Visualizzazione post con etichetta Il generale Della Rovere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Il generale Della Rovere. Mostra tutti i post

venerdì 6 gennaio 2012

Diego Fabbri e il suo Teatro della coscienza



Diego Fabbri

A volte si può schizzare un ritratto anche di chi non è più. Diego Fabbri merita un omaggio per essere stato certamente un drammaturgo al di fuori degli schemi che seppe coniugare la passione per il teatro – suo, ad esempio, un gioiello come "Processo a Gesù", messo in scena al Piccolo Teatro di Milano per la regia di Orazio Costa Giovangigli – a quella per una televisione che, seppure in bianco e nero, sapeva unire cultura e intrattenimento – basti citare che dal suo adattamento teatrale de "I fratelli Karamàzov" di Dostoevskij fu sceneggiato l’omonimo teleromanzo di Sandro Bolchi con Corrado Pani, Umberto Orsini, Salvo Randone, Lea Massari e Carla Gravina; e che Fabbri ha firmato, con Romildo Crivelli, "Le inchieste del commissario Maigret" con l’indimenticabile Gino Cervi.

Il 2 luglio del 1911 nasceva a Forlì Diego Fabbri (morì a Riccione il 14 agosto del 1980).

Grande drammaturgo italiano, pose al centro della sua tematica appassionanti contenuti eticoreligiosi. Maturò la sua passione per il teatro frequentando l'oratorio di don Giuseppe Prati, sacerdote carismatico, che nel 1919 aveva fondato "Il Momento" (una voce della città di Forlì). Scrisse per il teatro della parrocchia di San Luigi e dedicò a don Prati I fiori del dolore (1931): «A don Pippo, che per primo m'insegnò come fecondare di dolore le aiuole dei fiori».

Dopo la laurea in Economia e commercio (Bologna, 1936) pubblicò Il nodo, che fu rifiutato dalla censura, e nel 1939 si trasferì a Roma ove fiorirono tutti i suoi talenti. Intellettuale di punta, nel 1945 fondò con Ugo Betti, Massimo Bontempelli e altri autori teatrali il Sindacato Nazionale Autori Drammatici; negli anni Cinquanta fu segretario e presidente del Centro Cinematografico Cattolico; tra il 1949 e il 1967 fu condirettore prima (con il poeta Vincenzo Cardarelli) e direttore poi della "Fiera letteraria", dando voce a una cultura libera e apolitica sostenuta da valori cristiani; dal 1977 diresse, inoltre, la rivista di critica e cultura teatrale "Il dramma".

Contribuì alla sceneggiatura di più di quaranta film, per lo più diretti da grandi registi: De Sica, Germi, Blasetti, Rossellini, Fellini, Zampa, Antonioni, Clair e Buñuel. Fece parte del pool di sceneggiatori de Il generale Della Rovere (tratto da un racconto di Indro Montanelli), che comprendeva Montanelli, Fabbri, Rossellini e Amidei (ottennero la nomination all'Oscar per il miglior soggetto originale nel 1962); il film fu diretto da Rossellini con Vittorio De Sica, Sandra Milo e Vittorio Caprioli, e si meritò il Leone d'oro a Venezia nel 1959 (ex aequo con La grande guerra di Mario Monicelli) e il Nastro d'argento.

Fabbri curò per la radio i grandi radiodrammi degli anni Cinquanta–Sessanta e per la televisione gli indimenticabili sceneggiati dell'età d'oro televisiva: nel 1969 prestò il suo adattamento teatrale de I fratelli Karamàzov di Dostoevskij (presentato al Teatro della Cometa di Roma nel 1960) per la sceneggiatura del superbo teleromanzo di Sandro Bolchi con Corrado Pani, Umberto Orsini, Salvo Randone, Lea Massari e Carla Gravina (capolavoro della televisione che fu, e non è più!). Tra il 1964 e il 1972, con Romildo Crivelli sceneggiò Le inchieste del commissario Maigret per la regia di Mario Landi con il grande Gino Cervi.

Ma veramente notevole fu la sua produzione drammaturgica densa d'idee e temi morali che lo impose come uno degli autori più impegnati e significativi: il suo è stato considerato un teatro dello spirito e della coscienza. Secondo lo scrittore–teologo Quinto Cappelli è stato il «drammaturgo dell’as­soluto» (Convegno su Diego Fabbri, “Civiltà Cattolica”, 6–11–1984).

