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mercoledì 1 agosto 2012

Osea e la sua sposa infedele: la Bibbia come letteratura


Osea


Il profeta Osea, figlio di Beeri, nato e vissuto in Israele, operò sotto il regno di Geroboamo II (783-743 a.C.). In ebraico il nome Osea significa “il Salvatore”. Fu il primo dei profeti minori del canone ebraico della Bibbia, e la sua canonicità è ben documentata dal fatto che molti dei suoi vaticini sono stati citati nel Nuovo Testamento. Il libro consta di 14 capitoli ed è diviso in due parti: la prima parte comprende i primi tre capitoli ed è incentrata sul matrimonio (è stata certamente ispirata dall’unione infelice di Osea con «una donna di prostituzione» e dalla sua vita familiare deludente); la seconda parte comprende tutti gli altri capitoli e contiene la dura rappresentazione della corruzione generale e dell’idolatria d’Israele (che aveva preso ad adorare un vitello d’oro), la minaccia di punizioni, un vaticinio di consolazione e l’invito di Dio al suo popolo affinché ritorni ai giorni puri dell’alleanza nel deserto.

Abbandonandosi al tempo della giovinezza e della fedeltà d’Israele, Osea aspira all’«ideale del deserto», che con la sua solitudine spinge il popolo ebreo a mantenersi fedele al suo Dio. Nei suoi scritti pieni di forza drammatica ma anche di tenerezza e di strisciante sensualità, il matrimonio assume la forza grande di un simbolo: Dio parla per bocca del suo profeta ed è rappresentato come uno sposo, che – pur amando molto e ostinatamente – è tradito dal suo popolo (la sposa adultera) che infrange l’alleanza del Sinai, cioè lo stretto patto d’amore che prima li univa. Si discute se il matrimonio sia veramente esistito nella vita d’Osea, oppure se sia stato soltanto un pretesto allegorico.

1. La sposa infedele di Osea. […] / Quando il Signore cominciò a parlare a Osea, gli disse: / «Va’, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, / poiché il paese non fa che prostituirsi / allontanandosi dal Signore». / Egli andò a prender Gomer, figlia di Diblaim: essa concepì e gli partorì un figlio. E il Signore disse a Osea: / «Chiamalo Izreel (nome simbolico di una pianura di Galilea), / perché tra poco / vendicherò il sangue di Izreel / sulla casa di Ieu / e porrò fine al regno / della casa d’Israele. / In quel giorno / io spezzerò l’arco d’Israele nella valle di Izreel». / La donna concepì di nuovo e partorì una figlia e il Signore disse a Osea: /   «Chiamala Non–amata, / perché non amerò più / la casa di Israele, / non ne avrò più compassione. / […]». / Dopo aver divezzato Non–amata, Gomer concepì e partorì un figlio. E il Signore disse / a Osea: / «Chiamalo Non–mio popolo, / perché voi non siete mio popolo / e io non esisto per voi». […]

2. Riconciliazione. […]  
“Rimproveri e minacce.”
Dite ai vostri fratelli: «Popolo mio» / e alle vostre sorelle: «Amata». / Accusate vostra madre, / accusatela, / perché essa non è più mia moglie / e io non sono più suo marito! / Si tolga dalla faccia i segni delle sue prostituzioni / e i segni del suo adulterio dal suo petto; / altrimenti la spoglierò tutta nuda (punizione inflitta allora a una sposa infedele) / e la renderò come quando nacque / e la ridurrò a un deserto, / come una terra arida, / e la farò morire di sete. / I suoi figli non li amerò, / perché sono figli di prostituzione. / La loro madre si è prostituita, / la loro genitrice si è coperta di vergogna. / Essa ha detto: «Seguirò i miei amanti, / che mi danno il mio pane e la mia acqua, / la mia lana e il mio lino, / il mio olio e le mie bevande». / Perciò ecco, ti sbarrerò la strada di spine / e ne cingerò il recinto di barriere / e non ritroverà i suoi sentieri. / Inseguirà i suoi amanti, / ma non li raggiungerà, / li cercherà senza trovarli. / Allora dirà: «Ritornerò al mio marito di prima / perché ero più felice di ora». / Non capì che io le davo / grano, vino nuovo e olio / e le prodigavo l’argento e l’oro / che hanno usato per Baal (l’idolo profano). / Perciò anch’io tornerò a riprender / il mio grano, a suo tempo, / il mio vino nuovo nella sua stagione; / ritirerò la lana e il lino / che dovevano coprire le sue nudità. / Scoprirò allora le sue vergogne / agli occhi dei suoi amanti / e nessuno la toglierà dalle mie mani. / Farò cessare tutte le sue gioie, / le feste, i noviluni, i sabati, / tutte le solennità. / Devasterò le sue viti e i suoi fichi, / di cui essa diceva: / «Ecco il dono che mi han dato i miei amanti». / La ridurrò a una sterpaglia / e a un pascolo di animali selvatici. / Le farò scontare i giorni dei Baal / quando bruciava loro i profumi, / si adornava di anelli e collane / e seguiva i suoi amanti / mentre dimenticava me! / – Oracolo del signore.

