Harold e Maude: amore senile e gioia di vivere nel cinema



Harold e Maude



Quando si è ragazzi, si ama l’amore per l’amore! Questa calda sensazione si disperde col passare degli anni: quando s’invecchia, i sentimenti si appannano e la furia delle passioni si smorza; ci si sente allora come rami rinsecchiti e si ha paura d’amare o di ammettere di essere innamorati. Un mito da sfatare, però, è che l’amore sia fatto soltanto per i giovani. Nell’autunno e nell’inverno della vita un sentimento d’amore può divenire anzi più caldo e tenero.


Sul filo di un recupero della gioia di vivere attraverso l’amore e la morte di un’anziana amica, si svolge la storia dell’originale e fantasioso film Harold e Maude (1971) del regista americano Hal Ashby (1936-1988), per la sceneggiatura di Colin Higgins: un vero e proprio film di cult. Nei mitici anni Settanta, Harold (Bud Cort) è un ricco ragazzo di venti anni, depresso e solitario, ossessionato dalla morte. Gli piacerebbe essere morto ed è attirato in modo macabro dal suicidio: mette in scena numerose raccapriccianti e sanguinolente rappresentazioni di morte nell’assoluta indifferenza della madre, donna autoritaria e conformista, essere egoista incapace di amore e comprensione. Harold ama anche frequentare i funerali e ha comprato un carro funebre col quale se ne va in giro. Durante una di queste cerimonie funebri, Harold incontra Maude (Ruth Gordon), una eccentrica e arguta contessa di 79 anni, che con lo spirito di una hippie ama la vita e tutte le calde emozioni che essa può regalare. Col suo entusiasmo, Maude – una piccola scena, inquadrando un numero tatuato sul braccio, informa lo spettatore che è una sopravissuta al male assoluto del campo di concentramento – gli fa sperimentare molte cose trasgressive, tra le quali rubare un’auto e guidare senza patente in modo spericolato e criminale inseguiti dalla polizia. Maude non è una vera ladra ma una persona che non ha alcun senso della proprietà e spinge Harold a rubare, tra l'altro, anche degli alberi rachitici dalla strada per trapiantarli nel bosco allo scopo di farli respirare. Mentre stanno abbracciati, lo cura con la fantasia e gli insegna a guardare i gabbiani sul mare e a contemplare le stelle, godendo con emozione di tutte le cose vive della Natura. Insieme cantano, suonano, ballano e fanno capriole. Durante il molto tempo che questa improbabile coppia comincia a passare insieme, Maude (che comunica con l’esistenza) ripete a Harold che non deve tirarsi indietro dalla Vita ma deve giocare con essa. E il ragazzo comincia a provare un amore sincero per lei, le regala un medaglione ove ha fatto incidere le parole «Harold ama Maude», e decide di sposarla (ne parla anche con la madre). Per il suo ottantesimo compleanno, riempie la stanza di Maude con grossi e vivaci fiori di carta (girasoli e margherite). Maude – che ha deciso di voler lasciare la vita nella pienezza dei doni della vita – è felice per questo congedo bellissimo e gli confessa di aver preso delle pillole che la faranno morire a mezzanotte; lo incita però a continuare a vivere e ad amare ancora. Dopo un’inutile corsa in ospedale e dopo la morte di Maude, si vede Harold correre furiosamente verso un precipizio con la sua auto che precipita giù; ma nell’ultima scena del film Harold è sul promontorio che suona il banjo con movenze di danza: non si è ucciso ma ha accettato di vivere pienamente la sua esistenza, anche senza Maude. Permettendo a Harold un giusto percorso di formazione e crescita morale, l’anziana ed eccentrica contessa ha distrutto per sempre in lui il desiderio di morte, suscitando invece un'intensa voglia di godere della bellezza e delle infinite possibilità della vita. Da quanto abbiamo raccontato, possiamo trarre la conclusione che è molto importante non perdere la capacità d’amare; scriveva Albert Camus (1913–1960): «Non essere amati è soltanto sfortuna, ma non amare è sventura» mentre il solitario e sempre in crisi Marcel Proust (1871-1922) faceva notare: «E’ una sventura non essere amati; ma è un affronto non esserlo più».




domenica 11 marzo 2012

Bill S. Ballinger e L'ultimo guerriero



Copertina di Karel Thole



Il 12 marzo di cento anni addietro, nel 1912, nasceva in USA, a Oskaloosa nello Iowa, William Sanborn Ballinger, noto come Bill S. Ballinger, brillante scrittore e sceneggiatore di polizieschi, spy story e racconti di fantascienza, ingiustamente dimenticato.