Scrisse quarantaquattro drammi, molti dei quali ospitati in teatri prestigiosi e celebrati dal pubblico e dalla critica di tutto il mondo. Del 1946 è il dramma Inquisizione, rappresentato a Milano al Teatro Odeon (1950) per la regia di Giulio Pacuvio (vinse il Premio della Presidenza del Consiglio); seguirono: Rancore (messo in scena nel 1950 al Teatro La Soffitta di Bologna, fondato da Sandro Bolchi nel 1948) con Salvo Randone e Processo di famiglia (presentato al Teatro Carignano di Torino, 1953) con la Compagnia Brignone–Benassi–Santuccio che vide il debutto di Enrico Maria Salerno.

Del 1955 è il suo grande capolavoro Processo a Gesù, messo in scena al Piccolo Teatro di Milano per la regia di Orazio Costa Giovangigli (suo regista prediletto) con Anna Miserocchi, Tino Carraro, Valentina Fortunato e Sergio Fantoni. Ispirato dal processo politico messo in atto da un gruppo di giuristi anglosassoni a Gerusalemme nel 1933, conclusosi con l’as­soluzione di Gesù, il testo è quasi una sacra rappresentazione, che ha l'intento di stabilire se il Cristo è innocente o no. Attraverso un dibattito intenso e stringente, volto alla ricerca della "verità", in una struttura che ha l'apparenza di un processo vero e proprio, i membri di una famiglia di profughi ebrei scampati al genocidio nazista intentano un processo a Gesù. Il dramma arriva alla conclusione che «tutti lo misero a morte con nascosto rammarico, ma con un sospiro di sollievo», rinnegandolo e condannandolo alla crocifissione. Fabbri aveva scritto: «Ambisco che il pubblico esca dalla mia rappresentazione diverso da come è entrato, altrimenti la mia fatica è stata pressoché inutile». Inspiegabilmente e con suo grande rammarico, l'autore fu denunciato al San­to Uf­fizio per «offesa alla religione e istigazione all'odio sociale».

La produzione drammaturgica di Fabbri include quattro tipologie narrative: i drammi morali, i drammi religiosi, i drammi della coscienza, e le commedie (secondo la suddivisione proposta dal sociologo–saggista Gianfranco Morra in "Diego Fabbri", Sguardi sulla Romagna, 2009).

Tra le commedie sono da includere Il seduttore (presentata al Teatro La Fenice di Venezia, 1951) per la regia di Luchino Visconti con Paolo Stoppa, Rina Morelli, Rossella Falk e Carla Bizzarri, e La bugiarda, messa in scena al Teatro di via Manzoni in Milano nel 1956 dalla Compagnia dei Giovani (De Lullo–Falk–Guarnieri–Valli) per la regia di Giorgio De Lullo.

Del 1980 è l'ultimo dramma, Al Dio ignoto, il suo "canto del cigno", rappresentato al Teatro dello Spirito a San Miniato poche settimane prima della sua morte per la regia di Orazio Costa e Pino Manzari con Gianrico Tedeschi, Bianca Toccafondi e Andrea Bosic; ritornando alla strut­tura del "teatro nel teatro" e a Dostoevskij, Fabbri intese dare «una verità autentica, che conti davvero per gli uomini sofferenti di oggi e di domani».

Nel 1960 assunse la direzione artistica del Teatro della Cometa di Roma, che ospitò molti suoi drammi, e nel 1970 fu eletto presidente dell'Ente Teatrale Italiano. La sua città gli intitolò il Teatro comunale e nel 1977 ricevette dall’Accademia dei Lincei il Premio Feltrinelli.

Nel solco della drammaturgia del Novecento, cattolico inquieto, si ricollegò alla tradizione europea dell'interiorità e si convinse che negli anni Sessanta gli intellettuali fossero divenuti degli «strumenti in mano alle forze politiche». Scrisse: «Con una massiccia operazione di politica culturale, è stato imposto il teatro marxista di Brecht, ai danni di quello di Pirandello, di tanto più grande, ostracizzato sbrigativamente come "individualismo borghese". Un piano di persuasione, attraverso Brecht e il brechtismo, si è svolto incontrastato in Italia... Le voci spiritualmente più importanti, personali e ascoltate dal pubblico erano state gradualmente messe in silenzio o relegate ai margini della vita teatrale ufficiale...» ("Da Brecht a Pirandello", su Il Resto del Carlino, 26 marzo 1965). In un articolo pubblicato su "Il Tempo" (18 aprile del 1959), già aveva scritto: «... proprio perché sento l'arte come un fatto sociale, auspico che l'artista sia "apolitico"... Direi che l'eccellenza dell'uomo risiede proprio in ciò che di meno politico è in lui, cioè in quel tanto di assoluto, in quella fiammella di eterno che si sente dentro. Credo che l'artista debba operare per svegliare e dilatare questa scintilla di assoluto, che è in tutti e che ci fa veramente uomini.».