“Conversione.”
Perciò, ecco, la attirerò a me, / la condurrò nel deserto / e parlerò al suo cuore. / Le renderò le sue vigne / e trasformerò la valle di Acor (ingresso per la terra promessa) / in porta di speranza. / Là canterà / come nei giorni della sua giovinezza, / come quando uscì / dal paese d’Egitto. / E avverrà in quel giorno / – Oracolo del Signore – / mi chiamerai: Marito mio, / e non mi chiamerai più: Mio padrone. / […] / Ti farò mia sposa per sempre, / ti farò mia sposa / nella giustizia e nel diritto, / nella benevolenza e nell’amore, / ti fidanzerò con me nella fedeltà / e tu conoscerai il Signore. / […] [Da “Libro di Osea” (2a metà dell’VIII secolo a.C.), ne La Sacra Bibbia – Antico Testamento, Edizione Ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana - CEI S.R.L. per il Testo Sacro, Roma 1974]

In questo scritto dotato di un evidente respiro letterario si notano sentimenti umanissimi di mortificazione per i tradimenti della moglie (che Osea considera una prostituta), insieme a un gran desiderio di rivalsa che spinge il profeta a vagheggiare l’umiliazione della donna e il suo totale annientamento di fronte agli amanti: «la ridurrò a un deserto… a una sterpaglia e a un pascolo di animali selvatici… scoprirò allora le sue vergogne agli occhi dei suoi amanti». Le parole sono di una suggestione enorme, in quanto Osea mescola l’invettiva contro la moglie con quella contro il popolo infedele («Le farò scontare i giorni dei Baal»), confondendo prostituzione e idolatria. Osea sa anche usare, però, toni d’infinita tenerezza per questa moglie infedele e frasi che hanno la straordinaria bellezza di una poesia d’amore: «Perciò, ecco, la attirerò a me, / la condurrò nel deserto / e parlerò al suo cuore».

Il ritorno al deserto diviene per Osea un’immagine di rigenerazione morale, anche con riferimento alla moglie. E sempre c’è la sovrapposizione tra Gomer, la donna indegna, e la gente d’Israele, il popolo indegno («Là canterà / come nei giorni della sua giovinezza, / come quando uscì / dal paese d’Egitto»), commistione tra il tradimento di Gomer e quello degli Israeliti, identificazione tra l’amore di Osea per la moglie e quello di Dio per il suo popolo ingrato. Dio ama lo stesso («Verrà a noi come la pioggia d’autunno, / come la pioggia di primavera, che feconda la terra»), nonostante l’amore del popolo d’Israele sia labile «come una nube del mattino, / come la rugiada che all’alba svanisce» (6. Superficiale ritorno a Dio.).

Contro i peccati di questo popolo corrotto, Osea scaglia parole di fuoco e preannunzia orribili castighi: «E poiché hanno seminato vento / raccoglieranno tempesta. / Il loro grano sarà senza spiga, / e il germoglio non darà farina, / e se ne produce, la divoreranno gli stranieri.» (8. I peccati.). Infuriato continua: «[…] / L’aia e il tino non li nutriranno / e il vino nuovo verrà loro a mancare. / […] / Pane di lutto sarà il loro pane, / coloro che ne mangiano diventano immondi. / […] / Sono venuti i giorni del castigo, / sono giunti i giorni del rendiconto, / […] / ma egli si ricorderà della loro iniquità, / farà il conto dei loro peccati. / […]»; e il Signore è indignato: «Per i loro misfatti / li scaccerò dalla mia casa, / non avrò più amore per loro; / […] / la loro radice è inaridita, / non daranno più frutto. / Anche se generano, farò perire / i cari frutti del loro grembo. / […]» (9. Israele deportato.).

L’ultima parte del libro descrive l’amore del “Dio–sposo” per il suo “popolo–sposa” (e prostituta) con parole appassionate: «[…] / Io li guarirò dalla loro infedeltà / li amerò di vero cuore, / poiché la mia ira si è allontanata da loro. / Sarò come la rugiada per Israele; / esso fiorirà come un giglio / e metterà radici come un albero del Libano / si spanderanno i suoi germogli / e avrà la bellezza dell’olivo / e la fragranza del Libano. / Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, / […] / io sono come un cipresso sempre verde, / grazie a me tu porti frutto. / […]» (14. Invito al ritorno.).

