domenica 5 febbraio 2012

Roy Atwell, la voce di Dotto in Biancaneve e i sette nani



Roy Atwell                                                     Dotto (Doc)


Cinquanta anni addietro moriva a New York a 83 anni, il 6 febbraio del 1962, Roy Atwell, attore, star della radio e compositore statunitense nato a Syracuse (New York) il 2 maggio del 1878. 


è divenuto una stella fulgente nel firmamento del cinema mondiale nel 1937 per aver prestato la sua straordinaria voce a uno dei sette nani, Dotto, in Biancaneve e i sette nani, primo lungometraggio d'animazione a colori e vero capolavoro della Disney, ricco di innovazioni tecniche utili a realizzare un nuovo spazio espressivo e integrato da un travolgente commento musicale (il film è stato trasmesso in prima televisiva dalla RAI il 2 gennaio 2011, utilizzando la versione DVD restaurata nel 2009). In Italia, Roy Atwell fu doppiato da Olinto Cristina nell'edizione del 1938 e da Roberto Bertea in quella del 1972.

Roy Atwell iniziò a recitare come attore di cinema muto nel 1914 e fu attivo sino al 1947, comparendo in 34 film.

Si segnalò nel 1922 nei seguenti film muti: Grand Larceny (1922) di Wallace Worsley, protagonista Claire Windsor; Don't Get Personal di Clarence G. Badger, protagonista Marie Prevost; e Red Hot Romance di Victor Fleming con Basil Sydney e Henry Warwick. Seguirono gli altri film muti Souls for Sale (1923), scritto, diretto, sceneggiato e prodotto da Rupert Hughes con la grande diva del muto Eleanor Boardman – nel film comparivano numerosi artisti famosi di Hollywood, tra i quali Charlie Chaplin, Erich von Stroheim, Florence Vidor e King Vidor (dopo il divorzio da Florence, altra famosa attrice del cinema muto, il regista sposò proprio Eleanor Boardman) – ; e The Outsider (1926), tratto dal lavoro teatrale di Dorothy Brandon, di Rowland V. Lee con Jacqueline Logan, Lou Tellegen e Walter Pidgeon.

Nel 1933 Atwell comparve nel breve film musicale Crashing the Gate (1933) di Joseph Henabery con la celebrata cantante degli anni venti e trenta Ruth Etting, nota per la canzone "You Made Me Love You" di Walter Donaldson e Gus Kahn (che la cantante aveva portato al successo in "Whoopee!", il musical del 1928 prodotto da Florenz Ziegfeld Jr.). Nel 1955 il regista di origine ungherese Charles Vidor girò il film biografico Amami o lasciami (Love Me or Leave Me) con Doris Day e James Cagney, dedicato appunto a Ruth Etting, che seppe trasformarsi da ballerina di fila a cantante amatissima e a star cinematografica (e James Cagney interpretava il gangster Martin "Moe the Gimp" Snyder, suo primo marito e manager).

Seguirono la commedia The Harvester (1936) di Joseph Santley con Alice Brady e il film musicale Invito alla danza (Varsity Show) (1937) di William Keighley con Dick Powell.

Nel 1937 Roy Atwell divenne famoso in tutto il mondo dando la sua voce a Dotto (Doc, da doctor) in Biancaneve e i sette nani (Snow White and the Seven Dwarfs), tratto dalla omonima fiaba dei fratelli Grimm e diretto da David Hand (la sceneggiatura fu figlia di un folto team di sceneggiatori e i disegnatori che lavorarono duramente per mesi). Si racconta che Walt Disney dovette ipotecare anche la sua casa per finanziare la produzione del film che costò una cifra astronomica per quell'epoca ma rivoluzionò la programmazione cinematografica (per la prima volta gli incassi di un film d'animazione furono enormi) e che gli meritò uno speciale Premio Oscar alla carriera (il film fu anche nominato all'Oscar per la miglior colonna sonora di Liegh Harline): «…un film ambizioso che i critici chiamarono “la follia di Disney”, salvo poi a essere costretti ad ammettere che questa sua versione della celebre favola, ricca di umorismo, sentimento, pathos e suspense, nonché di emozionanti colpi di scena, era un grosso successo. Un successo pagato caro, poiché il film era costato ben un milione e 700.000 dollari, una bella cifra per quei tempi.» (ne "I regni incantati di Walt Disney", Il Cinema – Grande storia illustrata, Ist. Geografico De Agostini, Novara, 1981). Nel film furono dati nomi fantasiosi ai sette nani, che non esistevano nella fiaba originaria: Dotto (Doc), saggio e balbuziente; Brontolo (Grumpy), scorbutico ma cuor d'oro;  Pisolo (Sleepy), vivace e acuto nonostante sempre assonnato; Mammolo (Bashful), un timido sempre rosso e confuso; Gongolo (Happy), un burlone sempre di buon umore; Eolo (Sneezy), afflitto da forti starnuti irrefrenabili; e Cucciolo (Dopey), un calvo stupidello che non ha mai imparato a parlare.

Dopo il successo internazionale di Biancaneve e i sette nani, Atwell girò ancora alcuni film, tra i quali sono da menzionare il film musicale La fortezza s'arrende (The Fleet's In) (1942), diretto da Victor Schertzinger con Dorothy Lamour e William Holden, e People Are Funny (1946) di Sam White con Jack Haley e Helen Walker, basato sull'omonimo programma radiofonico (poi anche televisivo) della NBC con Art Linkletter. Fu poi la volta di Gentleman Joe Palooka (1946) di Cy Endfield con Leon Errol e Joe Kirkwood Jr, tratto dalla striscia comica creata dal cartoonist Ham Fisher nel 1921 e centrato su un campione di boxe, peso massimo. Nel 1947 girò una piccola parte nella commedia thriller La congiura di Barovia (Where There's Life) di Sidney Lanfield con Bob Hope e Signe Hasso.

Roy Atwell partecipò a diverse produzioni di Broadway, tra le quali The Little Missus, The Mimic World, The Firefly, e How's Your Health?.

Come compositore si fece conoscere con la popolare canzone Some Little Bug is Going to Find You, registrata nel 1915, e scrisse anche le parole della canzone When a Piece of Toast Climbs Your Bedpost with a Cigar.

Ebbe tre mogli: la prima e la terza furono attrici, Blanche West ed Ethel Smith; la seconda era Dorothy Young, figlia di un ricco banchiere.


Sconosciuto ai più, la voce di Roy Atwell rimarrà scolpita nell'immaginario infantile di diverse generazioni di bambini per aver dato vita, carattere e spessore a Doc, il tronfio saputello, il pomposo leader dei sette nanetti, che nonostante i suoi gravi problemi di pronuncia interviene sempre comicamente a dire la sua, facendo da contraltare alla intensa drammaticità della favola (la sua performance fu il frutto delle sue esilaranti macchiette radiofoniche).



lunedì 30 gennaio 2012

Barbara Tuchman, I cannoni di agosto, e la mattanza della guerra



Barbara Tuchman



Cento anni addietro, il 30 gennaio del 1912, nasceva a New York Barbara Wertheim Tuchman, scrittrice molto nota per I cannoni di Agosto (1962), con il quale vinse il prestigioso Premio Pulitzer nel 1963, e grande storica americana che seppe leggere la storia in un suo modo originale – limpido e ricco di pathos – divulgando al popolo, con i milioni di copie vendute, i periodi storici più diversi (dal Medioevo e dal Rinascimento sino ai giorni nostri). 


Si distinse per lo stile lucido, la forza narrativa degli eventi, l'accurata raccolta dei dettagli e l'intensa rappresentazione psicologica dei protagonisti dei drammi del mondo e dei leader della guerra, analizzati nella loro essenza profonda di esseri umani (talora, nel loro deficit di senso comune e di senso dell'onore). La Tuchman era convinta che lo storico fosse un narratore di storie che doveva sapere quando interrompere la ricerca e quando cominciare a scrivere; osservò in Practicing History: Selected Essays (1981): «è faticoso, lento, spesso doloroso, talvolta un'agonia. Significa riordinare, rivedere, aggiungere, tagliare, riscrivere. Ma provoca un senso di eccitazione, quasi un rapimento; un attimo nell'Olimpo. In breve, è un atto di creazione.».

Nata in una famiglia agiata e influente, Barbara Tuchman era la figlia del banchiere Maurice Wertheim e la nipote da parte di madre di un importante diplomatico. Laureatasi al Radcliffe College (1933), studiò anche a Cambridge (Mass.) occupandosi di letteratura e di storia; sempre considerò questa combinazione come benefica per la sua attività, a cavallo tra il saggio storico e il romanzo. Sposò Lester R. Tuchman, un noto ricercatore ed eminente professore di medicina clinica. Ebbero tre figlie, e ricominciò a scrivere soltanto quando le bambine iniziarono a frequentare la scuola.