Seguì i suoi studi presso la University of Wisconsin e si laureò nel 1934. Dopo un esordio come pubblicitario, si distinse come sceneggiatore della radio, della televisione e del cinema.

Nel 1936 aveva sposato Geraldine Taylor, dalla quale divorziò nel 1946. Nel 1949 si risposò con Laura Dunham che morì nel 1962. Due anni più tardi si unì a Lucille Rambeau, la sua terza moglie. Ebbe tre figli: William B., Bruce R. e Constance V. (vedere su http://www.kirjasto.sci.fi/ballinge.htm.).

Dal 1934 iniziò a scrivere per la pubblicità e la radio. Preparò circa 81 testi radiofonici e produsse le trasmissioni "The Dinah Shore Show", guidato da Dinah Shore (1916–1994), grande cantante e  attrice che duettava con le maggiori celebrità del tempo (Ella Fitzgerald, Jack Lemmon, Frank Sinatra, Bing Crosby, Groucho Marx, Mahalia Jackson, etc.); "The Breakfast Club", che ospitava numerose diverse star; e "Lowell Thomas broadcasts", guidato dal noto attore–autore  Lowell Thomas (1892–1981).

Dopo alcuni viaggi in Europa e dopo brevi soggiorni nel Middle East, Ballinger si trasferì a Los Angeles, avvantaggiandosi del “boom” della televisione degli anni '50 e dedicandosi alla scrittura a tempo pieno. Per la TV scrisse circa 150 teleplays, tra i quali episodi delle serie Alfred Hitchcock Presents (1955–61) – ben sette –, I Spy con Bill Cosby e Robert Culp (la prima serie drammatica televisiva che aveva come star un afro-americano), Tightrope, Ironside, Mickey Spillane's Mike Hammer, The Aquanauts (1961), The Outer Limits (1963–64), Cannon (1972–1973), e Kolchak: The Night Stalker (1974–1975) (vedere su http://www.fantasticfiction.co.uk/b/bill-s-ballinger/).

Tra le sceneggiature più interessanti (di film tesi e ricchi d'azione), ricordiamo: Le bambole del desiderio (The Strangler) (1963), drammatico film diretto da Burt Topper con Victor Buono, David McLean ed Ellen Corby, storia di un tecnico di laboratorio, grande e grosso, timido e introverso, succube dell'amore ossessivo della madre, che a Boston provoca il terrore strangolando le giovani infermiere che assistono la madre paralizzata e ricoverata in ospedale (quando può, Leo Kroll, questo è il nome del serial killer detto lo “Strangolatore”, invece di far visita alla madre, passa il suo tempo in una sala giochi ove lavora una ragazza che gli piace: le sue vincite consistono in bambole, e proprio una bambola abbandonata sul luogo del delitto attirerà su di lui l'attenzione della polizia, che lo fermerò proprio mentre sta per uccidere la ragazza amata che lo aveva rifiutato) (da Cinematografo.it.) Seguì Operation CIA (1965), uno spy film di Christian Nyby con Burt Reynolds (un giovane agente della CIA, cui è stata assegnato il compito di bloccare un assassino politico programmato), John Hoyt e Daniele Aubry, ambientato a Saigon ma girato integralmente in Tailandia (uno dei primi film a raccontare lo spionaggio nella guerra del Vietnam). Nel 1960, per i suoi lavori televisivi Ballinger ricevette il "The Edgar Allan Poe Award from Mystery Writers of America" e nel 1971 fu l'ospite d'onore alla "The Boucheron World Mystery Convention II conference", tenutasi a Los Angeles.