Ritornando alla metafora del matrimonio, l’amore rinato tra l’uomo placato e la donna perdonata è vissuto però nell’ambito dell’amore per Dio: «Ti farò mia sposa per sempre, / ti farò mia sposa / nella giustizia e nel diritto, / nella benevolenza e nell’amore, / ti fidanzerò con me nella fedeltà / e tu conoscerai il Signore». Nella prima lettera di Giovanni, scritta a Efeso nell’anno 100 per i cristiani dell’Asia Minore, è ripreso questo concetto: «Carissimi, amiamoci gli uni e gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. […] Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.».

In “Osea e Gomer: il profeta e la prostituta”, scritto da Annalisa Margarino (tratto dal numero 14 di Diogene, dossier: La prostituta: vittima o degenerata?), si osserva: «Nella Bibbia la prostituzione è dichiaratamente condannata perché è considerata come un sovvertimento della legge divina e un abuso della sessualità, che dovrebbe essere vissuta secondo il progetto di Dio, il quale prescrive all’uomo e alla donna di diventare una carne sola e d’amarsi in un rapporto di coppia. Prostituirsi significa quindi violare la Legge consegnata a Mosè che norma gli atteggiamenti con Dio, con se stessi e con il prossimo. […] Era prevista la lapidazione, sanzione che spettava a tutti gli atti riconosciuti come infami nella casa di Israele, perché disonoranti e non rispettosi della legge di Dio e del prossimo. È nota la severità di Israele in fatto di pene! […] La prostituzione è idolatria. […] Nei libri profetici si trovano numerose invettive di Dio contro Gerusalemme che si è data alla “prostituzione”. Questa diventa, così, un simbolo, un indicatore per eccellenza della condizione di Israele. […] “Va’, prenditi in moglie una prostituta e abbi figli di prostituzione, poiché il Paese non fa che prostituirsi allontanandosi dal Signore”, questo è l’invito che il profeta Osea si sente rivolgere dal suo Dio. […] La cosa sconcerta sempre a un primo impatto. Dio che ordina di sposare una prostituta? Dio comanda a Osea di sposarsi con una prostituta proprio perché Israele, il popolo eletto di Dio, da lui tanto amato, si sta prostituendo e sta mancando nella sua fedeltà. Così lo sposalizio tra Osea e Gomer, la prostituta, simboleggia il matrimonio corrotto tra Dio e il suo popolo che concede il suo culto ad altri idoli e vive superficialmente non manifestando più fedeltà all’Alleanza. Quale sarà però il risultato del matrimonio tra il profeta, simbolo di colui che ascolta e parla apertamente mantenendo fedeltà al suo Dio, e Gomer, simbolo dell’infedeltà e della chiusura? Il risultato di tale non–relazione sono due figli, di nome Non–amata e Non–mio–popolo. I figli di prostituzione non possono essere amati, perché non sono nati da un rapporto d’amore. Ma proprio per questo il profeta deve trasformare la sua compagna da una prostituta a un oggetto d’amore: […]. Questi versetti hanno un significato centrale: sono, in realtà, pieni di amore, perché il Profeta, dopo aver eseguito gli ordini del Signore, si rende conto che la sua prostituta non può che generare non–amati, perché, prima ancora dei suoi figli, è lei stessa la non–amata. La relazione che libera la prostituta è il risultato di un rapporto che la pone nella condizione di “neonata”. […]. Dio non accetta l’essere considerato solo come padrone e che la sua donna–Israele corra tra le false sicurezze di tanti amanti: “[…] Io li seminerò di nuovo per me nel Paese e amerò Non–amata; e a Non–mio–popolo dirò: 'Popolo mio', ed egli mi dirà: 'Mio Dio'” […]. Sono parole di una dichiarazione d’amore. Alla prostituzione si oppone il desiderio di un’alleanza, di un continuo riconoscimento di sé e dell’altro, alla fuga, alla precarietà si contrappone la fedeltà. Ai linguaggi della prostituzione dove tutto è sfuggente, si contrappongono linguaggi di radicalità, totalità, parole di relazione. […] La relazione salvifica promessa da Dio nell’Antico Testamento tramite Isaia, Osea, Ezechiele trova compimento nel Nuovo. Una delle frasi più lapidarie e sconvolgenti del Vangelo riguarda proprio le prostitute: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio” (Matteo 21,31). […]» 
(http://www.diogenemagazine.eu/home/index.php?option=com_content&view=article&id=89:osea-e-gomer-il-profeta-e-la-prostituta&catid=16:sessualita&Itemid=110).

Concludendo, il libro di Osea rappresenta la prima occasione in cui il rapporto tra Dio e il popolo di Israele nella Bibbia è associato a un matrimonio. L’immagine è stata ripresa poi da Geremia e più tardi è stata piuttosto ricorrente nel Nuovo Testamento.