Ricercatrice e giornalista, si abbandonò poi completamente al piacere di frequentare le biblioteche (durante una raccolta fondi per la New York Public Library, aveva scritto sul "New Yorker" del 21 aprile 1986: «Non c'è nulla che mi faccia sentir male come la porta chiusa di una biblioteca») e al gusto di scrivere, divenendo una scrittrice a tempo pieno. Aveva scritto: «I libri sono l'umanità stampata… I libri sono portatori di civiltà. Senza libri, la storia è silenziosa, la letteratura è muta, la scienza è inetta, il pensiero e la speculazione sono a un punto morto. I libri sono i motori del cambiamento, le finestre sul mondo, i fari eretti nel mare del tempo». Insegnò alla Harvard University e all'University of California.

Una sua interessante osservazione, nota come "La Legge di Tuchman", recita così: «Il fatto di essere riportato, moltiplica l'estensione apparente di un qualsiasi andamento deplorevole da cinque a dieci volte»; con essa, la Tuchman voleva evidenziare che i disastri e le catastrofi non sono poi così devastanti così come vengono riportate: nei resoconti della cronaca e della storia certi avvenimenti da sporadici divengono più persistenti, globali e pervasivi di quanto non siano nella realtà. La persistenza della normalità di solito prevale sull'effetto nocivo rappresentato, e molto spesso, nella quotidianità, si può ritornare a casa la sera senza incappare in nessuno degli eventi negativi alla ribalta della cronaca.

Vinse un secondo premio Premio Pulitzer nel 1972 con Stilwell and the American Experience in China (1970), biografia ricca di vivacità e approfondimento psicologico del generale Joseph Stilwell, famoso per essere stato al comando del teatro operativo indo–cinese durante la ii Guerra Mondiale. Tra le altre sue opere importanti sono da ricordare: Il tramonto di un'epoca: Gran Bretagna e Spagna dal 1700 (The Lost British Policy: Britain and Spain Since 1700) (1938), saggio volto a raccontare la storia della Gran Bretagna e della Spagna a partire dal 18° secolo, in cui demoliva la politica britannica nel Mediterraneo occidentale; Bible and Sword: England and Palestine from the Bronze Age to Balfour (1956), sul coinvolgimento dell'Inghilterra nella Palestina nel corso dei secoli e sulle relazioni anglo–palestinesi; Il telegramma Zimmermann (The Zimmermann Telegram) (1958), dedicato all'incidente spionistico che nel 1917 coinvolse la Germania e il Messico, contribuendo a far entrare gli Stati Uniti in guerra durante la i Guerra Mondiale; The Proud Tower: A Portrait of the World Before the War, 1890-1914 (1966), che va dall'ascesa dell'imperialismo statunitense, passando per il socialismo e il comunismo, sino al governo degli stati europei e nordamericani agli inizi del 19° secolo; Uno specchio lontano: Un secolo di avventure e di calamità, il Trecento (A Distant Mirror: The Calamitous Fourteenth Century) (1978), un parallelo storico tra il 14° secolo e l'Europa moderna; La marcia della follia: dal cavallo di Troia alla guerra del Vietnam (The March of Folly: From Troy to Vietnam) (1984), una lucida riflessione sui ricorsi storici delle politiche contrarie agli interessi dei governi, da Troia, attraverso il Protestantesimo e la perdita delle colonie americane, sino al comportamento dissennato del governo americano durante la Guerra del Vietnam; nel concludere scrisse la Tuchman: «La forza del comando spesso causa un venir meno del pensiero». Pubblicò infine The First Salute: A View of the American Revolution (1988), sulle prospettive sulla Rivoluzione Americana; la studiosa poneva la guerra nel contesto storico dei lunghi conflitti  persistenti nel tempo tra Inghilterra e tra Francia e Olanda, e faceva un vivido ritratto umano del generale George Washington.

Il suo capolavoro fu tuttavia I cannoni di Agosto (The Guns of August), che descriveva le decisioni governative e le azioni militari che portarono al disastro della i Guerra Mondiale (vera e propria fine di un mondo), focalizzando soprattutto i primi mesi del conflitto bellico sul fronte occidentale e su quello orientale che avrebbero deciso il destino della guerra a causa della mancanza di decisioni rapide ed efficaci (molti storici hanno però contestato questa tesi). Questo saggio fu molto amato, letto e riletto, da John F. Kennedy – egli stesso un amante della storia – che nel 1962 ne consigliò la lettura al "Comitato Esecutivo del National Security Council" durante i giorni della crisi di Cuba. Nel film di Roger Donaldson Thirteen Days (2000), con Kevin Costner e Bruce Greenwood, che racconta quella crisi, Kennedy alla Casa Bianca – che insieme al fratello Robert resistette ai militari che avrebbero voluto portare avanti progetti d'invasione di Cuba per reagire all'installazione dei missili sovietici – cita il testo della Tuchman, confrontando la situazione che stava vivendo con la tragedia umana affrontata cinquanta anni prima e descritta da Barbara Tuchman (che era una convinta liberal democratica, spesso schierata). Questo è un libro chiave per la comprendere la Grande Guerra e per capire perché essa prese una piega inaspettata, diventando il teatro di un macello per il tracollo dei piani strategici dei due eserciti contrapposti (francese e tedesco) a causa dell'ottusità e dell'incompetenza dei governi e degli stati maggiori, convinti ancora di combattere una guerra di tipo ottocentesco. Questo saggio ha ispirato l'omonimo documentario girato dal regista–produttore americano Nathan Kroll nel 1965 (nella versione italiana, le magiche voci di Emilio Cigoli e Nando Gazzolo), che coprendo il periodo che va dal funerale di Edoardo VII (1910) fino all'armistizio finale, otto anni dopo, e spaziando tra aneddoti, ricostruzioni storiche, documenti e analisi dell'idea di una guerra lampo sostituita nella realtà da una lunga e sofferta guerra di posizione, seppe restituire per intero il messaggio della Tuchman e quel tragico “suicidio dell'Europa” che provocò la perdita di milioni di vite sui campi insanguinati della i Guerra Mondiale. Leonard Maltin, autorevole critico cinematografico americano, su "Guida ai film 2009" (Baldini Castoldi Dalai editore, 2008) ha scritto: «Un adattamento di grande competenza, quando non eccezionale, del best–seller di Barbara Tuchman, che utilizza numerosissimi filmati rari d'epoca. Vale davvero la visione.».

E significato del libro e del film mi ha ricordato le tremende parole scritte da Dostoevskij nell'“Idiota” (Parte seconda, capitolo decimo): «Agli uomini, gli unici essere perfetti della storia, la natura diede la facoltà di dire cose capaci di far scorrere fiumi di sangue, un sangue che, se fosse stato versato tutto insieme, avrebbe già annegato il genere umano.».

Nel 1980 la Tuchman ebbe l'alto onore di essere selezionata dal "National Endowment for the Humanities" (NEH) (istituzione governativa che sostiene la ricerca e l'educazione pubblica nel campo delle discipline umanistiche) per tenere l'annuale Jefferson Lecture intitolata I momenti migliori dell'umanità (Mankind's Better Moments).

Barbara Tuchman morì il 6 febbraio del 1989 a Greenwich all'età di 77 anni.