Ma Ballinger è stato anche uno scrittore di successo; aveva detto: «Io mi considero, originariamente un narratore di storie. Per me la storia è la cosa fondamentale.» (ved. Ballinger, in "St. James Guide to Crime & Mystery Writers", ed. di Jay P. Pederson, 1996).

Ricordiamo il primo romanzo The Body in the Bed: The Case of the Murdered Mistress (1948), in cui compariva per la prima volta un suo importante personaggio, il benestante investigatore privato di Chicago Barr Breed – cui dedicò anche The Body Beautiful (1949), storia della sua indagine in un nightclub ove una ragazza del coro è stata pugnalata –, duro e coriaceo come tutti gli eroi tipici della "fiction" post–bellica (una variazione del "Maltese Falcon", la storia gialla di Dashiell Hammett pubblicata nel 1930). Nel 1960, in coincidenza del "boom" delle spy storie, Ballinger inventò l'altro suo affascinante personaggio: il detective d'intelligence, operativo nella CIA, Joaquin Hawke, rude e pieno di risorse, metà spagnolo e metà nativo americano, simile a James Bond, che operava prevalentemente nel sud–est asiatico (e questo consentì allo scrittore una rappresentazione straordinaria della vita quotidiana in Cina); a lui dedicò: The Spy in Bangkok (1963), The Chinese Mask (1965), The Spy in the Jungle (1965) – che conteneva l'interessante tema non ideologico della tolleranza religiosa –, The Spy at Angkor Wat (1966) e The Spy in the Java Sea (1966). Nel 1966, due romanzi furono tradotti in Italia con i titoli Agente Hawks: rapido per Pechino e Agente Hawks: destinazione Bangkok per la collana "Segretissimo" della Mondadori.

Il libro più famoso di Ballinger fu Portrait in Smoke (1950), che si aggiudicò il premio "Les Grands Maîtres du Roman Policier" e che fu trasformato nel 1956 nel film Amare per uccidere (Wicked as they Come) di Ken Hughes con Arlene Dahl, Philip Carey e Herbert Marshall. Vi si narra di Danny April, il nuovo proprietario di un'agenzia di recupero crediti, che spinto dalla curiosità tenta di rintracciare una ragazza povera, Krassy Almauniski, originaria degli slum di  Chicago, divenuta ricca e famosa cambiando identità e non fermandosi davanti a nulla. Dopo averla ritrovata, Danny se ne innamora ma lei lo fa accusare di un delitto.

Seguì il poliziesco Criminale di turno (Rafferty) (1953). Da questa storia (e dal racconto "The Night Watch" di Thomas Walsh), per la Columbia Pictures Corporation, fu tratto il film Pushover (1954) di Richard Quine con Fred MacMurray, Kim Novak, Phil Carey, Dorothy Malone ed E.G. Marshall. Un gangster è sospettato di una grossa rapina in banca e un ispettore di polizia tallona la sua donna per incastrarlo ma se ne innamora, ricambiato; fuggiranno insieme pagando un prezzo altissimo. Su il Morandini di Laura, Luisa e Morando Morandini (Zanichelli editore), è scritto: «Poliziesco ascetico che inclina al noir: più che le scene d'azione, all'inizio e alla fine, contano i personaggi e l'atmosfera. Un buon risultato nella carriera di un regista noto per le sue commedie. Suggestivo vero debutto di K. Novak.»

Fu poi la volta di Non chiamate la polizia! (1955), tradotto ne "I classici del giallo", Mondadori nel 1967. Seguì Il dente e l'unghia (The Tooth and the Nail) (1955), tradotto per la "Serie Gialla" della Garzanti nel 1957, romanzo che vive di multi–livelli narrativi; il protagonista è l'illusionista Luis Montana (alias Lewis Mountain), che sta inseguendo l'assassino della moglie, Ballard Temple Humphries, ma alle spalle del delitto c'è un piano criminale di contraffazione di moneta. Questo romanzo subì nel 1969 il plagio da parte dello scrittore finlandese Mauri Sariola (che lo scrisse sotto lo pseudonimo di Esko Laukko) e Sariola fu condannato a pagare 5.400 marchi finlandesi, che Ballinger aveva promesso di donare all'Associazione degli Scrittori Finlandesi.