P.S. Nel film La via lattea (La voie lactée) (1968) di Luis Buñuel con Christine Simon (la ragazza incatenata), Pierre Clémenti (il demone), Georges Marchal (il gesuita), Jean Piat (il giansenista), Michel Etcheverry (l’inquisitore), e Alain Cuny (l'uomo col mantello), si narra di due vagabondi dei giorni nostri: Jean, giovane e scettico (Laurent Terzieff), e Pierre, vecchio e credente (Paul Frankeur), che partono insieme da Fontainebleau in Francia per raggiungere il santuario di Santiago de Compostela in Spagna (la via Lattea è appunto il nome di quella strada attraverso la quale i pellegrini da Parigi raggiungevano il  santuario di San Giacomo, sorto a Santiago de Compostela nel 1075 per ospitare le spoglie miracolosamente ritrovate dell’apostolo di Cristo). I due pellegrini fanno degli incontri interessanti con eresie del Cristianesimo antico e moderno, imbattendosi in tutta una serie di situazioni assurde e di diabolici personaggi che indossano abiti di epoche passate. Hanno scritto i Morandini: «Il surrealismo del vecchio maestro spagnolo è al massimo della sua forma in questa deliziosa, sarcastica scorribanda attraverso le eresie, da lui prese come segni di una dialettica tra fede e ideologia, potere e libertà. Scritto con Jean-Claude Carrière. L'attore che fa Gesù è Bernard Verley.» (http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=27487). Alla fine del film il regista ci tiene a sostenere la veridicità storica delle dispute teologiche rappresentate nel film.
Come ha scritto laulilla, concludendo la sua recensione dal titolo “Uno strano pellegrinaggio” (mercoledì 20 aprile 2011): «Le religioni, dunque, sono per Buñuel nient’altro che ipocriti veli dell’autorità politica; la Chiesa si alimenta delle ambiguità contenute nel messaggio cristiano, che non è solo un messaggio d’amore, ma contiene in sé anche i germi della violenza che ha contraddistinto tutta la sua storia: non a caso, nelle ultime scene del film, gli apostoli seguiranno Cristo, proprio dopo che avrà indicato nella guerra e nella divisione anche dei nuclei familiari più stretti, la sostanza della propria predicazione. Solo uno dei due ciechi miracolati, il più povero e più ingenuo, non lo seguirà. Film blasfemo, come altri del grande regista, surreale nei modi della rappresentazione, che ricorre anche a stilemi della letteratura fantastica (metafore ed espressioni verbali che diventano realtà), diretto magistralmente da un Bunuel in piena forma.»
(http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=27487). E in questo film, dopo aver fatto l'elemosina ai pellegrini Laurent Terzieff e Paul Frankeur, Alain Cuny cita liberamente il profeta Osea: «Andate… Prendete una meretrice e generate figli di prostituzione. Chiamerete il primo “Tu non sei il mio popolo” e il secondo “Non più misericordia”».

venerdì 27 luglio 2012

Il cantico dei cantici: la Bibbia come grande letteratura d’amore


La Bibbia                                                 La coppia del cantico dei cantici



La Bibbia è la raccolta delle Sacre Scritture dell’Ebraismo e del Cristianesimo ed è certamente il grande libro dell’umanità (dalle sue origini al suo destino soprannaturale). Pur non essendo un testo squisitamente letterario, è un racconto ricco di fascino, stracolmo di parole d’amore eterno e pregno di universalità, in quanto esprime i sentimenti e le intuizioni dell’uomo in tutta la sua profondità. È quasi una piccola biblioteca. I greci la chiamavano, infatti, “tà biblìa”, vale a dire “i libri”. La sua struttura è complessa perché comprende una pluralità di contenuti e di lingue, e include diverse letterature.

La Bibbia è suddivisa nell’Antico e nel Nuovo Testamento, ove testamento sta per patto o alleanza. Il “Canone” (cioè la Regola) costituisce l’elenco dei libri contenuti nella raccolta della Bibbia e comprende i 47 libri dell’Antico Testamento: a 39 di loro è riconosciuta autorità dagli Israeliti, componendo la Bibbia ebraica ed essendo costituita dai testi ebraici e aramaici (il vero e proprio monumento della letteratura ebraica antica); gli altri 8 sono i libri Deuterocanonici in lingua greca, inseriti più tardivamente e non riconosciuti da ebrei e protestanti. La Bibbia comprende anche i 27 libri del Nuovo Testamento, che raccolgono la vita e i pronunciamenti di Gesù e che non vanno al di là del 100 d.C., chiudendosi con il Vangelo di Giovanni. I libri al di fuori del Canone, pur avendo caratteristiche e temi simili a quelli della Bibbia, non sono stati mai riconosciuti come canonici. Ciascuno dei libri del Vecchio Testamento è suddiviso in capitoli, e ciascun capitolo in versetti. Il testo ebraico fu scritto inizialmente con caratteri fenici su pelli cucite insieme a formare una lunga striscia da arrotolare (diversi di questi antichi rotoli sono stati scoperti intorno agli anni Cinquanta nel deserto di Giudea, nei pressi del mar Morto). In seguito, si usò la lingua aramaica ma a noi sono pervenute le trascrizioni medievali unificate ed eseguite dagli scribi giudaici.