In occasione della sua morte, in un articolo dal titolo "è morta Barbara Tuchman" (8 febbraio 1989, ricerca.repubblica.it/repubblica/.../02/.../morta-barbara-tuchman.html) ha scritto Romano Giachetti: «…sostenne anni fa che la Storia è qualcosa di fortuito, forse ciclico, e che compito dello storico è tentare di catturare le vicende umane nel loro continuo fluire attraverso un insieme di circostanze sempre mutevoli, con il buono e il cattivo che coesistono continuamente e che come negli esseri umani sono inestricabilmente amalgamati… Uno scrittore, anche uno storico, deve saper tenere desta l'attenzione del lettore, diceva la Tuchman… Ma il lavoro di Barbara Tuchman ha importanza per ragioni diverse, tra cui due soprattutto: la sua archiviazione dell'avventura americana in Vietnam (in The March of Folly, La marcia della follia…), che riflette una posizione assunta ormai da una buona parte degli storici del suo paese (che, cioè, certi errori si debbano attribuire alla costante cecità di governi che testardamente perseguono una politica contraria agli interessi dei loro paesi… fino, appunto, alla cocciutaggine di Lyndon Johnson in Indocina)… A chi le chiedeva cos'è la Storia, diceva…: “è un insieme di fatti che, se messi tutti insieme e riportati in un libro, farebbero morire di noia il lettore più volenteroso. La vera Storia, in fondo, la fanno pochi avvenimenti e pochi esseri umani. Non è forse di questi che vale la pena di parlare?”».

mercoledì 25 gennaio 2012

Theo Angelopoulos, un poeta nel cinema

Theo Angelopoulos


è morto Theo Angelopoulos. Tutti noi amanti del grande cinema, oggi, siamo un po' più poveri e i nostri cuori piangono. Le conseguenze di uno stupido e banale incidente avvenuto vicino Pireo – Angelopoulos è stato investito da una moto durante le riprese del suo nuovo film con Toni Servillo, focalizzato sulla grave crisi greca – hanno stroncato il 24 gennaio uno dei più grandi registi della filmografia mondiale, un intellettuale fine e colto che ha saputo restituirci il mondo greco attraverso il suo lirico rigore e la sua metaforica lentezza.

Nato ad Atene il 27 aprile 1935, si era laureato in legge all'Università di Atene. Trasferitosi a Parigi per studiare letteratura alla Sorbona, fu spinto dalla sua passione per il cinema a iscriversi presso l'Institut des Hautes études Cinématographiques (HIDEC), che abbandonò nel 1962 per collaborare con il Musée de l'Homme e con Jean Rouch (1917–2004), un etnologo e regista francese, studioso di "antropologia visuale", iniziatore di quel che egli stesso chiamò "cinéma vérité", e antesignano della "Nouvelle Vague". Ritornato in Grecia, dal 1964 al 1967 Angelopoulos diresse il quotidiano di sinistra "Demokratiki Allaghi", liquidato con l'arrivo al potere dei Colonnelli.

Rifugiatosi in esilio a Parigi, nel 1968 diresse il cortometraggio La trasmissione, che lo impose all'attenzione del pubblico e della critica (ebbe la menzione speciale al Festival di Berlino). Seguì Ricostruzione di un delitto (1970), un thriller vincitore al Festival d’Hyeres; a proposito dei vuoti di narrazione e dello spazio vuoto di azione in questo film, il regista scrisse: «Credo che, per la prima volta in un film europeo, sia stato usato lo spazio “off”… Ma è sempre esistito come regola nella tragedia antica. Agamennone, per esempio, viene ucciso dietro la scena…».

Fu poi la volta della trilogia greca: I giorni del '36 (1972) – ambientato prima dell'elezione durante la quale il Generale Metaxas impose la sua dittatura, ricostruisce il sequestro di un membro reazionario del Parlamento, dell'uccisione del rapitore e della dura repressione successiva –; La recita (1975) – considerato un capolavoro del cinema moderno, è un grande affresco concentrato su una troupe di attori che si muovono in Grecia tra il 1939 e il 1952 (Premio della critica internazionale a Cannes nello stesso anno) –; e I cacciatori (1977) – vincitore dell'Orso d'oro al Festival di Berlino –, dedicato alla dittatura e alle non felici condizioni del popolo greco.

Del 1980 è il film Alessandro il Grande con Omero Antonutti e Francesco Carnelutti, storia monumentale di un brigante anarchico che diviene un dispotico tiranno (vincitore del Leone d'oro alla Mostra del Cinema di Venezia).

Nelle sue opere, al di fuori del conformismo della cinematografia greca del tempo, brillarono un nuovo stile ideologico e un nuovo linguaggio filmico (aveva scritto: «Con o senza parola, il cinema è linguaggio, un linguaggio in continua evoluzione… Si cerca sempre di rinnovare il proprio linguaggio, si cerca di andare più lontano, di aggiungere ancora qualche parola…»), i suoi temi stilizzati, e tutte le sue più tipiche caratteristiche dirette a creare un diverso senso del tempo e la sua dissoluzione, quali: l'uso sapiente dei tempi morti, l'esaltazione del piano sequenza, l'utilizzazione dell'inquadratura fissa, il rifiuto deliberato e intelligente del passaggio cronologico dal passato al presente, la forte drammatizzazione che allude al substrato classico (Angelopoulos era convinto del carattere poetico ed educativo del mito) e la tragica dimensione dei caratteri dei personaggi, rappresentati sotto il peso della storia, alla luce di un destino umano universale. Ebbe modo di dire: «Le sceneggiature sono scritte con le mie esperienze personali, con i miei sentimenti, quello che ho vissuto, letto o sentito. Cose che vengono dalla mia infanzia, dal mio ieri, dal mio adesso, tutto ciò costituisce quello che possiamo chiamare la mia biografia spirituale. Siccome i miei film sono sempre una specie di autobiografia spirituale, la poesia (anch'io ho cominciato scrivendo poesie) è il modo attraverso il quale comprendo meglio un fatto o, se si vuole, esprimo meglio un fatto. Questo è il motivo per cui io mi esprimo con la poesia… Il rischio dell'uso della parola è che questa possa fiaccare l'immagine. Però la mia sensazione è che la parola poetica in realtà moltiplichi la forza dell'immagine… Parola e immagine vengono insieme. Per me non possono separarsi… Non so se possiamo parlare di verità o di bugie. In questo discorso c'è sempre una zona oscura. L'importante non è la verità. E poi nel cinema non si ottiene altro che il verosimile. C'è in altre parole solo quello che chiamiamo senso della verità, ma non la verità… Credo che la memoria non sia né ricostruzione né ricreazione. Quello che chiamiamo memoria è qualcosa che esiste con noi e noi senza la memoria non esistiamo… Credo che la memoria sia il continuo riformarsi nel presente di un avvenimento filtrato dal tempo…» (da "Theo Angelopoulos - La scrittura del cinema, a cura di Irini Stathi, Sonia Marzetti e Annio Gioacchino Stasi, http://www.omero.it/archivi/cine_angelopoulos.htm.).

Tornato in patria, fu la volta del film Viaggio a Cyteria (1984) con Manos Katrakis e Giulio Brogi; lavorò per la prima volta col nostro poeta e scrittore Tonino Guerra (col quale mantenne una lunga collaborazione) e vinse il premio internazionale della Critica al festival di Cannes per la migliore sceneggiatura. Il film segue lo struggimento di un regista che vuol fare un film sul padre e del suo rapporto–scontro con un vecchio che ritorna in patria dopo un esilio di trenta anni, sentendosi uno straniero nella sua terra di origine, in una società che sembra avere perduto ogni spiritualità (soltanto la vecchia moglie gli è rimasta fedele e ne condivide il destino). Autobiograficamente, Angelopoulos riuscì a esprimere la sua profonda disillusione sulla Grecia democratica.

Seguirono il film Il volo (1986) con Marcello Mastroianni – l'ultimo tragico viaggio di un uomo anziano, un maestro apicultore, che ha lasciato la sua famiglia –, e il bel lungometraggio Paesaggio nella nebbia (1988), nel quale il suo magico sguardo accarezza le difficoltà di due fratelli, una ragazzina e il fratellino di cinque anni, in viaggio a piedi sotto le intemperie verso la Germania, ove vive un fantomatico padre emigrato, alla mercé di un mondo privo di qualsiasi spiritualità (si aggiudicò un Leone d'argento a Venezia).

Ma il suo vero grande capolavoro è Il passo sospeso della cicogna (1991) con Marcello Mastroianni e Jeanne Moreau, storia di un giornalista che ha l'impressione di riconoscere in un esule un noto e importante uomo politico scomparso.

Seguirono due film di grande successo: Lo sguardo di Ulisse (1995) nel quale aveva scelto come protagonista Gian Maria Volontè, che morì purtroppo durante le riprese, ripiegò poi su Harvey Keitel (il film è focalizzato sulla impietosa guerra nella ex Jugoslavia e sul sogno di pace, quasi autobiografico, del protagonista che vuol soltanto ritornare a casa; e il viaggio nella storia dei Balcani s'intreccia con il viaggio individuale di un uomo attraverso la sua vita, i suoi amori e le sue cadute ma nessun ritorno a Itaca è possibile per questo Ulisse); e L'eternità e un giorno (1998) con Bruno Ganz, film fortemente letterario e metaforico, storia di un viaggio lucido ed emozionale, nel presente e nel passato, di un anziano e famoso scrittore che abbandona la sua abitazione a Salonicco per andare in un ospedale, nel quale forse concluderà la sua esistenza.