Seguirono: The Longest Second (1957), classificatosi per l'Edgar Poe Award nel 1958 e ridotto nel 1980 per la TV col titolo Die längste Sekunde per la regia di Kristian Kühn; The Wife of the Red-Haired Man (1957), romanzo con il quale Ballinger abbandonava la formula convenzionale del poliziesco per elaborare un tipo di thriller più innovativo (alternava nei diversi capitoli la narrazione in prima e terza persona, raccontando la torbida vicenda nella quale il secondo marito è ucciso dal primo, e soltanto alla fine del bellissimo plot il lettore scopre un interessante particolare di tipo razziale: l'io narrante, il detective che insegue l'assassino, è un uomo di colore); Beacon in the Night (1958); Nel vortice del tempo (1959), tradotto nella "Serie Gialla" della Garzanti; L'uomo che non voleva uccidere (1966), tradotto ne "Il Giallo Mondadori"; e Not I, Said the Vixen (1965), ove ritorna la complessa narrazione multi–livello con diversi io–narranti e con la suggestione di un amore lesbico (si racconta di Cyrus March, un avvocato di Los Angeles, che s'innamora della sua inquietante e sensuale cliente, accusata di avere ucciso un'altra donna). Le ultime storie di Ballinger comprendono: 49 Days of Death (1969), ricco di suspense, che si dispiega intorno alla reincarnazione, vissuta sulla base del "Libro Tibetano della Morte"; Heist Me Higher (1969), storia di Bryce Patch, capo della sicurezza di una grande compagnia elettrica; e The Corsican (1974), grandiosa narrazione sull'escalation di una "famiglia" della malavita organizzata in Corsica e Marsiglia durante il trentennio 1943–1973, elaborata sulla falsariga de "Il padrino" di Mario Puzo (vedere su http://www.kirjasto.sci.fi/ballinge.htm.)

Ballinger era tanto prolifico che nel primo periodo scrisse anche sotto gli pseudonimi di Frederic Freyer (The Black, Black Hearse, 1955) e di B.X. Sanborn (The Doom-Maker, 1959, ripubblicato nel 1960 col titolo The Blonde on Borrowed Time).