L'esperta di teatro Elena Siri, in "Diego Fabbri grande intellettuale e piccolo drammaturgo" (siri@ragionpolitica.it, 2 luglio 2004), in un intervento piuttosto severo nei confronti del drammaturgo, ha scritto tra l'altro: «Intellettuale atipico e per molti aspetti controverso si proclamò antifascista e anti–marxista, certamente spirituale e cattolico, benché talvolta incline al populismo ed al cattocomunismo. Un autore che ha tra i suoi meriti quello di aver scritto un tea­tro ispirato a valori cristiani perduti come a esempio la coscienza del peccato... Un intellettuale a disagio che spesso è stato coinvolto e strumentalizzato dal contesto stesso in cui operava... non sceglie il teatro come arte in sé... non si abbandona all'estetica del bello né vuole portare il pubblico a "divertirsi" su nuovi sentieri... il senso del suo teatro è tutto nella tematica, nell'argomento, nel messaggio, nell'impegno religioso o civile... Un uomo che forse non si sentiva bene sotto nessuna etichetta e che non si riconosceva mai fino in fondo in nessun gruppo...».

A mio parere (ho avuto il bene di vedere alcune delle storiche messe in scena delle sue opere), la tensione spirituale e religiosa dei drammi di Diego Fabbri ha qualcosa di veramente affascinante e coinvolgente, che può stare alla pari di quella di Georges Bernanos, di cui quasi identificandosi con lui traspose per il teatro Sotto il sole di Satana, e di François Mauriac, del quale adattò Teresa desQueiroux. E questi autori, impregnati di vivo senso religioso, ne ispirarono certamente poetica e narrazione. ("Persinsala.it", 3 luglio 2011)

mercoledì 12 ottobre 2011

Montanelli, il Grande Vecchio del giornalismo



Indro Montanelli



Cento anni addietro, il 22 aprile del 1909 – «l’anno in cui sono state messe in commercio le prime macchine da scrivere portatili» (Stefano Bartezzaghi) – , nasceva a Fucecchio (Firenze) Indro Montanelli, non solo giornalista carismatico ma anche ottimo scrittore e colto storico.


Seguì il padre, preside di Liceo, nei suoi numerosi spostamenti (Lucca, Nuoro e Rieti ove frequentò il Liceo) dando inizio a una vita straordinaria e avventurosa. Laureatosi in Giurisprudenza, iniziò a scrivere su riviste e periodici divenendo amico di Longanesi e Prezzolini; passò poi a lavorare come reporter di prestigiosi giornali esteri.

Aderì al regime fascista, arruolandosi volontario in Abissinia come comandante di un battaglione di Ascari (vi sposò una ragazzina eritrea – comprata dal padre secondo gli usi locali – che gli rimase accanto nella permanenza in Africa). Partecipò poi come corrispondente alla Guerra di Spagna, prendendo posizione contro il regime di Franco e guastandosi per le sue critiche anche con il regime fascista. Preferì allontanarsi dall’Italia e al suo ritorno entrò a far parte dello staff del “Corriere della Sera” (1938), andando in giro per l’Europa come «redattore viaggiante». Durante la guerra fu in Germania, Polonia, Finlandia, Francia e Grecia, pubblicando articoli schietti che in Italia aumentarono lo scontento perché considerati “disfattisti”.

Dopo l’8 settembre, si legò al movimento partigiano “Giustizia e Libertà”; ricercato e catturato dai tedeschi, fu incarcerato e condannato a morte ma si salvò fortunosamente con la fuga in Svizzera; l’esperienza del carcere gli ispirò il racconto Il generale Della Rovere (chi era realmente il suo compagno di cella a San Vittore nel 1944? Il generale Della Rovere, fucilato poi dai tedeschi, o Giovanni Bertone, un pregiudicato spia dei tedeschi?), scritto contemporaneamente alla sceneggiatura del bel film di Rossellini (1959), premiato a Venezia con il Leon d’o­ro. Il film suscitò molte tensioni e dai politici d’entrambi gli schieramenti fu accusato di distorsione storica (rappresentava un tedesco buono!).

Nel 1945 fu chiamato alla direzione de “La Domenica del Corriere”, ritornò quindi al “Corriere della Sera” (1946) e partecipò alla creazione della casa editrice Longanesi che pubblicò il suo libro Morire in piedi (1949).