Nel 2004, con il film La sorgente del fiume, iniziò una nuova trilogia (rimasta incompleta), volta a raccontare la storia della Grecia dall'emigrazione dalla Russia bolscevica alla fine della Seconda Guerra Mondiale; ha girato il secondo film La polvere del tempo con Willem Dafoe, Bruno Ganz e Michel Piccoli (presentato al festival di Berlino 2009), storia di un regista americano venuto a Cinecittà per completare un suo film, turbato per la separazione dalla moglie e per la sofferenza della figlia adolescente, e attanagliato dalla morsa dei ricordi. Il terzo film della trilogia è rimasto interrotto: s’intitolava L’altro mare – protagonista Toni Servillo – e, ambientato ad Atene, era incentrato sulla storia di un padre e di sua figlia; aveva osservato amaramente il regista: «Sarà un film sul destino degli uomini, sui loro sogni. Il 20° secolo ha creato una speranza di cambiamento, ma adesso il sogno è svanito e ci troviamo a vivere in un vuoto che le nuove generazioni dovranno riempire di contenuti.».


Nel suo articolo "Addio a Theo Angelopoulos  - raccontò la Grecia più vera", ha scritto Fulvia Caprara (LASTAMPA.it): «Figura di spicco del “Nouveau cinema” greco, carattere non semplice, esigente, puntiglioso, Angelopoulos ha descritto, meglio di tutti, la condizione del suo popolo negli ultimi decenni. La Grecia dei suoi film è lontana anni luce dagli stereotipi di sapore turistico che ne hanno sempre caratterizzato le rappresentazioni. Nelle sue opere, spesso sotto un cielo grigio e piovoso, tra distese montuose desertiche, è emerso il cuore duro e profondo del Paese, quel nucleo di sofferenza che forse, solo oggi, con l’esplosione della crisi economica, è apparso chiaro agli occhi del mondo.».

lunedì 23 gennaio 2012

Roberto Murolo e l'incanto della canzone napoletana



Roberto Murolo


Il 19 gennaio del 1912 (la sua nascita fu, però, registrata il 23), cento anni addietro, nasceva a Napoli Roberto Murolo, un colto cantore della canzone napoletana (espressione spontanea del popolo di Napoli, ricca di caldi e appassionati sentimenti, un simbolo eterno dell'Italia musicale nel mondo), un testimone nobile dello spirito della napoletanità. 


Fu il penultimo di sette figli e crebbe in un fertile humus partenopeo di poesia e musica: il padre Ernesto Murolo era, infatti, un poeta, drammaturgo e autore di canzoni, amico di Salvatore Di Giacomo, Libero Bovio e Raffaele Viviani, artisti che Roberto frequentò durante la sua infanzia. L'amore per la musica lo spinse a studiare la chitarra, che divenne la sua compagna e con la quale cantò la vita, le sue promesse, i suoi dolori (molte sue compilation avevano il titolo Roberto Murolo e la sua chitarra). Aveva detto: «Lasciate cantare sempre e soprattutto il cuore, perché è lui che ne ha bisogno più di noi per vivere».

Nel 1933 ebbe l'occasione, a Ischia, di accompagnare Vittorio De Sica nell'interpretazione della bella canzone E palumme (composta nel 1913 da Gallo–Persico), divenuta poi un suo cavallo di battaglia: […] / E na chiorma 'e palummielle, / vola, vola attuorno a vuje / ca lle date 'e mullechelle... / Spuzzuléa, po' se ne fuje / chesta chiorma 'e palummielle... / Accussí, pe' 'sta passione / ca mme struje, / volano sempe, volano / tutt''e penziere mieje... attuorno a vuje!... / […].

Le necessità esistenziali lo spinsero a impiegarsi nella compagnia del Gas nel 1935, ove rimase per tre anni, e in questo periodo si segnalò anche come campione di nuoto. Spinto dall'amore per la musica e per lo spettacolo di varietà, entrò a far parte del gruppo vocale "MIDA Quartet", che tra il 1938 e il 1946 si esibì prevalentemente all'estero, facendo conoscere al pubblico di tutta Europa il nutrito e bel repertorio di canzoni italiane e napoletane.

Ritornato in patria, Murolo iniziò a segnalarsi come solista raggiungendo ottimi risultati come concertista e in ambito discografico (veramente sterminata fu la sua produzione di dischi e CD). Egli affascinava per la sua voce sussurrata e non strillata, per il suo stile misurato e abile nel reinterpretare in maniera nuova e più moderna, sia i classici della canzone napoletana – come La cammesella (scritta nel 1875 da Stellato–Melber), Era de Maggio (scritta nel 1885 da Di Giacomo–Costa), Reginella (composta nel 1917 da Libero Bovio) e Dicitencello vuje (scritta nel 1930 da Falvo–Fusco) –, sia le canzoni più moderne – quali Munasterio 'e Santa Chiara (scritta nel 1945 da Galdieri–Barberis), Tammurriata nera (composta nel 1944 da Nicolardi–E.A. Mario) e Scalinatella (scritta nel 1948 da Cioffi–Bonagura) –, divenute poi, a loro volta, dei classici napoletani intramontabili.

Sulla scia di quest'attività, con le sue canzoni divenne un divo della radio e iniziò a lavorare nel cinema. Ebbe un ruolo nei film Catene (1949), Paolo e Francesca (1949) e Tormento (1950) di Raffaello Matarazzo. Partecipò nel 1950 a Il voto (1950) di Mario Bonnard e a I falsari di Franco Rossi (1950), e nel 1951 fu tra gli interpreti di Milano miliardaria di Marcello Marchesi e Vittorio Metz. Fu presente anche in molti altri film nel suo ruolo di cantante, tra i quali, Menzogna (1952) di Ubaldo Maria Del Colle (nel ruolo di un pescatore cantante), e Saluti e baci (1953) di Giorgio Simonelli e Maurice Labro – la trama è soltanto un pretesto per far esibire i cantanti più noti del tempo, tra i quali Murolo, Yves Montand, Nilla Pizzi, Giorgio Consolini e Gino Latilla. Nel 1989 comparve in Cavalli si nasce di Sergio Staino.

Dopo un'ingiusta vicenda giudiziaria che lo lasciò molto amareggiato, fu emarginato dalla RAI e tentò di ricostruire la sua carriera, prima in Australia, poi in Francia (a Nizza e a Parigi), quindi in Tunisia e in Inghilterra (Londra), ritrovando inalterato l'amore del pubblico. In questo periodo – con la Durium (sua storica casa discografica) – incise, tra le altre canzoni, Uocchie celeste, una sua composizione musicata da Mazzocco.

Tra il 1956 e il 1965, Murolo si applicò allo studio approfondito e lucido della canzone napoletana dal XIII secolo in poi, recuperando e riproponendo numerosi brani antichi e classici (vere pietre miliari della canzone italiana, puro patrimonio della musica d'autore); il risultato fu la produzione discografica Durium di Napoletana. Antologia cronologica della canzone partenopea, elaborata insieme al chitarrista Eduardo Caliendo, suo collaboratore, che consisteva di ben dodici album.

Continuò, intanto, la sua attività di sensibile cantautore, scrivendo con Nino Oliviero O ciucciariello (1951) e con Renato Forlani Torna a vucà (1958), Sarrà... chi sà! (1959) – che vinse il Festival di Napoli con Fausto Cigliano e Teddy Reno – e Scriveme (1966).

Alla fine degli anni sessanta, si dedicò alla stesura di quattro superbi album monografici dal titolo I grandi della canzone napoletana, dedicati rispettivamente a Salvatore Di Giacomo, al padre Ernesto, a Libero Bovio e a E.A. Mario.

Dopo venti anni di un quasi ritiro, nel 1990 – grazie al produttore discografico Nando Coppeto – tornò alla ribalta, rinverdendo la sua giovinezza e costruendo una diversa nuova carriera durata sino al 2002. Cantò canzoni di grandi autori italiani, raccolte nell'album “'Na voce, 'na chitarra” (1990): di Paolo Conte interpretò Spassiunatamente, di Pino Daniele Lazzari felici, di Gino Paoli Senza fine; in con Lucio Dalla interpretò Caruso, con l'amico di sempre Renzo Arbore Ammore scumbinato, e Sta musica e L'ammore ca' nun vene di Enzo Gragnaniello. Nel disco “Ottantavoglia di cantare” (1992) eseguì i duetti Don Raffaè con Fabrizio De André, Na tazzulella 'e cafè con Renzo Arbore, Basta 'na notte con Peppino Di Capri, e Cu' mme con Mia Martini, scritta da Gragnaniello (Scinne cu 'mme / nfonno o mare a truva' / chillo ca nun tenimmo acca' / vieni cu' mme / e accumincia a capi' / comme e' inutile sta' a suffri' / […]).