La Bibbia, il libro religioso degli Ebrei (con riferimento però al solo Antico Testamento) e dei Cristiani (cattolici, ortodossi e protestanti), è ispirato da Dio che interviene nella storia dell’Uomo con un intento di salvezza e per la necessità di dettare le norme della fede, parlando in situazioni diverse e attraverso uomini diversi. In quanto ispirata da Dio, essa è un testo “divino”, ma è anche un testo profondamente “umano” perché contiene parole che narrano storie di uomini e di donne. Al centro della Bibbia, troneggia Dio (Jahvé), che si presenta a Mosè dicendo: «Io sono colui che sono (Eheye asher eheye)», e che a tutto s’interessa e tutto dirige. L’Antico Testamento è l’alleanza di Dio con Abramo e Israele, mentre il Nuovo Testamento è la nuova alleanza di Dio con Israele e con tutto il mondo attraverso il suo figlio Gesù Cristo.

Molti libri biblici parlano d’Amore con parole di alto lirismo, come il Cantico dei Canti (Il Canto sublime), attribuito a re Salomone, ma forse di un poeta anonimo (scritto tra il VI e IV secolo a.C.), di natura più propriamente poetica che sacra. Vi s’inneggia all’amore umano e profano di due giovani sposi che, in un ambiente pastorale, si cercano e si amano appassionatamente con i corpi e con le anime. Quest’amore è, però, pur sempre sacro perché proviene da Dio e dalla creazione dell’uomo. Anche in questo caso esiste forse un intento simbolico: lo sposo è Dio mentre la sposa è Israele; ed esiste forse anche la metafora dell’amore dell’anima umana per Cristo. In tale allegoria, l’“agàpe” (l’elevato, incondizionato e compassionevole amore di Dio) si sovrappone all’“eros”, il più basso amore sensuale e sessuale della sua creatura che è soprattutto desiderio di esclusività. I brani lirici sono uno più bello dell’altro, sempre arditi e ricchi di stupende e surreali espressioni d’amore.

Il poema inizia così: «Cantico dei cantici, che è di Salomone. / Mi baci con i baci della sua bocca! / Sì, le tue tenerezze sono più dolci del vino.». E continua: «Il mio diletto è per me un sacchetto di mirra, / riposa sul mio petto. / Il mio diletto è per me un grappolo di cipro / nelle vigne di Engaddi. / Come sei bella, amica mia, come sei bella! / I tuoi occhi sono colombe. / Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso! / Anche il nostro letto è verdeggiante. / Le travi della nostra casa sono i cedri, / nostro soffitto sono i cipressi.» (1. Amabilità dello sposo.). Nel secondo capitolo la sposa invoca: «Sostenetemi con focacce d’uva passa, / rinfrancatemi con pomi, / perché sono malata d’amore. / La sua sinistra è sotto il mio capo / e la sua destra mi abbraccia.». E così continua: «Somiglia il mio diletto a un capriolo o a un cerbiatto. / […] / Il mio diletto è per me e io per lui. / Egli pascola il gregge tra i gigli. / Prima che spiri la brezza del giorno / e si allunghino le ombre / ritorna, o mio diletto, / somigliante alla gazzella / o al cerbiatto, / sopra i monti degli aromi.» (2. Lo sposo cerca la sposa.)». In un successivo capitolo lo sposo esclama: «Come sei bella, amica mia, come sei bella! / Gli occhi tuoi come colombe, / dietro il tuo velo. / Le tue chiome come un gregge di capre, / […] / I tuoi denti come un gregge di pecore tosate, / […] / Come un nastro di porpora le tue labbra / e la tua bocca è soffusa di grazia; / come uno spicchio di melagrana la tua gota / attraverso il tuo velo. / Come la torre di Davide il tuo collo, / […] / I tuoi seni sono come due cerbiatti, / gemelli di una gazzella, / che pascolano tra i gigli. / […] / Tutta bella tu sei, amica mia, / in te nessuna macchia.» (4. Lodi alla bellezza della sposa.). E continua la celebrazione della sposa: «Quanto soavi le tue carezze, / sorella mia, sposa, / quanto più deliziose del vino le tue carezze. / L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi. / Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa, / c’è miele e latte sotto la tua lingua / e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano. / Giardino chiuso tu sei, / sorella mia, sposa, / […]» (4. Invito alla sposa.).