Dal romanzo di fantascienza L'ultimo guerriero (The Ultimate Warrior) (1975), scritto con Robert Clouse e tradotto in italiano su "Urania" di Mondadori nel 1979 (a cura di Carlo Fruttero e Franco Lucentini), è stato tratto Gli avventurieri del pianeta Terra, un film inglese post–apocalittico, diretto da Robert Clouse. Siamo nel futuro, negli Stati Uniti e nel 2012 (allora il 2012 era il futuro arido e devastato di questa storia!). C'è stata una guerra nucleare che ha ridotto al lumicino la civiltà: le strade di New York sono attraversate da scorribande di delinquenti assassini che si sbranano come belve per le ultime riserve di cibo. Dalla quarta di copertina della testo tradotto in italiano: «La città aspettava la fine come un gigante in agonia. Le strade i corsi e le superstrade un tempo animate dal traffico, erano ridotte a vuote arterie percorse al galoppo dai pallidi cavalieri dell'Apocalisse: la guerra, la fame, le pestilenze, la morte. Rovine dovunque. Le macerie infittivano verso il porto dalle acque biancastre, cariche di rifiuti e di veleni, dove l'ultima petroliera aveva attraccato più di venti anni fa. Da edifici incendiati e semicrollati, smozzicate guglie di cemento e arrugginiti spuntoni metallici si levavano come indici accusatori verso il cielo di piombo... Per i resti di straziata umanità che condividevano con immonde legioni di ratti affamati il problematico rifugio della scheletrita ex metropoli, la lotta per la sopravvivenza era soltanto l'ultima, la più atroce forma d'orrore.». Per sconfiggere questa tremenda quotidianità, una piccola comunità (che vuole conservare l'ultima fiammella di civiltà) si asserraglia in un quartiere, rispettando le regole del vivere civile e della solidarietà umana. Essa è guidata da un capo, detto il Barone, che tenta di vedere oltre la fine della civiltà cercando di governare sui sopravvissuti secondo criteri di democrazia e di razionalità (in una piccola serra cura dei pomodori, con il sogno di estendere la coltivazione su scala industriale). Gli assalti si fanno sempre più frequenti e il Barone assume il guerriero Carlson, audace e temerario, per la difesa del quartiere dalla gang capeggiata dal bandito Carrot. Il Barone decide allora di favorire la fuga attraverso i sotterranei di New York della figlia incinta Melinda (il marito è stato ucciso durante uno degli assalti) con il guerriero: essi portano con sé una piccola scorta di preziosi semi di pomodoro al fine di far risorgere una nuova e prospera civiltà. Carlson il guerriero combatterà fino all'ultimo sangue contro le malvagie forze oscure che si oppongono a quel nobile progetto. Il film era mirabilmente interpretato da Yul Brynner (Carlson), Max von Sydow (il Barone), Joanna Miles (Melinda) e William Smith (Carrot). Questo film post–apocalittico appartiene a un sottogenere di fantascienza, considerato diverso e separato da quello apocalittico; è, infatti, ambientato in una civiltà e un mondo già devastati da una catastrofe nucleare, mentre il secondo sottogenere, l'apocalittico, è focalizzato sull'imminente fine del mondo o della civiltà per guerre nucleari, pandemie o disastri di altra natura. Nel suo testo, Ballinger aveva centrato soprattutto la psicologia dei sopravvissuti, che tentano strenuamente di conservare la memoria storica di quella civiltà perduta che rischia di divenire soltanto una leggenda lontana o un mito dimenticato.

Tra gli anni 1977 e 1979, Ballinger fu anche "Associate professor of writing" presso la California State University Northridge, a Los Angeles. Morì a Tarzana (California) il 23 marzo del 1980.


La cura attenta di Ballinger nel descrivere, con dettagli colorati e verosimili, le diverse location delle sue storie ha fatto dire a un critico del "The New York Times" che «l'ambientazione era la vera star» delle sue sceneggiature. Dei suoi 30 romanzi, molti sono stati tradotti in tutto il mondo e in molte lingue, anche se la sua letteratura è stata talora definita dalla critica in modo improprio e riduttivo come «hard–boiled».

lunedì 5 marzo 2012

Turi Pandolfini, simpatico e popolarissimo attore siciliano



Turi Pandolfini



Dopo una vita dedicata al cinema e al teatro, cinquanta anni addietro, il 6 marzo del 1962, moriva  Turi Pandolfini (nato Salvatore Pandolfini), deceduto a  Catania – sua città natale (era nato il 10 novembre del 1883) –, adorabile caratterista (e nessuna “diminutio” è da leggersi in questa definizione).

Discendenza d'arte, era un nipote di Angelo Musco (figlio della sorella Anna, la primogenita di ventuno figli, dei quali Angelo era l'ultimo) e nella sua compagnia teatrale mosse i primi passi di attore dialettale. Debuttò il 9 luglio del 1908 (aveva 25 anni) al teatro Sangiorgi di Catania, nel ruolo di un suonatore cieco di violino, nel San Giovanni decollato, farsa di Martoglio scritta appositamente in quello stesso anno per Angelo Musco e interpretata dalla compagnia Musco–Bragaglia  (http://www.tradizionipopolariaulos.com/personaggi_pandolfinituri.php).