Seguirono gli album L'italia è bbella (1993); Tu si' 'na cosa grande (1994), dedicato al grande Modugno; Roberto Murolo and friends (1995); Anema e core (1995) – che includeva l'omonima canzone di Manlio–D'Esposito (1950) cantata insieme alla grande cantante portoghese, interprete di Fado, Amália Rodriguez –; Antologia napoletana (1996); e Ho sognato di cantare (2002). Considerato un vero grande maestro della canzone napoletana, nel 2002, durante il Festival di Sanremo, Murolo, ricevette un prestigioso premio alla carriera.

Morì il 13 marzo del 2003, a novantuno anni, a Napoli nella sua abitazione del Vomero (oggi, sede della Fondazione Roberto Murolo). Per i suoi alti meriti artistici e per la sua vita dedicata interamente alla cultura musicale, gli furono conferiti il Cavalierato di Gran Croce della Repubblica Italiana e l'onorificenza di Grand’Ufficiale della Repubblica.


Gianni Cesarini ha raccontato la sua vita in "Roberto Murolo - La storia di una voce. La voce di una storia" (Flavio Pagano Editore 1990) e Renato Marengo e Michael Pergolani, lo hanno considerato un antesignano del pop–rock partenopeo ("Enciclopedia del pop rock napoletano: da Roberto Murolo alle Posse", Rai Eri, 2003). Per i suoi novant'anni, nel 2002, su Rai Sat Album, Renzo Arbore gli ha dedicato lo special "Roberto Murolo Day - Ho sognato di cantare". Per celebrare il suo centenario, invece, La storia siamo noi, il 19 gennaio scorso, su RAI3 gli ha dedicato "Murolo: la Napoli nobilissima" con Renzo Arbore.


mercoledì 18 gennaio 2012

Margherita Buy, icona di glamour lieve e delicato fascino


Margherita Buy

Il 15 gennaio Margherita Buy ha compiuto cinquant'anni e m'è venuto il desiderio di celebrare quest'attrice, che è entrata e che si è mossa nel mondo del cinema con la levità di una farfalla, senza soffocare i suoi personaggi con un'invadente personalità, ritagliandosi un suo importante ruolo nella cinematografia italiana.

Nata a Roma nel 1962 e diplomatasi all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, ha coltivato tutte i settori dello spettacolo, rappresentando una deliziosa presenza nel cinema, nel teatro e nella televisione, e vincendo tutto ciò che era possibile vincere: cinque David di Donatello, dieci Ciak d'oro e sei Nastri d'Argento.

I suoi inizi sono stati veramente travolgenti e fortunati, ponendo le basi di una carriera sfolgorante. Promettente giovane attrice, nei suoi primi film, Margherita Buy ha veramente rappresentato una nuova ventata di aria fresca, una brezza d'impegno e simpatia, scavando nelle psicologie dei suoi personaggi e riuscendo a trasformare ogni sua prestazione in una creazione profonda e appassionata.

Il suo debutto è stato di grande qualità nel bel film di Nino Bizzarri (anch'egli quasi un debuttante), La seconda notte (1986), con Maurice Garrel (il padre del regista Philippe Garrel). Ha scritto il regista «L’ho vista una sera all'Accademia d'arte drammatica dove gli allievi-attori davano un saggio. Recitava in un ruolo graziosamente nominato "la delirante"… quando il giorno dopo lei è venuta in ufficio di produzione è stata evidente l'inutilità di fare provini… il personaggio di Lea era il meno descritto nella sceneggiatura. Prestandole un viso pudico e tenero, e quel suo corpo febbrile, percorso da una specie di asprezza vegetale, Margherita lo ha reso concreto.». Un uomo elegante, un vedovo di mezza età, Alberto Fabris, vede in treno una ragazza (arrivata poi con la madre nel suo stesso albergo di una stazione termale) e la fa oggetto di sguardi silenziosi; le scrive per gioco in modo anonimo di nascosto e la ragazza, Lea (la Buy con la tutta sua bellezza luminosa e la sua grazia enigmatica), ne è turbata e conquistata: si fa bella per lui e lo aspetta. A proposito del film, ha scritto Alberto Farassino (La Repubblica, 8 ottobre 1987): «La sua leggerezza non è quella delle cose vuote e i suoi silenzi sono sempre ricchi di gesti, attese, emozioni… Il film lavora sempre più ad acuire la sensibilità dei suoi personaggi, a renderli capaci di amarsi senza parlarsi e senza nemmeno conoscersi, così che nel finale l'incontro e la rivelazione possano essere solo cosa di un attimo, un capirsi improvviso, uno sfiorarsi di labbra. Fatto di sensazioni, di rapporti a distanza, di segreti e di silenzi.».

Seguirono altri film originali e pieni di poetico lirismo: Domani accadrà (1988) di Daniele Luchetti (che si aggiudicò il Davide di Donatello come miglior regista esordiente), insieme con Paolo Hendel e Giovanni Guidelli; e sempre di Lucchetti, La settimana della Sfinge (1990) con Paolo Hendel e Silvio Orlando (con la sua interpretazione di Gloria, piccola e tenera cameriera, esperta di enigmistica, curiosa e con i suoi occhi sgranati sul mondo, entusiasta della vita e innamorata di un impenitente dongiovanni, ha oscurato tutti gli altri attori meritandosi la Concha de Plata come migliore attrice al Festival di San Sebastian), e Arriva la bufera (1993) con Diego Abatantuono e Silvio Orlando (storia surreale di tre sorelle Emma, Esmeralda ed Eugenia Fontana, ricchissime e in lotta sfrenata tra di loro; Eugenia, dolce e sognatrice, ama pazzamente, ricambiata nello stesso modo folle, l'avvocato e faccendiere Mario Solitudine).

Nel 1990 inizia la sua collaborazione con Sergio Rubini (allora suo marito) con il film La stazione, interpretato insieme a Rubini ed Ennio Fantastichini, tratto dal testo teatrale di Umberto Marino, già interpretato in teatro dai tre protagonisti. Con il suo ruolo di Flavia – giovane donna in fuga dal fidanzato che, in una piccola stazione di provincia, incontra un capostazione nel suo turno di notte stabilendo con lui un rapporto denso di significati – si guadagnerà il David di Donatello e il Nastro d'Argento come migliore attrice protagonista. Reciterà ancora con Rubini regista (con esiti non sempre felici) in Prestazione straordinaria (1994) con lo stesso Rubini, Alessandro Haber e Simona Izzo; Tutto l'amore che c'è (2000) con Rubini e Gérard Depardieu; e L'amore ritorna (2004), storia nel cinema di chi il cinema lo fa, con Rubini, Fabrizio Bentivoglio, Giovanna Mezzogiorno e Mariangela Melato.

Diviene poi l'attrice preferita di Giuseppe Piccioni col quale gira Chiedi la luna (1991), insieme con Sergio Rubini, Roberto Citran e Giulio Scarpati – ha scritto Morandini (il Morandini - Zanichelli editore): «Commedia di garbo all'insegna di una discrezione delicata che compensa debolezze, squilibri, facilità. M. Buy gli dà l'acqua della vita. Grolla d'oro per la regia.»; Condannati a nozze (1993) con Valeria Bruni Tedeschi, Sergio Rubini e Asia Argento, film non proprio riuscito; Cuori al verde (1996) con Antonio Catania, Giulio Scarpati e Corso Salani, storia di tre quarantenni piccolo–borghesi in crisi (Margherita è Lucia, una fragile e disincantata prostituta per necessità); e Fuori dal mondo (1997) con Silvio Orlando, Marina Massironi e Giuliana Lojodice; nel difficile ruolo di Caterina – una suora che sta per prendere i voti perpetui, cui affidano un neonato trovato in un parco – la Buy è costretta a confrontarsi con la maternità e col desiderio di realizzare la fusione di due tristi solitudini (riceve il suo secondo David di Donatello come migliore attrice protagonista).

Nel 1992 diviene il vero valore aggiunto del bel film di Carlo Verdone Maledetto il giorno che t'ho incontrato, con lo stesso Verdone, Giancarlo Dettori ed Elisabetta Pozzi; campione d'incassi, il film le ha dato una grande popolarità: è la neurotica e sensibile Camilla, attrice confusa e pasticciona che s'innamora dell'altrettanto neurotico Bernardo, critico rock, conosciuto dallo suo psicanalista. Ci riprova con Verdone in Ma che colpa abbiamo noi (2002), con Carlo Verdone, Anita Caprioli e Antonio Catania, confermando la sua incantevole corda d'ironica comicità.