A sua volta, la sposa amante celebra le innumerevoli virtù dello sposo: «Il mio diletto è bianco e vermiglio, / riconoscibile tra mille e mille. / Il suo capo è oro, oro puro, / i suoi riccioli grappoli di palma, / neri come il corvo. / I suoi occhi come colombe / su ruscelli di acqua; / i suoi denti bagnati nel latte, posti in un castone. / Le sue guance come aiuole di balsamo, / aiuole di erbe profumate; / le sue labbra sono gigli, / che stillano fluida mirra. / Le sue mani sono anelli d’oro, / incastonati di gemme di Tarsis. / Il suo petto è tutto d’avorio, tempestato di zaffiri. / Le sue gambe, colonne di alabastro / posate su basi d’oro puro. / Il suo aspetto è quello del Libano, / magnifico come i cedri. / Dolcezza è il suo palato; / egli è tutto delizie! / Questo è il mio diletto, questo è il mio amico, / o figlie di Gerusalemme» (5. Descrizione dello sposo.).

Lo sposo adorante osserva invece: «Le curve dei tuoi fianchi sono come monili, / opera di mani d’artista. / Il tuo ombelico è una coppa rotonda / che non manca mai di vino drogato. / Il tuo ventre è un mucchio di grano, / circondato da gigli. / I tuoi seni come due cerbiatti, / gemelli di gazzella. / Il tuo collo come una torre d’avorio; / i tuoi occhi sono come i laghetti di Chesbon / presso la porta di Bat-Rabbim; / il tuo naso come la torre del Libano / […] / Quanto sei bella e quanto sei graziosa, / o amore, figlia di delizie! / La tua statura somiglia a una palma / e i tuoi seni a grappoli. / Ho detto: “Salirò sulla palma, / coglierò i grappoli di datteri; / mi siano i tuoi seni come grappoli d’uva / e il profumo del tuo respiro come di pomi” / Il tuo palato è come vino squisito, / che scorre dritto verso il mio diletto / e fluisce sulle labbra e sui denti!» (7. Contemplazione della sposa.).

Denso di ardore amoroso è l’ultimo brano del Canto: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, / come sigillo sul tuo braccio; / perché forte come la morte è l’amore, / tenace come gli inferi è la gelosia; / le sue vampe son vampe di fuoco / una fiamma del Signore! / Le grandi acque non possono spegnere l’amore / né i fiumi travolgerlo. / Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa / in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio.» (8. Stabilità dell’amore.). Che parole strabilianti! Che combinazione di frasi irresistibili per organizzare una narrazione dal fascino straordinario! Pur occupandosi dei problemi eterni dell’umanità, re Salomone riesce a creare versi di fantasiosa e fresca poesia d’amore. [I brani sono tratti da La Sacra Bibbia – Antico Testamento, Edizione Ufficiale della Conferenza Episcopale Italiana - CEI S.R.L. per il Testo Sacro, Roma 1974]

Con riferimento al “Cantico dei Cantici”, in Terre promesse – La Bibbia letta dal buco della serratura (La Stampa web del 23/4/2004), la scrittrice ebraica torinese Elena Loewenthal così scrive: «Un poderoso io narrante abita fra le pagine della Bibbia: è il Dio onnipotente […] Più di rado, con maestosa compostezza, si ritira per lasciare fuggevole scena agli uomini e alle donne. è allora che la storia si fa piccola, racchiusa fra le mura di una casa, dentro un’alcova. Anche la Bibbia sa diventare un racconto intimo, al quale ci si avvicina quasi in punta di piedi, come per non disturbare. è il caso certamente del “Cantico dei Cantici”, un dialogo d’amore così intimo che leggerlo è un po’ come spiare dal buco della serratura, e a ogni versetto ci si sente addosso la colpa di un abuso, perché la storia è tutta soltanto loro, di questi due innamorati che un poco si cercano e un poco si sfuggono, per amarsi ogni volta di più […].  Queste poche pagine di poesia entrarono per il rotto della cuffia nel novero dei testi sacri, e a patto di interpretarli come una rigorosa allegoria […]».

Emily Dickinson, nata ad Amherst il 10 dicembre del 1830 nel chiuso mondo puritano della Nuova Inghilterra (Massachusetts), amò la Bibbia che leggeva e rileggeva in continuazione, ma soprattutto il Cantico dei Cantici di Salomone: «Un libro antico è la Bibbia – / fu scritto da morte creature / da sacri fantasmi ispirate – / […]» (1545).