Negli anni cinquanta su “La Domenica del Corriere” creò «La Stanza di Montanelli», fortunatissima rubrica che gli diede fama immensa. Contemporaneamente iniziò a occuparsi a puntate di Storia, curando la pubblicazione di vendutissimi libri che contribuirono a divulgare la disciplina storica tra il grande pubblico.

Partecipò alla rivoluzione ungherese del 1956 e raccontò la sua repressione da parte sovietica nell’o­pera teatrale I sogni muoiono all’alba, divenuto un film da lui stesso diretto insieme a M. Craveri ed E. Gras, ricco di un cast stellare (1961). A Budapest, cinque giornalisti italiani di diverse tendenze politiche si ritrovano a trascorrere nelle chiuse stanze di un albergo le interminabili ore di una drammatica trattativa tra i Sovietici, discutendo i loro drammi interiori mentre il fragore dei carri armati sovietici annuncia la tragedia imminente.

Anticomunista filo–americano (disse alla Iotti: «Tengo una vecchia icona di Stalin perché è il comunista che ammiro di più: quello che ha fatto fuori più comunisti»), fu un conservatore illuminato appartenente a «una destra che non esiste» – quella dei Padri del Risorgimento e di Giovanni Giolitti – ma egli stesso per le sue idee controcorrente amava definirsi un «anarco–conservatore» (molti lo tacciavano invece di fascismo).

Nei primi anni settanta lasciò il Corriere che aveva virato a sinistra e fondò “Il Giornale”: con quella «traversata nel deserto» voleva dar voce alla «maggioranza silenziosa». Nel giugno del 1977 Montanelli, mentre si recava al giornale, fu gambizzato dalle Brigate Rosse che lo ritenevano “uno schiavo delle multinazionali”: questo episodio aumentò la sua notorietà e lo avvicinò maggiormente ai suoi lettori. Nel 1993 per contrasti con Silvio Berlusconi – che nel 1977 era divenuto il proprietario della testata – abbandonò il Giornale (scrisse Indro: «... fu una separazione consensuale tra me e Berlusconi. Il patto su cui si reggeva la nostra convivenza, che era stato scrupolosamente osservato da entrambe le parti, era venuto meno»). Da quel momento, numerosi furono i suoi attacchi a Berlusconi entrato in politica, che egli considerava inadatto e portatore d’istinti autoritari.

Si buttò quindi nella nuova avventura della creazione del quotidiano d’opinione “La Voce” (così chiamato in omaggio a Prezzolini) ma l’impresa fallì ben presto per motivi economici; ritornò allora al Corriere, ripristinando il sodalizio durato oltre quarant’anni.

Forse il più grande giornalista italiano della seconda metà del ’900, Montanelli scrisse circa 60 libri e ricevette numerosi riconoscimenti in Italia e all’estero. Nel 1991 il presidente Cossiga gli offrì la nomina a senatore a vita ma, per salvaguardare la sua indipendenza, egli rifiutò (scrisse: «Non è stato un gesto di esibizionismo... il giornalista deve tenere il potere a una distanza di sicurezza»).

Morì a Milano il 22 luglio del 2001. Il giorno seguente il Corriere pubblicò in prima pagina il necrologio scritto dallo stesso giornalista poco prima di morire: «... Giunto al termine della sua lunga e tormentata esistenza Indro Montanelli... prende congedo dai suoi lettori, ringraziandoli dell’affetto e della fedeltà con cui lo hanno seguito... Non sono gradite né cerimonie religiose né commemorazioni civili».

Nei Giardini di Porta Venezia – oggi i “Giardini Indro Montanelli” – il Comune di Milano gli ha dedicato una statua di bronzo che lo raffigura con la sua inseparabile Lettera 22 sulle ginocchia. (www.zam.it, News, 21/4/2009)