Da allora è tutta una serie di ruoli di donne inquiete e tormentate, apparentemente fragili e vulnerabili ma in effetti ricche di forza interiore, tutti premiati dall'amore del pubblico e dalla considerazione della critica: il film originale e appassionato Le fate ignoranti (2001) di Ferzan Ozpetek con Stefano Accorsi, Andrea Renzi e Gabriel Garko – ha scritto Giancarlo Zappoli (http://www.mymovies.it/film/2001/lefateignoranti/): «Eliminate le tentazioni esotiche… disegna caduta e ascesa di una donna borghese le cui sicurezze si sgretolano dinanzi alla progressiva scoperta della realtà. Margherita Buy è bravissima nel sottolineare i progressivi slittamenti del cuore del suo personaggio, così come Accorsi lo è nel costruire un Michele gay convinto che vede minare dal di dentro le sue certezze in materia sessuale.» – ; e Saturno contro (2007) dello stesso Ozpetek (Nastro d'Argento) con Stefano Accorsi, Pierfrancesco Favino e Luca Argentero, fotografia di una dilaniata borghesia in un interno, in cui la Buy interpreta Angelica, una psicologa contraria al fumo e solidale nell'amicizia, il cui marito Antonio è allo sbando esistenziale.

Con Paolo Virzì è stata la protagonista dell'amaro e cinico film a sfondo politico–sociale Caterina va in città (2003), con Sergio Castellitto, Alice Teghil e Claudio Amendola; la Buy è la madre di Caterina, priva di certezze alle quali ancorare la sua fragilità di donna e di mamma (un altro David di Donatello e un Nastro d'Argento).  

Con Giovanni Veronesi ha girato il film a episodi Genitori & figli - Agitare bene prima dell'uso (2010) con Silvio Orlando, Luciana Littizzetto e Michele Placido, in cui la Buy è una dei tanti personaggi alla ricerca inutile e insensata della propria identità, consumata esclusivamente in una chiusura nell'intimo e nel privato.

Con Roberto Faenza, nel film drammatico I giorni dell'abbandono (2005), insieme con Luca Zingaretti e Goran Bregovic, è stata una sofferta e tormentata moglie e madre, abbandonata dal marito per una ragazza, che si ripiega su se stessa dimostrandosi incapace di qualsiasi sana reazione (ed è estremamente convincente nel suo tormento senza soluzione). Ha scritto Giancarlo Zappoli ("Film difficile, senza difese, con una strepitosa Margherita Buy", http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=35892): «Olga precipita nell'abisso della sofferenza profonda che rischia di farle perdere progressivamente il senso della realtà e del suo rapporto affettivo con i figli… Conta molto di più lo scavo nella complessità delle reazioni di una donna nei confronti di un evento traumatico come l'abbandono improvviso. Conta la forza dell'interpretazione di Margherita Buy…».
 
Con Silvio Soldini, in Giorni e nuvole (2007), insieme con Antonio Albanese, Giuseppe Battiston e Alba Caterina Rohrwacherdi, la Buy ha messo in luce tutte le sue possibilità d'interprete nel ruolo di Elsa che, appena laureatasi in Storia dell'Arte, lavora al recupero di un affresco mentre il marito Michele viene licenziato. Entrambi debbono ridurre il loro tenore di vita e riconsiderare una nuova esistenza alla luce di un duro mercato del lavoro, a loro sconosciuto: scopriranno, però, che con l'amore è possibile esorcizzare la perdita di valore sociale e realizzare una diversa soddisfacente realtà (nuovi David di Donatello e Nastro d'Argento per l'attrice romana).

Con Gabriele Salvatores gira il surreale Happy Family (2010), insieme con Fabio De Luigi, Diego Abatantuono e Fabrizio Bentivoglio, in cui due famiglie s'incontrano e si scontrano a causa di due figli quindicenni decisi a sposarsi a ogni costo.

Con Cristina Comencini gira Va' dove ti porta il cuore (1996), tratto dal noto romanzo di Susanna Tamaro, con Virna Lisi e Massimo Ghini, e Il più bel giorno della mia vita (2002), considerato il film più riuscito della regista, con Virna Lisi, Sandra Ceccarelli e Luigi Lo Cascio, che affronta con attenzione e sensibilità, con approfondimento psicologico e sguardo disincantato, i rapporti familiari e la loro complessità (la Buy si aggiudica un altro Nastro d'Argento). Margherita Buy ha partecipato anche alla piéce teatrale della Comencini Due partite, dalla quale nel 2009 Enzo Monteleone ha ricavato l'omonimo film con la stessa Buy e con Isabella Ferrari, Marina Massironi, Paola Cortellesi e Carolina Crescentin.

Con Nanni Moretti ha rivelato tutta la sua sensibilità di attrice consumata ne Il caimano (2006) con Silvio Orlando, Jasmine Trinca e Nanni Moretti (la Buy si aggiudica un altro Nastro d'Argento) e in Habemus Papam (2011) con Michel Piccoli, Jerzy Stuhr e Renato Scarpa.

Margherita Buy sta per regalarci la sua preziosa partecipazione all'ultimo film di Ferzan Ozpetek, Magnifica presenza (2012), storia di Pietro, un giovane pasticciere siciliano che va a Roma inseguendo il suo sogno di diventare attore, uno dei soliti film densi di sentimenti del regista di origini turche, che in passato ha già saputo valorizzare le capacità interpretative dell'attrice romana. La Buy reciterà insieme a Elio Germano, Beppe Fiorello, Vittoria Puccini, Andrea Bosco e Platinette.

Un'intervista rilasciata da Margherita Buy (insieme con Fabio Volo) a Costanza Rizzacasa su "A" (13 aprile 2010), ci ha consentito di conoscere un po' meglio la nostra cara attrice romana. Alla domanda su che cosa l'attraesse nell’altro sesso, ha risposto: «Quasi nulla. Non mi piacciono molto, gli uomini. Ne ho avuto pochissimi e diluiti nel tempo. Diversi in tutto, tranne che nella personalità ipertrofica. Mai tranquilli, né particolarmente buoni. E sempre superconcentrati su se stessi. Del resto, io sono molto schiva. I maschi adoranti e appiccicosi genere cavalier servente mi mettono a disagio… Il partner da cui fuggire sono io, così complicata e piena di difetti. In un rapporto sono sempre quella che dà più problemi. Mi agito troppo, non sono lineare, ho tanti lati oscuri… Mi riconosco nei film in cui si urla e si lanciano piatti. Io faccio di peggio: sono violenta, alzo le mani… Ogni storia ha una data di scadenza, come lo yogurt… I cambiamenti mi sgomentano. Però se prendo una decisione, non torno indietro. Poi certo si soffre. Ma restare per certificare l’incapacità di una storia è molto peggio… Se smette di funzionare, persino il rapporto più intenso finisce.».

lunedì 16 gennaio 2012

Tillie Olsen e Lee Grant, Come far volare il tempo


Tillie Learner Olsen            Lee Grant


Il 14 gennaio di cento anni addietro, nel 1912, nasceva in Wahoo (Oakland) Tillie Olsen, scrittrice statunitense e femminista impegnata politicamente. Seppe dare corpo e voce alle esperienze e ai sogni della donna appartenente alla working class americana.

Cresciuta in un humus politico ricco e particolare, Tillie era la figlia dei due immigrati russi di origine ebraica Ida e Samuel Learner, attivisti politici già ai tempi della Rivoluzione russa, costretti a riparare negli Stati Uniti (Omaha, Nebraska) dopo una rocambolesca fuga del padre da una prigione zarista, ma rimasti militanti nel partito socialista russo. Seconda di sei figli, la Olsen venne cresciuta a pane e politica, a companatico e proteste sindacali. Il padre era divenuto intanto segretario del Nebraska Socialist party. Interruppe il liceo – ove si era sentita piuttosto discriminata a causa delle sue origine e delle sue idee politiche – prima della "graduation", per dedicarsi a un duro lavoro costituito da umili occupazioni. Scrisse: «Non ho rimpianti, la biblioteca è stata il mio college».