La Bibbia ci offre una vivida rappresentazione della felicità incantata (quando l’amore è ricambiato) e del tormento aspro (quando la passione amorosa è invece infelice). E la scarna ed essenziale narrazione biblica non ha nulla da invidiare alla forza espressiva delle più belle pagine della letteratura antica e moderna. A proposito dell’essenzialità della lingua ebraica, George Steiner (L’espresso, N. 44 del 10/11/2005), critico della letteratura e studioso della lingua ebraica, autore di molti libri straordinari tra i quali Grammatiche della creazione (Garzanti, Milano 2003), in un’intervista, scriveva: «L’ebraico è la lingua di scambio tra Dio e gli uomini. Quindi è una lingua di una meravigliosa economia. Dio ha fretta, ha molto da fare, non ha tempo da perdere in lunghi discorsi. La grandezza dello scambio linguistico in ebraico, sta nell’economia della parola. Le altre lingue sono più ricche di ornamenti, di prodigalità immaginaria. L’ebraico ha invece una laconicità formidabile.».

Voglio ricordare, però, che la Bibbia esprime spesso un feroce maschilismo e un’evidente misoginia: alla donna era assegnato un ruolo di bruta sottomissione, se non addirittura di chiara inferiorità, sulla base di una legislazione di famiglia molto discriminante. Nel Deuteronomio, raccolta di tre discorsi di Mosè fatti al popolo d’Israele per ricordare avvenimenti passati e per rinnovare l’amore per Dio, si legge: «Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualcosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via di casa. […]» (24. Divorzio.). Naturalmente, nulla di simile esiste con riferimento all’uomo! Nel Nuovo Testamento, nel Vangelo secondo Matteo (testo in aramaico pubblicato nel 40-50), ai farisei che ironicamente gli facevano notare come le sue parole «Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi» cozzassero contro l’“atto di ripudio” di Mosè, Gesù rispose: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. Perciò vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un’altra, commette adulterio» (19. Il divorzio.).

In ultimo voglio sottolineare che, a differenza che nel Vecchio Testamento, nei Vangeli non è facile trovare calde pagine d’amore sensuale. In un suo lungo articolo giornalistico dal titolo L’amor sacro e profano, il critico letterario fiorentino Piero Citati (La Repubblica del 28/1/2006) ha scritto: «Nel Vangelo e nelle Lettere di San Paolo, c’è un’immensa omissione che nel terzo secolo colpì l’attenzione di Origene (teologo, 185-253). Mancano il sostantivo “eros” e il verbo “eran”. Ora nella civiltà ellenistica, “eros” ed “eran” esprimevano il desiderio, l’affetto, la tenerezza che sfiorava le persone e le cose “con voluttà e dolore”. […] Con la sua durissima chiarezza intellettuale, San Paolo estirpò queste parole dal vocabolario cristiano. Nel Nuovo Testamento e nelle sue Lettere, non c’è più traccia di “eros”. […] Secondo San Paolo, l’amore cristiano portava un altro nome: “agàpe, caritas”. Esso era superiore a tutte le altre virtù umane, e ne costituiva il cuore e la musica. […] L’amore era superiore perfino alla fede. […] agàpe è l’unica virtù perfetta, piena e assoluta, come sarà perfetta, alla fine dei tempi, la nostra visione della luce di Dio. […] Nell’amore, tutto è già qui: Dio è già dentro di noi. […] lo incontriamo soltanto nell’amore. […] Ma se l’amore è il presente assoluto, è anche l’assoluto futuro. […] Nel vuoto della fine, ci sarà soltanto la “caritas”, che in quel momento si scioglierà nella visione radiosa di Dio.».

In questi ultimi anni, ha cominciato a farsi pressante la richiesta d’inserire nell’insegnamento scolastico la Bibbia, in quanto testo intellettuale che ha offerto e offre contenuti preziosi alla letteratura, all’arte, alla musica e al costume, in quanto preziosa eredità culturale da custodire gelosamente e in quanto vero e proprio libro di letteratura da valorizzare, al di là del semplice recupero del senso delle radici cristiane. Nel 2005, a Milano, si è tenuto un convegno, organizzato dall’associazione laica “Biblia”, che ha discusso ampiamente proprio questo problema, affidandolo a tre esperti: il biblista monsignor Gianfranco Ravasi, il filosofo Salvatore Natoli e il giornalista Gad Lerner. Nello stesso periodo un folto gruppo d’intellettuali italiani (comprendente tra i primi firmatari, oltre ai più importanti biblisti, anche Massimo Cacciari, Umberto Eco, Margherita Hack e Gianni Vattimo), convinti dell’importanza della Bibbia come fondamento letterario per la formazione educativa e culturale degli studenti, hanno sottoscritto un appello rivolto sia al Ministero dell’Istruzione e della Ricerca sia agli altri operatori del mondo della scuola. Naturalmente, non è stato richiesto il tempo di un’ora di religione dedicata alla lettura della Bibbia, bensì l’inserimento integrativo della discussione della Bibbia (quale testo primordiale di grande influenza sullo sviluppo dell’Occidente) nell’ambito dei diversi insegnamenti scolastici: letteratura, storia dell’arte, economia politica, filosofia e musica.