P.S. Il racconto Il generale Della Rovere, scritto da Indro Montanelli nel 1959, divenne nello stesso anno il bel film di Roberto Rossellini, sceneggiato dagli stessi Montanelli e Rossellini e da Diego Fabbri e Sergio Amidei, con Vittorio De Sica, Hannes Messemer, Vittorio Caprioli, Giovanna Ralli, Sandra Milo, Ester Carloni, Franco Interlenghi e Herbert Fischer. Il film vinse il Leone d'Oro alla 24a Mostra del Cinema di Venezia come miglior film (ex aequo con "La grande guerra" di Mario Monicelli), in mezzo a grosse contestazioni di destra, e si aggiudicò nel 1960 il David di Donatello come miglior produttore (alla Zebra film). Siamo a Genova nel 1944. Emanuele Bardone (le sue vicende sono ispirate da quelle di Giovanni Bertone, conosciuto da Montanelli) è un anziano trafficone amante del gioco d'azzardo, che – millantando conoscenze nell'ambiente nazifascista – riesce a estorcere denaro ai familiari di detenuti politici, fingendo un decisivo interessamento per una soluzione favorevole nei confronti dei loro cari. Sperpera invece quei soldi per giocare e per mantenere una ballerina, Valeria. Denunciato da una moglie che egli tenta d'ingannare mentre è già a conoscenza della fucilazione del marito, finisce in galera. Il colonnello Müller, un tedesco dal volto umano, gli propone di assumere l'identità del generale badogliano Giovanni Braccioforte della Rovere (in effetti, ucciso per errore) – in cambio della libertà, di denaro e di un salvacondotto – e lo fa trasferire a San Vittore nel braccio politico, nel tentativo di carpire informazioni che portino all'identificazione del capo della Resistenza "Fabrizio", arrestato insieme ad altri partigiani. L'uomo, che viene a contatto con il coraggio di uomini che lottano per la Patria (e per la Patria, accettano le torture e la morte) e che lo ammirano, è costretto a riconsiderare la sua vita miserabile e il turpe incarico che gli è stato affidato. Ottenuta l'informazione ("Fabrizio" gli si è presentato credendolo il generale Della Rovere), Bardone rinuncia a tutto preferendo riscattarsi nella condivisione del destino dei suoi compagni di reclusione, condannati a morte per rappresaglia. Sposando gli ideali della Resistenza, affronterà con coraggiosa dignità il plotone d'esecuzione al grido «Viva l'Italia!» e il colonnello Müller sarà costretto a ricredersi sullo spessore umano e sulla forza di carattere del truffatore Emanuele Bardone. Bosley Crowther del New York Times (1960) scrisse: «... nel complesso il film è splendido, sempre più articolato e profondo a mano a mano che procede». Ha osservato invece Morando Morandini (ne "il Morandini", Zanichelli editore): «... il meno originale degli ultimi film di Rossellini, girato su commissione a basso costo, ma il più efficace e accattivante, di notevole interesse tecnico–stilistico per una serie di espedienti che il regista avrebbe poi usato nel suo lavoro per la TV. De Sica modula da maestro il suo gigionismo.».

Proprio in questi giorni va in onda la miniserie televisiva in due puntate Il generale Della Rovere, molto fedele al testo autobiografico di Indro Montanelli, per la regia di Carlo Carlei con Pierfrancesco Favino nella parte del generale Della Rovere alias Giovanni Bertone, Raffaella Rea, Andrea Tidona e Hristo Shopov.


Il dramma teatrale I sogni muoiono all’alba (1960) di Indro Montanelli divenne nel 1961 un film da lui stesso diretto insieme a Mario Craveri ed Enrico Gras, ricco di un cast stellare costituito da Ivo Garrani, Aroldo Tieri, Lea Massari, Gianni Santuccio, Mario Feliciani, Renzo Montagnani e Rina Centa. Ambientato a Budapest nella notte tra il 3 e il 4 novembre del 1956, racconta i sentimenti e le attese di un gruppo di giornalisti italiani che aspettano chiusi in una camera d'albergo l'arrivo dei carri armati sovietici destinati a soffocare la rivolta popolare. Gli insorti ungheresi, guidati da Maleter, tentano l'ultima e drammatica trattativa con i Sovietici. I cinque giornalisti italiani sono d'idee politiche diverse, quindi diversi sono i loro atteggiamenti nei confronti degli eventi vissuti: Gianni è un vecchio e cinico cronista di guerra; Antonio è un ex partigiano e il sarcastico inviato di un giornale comunista in seria crisi ideologica (tra i due sono continue e astiose le polemiche); Mario è un anziano giornalista malato che sembra esser divenuto indifferente a tutto; Andrea è intelligente e attento alla tragedia che gli si svolge innanzi; Sergio è invece un attivista comunista che ha un intenso rapporto d'amore con la partigiana ungherese Anna Miklos. Quando all'alba le truppe corazzate dell'Armata Rossa danno il via alla battaglia, Anna si precipita in strada seguita da Sergio, intenzionato a condividerne il destino di morte. Infine anche Mario, che ha perduto ogni ragione di vivere, sceglie di morire per le vie di Budapest. Ha commentato Morando Morandini (ne "il Morandini, Zanichelli editore): «Crisi di coscienza, tentato suicidio, disillusioni. Un giovane militante comunista decide di morire al fianco di una rivoltosa ungherese. Da una pièce teatrale di I. Montanelli, messa in scena con un certo successo, un film inerte, statico, verboso, diretto da 2 documentaristi impacciati tra quattro mura.».