S'iscrisse al Partito Comunista nel 1930 e divenne membro della "Young Communist League", trovando lavoro presso il "New Masses" e il "Daily Worker" (selezionava, tra l'altro, le lettere inviate ai due giornali). Rimasta incinta giovanissima, diede il nome di Karla alla figlia (per celebrare l'amatissimo Karl Marx) e si buttò nell'organizzare manifestazioni e proteste, che le costarono l'arresto nel 1932. Ammalatasi di pleurite e tubercolosi, costretta all'immobilità forzata e all'emarginazione politica, si dedicò alla scrittura scoprendo il suo grande talento letterario.

Trasferitasi da madre "single" in California con la sua bambina, nel 1934 si dedicò alla causa dei sindacalisti marittimi e, durante uno sciopero dei portuali, venne arrestata per la seconda volta con l'accusa di vagabondaggio e rilasciata soltanto perché era già una scrittrice famosa. Messa sotto contratto dalla Random House, dal 1934 sino alla fine degli anni '50 non scrisse nulla perché troppo assorbita dalla politica e dalle necessità quotidiane: appuntò, però, ogni pensiero e osservazione, preparando il suo lavoro letterario successivo. L'unico racconto scritto e pubblicato nel 1934, The Iron Throat (La gola di ferro), richiamava metaforicamente la miniera di carbone dalla quale i poveri minatori venivano come ingoiati per non ritornare più alla luce. La storia riguardava la famiglia Holbrook ma si muoveva essenzialmente tra due protagoniste–io narranti: la piccola Mazie e la madre Anna, le donne di casa costrette a subire l'analfabetismo e l'odiosa frustrazione degli uomini (un marito e padre ubriaco, pronto ad alzar le mani), perdendo ogni fiducia in un impossibile futuro migliore.

Nel 1944 sposò Jack Olsen, che aveva conosciuto nella "Young Communist League", del quale prese quel cognome che la rese famosa. Rimarranno insieme fino alla morte di Olsen, avvenuta nel 1989. Ebbero tre figlie (oggi, tutte attiviste politiche molto impegnate), cresciute le quali, Tillie si dedicò al suo amore per la scrittura, frequentando dal 1953 al 1961 un corso di scrittura creativa alla San Francisco University. Poté finalmente affinare le sue doti naturali di scrittrice. Nel 1961 pubblicò Tell Me a Riddle, che raccoglieva quattro racconti (citati in tutte le antologie americane e tradotti in undici lingue) che raccontavano la difficile quotidianità della donna lavoratrice negli anni cinquanta, focalizzando le relazioni tra madre e figli (soprattutto figlia), e la ricchezza di quell'eredità di coraggio e speranza che una donna può trasmettere, pur nella sua povertà e nella sua inadeguatezza culturale (e nel libro vive lo slang dei marinai e degli afroamericani, e la lingua viva e ricca degli immigrati). Il volume le fu ispirato dalla madre Ida, della quale scrisse: «Mia madre è una poesia che non sarò mai all'altezza di scrivere, anche se tutto ciò che scrivo è una poesia dedicata a lei». Nel primo racconto I Stand Here Ironing risuona la voce di una madre della working class: mentre umilmente stira, con la mano premuta sul ferro da stiro (metafora di ciò che schiaccia l'uomo nella società), ripercorre tutte le tappe esistenziali della figlia primogenita (dedicatasi al teatro per comunicare con se stessa nella pantomima, e che vive ormai fuori di lei, oltre di lei) e riflette sul suo difficile destino materno (e molto è autobiografico): l'abbandono del padre, le difficoltà economiche, l'assenza degli aiuti di stato, il nuovo compagno e la nascita di altri quattro figli. Il secondo racconto è Hey Sailor, What Ship? e il terzo Oh Yes.

Il quarto racconto, quello che dà il titolo al volume, è Tell Me a Riddle (tradotto in italiano Fammi un indovinello, dalla battuta che la protagonista, quasi in agonia, dice all'uomo che è stato suo marito per quarant'anni). Questa storia, nella quale sono concentrati cinquant'anni cruciali di storia, fu adattata per il cinema da Lee Grant, attrice e regista americana, nata nel 1927 a New York, anch'essa immigrata di origini ebraiche, inserita nella blacklist per dodici anni negli anni '50 per non aver voluto testimoniare contro il marito Arnold Manoff (1914–1965), uno sceneggiatore di Hollywood simpatizzante di sinistra, dinanzi alla "House Committee on Un–American Activities", premio Oscar come migliore attrice non protagonista nel 1976 per l'interpretazione di Felicia Carp in "Shampoo". La Grant girò nel 1980 l'omonimo film – intitolato in Italia Come far volare il tempo – sceneggiato da Joyce Eliason e da Alev Lytle, interpretato da Melvyn Douglas, Lila Keddrova, Brooke Adams e Zalman King. Definito dalla critica: «Un po' statico, ma denso e rispettoso adattamento di un racconto di Tillie Olsen» ("il Morandini", di Laura, Luisa e Morando Morandini, Zanichelli editore), film e racconto narrano di due anziani genitori Eva e David – ebrei russi emigrati nel 1905 come i genitori di Tillie –, di Lennie (il figlio), di Helen (la nuora) e di Jeannie, Carol e Allie (i nipoti). Eva e David non vivono in armonia ma si distruggono in vecchi rancori; i figli vivono il conflitto profondo tra i genitori come un «affare di famiglia», trovando inspiegabile il loro desiderio di separarsi in età avanzata. Quando Eva scopre di avere un cancro che le lascia poco da vivere, ripercorre tutta la sua esistenza (vissuta prevalentemente in ambito familiare) e, grazie al distacco realizzato dalla malattia e da una perdita dell'udito, decide di rifiutare i ruoli stereotipati di moglie, madre e nonna sottomessa che le sono stati appioppati dalla società; si riappropria allora della sua vita, recuperando l'identità russa perduta e ritornando a rivivere gli ideali rivoluzionari e i sentimenti di giustizia sociale di quando era una giovane donna, piena di entusiasmo. Nell'ultima parte di questa storia complessa, molto struggente, Eva è agonizzante e David (che l'assiste) è costretto ad ascoltare il suo delirio e – tentando di parlare con lei – parla a se stesso ed è costretto ad ammettere che ha tradito i suoi ideali, la moglie, e anche se stesso.

Nel 1974 la Olsen pubblicò Yonnondio, from the Thirties, un romanzo ricco di lirismo e poesia, che aveva iniziato a scrivere nel 1937 e di cui il già citato "The Iron Throat" costituiva il primo capitolo. Costretta dalle circostanze della vita e dall'attività politica, aveva abbandonato il suo testo per riprenderlo nel 1972, quando il marito aveva ritrovato, messo da parte in soffitta, il vecchio manoscritto e gli appunti inediti. Il termine «Yonnondio» (tratto da una poesia di Walt Whitman) fa riferimento a un termine della lingua della tribù degli Irochesi ed esprime il senso del «lamento per una perdita» (il lamento della scrittrice per la perdita del manoscritto incompleto, poi ritrovato). La storia inizia con il crollo economico del 1929 e narra la disumanità delle condizioni di lavoro degli agricoltori nelle praterie del Midwest e degli operai industriali nei sobborghi metropolitani, all'affannosa ricerca di una vita appena decente (protagonisti le già ricordate Mazie e Anna, la bambina e la madre). In proposito ebbe a scrivere la Olsen: «Nei libri che leggo non c'è nessuno simile alla gente che conosco». Questo straordinario romanzo fu ricollegato al Realismo Proletario o Socialista (genere letterario nato nella Russia degli anni '30), in quanto testimonianza della realtà di un ben preciso periodo sociale, e fu anche considerato come un testo del Femminismo americano.

In Silences, un saggio pubblicato nel 1978, la scrittrice illustrò con dettagli dolorosi come sia possibile che particolari circostanze della vita possano costringere al silenzio uno spirito libero e creativo.

Tillie Olsen raggiungerà vertici inaspettati, diventando famosissima negli anni '70 (riscoperta dalle nuove femministe che leggevano i suoi lavori per la prima volta) e insegnando presso diverse università americane e norvegesi. Si spese, allora, in seminari e conferenze con lo scopo d'incoraggiare le giovani donne del proletariato alla rivalutazione delle proprie capacità e le molte e brave ma sconosciute donne scrittrici alla consapevolezza dei propri meriti.

Le furono conferite sei Lauree ad honorem e ricevette diversi premi, tra i quali il "Ford Foundation Grant" (1959), il "National Endowment For The Arts, grant in literature", lo "O'Henry Award for best short story" (1961), la "John Simon Guggenheim Fellowship" e il "Mari Sandoz Award" (1994). Nei ultimi suoi anni Tillie Olsen è fu onorata con tre "Lifetime Achievement awards".