Nel 1917 Pandolfini partecipò al film muto San Giovanni decollato, che fu anche il primo film di Musco e che Telemaco Ruggeri trasse dal testo teatrale (la sceneggiatura era dello stesso Nino Martoglio); il regista mantenne nella trasposizione cinematografica gli attori negli stessi ruoli che avevano in teatro. La trama è esilarante: il ciabattino Mastro Austino (Angelo Musco) è afflitto dalla bisbetica moglie Lona (Rosina Anselmi), una lavandaia che lo contrasta e lo mortifica in qualsiasi situazione. Chiede continuamente a San Giovanni Battista, di cui è devotissimo, il miracolo di farla diventare muta. La figlia Serafina è stata promessa in sposa dal padre a un lampionaio ma ama il giovane Ciccino, il quale racconta ai suoi che il padre della sua ragazza è un professore universitario a riposo. La verità viene a galla e i due “ziti” sono costretti a ricorrere alla “fuitina” siciliana, alla quale debbono seguire le nozze riparatrici. Dopo il matrimonio dei due ragazzi, effettivamente avviene il miracolo e Lona non può più parlare, miracolo che aumenta a dismisura la devozione di Austino nei confronti di San Giovanni Decollato. Da questo film fu ispirata l'omonima pellicola del 1940, diretta da Amleto Palermi, rifacimento del film di Ruggeri, e il protagonista avrebbe dovuto essere Angelo Musco ma, a causa della sua improvvisa scomparsa, il regista ripiegò su Totò che si disse indegno di sostituire Musco ma che invece fu strepitoso.

Era stato, tuttavia, un fuoco fatuo: fino ai trent'anni, infatti, Pandolfini continuò nel suo poco artistico lavoro di mediatore di prodotti del suolo; lo zio lo volle poi con sé, ma non come attore bensì come segretario. Pandolfini doveva curare i fogli–paga e la corrispondenza ma intanto respirava la polvere del palcoscenico aspettando la sua occasione, che arrivò quando alla compagnia di Musco mancò un attore per il ruolo di un ortolano di 45 anni ne 'U Paraninfu di Luigi Capuana. Turi era pronto e aveva la stoffa dell'attore ma, con una brillante intuizione, volle che l'ortolano fosse invecchiato e lo trasformò in un vecchio bisbetico di 85 anni (amava i personaggi di una certa età). Quel vecchio ortolano – raccontava Pandolfini – ispirò diversi personaggi letterari: lo zio Simone di “Liolà” di Pirandello, lo zio Rocco di “Chiddu ca passa” di Romualdi e il cieco di guerra Nino Latino di “Scuru” di Martoglio. E fu il genio creativo di tutti questi autori a mantenere viva la sua passione per il teatro e a spingerlo definitivamente sul palcoscenico. Separatosi dallo zio, creò una sua propria compagnia teatrale dialettale, insieme con Rosina Anselmi, portando in giro i testi immortali di Angelo Musco, Nino Martoglio, Luigi Pirandello, Luigi Capuana e Antonino Russo Giusti (http://www.tradizionipopolariaulos.com/personaggi_pandolfinituri.php).

Nel periodo del dopoguerra, continuò la sua attività tetarale con Giovanni Grasso e Virginia Balistrieri nella “Compagnia del Teatro Siciliano” (Dizionario del cinema italiano, Gli attori, Gremese editore, Roma 2003).

Negli anni trenta Pandolfini cominciò a comparire al cinema e vi rimase a lungo (fu presente sino ai primi anni sessanta in una quarantina di film di tutti i generi, dalla commedia al dramma, dal film musicale alla biografia storica). Piccolo, magro e vivace, Turi Pandolfini interpretava, in modo istintivo e caricaturale ma umano e spontaneo, per lo più comicamente il ruolo dell'anziano rompiscatole e brontolone, irascibile e intrigante, impettito e presuntuoso, che si esprimeva nel suo indimenticabile e inconfondibile accento siciliano (più precisamente, nel mio adorato accento catanese).