P.S. Il 13 febbraio del 2006, per celebrare la festa di San Valentino, Roberto Benigni ha letto e commentato il Cantico dei cantici nel suo monologo L'amore farà vivere al Teatro Verdi di Terni. Nell'introduzione alla sua lettura, l'attore ha esordito dicendo ai suoi tanti spettatori: «O amici innamorati, sono lieto di inaugurare l’amore valentiniano di questa città che mi ha fatto innamorare. Perché questa città di San Valentino mi ha dato tanto amore, e chi più ne ha più ne metta, e chi meno ne ha meno ne metta. Ho subito accettato quest’invito con erotismo, perché si parla d’amore, ed è una cosa che mi ha avviluppato subito.». Si è detto lieto di affrontare il Cantico dei Cantici «che è un libro eccelso, è la base, il momento più straordinario dei libri della Bibbia». Ha ironizzato col suo solito sarcasmo su Berlusconi e poi si è addentrato sull'argomento. Ha detto tra l'altro: «Il Cantico dei Cantici è antecedente di parecchio a lui [Gesù]. è stato attribuito a Salomone, anche se in realtà non c’entra niente. Però è stato inserito tra i libri Sapienziali, perché è un libro ispirato. Per questo sta nella Bibbia. Perché per stare nella Bibbia ci vuole l’ispirazione: Dio dà l’ispirazione, quello scrive e  Dio lo fa diventare vero. Perché Dio volentieri s’ispira a coloro che ha ispirato. Quindi ha ispirato qualcuno – che non sappiamo chi sia – che ha scritto questo gioiello di bellezza, proprio in mezzo alla Bibbia. Sai, come quando nei quadri religiosi si vedono le cose cupe, poi all’improvviso arriva la Primavera del Botticelli. In questo libro la castità balla insieme alla bellezza e alla sensualità. La Bibbia è un libro straordinario perché è religiosissimo, ed è sensuale, erotico, pieno d’amore. C’è il lusso di spargere il seme della vita ovunque. Perché l’amore ha bisogno di lusso, ha bisogno di spazio, si nutre di se stesso, non gli garba tutto ciò che non è lui. […] Nel Cantico dei Cantici s’invoca l’amore come atto supremo dell’esistenza, un sentimento che abbraccia tutta l’umanità. […] Non c’è forza che può reggere a questo sentimento, e questo Gesù Cristo ce l’ha insegnato, e nel Cantico dei Cantici questo ritroviamo, perché naturalmente ci vogliono le due cose: sensualità e tenerezza. […] Il Cantico dei Cantici, che don Paglia mi ha consegnato di leggere e lo ringrazio perché ci ho ributtato gli occhi dentro e mi sono sommosso dall’emozione, è composto dei dialoghi: il dialogo dell’innamorato della sposa con lo sposo, meravigliosi: parla lei e parla lui, con una forma moderna, straordinaria. Naturalmente sono anche simbolici, perché come tutti i libri sapienziali il saggio sa che bisogna leggere tenendo d’occhio anche agli altri significati, ma poi facendo tutta la strada si ritorna alla semplicità del primo significato, e quindi come dice Dante nella Divina Commedia: “O voi che avete gli intelletti sani, mirate la dottrina che s’asconde dietro il  velame de li versi strani”. C’è sempre dei significati, allora all’inizio pensavano che fosse il richiamo di Dio con Israele, poi c’è stata l’interpretazione di san Paolo che è naturalmente l’amore di Gesù per la chiesa. Ma quella più bella è quella di Gesù con l’umanità. […] Ora io vi voglio leggere questo Cantico dei Cantici augurandovi un inizio di questi festeggiamenti valentiniani meravigliosi a tutte le coppie, naturalmente della felicità nella goduria più spettacolare nella tenerezza e la sessualità. E vi voglio leggere questo gioiello che è stato donato all’umanità, di cui un rabbino del secondo secolo dopo Cristo ebbe a dire: “L’universo intero non vale il giorno in cui fu dato all’umanità il Cantico dei cantici”. Ora ve lo leggo: io l’ho scritto a lapis, e non a biro, perché don Paglia mi ha detto che non si può copiare la Bibbia con qualcosa di metallico, perché con il metallo si forgiano le armi.» 
(http://www.filmfestivalpopoliereligioni.it/cont/index.php?DY=2&CAT=4&ART=150 
L'AMORE FARA' VIVERE).