Morì il 1º gennaio del 2007, all'età di 93 anni. Ann Hershey le ha dedicato il bel film documentario Tillie Olsen – A Heart in Action iniziato nel 2000 e completato nel 2007, toccante ritratto e sentito omaggio a Tillie Learner Olsen, ricco di materiali d'archivio, interviste e commenti sulla sua opera da parte d'importanti femministe.

venerdì 13 gennaio 2012

José Ferrer, un indimenticabile Cyrano di origine portoricana


José Ferrer


L'8 gennaio del 1912, cento anni addietro, nasceva a Santurce in San Juan (Portorico) l'attore, autore e regista teatrale–cinematografico José Ferrer (naturalizzato statunitense). 


Nato José Vicente Ferrer de Otero y Cintrón, era figlio di Maria Providencia Cintron e di Rafael Ferrer, un avvocato e scrittore che aveva portato la famiglia a New York City, quando José aveva sei anni. Nel 1933 si era laureato alla Princeton University (superando l'esame di ammissione all'età di 15 anni) e si era specializzato alla Columbia University con l'intenzione di divenire un professore di lingue. Fu un pianista sensibile e dotato, e un uomo intelligente e colto capace di parlare correntemente cinque lingue.

Debuttò a Broadway nel 1935 e, sempre a Broadway, nel 1940 partecipò con successo alla commedia La zia di Carlo (Charley’s Aunt), rivelandosi una giovane promessa di grande talento. Nel 1943 fu Iago in un Othello prodotto da Margaret Webster e rimasto a lungo in cartellone, mostrando un grande impegno nello studio e nella caratterizzazione del personaggio – nel ruolo di Otello recitava Paul Robeson e Desdemona era l'attrice Uta Hagen, sua prima moglie (il matrimonio durò dal 1938 al 1948 ed ebbero una figlia, Leticia, detta "Lettie"). In questi anni continuò intensa la sua attività teatrale a Broadway con l'esecuzione di testi numerosi e interessanti, che rivelarono la sua innata capacità di suscitare le emozioni della platea, e duraturo fu il suo amore per il teatro cui si dedicò sempre sia da attore che da regista, guadagnandosi la stima del pubblico e diversi "Tony Awards". Una sua performance degna di nota è stata quella di Miguel de Cervantes nella commedia musicale da lui diretta nel 1966 Man of La Mancha, tratto dal "Don Chisciotte" di Cervantes.

Resta memorabile la sua interpretazione cinematografica in Cyrano di Bergerac (1950) di Michael Gordon, molto fedele al testo teatrale, sobria e dignitosa, con la quale nel 1951 si aggiudicò un Golden Globe e l'Oscar come migliore attore protagonista (è stato il primo interprete di origini ispaniche a vincere un Academy Award). Il successo del film si giocò soprattutto sul ritmo e sullo humour, esaltando il valore dell'amicizia e la forza del sacrificio di quel romantico spadaccino, scorbutico e complessato a causa del suo nasone, in preda alla passione travolgente per la bellissima cugina Rosanna, innamorata di Cristiano (un cadetto bello ma scialbo); Cyrano diviene allora il suggeritore d’amore di Cristiano («Amante – non per sé – molto eloquente») e, soltanto in punto di morte, egli confesserà il suo segreto sentimento alla donna tanto amata. "Cyrano" era stato già un successo teatrale di José Ferrer a Broadway nel 1946 e gli aveva fatto guadagnare il suo primo "Tony Award". Nel 1953 riprese il ruolo al "The New York City Center", sotto la sua stessa direzione, e nel 1964 fu di nuovo Cyrano nel film francese di Abel Gance Cyrano et d'Artagnan.

La sua seconda moglie fu l'attrice–ballerina Phyllis Hill (1948–1953). Ebbe come terza moglie Rosemary Clooney, attrice e cantante jazz, sposata due volte (1953–1961 e 1964–1967), dalla quale ebbe cinque figli; Rosemary si fece notare nel 1954 nel film "White Christmas" di Michael Curtiz con Bing Crosby e Danny Kaye, cantando le stupende canzoni di Irving Berlin; insieme, diedero origine a una dinastia dello spettacolo: i figli Rafael e Miguel Ferrer sono attori, il figlio Gabriel è sposato con la cantante Debby Boone (figlia di Pat Boone) e il nipote George Clooney è quel simpatico e grande attore–regista che tutti conosciamo. Nei tardi anni sessanta Ferrer incontrò e sposò Stella Magee, con la quale visse sino alla morte.

Attivo dal 1948 al 1984, si segnalò in: Giovanna d'Arco (Joan of Arc) (1948) di Victor Fleming con la grande Ingrid Bergman (fu nominato all'Oscar come attore non protagonista); Il segreto di una donna (Whirlpool) (1949), noir diretto da Otto Preminger con Gene Tierney; La rivolta (Crisis) (1950) di Richard Brooks con Cary Grant; Moulin Rouge (1952), film drammatico di John Huston in cui fu un sofferto e bizzarro Toulouse–Lautrec, recitando sulle ginocchia (fu nominato per gli Academy Award come migliore attore); Tutto può accadere (Anything Can Happen) (1952) di George Seaton con Kim Hunter; Pioggia (Miss Sadie Thompson) (1953) di Curtis Berhnardt con Rita Hayworth, tratto dal breve romanzo "Miss Thompson" di William Somerset Maugham (era il Rev. Davidson); L'ammutinamento del Caine (The Caine Mutiny) (1954) di Edward Dmytryk con Humphrey Bogart (nel ruolo dell'avvocato difensore); Così parla il cuore (Deep in My Heart) (1954) di Stanley Donen con Merle Oberon; Lawrence d'Arabia (Lawrence of Arabia) (1962) di David Lean con Anthony Quinn e Alec Guinness (nel ruolo del Bey turco); La nave dei folli (Ship of Fools) (1965) di Stanley Kramer con Simone Signoret; La più grande storia mai raccontata (The Greatest Story Ever Told) (1965), sulla vita di Gesù, di George Stevens con Max Von Sydow (Gesù) e Charlton Heston (Giovanni Battista) – José Ferrer era Erode –; La nave dei dannati (Voyage of the Damned) (1976) di Stuart Rosenberg con James Mason e Max von Sydow; Sentinel (1977) di Michael Winner, un film horror con Ava Gardner; Lo sciame che uccide (Swarm) (1978) di Irwin Allen con Olivia De Havilland e Henry Fonda; Fedora (1978) di Billy Wilder con William Holden e Marthe Keller; Una commedia sexy in una notte di mezza estate (A Midsummer Night's Sex Comedy) (1982) di Woody Allen con Mia Farrow; Essere o non essere (To Be or Not to Be) (1983) di Alan Johnson con Mel Brooks; e Dune (1984) di David Lynch con Silvana Mangano. Ferrer seppe invecchiare con eleganza ma nell'ultimo periodo recitò, purtroppo, in ruoli meno adatti con risultati non sempre riusciti.

Fu anche un ottimo regista, serio e consapevole del mezzo tecnico. Mostrò doti innegabili, dirigendo se stesso, ne La figlia di Caino (The Shrike) (1955) con June Allyson; The Cockleshell Heroes con Trevor Howard e The Great Man con Julie London (1956); L'affare Dreyfus (I Accuse!) (1958), nel quale era Alfred Dreyfus; L'alto prezzo dell'amore (The High Cost of Loving) (1959) con Gena Rowlands; Ritorno a Peyton Place (Return to Peyton Place) (1961) – sequel de "I peccatori di Peyton" del 1957 – con Eleanor Parker; e, infine, il remake Alla fiera per un marito (State Fair) (1962) con Pat Boone e Bobby Darin, che purtroppo non fu un successo né di critica né di botteghino.

Lavorò anche in radio (fu il detective Philo Vance nell'omonima serie radiofonica del 1945) e in televisione, ove, tra l'altro, ebbe il ruolo dell'avvocato Reuben Marino nella soap opera Another World dei primi anni '80.

José Ferrer morì a Coral Gables in Florida il 26 gennaio del 1992 all'età di ottant'anni per un tumore del colon. Fu seppellito nel Santa Maria Magdalena de Pazzis Cemetery in Old San Juan, nel suo paese natio di Portorico.


Ferrer è stato il primo attore a ricevere la "National Medal of Arts" nel 1985. Il centenario della sua nascita sarà immortalato nel 2012 con una "First-Class Forever Stamp" nella U.S. Postal Service’s Distinguished Americans series (la sua immagine è quella di un dipinto a olio di Daniel Adel di Cold Spring, NY).