Girò con molti registi di qualità, nei migliori film e con i più grandi attori del tempo. Ricordiamo: La stella del cinema (1931) di Mario Almirante; Paradiso (1932), La voce lontana (1933), Tenebre (1934) e Noi peccatori (1953) di Guido Brignone; La vecchia signora (1932) di Amleto Palermi; 1860 (1934) di Alessandro Blasetti; L'albergo della felicità (1935) di Giuseppe Vittorio Sampieri; Il marchese di Ruvolito (1939), Giuseppe Verdi (1953) e Schiava del peccato (1954) di Raffaello Matarazzo; Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini; In nome della legge (1948) di Pietro Germi; Gli inesorabili (1950) di Camillo Mastrocinque; Altri tempi (1952) – nell'episodio de “Il processo di Frine” di Edoardo Scarfoglio – e Tempi nostri (1954) (nell'episodio “Don Corradino”) di Alessandro Blasetti; Processo alla città (1952), Anni facili (1953) e L'arte di arrangiarsi (1954) di Luigi Zampa; Siamo tutti inquilini (1953) di Mario Mattoli; Il sole negli occhi (1953) di Antonio Pietrangeli; La domenica della buona gente (1953) di Anton Giulio Majano; Condannatelo! (1953) e Luna nuova (1955) di Luigi Capuano; Terza liceo (1954) di Luciano Emmer; Le signorine dello 04 e Racconti romani (1955) di Gianni Franciolini; Un giorno in pretura (1954) di Steno; Accadde al commissariato (1954) – era uno straordinario cancelliere – e La moglie è uguale per tutti (1955) di Giorgio Simonelli; I tre ladri e Cento anni d'amore (1954) di Lionello De Felice, ispirato a racconti di Gozzano, D'Annunzio, Rocca, Moretti, De Felice e Biancoli (tra gli sceneggiatori aveva, tra l'altro, Benvenuti, Brusati, Suso Cecchi D'amico, Alba de Cèspedes, Marotta e Prosperi) – nell'episodio “Garibaldina” –; Scuola elementare (1954) di Alberto Lattuada; Questa è la vita (1954), film a episodi, diretto da Aldo Fabrizi, Giorgio Pàstina, Mario Soldati e Luigi Zampa, ispirato alle quattro novelle pirandelliane La giara, Il ventaglino, La patente e Marsina stretta (Turi interpretava alla grande Zi' Dima, il mastro del paese, nell'episodio de “La giara”); Buona notte... avvocato! (1955) di Giorgio Bianchi; Bravissimo! (1955) di Luigi Filippo D'Amico; Accadde al penitenziario (1955) di Giorgio Bianchi; Mi permette babbo! (1955) di Mario Bonnard; Arrivano i dollari! (1957) di Mario Costa; Lazzarella (1957) di Carlo Ludovico Bragaglia; Gambe d'oro (1958) di Turi Vasile; Tre straniere a Roma (1958) di Claudio Gora; Arriva la banda (1959) di Tanio Boccia; Urlatori alla sbarra (1960) di Lucio Fulci; Io bacio... tu baci (1961) di Piero Vivarelli; e, “dulcis in fundo”, Risate all'italiana, una pellicola antologica italiana del 1964 in cui compaiono molti tra i più celebri divi del cinema italiano della metà degli anni Cinquanta nelle loro scenette più riuscite.

In televisione apparve nel 1959 in una versione de Lu cavaleri Pidagna di Luigi Capuana con Michele Abruzzo e Rosina Anselmi, diretta da Carla Ragionieri, storia del vedevo cav. Pidagna, che mantiene una canzonettista (la quale ha una relazione segreta con un giovane baronetto del paese); il ritorno improvviso della figlia, che ha abbandonato la casa paterna per fuggire con un povero ragazzo e che non è stata mai perdonata dal padre, rimette in discussione il senso del bene e l'importanza dei valori familiari.

Sul retro di una foto che l'attore catanese aveva ricevuto da Gabriele D'Annunzio, il grande scrittore aveva scritto questa dedica: «A Turi Pandolfini, robusto e florido ramo del gran Musco» (Enciclopedia di Catania, Editore Tringale, Edizione 1987, 3 Volumi.)


Turi Pandolfini aveva trasferito nel cinema tutta quella serie di “tipi” che gli erano stati cari in teatro – ma non “macchiette” come egli stesso teneva a precisare – e che ci hanno lasciato il ricordo vivissimo di un attore colorito e umoristico, ricco di tutta la gestualità e i tic dell'immaginario siciliano. I suoi personaggi burberi e scorbutici, cesellati con umorismo e intelligenza, si sono ritagliati un ruolo non indifferente in tanti bei film e sono destinati a restare nella storia del cinema.